Perché nascere è precipitare nel caos

Recensione di “Il 42° parallelo” di John Dos Passos

John Dos Passos, Il 42°parallelo, BUR

“Il 42° parallelo ha un inizio cupo. Travolgente nella tristezza che spalanca davanti al lettore. Ai cui occhi si affaccia un paesaggio miserabile: baracche di legno, strade fangose, il freddo, gli effluvi, la salute malcerta degli abitanti. È l’emigrazione – in questo caso irlandese – che paga il suo tributo. E il romanzo comincia con una storia di lotta e di disperazione: «Quell’inverno ci fu uno sciopero alle Manifatture Chadwick e papà perse il posto». Essenziale come un colpo di martello. Fateci caso. Uno dei motori che accendono le storie di Dos Passos è l’improvviso restringersi dell’orizzonte. La chiusura prospettica che liquida un individuo, una famiglia, una città. Eppure, è solo dall’azzeramento improvviso del presente che il futuro può davvero riaprirsi, donare quella speranza che ogni anima in pena invoca. I personaggi di Dos Passos ne sembrano consapevoli, per questo si mettono in moto: con rabbia, disperazione, curiosità e ambizione. C’è un solerte dinamismo che li anima e rende il loro essere squisitamente americani il tratto distintivo dall’Europa. Anche se, poi, molti fili rinviano al Vecchio Continente. Al suo laboratorio di cultura sociale, all’esperienza marxista e sindacale, che proprio negli anni Venti e Trenta mostra ancora il proprio potere di seduzione sugli intellettuali americani. Da tutto ciò deriva il temerario indottrinamento politico vissuto da certi personaggi del 42° parallelo. La loro scelta etica. Sebbene Dos Passos non scada nelle forme del propagandismo letterario, ha, tuttavia, alle spalle un solido movimento di opinione le cui punte letterarie sono rappresentate dai romanzi di Upton Sinclair, Jack London e dagli scritti di John Reed. L’America degli Anni Venti e Trenta vede espandersi il culto del proletariato, i cui malumori intridono le pagine di Dos Passos”. Nella prefazione di Antonio Gnoli al bellissimo romanzo di John Dos Passos, atto primo della sua trilogia americana, dato alle stampe nel 1930 e in Italia pubblicato da BUR nella traduzione deliziosamente inattuale di Cesare Pavese, a emergere con forza sono i contenuti, i temi portanti del lavoro dello scrittore statunitense; in una parola l’intrinseca robustezza argomentativa del suo raccontare. Dos Passos, insomma, almeno in questa fase del suo percorso letterario e umano, è scrittore politico e critico sociale, è narratore impegnato, che lotta in prima linea, è autore che per ciò che scrive può senza scandalo essere accostato a un contemporaneo come il portoghese Saramago – (Il 42° parallelo e Cecità sono forse i due maggiori romanzi eminentemente politici del XX secolo) – ma, oltre a ciò, e proprio nelle travolgenti pagine del 42° parallelo, è sperimentatore ardito delle possibilità espressive del linguaggio, è inventore di codici, è alchimista della narrazione.
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A Galaad

