Il tempo dell’amore e dell’egoismo

Recensione di “La prigioniera” di Marcel Proust

Marcel Proust, La prigioniera, Mondadori

Il tempo, o per dir con più esattezza la differente misura del suo scorrere, il suo liquido, lentissimo allungarsi nelle ore della giornata, l’attimo presente che di continuo si scompone cristallizzandosi, invece di dissolversi, nelle vertiginose architetture della memoria, nei labirinti colmi d’emozione, saturi di sofferenza, del ricordo rivisitato senza sosta, modellato come cera, distrutto, ricostruito e nuovamente abbattuto, il momento che ancora ha da venire immaginato con desiderio febbrile, vestito di speranza, agghindato dal sogno, deturpato dalla paura, dal sospetto, dalla malvagità; è il tempo, con i suoi moti di rotazione e rivoluzione, a dare sostanza narrativa a La prigioniera, quinto volume della monumentale opera proustiana Alla ricerca del tempo perduto (Mondadori editore, traduzione di Giovanni Raboni, per le recensioni ai precedenti volumi potete cliccare qui), cupo e claustrofobico dramma amoroso che vede, come unici protagonisti della storia, in una Parigi quasi immaginata (a descriverla sono solo episodi passati, passeggiate sempre interrotte, scorci di strade e d’umanità osservate, più spesso addirittura spiate, dalle finestre di una camera da letto), l’autore narratore e la fidanzata Albertine, “fanciulla in fiore” dai molti segreti, sospettata di avere inclinazioni omosessuali, che Marcel, tormentato dalla gelosia al punto da invitare la ragazza a vivere a casa sua così da poterla controllare da vicino, da esercitare su di lei un dominio quasi assoluto, e soprattutto da celarla al resto del mondo e alle sue innumerevoli tentazioni, vorrebbe e allo stesso tempo non vorrebbe sposare. Continua a leggere Il tempo dell’amore e dell’egoismo

Essere. Per qualcun altro

Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Mondadori
Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Mondadori

“Razza su cui pesa una maledizione, costretta a vivere nella menzogna e nello spergiuro perché sa che il suo desiderio – ciò che costituisce per ogni creatura la suprema dolcezza del vivere – è considerato punibile e vergognoso, inconfessabile; costretta e rinnegare il proprio Dio, giacché, se anche siano cristiani, quando compaiono in veste d’imputati alla sbarra del tribunale, devono, davanti al Cristo e al suo nome, difendersi come da una calunnia da ciò che è la loro stessa vita; figli senza madre, cui sono obbligati a mentire persino al momento di chiuderle gli occhi; amici senza amicizie, malgrado tutte quelle che il loro fascino sovente riconosciuto può far nascere e che il loro cuore, non di rado buono, saprebbe provare; ma è lecito chiamare amicizie le relazioni che vegetano solo col favore d’una menzogna e dalle quali il primo slancio di confidenza e di sincerità cui fossero tentati d’abbandonarsi li farebbe respingere con disgusto, a meno che non avessero a che fare con uno spirito imparziale, se non addirittura simpatetico, che in tal caso, tuttavia, fuorviato nei loro confronti da una psicologia convenzionale, attribuirebbe al vizio confessato anche l’affetto che gli è più estraneo, allo stesso modo che certi giudici suppongono e giustificano più facilmente l’assassinio negli invertiti e il tradimento negli ebrei, per ragioni tratte dal peccato originale e dalla fatalità della razza?”. È l’amore, in particolar modo l’amore omosessuale, considerato nel medesimo tempo con cruda razionalità e tormentata passione, il cuore narrativo e tematico di Sodoma e Gomorra, quarto volume della Recherche di Marcel Proust. Il grande scrittore francese lo racconta (anzi, non è eccessivo affermare, laddove si ponga la giusta attenzione alla sofferta sincerità della sua prosa, che lo confessi) attraverso i suoi personaggi; il nobile, fiero, eppure vinto e perduto signor di Charlus, e lui stesso, voce narrante del romanzo, innamorato di Albertine, che cerca il proprio appagamento in un amore totale, privo di barriere e restrizioni, capace di guardare, con identico interesse, agli uomini e alle donne. L’amore, l’amore naturale e nonostante ciò proibito, l’amore che sorge spontaneo e che tuttavia la società considera malato, immorale, vizioso più di certi vizi “come il furto, la crudeltà, la malafede, che però l’uomo comune, comprendendoli meglio, è più propenso a scusare”, si fa, nel mezzo del cammino etico, estetico ed esistenziale proustiano, simbolo della vita stessa, della sua invincibile irrazionalità, delle sue contraddizioni, delle sue ingiustizie. Per questo Proust alla vita l’accosta, o per dir meglio lo sovrappone, e nel descriverlo, nel disegnare con impressionante minuzia i contorni di un sentimento circondato dalla paura (di venire alla luce) e dall’esecrazione (cui inevitabilmente va incontro una volta divenuto di pubblico dominio), moltiplica i paragoni e gli esempi: la natura, la storia, l’arte, la religione, il mito, la politica, ogni umana manifestazione del genio, ogni atto sociale, ogni inclinazione è un possibile specchio di quel sentimento che a prezzo di enormi sacrifici e di una tragica condanna all’infelicità si sforza in ogni modo di celar se stesso pur ingegnandosi a trovar sfogo, soddisfazione.

Ma se ogni aspetto della vita, cui non fa eccezione neppure la morte (quella della nonna di Marcel, che proprio nel legame con Albertine troverà conforto al suo dolore), torna, come alla propria sorgente, all’amore, se nella circolarità di questa equivalenza il tempo degli uomini scorre ordinato nel suo incessante alternarsi di luce e ombra, ecco che oltre le allegorie e le similitudini trova il proprio spazio e la propria dimensione la perfetta coincidenza del vivere e dell’amare, della vita cercata, inseguita, sprecata e dell’amore cercato, inseguito, precariamente goduto e per questa ragione con sempre maggior determinazione preteso. Facce di un’identica medaglia, Marcel e il signor di Charlus donano interamente all’amore le loro esistenze; officianti e vittime, celebrano il sacrificio dell’essere: la restituzione a sé, che sola riposa nell’essere per qualcun altro.

Eccovi l’incipit. La traduzione per Mondadori, è di Giovanni Raboni. Buona lettura.

Come già sappiamo, quel giorno (il giorno in cui doveva aver luogo il ricevimento della principessa di Guermantes), prima di fare al duca e alla duchessa la visita che ho appena descritta, avevo spiato il loro ritorno e compiuto, durante il mio appostamento, una scoperta concernente, in particolare, il signor di Charlus, ma così importante, di per se stessa, che ho preferito rinviarne il racconto sinché non avessi, come ho ora, la possibilità di assegnargli il posto e lo spazio necessari.

Al principio di un nuovo viaggio

 