Recensione di “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Tea

Si racconta di un metodo sottile e brutale di tortura inflitto ai prigionieri di guerra: la distruzione dei documenti d’identità. Nulla, a prima vista, che abbia a che fare con il concetto a tutti noto di violenza, di brutalità, la cui connotazione è squisitamente fisica, legata a filo doppio a forme di dolore percepibili dai sensi, eppure, malgrado ciò, un’azione dalle conseguenze terribili; un gesto semplice, quello di strappare un foglio di carta, un documento, che ha il potere di distruggere una persona, di degradarla a uno stato che non ha più nulla di umano, di derubarla, una volta per sempre, di ciò che la caratterizza, la distingue da tutti gli altri. Ed è esattamente in questo stato di sudditanza, di più, di annullamento, che si presenta a noi Difred, protagonista e voce narrante del celebre romanzo distopico di Margaret Atwood intitolato Il racconto dell’ancella. Difred, letteralmente colei che appartiene a un uomo chiamato Fred, è una donna, o meglio un’ancella, o più precisamente ancora un corpo, una porzione di corpo a disposizione dei rappresentanti delle più alte sfere della gerarchia al potere (siamo in America, in un futuro non meglio precisato, all’indomani di guerre devastanti che hanno rivoluzionato la geopolitica del Paese, in uno stato ferocemente teocratico chiamato Repubblica di Galaad retto dai militari e sottoposto agli ossessivi controlli della polizia segreta, custode di una rigidissima moralità sessuale) affinché venga utilizzata, nel corso di cerimonie definite in ogni dettaglio, per donare figli a famiglie colpite da una sterilità diffusa. Sottratta a se stessa, Difred lotta e resiste per non perdersi, per non soccombere, fingendo ossequio al nuovo ordine, annullandosi come prevede ciò che le è stato insegnato (attraverso il lavaggio del cervello, la propaganda, l’ossessiva ripetizione di slogan e parole d’ordine, la costrizione fisica), immergendosi fino in fondo nel ruolo di ancella e nello stesso tempo ribellandosi a tutto questo attraverso la forza del ricordo, trattenendo frammenti della sua vita passata, della sua vita di prima, quando lei, donna tra altre donne, aveva un marito, una figlia, un’esistenza da rivendicare. Di questi suoi anni, intervallati dalla ricostruzione di come tutto sia finito, di come l’incubo abbia dapprima preso piede e infine trionfato, trasformando l’oggi in un eterno presente fatto di nulla (alle ancelle è proibita qualsiasi attività a esclusione della spesa settimanale, compito da svolgere obbligatoriamente in compagnia di un’altra ancella, con la quale non è possibile conversare in libertà) e infine persino di come esista e combatta un movimento clandestino di ribellione a Galaad, Difred racconta con accenti di commossa lucidità.
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Il coraggioso umanesimo di Augie

Recensione di “Le avventure di Augie March” di Saul Bellow

Saul Bellow, Le avventure di Augie March, Mondadori

Un romanzo di formazione, un protagonista affascinante, contraddittorio, che scatena emozioni, commuove, diverte e fa riflettere, un affollato palcoscenico di caratteri, ciascuno descritto con minuziosa precisione, una ricostruzione d’ambiente (in primis quello della Chicago del primo Novecento, ma anche la vasta desolazione del Messico, dove muoiono i sogni di libertà e d’amore del protagonista) di impressionante efficacia, e una scrittura intensa, vitale, scintillante, in perfetto equilibrio tra asciutta rievocazione di esperienze personali e sorprendente slancio inventivo. Le avventure di Augie March, con ogni probabilità l’opera più conosciuta (anche se, a mio avviso, non la più significativa) di Saul Bellow è uno splendido viaggio – lungo oltre 700 pagine, che si leggono d’un fiato – nel cuore e nell’anima di un uomo e insieme la rappresentazione, delicata e struggente, di un mondo infantile, immaturo nel bene come nel male, spietato e misericordioso insieme. Interamente narrato in prima persona, il libro di Bellow, pur senza spiccare per originalità – la storia che racconta non è certo nuova: Augie March, giovane di umili origini, cerca in tutti i modi di migliorarsi, di trasformare in vita i suoi quotidiani sforzi per sopravvivere – muta prospettiva di continuo e lascia il lettore privo di punti di riferimento; in questo modo instilla in lui il prepotente desiderio di sapere quel che accadrà, fin dove Augie riuscirà ad arrivare, cos’altro potrà mai capitare. Ed ecco che in quel che sembra soltanto un talentuoso gioco letterario (e invece è il più grande tesoro del romanzo: un’inesauribile ricchezza contenutistica ed espressiva) l’autore dimostra tutta la propria maestria e, grazie a un linguaggio meravigliosamente fluido, abbandona sullo sfondo i quadri d’insieme che dovrebbero ancorare alla “realtà” le vicende del suo eroe (la saga famigliare, la movimentata cerchia delle amicizie, gli esaltanti incontri amorosi) per dare risalto alla persona singola, filosoficamente considerata “misura di tutte le cose”, al suo universo etico, alle sue scelte e alle conseguenze che ne derivano. Continua a leggere Il coraggioso umanesimo di Augie

Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Finché morte non vi separi

Recensione di “Non si uccidono così anche i cavalli?” di Horace McCoy

Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli?, Terre di Mezzo Editore

Un imputato, un giudice e una sentenza sul punto di essere pronunciata. E una condanna prossima a essere eseguita. Una condanna per omicidio. Una condanna per un assassinio a sangue freddo che tuttavia potrebbe non essere stato altro che un atto di pietà, una disperata richiesta di aiuto finalmente compresa, raccolta e accolta, soddisfatta. Una sentenza, pronunciata nel pieno rispetto di tutte le leggi vigenti, le umane come le divine, e tra il principio e la fine di essa, tra il principio e la fine di tutto, il ricordo di come le cose si sono svolte, di quel che è accaduto. Si snoda con un lungo flashback, all’interno del quale il legame con il presente è sfumato, fragile, quasi che il qui e ora non avesse importanza né significato alcuno, lo splendido, intensissimo romanzo di Horace McCoy Non si uccidono così anche i cavalli?; un flashback che ha allo stesso tempo il disordine del flusso di coscienza e la precisione della testimonianza, la parzialità del resoconto e l’onestà piena, commossa e pura della confessione. Nel racconto innocente di un giovane, McCoy, senza darlo a vedere, disegna il ritratto sconvolgente di un’America spezzata dalla Grande Depressione, nella quale si sopravvive masticando sogni e dove le dorate porte di Hollywood, in apparenza a portata di mano, non sono che un crudele miraggio. Continua a leggere Finché morte non vi separi

La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

Al fiume basta la continuità

William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi
William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

Sulle tracce della storia. Quella esaltante ed eroica dei Corps of Discovery agli ordini di William Clark e Meriwether Lewis, che al principio del XIX secolo attraversarono un Ovest ancora selvaggio e inesplorato per raggiungere la costa bagnata dall’Oceano Pacifico; e insieme quella artistico-avventurosa di Karl Bodmer, talentuoso pittore che il principe tedesco Massimiliano volle accanto a sé nella spedizione che organizzò e che partì alla volta dell’America del Nord nel 1832. Sulle tracce dei loro sacrifici e delle loro scoperte, lungo il filo esilissimo, e nonostante ciò impossibile da spezzare, di memorie trascritte in dettagliati diari di viaggio, di emozioni travolgenti tramutate, grazie all’incantesimo dell’arte, in magnifici disegni, in acquarelli colmi di squisita grazia. Dal passato al presente lungo l’eco della storia, alla ricerca di una terra scomparsa eppure ancora viva, nascosta come un animale braccato ed esuberante di vita come un giorno appena sorto; da ciò che è stato ieri fino alle contraddizioni dell’oggi a cavallo della sola eternità che a un essere umano è possibile contemplare: quella di un fiume. Testimone silenzioso (ma niente affatto muto) del trascorrere del tempo, del volgere dei millenni, del respiro stesso della terra, il fiume, o meglio l’intrico di fiumi, la frastagliata ragnatela di corsi d’acqua che in ogni direzione corre lungo il continente americano, è il teatro di Nikawa, superbo capitolo conclusivo della trilogia di romanzi di viaggi dedicata da William Least Heat-Moon alla riscoperta del “Nuovo Mondo”. Dopo Strade blu e Prateria (entrambi recensiti in questo blog), l’autore racconta la realizzazione del proprio sogno più grande, cullato per oltre vent’anni e meticolosamente preparato: l’attraversamento dell’America dall’Atlantico al Pacifico a bordo di una barca, un “[…] incrocio fra una barca per la pesca alle aragoste e un rimorchiatore da porto d’inizio Novecento” battezzata Nikawa, “[…] un nome che coniai io stesso mettendo insieme le parole osage ni (fiume) e kawa (cavallo); si pronuncia Nii-cah-uah. Era davvero una cavallina di fiume, forte ma gentile”. Alternando, in uno stile di scrittura elegantissimo e ricco di suggestioni, aneddoti personali, rievocazione di particolari momenti storici e minuziosi resoconti di viaggio (a volte semplicemente curiosi e divertenti, altre volte cupi e drammatici), Least Heat-Moon conduce con sé il lettore in un cammino che non somiglia a nessun altro; il fiume (anzi, i numerosi fiumi cavalcati da Nikawa) respira in ogni pagina come una divinità immanente, nelle sue acque scure e gorgoglianti, o limpide e calme, nel suo letto profondo che nasconde il tempo stesso e tutto ciò che nel suo grembo infinito è sorto e tramontato, la sfida lanciata dall’autore a se stesso, la traversata quasi impossibile che uno sparuto gruppo di amici (mai nominati per nome, perché sul fiume non c’è spazio per gli individui ma soltanto per chi sceglie di immergercisi, diventando in questo modo egli stesso fiume, ma racchiusi dentro “etichette” identificative del ruolo di ciascuno: Pilotis, l’indispensabile copilota, il Photographo, incaricato di immortalare Nikawa in azione, il Professore, cui spetta il compito di precedere chi va sul fiume e di trainare la barca lungo quei pochissimi chilometri di traversata impossibili da fare in acqua) decide di compiere, non sono soltanto un’avventura, o una studiata pazzia, bensì un bisogno irrefrenabile di riscoprir se stessi e il proprio posto nel mondo in un incontro diretto con i luoghi che abitiamo senza conoscere, che sfruttiamo senza neppure renderci conto di farlo, che ignoriamo malgrado essi non cessino di parlarci, di ammonirci. “Vent’anni fa”, scrive Least Heat-Moon, “avevo già percorso così tanti chilometri di strade americane che sapevo ormai in agguato il giorno in cui non avrei più potuto prendere il volo verso posti nuovi – come Huck Finn, originario del Missouri come me, nonché viaggiatore fluviale. Fu allora che notai la ragnatela di linee azzurro pallido che ricamavano il mio atlante come vene varicose. Erano fiumi. Cominciai a seguire col dito quelle contorsioni, alla ricerca di un modo per attraversare l’America in barca […]. Una notte, sedici mesi prima di partire, fremente di eccitazione, individuai quella che credevo fosse l’ultima tessera di questo mosaico fluviale e in quel momento capii di dover intraprendere il viaggio a qualsiasi costo. Quando un Graal fa la sua comparsa, l’anima deve seguirlo”.