Marcel Proust, I Guermantes, Einaudi
Marcel Proust, I Guermantes, Einaudi

Morbida, sinuosa, fluida, declinata senza un ordine apparente, in una libertà piena e sorprendente che sembra rendere superfluo qualsiasi punto di riferimento, la memoria, l’inesauribile tesoro narrativo di Marcel Proust, nutrita dalla sovrabbondante ricchezza della prosa dell’autore francese, senza sosta si rinnova, quasi partecipasse in prima persona alle esperienze e ai vissuti di cui dovrebbe essere semplicemente il contenuto, lo scrigno, e diviene stupore, riscoperta, attualità. Nell’intensità emotiva di una scrittura a tal punto trasparente e sincera da sfiorare la nudità della confessione, il ricordo abbandona ogni sovrastruttura, ogni giudizio precostituito e si affaccia al mondo con curiosità virginale, di fanciullo, allo stesso modo godendo dell’ebrezza dei suoi splendori e patendo l’abisso delle sue miserie. Narrata come fosse l’oggi, la stagione di vita dell’autore che costituisce la trama de I Guermantes, terzo libro della Recherche (dei primi due ho già scritto in questo blog), esplora il mistero dell’uomo e dei suoi affetti; nei salotti raffinatissimi dell’aristocrazia di sangue, dove tutto, persino il reciproco sorridersi, o l’ammiccare improvviso, obbedisce a rigide regole di etichetta, Proust, voce narrante e personaggio, osserva come se non conoscesse nulla, come se a quell’ambiente fosse del tutto estraneo. Non c’è, naturalmente (né avrebbe senso che ci fosse), ombra di critica sociale nel letterario spaesamento dello scrittore (rampollo dell’alta società borghese), quanto piuttosto il riflesso di un cauto procedere, l’eco di una ricerca che ha la natura umana (e il suo carattere multiforme, sfuggente, imprevedibile) come proprio oggetto. Nel guardare agli uomini, a ciò che fanno, pensano, a quel che mostrano e soprattutto alle cose che nascondono, che si preoccupano di celare, nel raccontare l’eterno ritorno del loro esistere (che è l’esistere di ciascuno di noi), Proust annulla ogni distanza tra passato e presente; certo, le descrizioni perfette della vita di società riportano il lettore a un mondo scomparso, tuttavia non c’è nulla di davvero essenziale nel richiamo al passato; mai come in questo romanzo (e nel successivo Sodoma e Gomorra), l’ambientazione, pur magnifica per cura del dettaglio, è ridotta a sfondo, a macchia di colore dalla quale emerge, con i suoi tratti marcati, inconfondibili, l’essere umano. E con lui il suo mondo interiore, che Proust indaga con rispettoso pudore e insieme vorace curiosità, lasciandosi sedurre dai suoi chiaroscuri, e affascinare e terrorizzare dalla sua complessità, fino al momento in cui la sua sete di conoscere, il suo bisogno di scoprire, lo conducono oltre l’ultima delle soglie, dove non è più possibile occultare nulla. È allora che al lettore e al narratore insieme (come fossero una stessa persona) si rivela l’omosessualità del barone di Charlus, uno dei protagonisti del romanzo, verità scomoda e sconvolgente per il severo indirizzo morale del tempo cui tuttavia Proust non rifiuta di accostarsi. Con timore, ritrosia, ma anche con pietà.

Nel disegno complessivo della Recherche, I Guermantes si può considerare una specie di romanzo sui generis, un lavoro capace di rispettare il respiro narrativo dei libri che l’hanno preceduto e insieme un’opera che segna una svolta, che introduce una dimensione nuova della memoria e in essa trascina lettore e personaggi. In questa tappa del grand tour proustiano, dunque, un nuovo viaggio ha inizio; ignoti sono i lidi cui può condurre, ma ad essi, e ben più profondamente di quanto riusciamo a immaginare, apparteniamo. 

Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Mondadori, collana I Meridiani, è di Giovanni Raboni). Buona lettura.
Il pigolio mattutino degli uccelli sembrava insipido a Françoise. La minima parola pronunciata dalle donne la faceva sussultare; disturbata da ogni loro passo, se ne chiedeva il perché: avevamo traslocato. Non  che, al sesto piano della nostra abitazione, i domestici si muovessero meno; ma quelli li conosceva; i loro andirivieni se li era fatti amici. Adesso, persino al silenzio prestava un’attenzione dolorosa. E poiché il nostro nuovo quartiere pareva tanto calmo quant’era rumoroso il boulevard sul quale davano prima le nostre finestre, il canto d’un passante (nitido anche quando, da lontano, giunge fievole come un motivo d’orchestra) faceva venire le lacrime agli occhi a Françoise in esilio.

La prosa sublime di un cuore in tumulto

 

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore
Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore

Si veste d’amore la memoria di Marcel Proust, narratore e protagonista di All’ombra delle fanciulle in fiore, secondo capitolo del suo capolavoro, Alla ricerca del tempo perduto. L’evocazione del passato, pur senza perdere nulla del suo libero fluire, del suo scorrere in modo quasi indipendente dalla volontà del narratore, ha in questo romanzo un ben preciso polo d’attrazione, un punto di caduta, un “luogo naturale” verso cui dirigersi. Così, quel muoversi composto della prosa proustiana, che ricorda il leggero incresparsi di uno specchio d’acqua, che tanto somiglia all’impercettibile soffio di voce di un sussurro, finisce per perdersi e ritrovarsi senza sosta nel turbinio di emozioni scatenato da un sentimento universale eppure sconosciuto, e proprio per questo sconvolgente. Proust infatuato di Gilberte (la figlia di Swann e di sua moglie Odette) e poi conquistato dalla “fanciulla in fiore” Albertine è il perfetto parallelo (letterario e umano) di quello conosciuto in Dalla parte di Swann (di cui ho già scritto) al momento del risveglio dei suoi ricordi, quando un’intera vita rompe gli argini del passato e si riversa nell’oggi ridisegnandone forma e senso. In entrambi i romanzi, il lettore si immerge poco alla volta nella tranquillità quasi ipnotica della trama, nel disegno ordinato dei quadri d’ambiente, nella cortese, formale presentazione dei personaggi (introdotti nella storia come fossero invitati a una festa), ma d’improvviso quel che si trova di fronte è uno spettacolo completamente diverso, una scrittura nervosa, impaziente, che si affanna a tradurre il tumulto irrefrenabile di un cuore adolescente, a trovare per i suoi entusiasmi e i suoi tormenti le più limpide forme d’espressione: “Soffiava un vento umido e dolce. Era un tempo che conoscevo; ebbi la sensazione e il presentimento che il giorno di capodanno non fosse un giorno diverso dagli altri, che non fosse il primo d’un mondo nuovo nel quale avrei potuto, con possibilità ancora intatte, rifare la conoscenza di Gilberte come ai tempi della Creazione, come se ancora non esistesse alcun passato, come se fossero state abolite, con i relativi presagi per il futuro, le delusioni che di tanto in tanto mi aveva inflitte: un nuovo mondo nel quale niente di vecchio sarebbe sopravvissuto… niente, tranne una cosa: il mio desiderio che Gilberte mi amasse”.  

Ancora una volta (come già accaduto per Dalla parte di Swann) lascio l’ultima parola su All’ombra delle fanciulle in fiore, o per dir meglio sull’intera opera di Proust, a Carlo Bo, che per l’edizione completa di Alla ricerca del tempo perduto pubblicata da Mondadori nella collana I Meridiani e tradotta da Giovanni Raboni, ha scritto una splendida, ricchissima introduzione. “Non c’è stato dopo Proust un altro romanziere che abbia creduto in questa funzione del romanziere, e cioè del disvelatore e dell’interprete dei sentimenti. Lo stesso Kafka, che pure conduce un’impresa analoga alla sua, trasforma l’indagine in una serie di immagini e prefigura un tempo storico fondato sui fatti del mistero ma ci lascia con un forte sentimento di tragedia insuperabile. Proust non rinuncia, non ha paura: chiuso nella sua stanza, è deciso ad andare a fondo, a intravvedere dei segni e, di più, a dare un senso all’esistenza. C’è – lo ripetiamo – un’umiltà che chi è venuto dopo non avrà più”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Quando si trattò di invitare a pranzo per la prima volta il signor di Norpois, poiché mia madre si rammaricava che il professor Cottard fosse in viaggio e che Swann non facesse più parte dell’ambiente che lei frequentava, convinta com’era che l’uno e l’altro sarebbero parsi interessanti all’ex-ambasciatore, mio padre replicò che un commensale eminente, uno scienziato illustre come Cottard non poteva mai sfigurare a un pranzo, ma che Swann, con il suo esibizionismo, con la sua abitudine a gridare ai quattro venti anche la più trascurabile delle sue relazioni, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe certamente giudicato, secondo il suo modo di esprimersi “pestilenziale”. Questa affermazione di mio padre richiede qualche parola di spiegazione, dal momento che qualcuno ricorderà forse un Cottard decisamente mediocre e uno Swann capace di portare sino al massimo della delicatezza, in fatto di mondanità, discrezione e modestia.