In oltre 500 pagine che non fanno mai registrare cali di tensione né ripetizioni di sorta, Least Heat-Moon (come già fatto, seppur in modo differente, negli altri capitoli del suo magnifico affresco letterario) squaderna dinanzi al lettore sbalordito e affascinato un America completamente inedita, un luogo della terra e dello spirito dove miracolosamente convivono (per quanto in un equilibrio sempre più precario e pericoloso) uomo e natura, dove l’ingegneria, la tecnica e la scienza sono allo stesso tempo dimostrazione della potenza degli uomini e della loro capacità di adattare l’ambiente alle proprie necessità e prova inconfutabile e tragica di una rovinosa miopia della mente e della cuore, e dove (come nelle indimenticabili pagine centrali del libro, dedicate alla navigazione sul fiume più ingovernabile ed enigmatico d’America, il Missouri, fatale e irresistibile come un canto di sirena) tutto ciò che è primordiale e incorrotto ha ancora la forza di far sentire la propria voce, di soffiare il proprio fiato nel vento, di mugghiare il proprio canto nell’incresparsi perenne delle onde, nel fluire incessante della corrente.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Bosonetto. Buona lettura e buone vacanze a tutti.

Se volete i particolari: aveva un nocciolo di balsa spesso cinque centimetri ricoperto di vetroresina, con scafo piatto a poppa e a V a prua; lunga poco più di sei metri e mezzo e larga quasi due e mezzo nel punto di massima ampiezza; circa settecentosettanta chilogrammi di peso vuota, venti centimetri di pescaggio minimo che diventavano settantacinque con motore a carico; modello C-Dory, costruita vicino a Seattle nel gennaio del 1995. La barca poteva essere facilmente caricata su un piccolo rimorchio.

Il gioco delle pulci e la poesia

agonia agapeUn saggio trasformato in un romanzo; il lavoro di un’intera vita, in attesa di essere sistematizzato e concluso, divenuto, nella piena coincidenza tra personaggio e autore, prosa, e stile, e musicalità della lingua, e armonia del periodo. E l’arte, privilegiato oggetto di riflessione, che perde di significato e svanisce in un tempo nel quale “ciascuno è artista di se stesso”, in un tempo in cui, poiché ogni cosa è riproducibile, niente che sia davvero autentico è più necessario. L’arte, dunque, categoria dello spirito in via di estinzione, che si riflette nel corpo martoriato di uno scrittore ossessionato dal suo lavoro, che frammentata occhieggia da decine, centinaia di appunti presi, da migliaia di libri accatastati in ogni dove in una stanza che è insieme camera d’ospedale e studio privato, che sussurra nelle citazioni di poeti, scienziati, romanzieri, musicisti e filosofi, che come un rimorso tortura nel cortocircuito di un pensiero nuovo eppure in qualche modo già pensato, già consegnato alla storia, forse addirittura già dimenticato. L’arte, la scintilla creativa dalla quale si origina, la sua produzione in serie assicurata dalla meccanizzazione dei processi, dall’innovazione tecnologica, la sua trasformazione in merce, in bene di consumo universale, la sua oscena democratizzazione – “[…] e allora ecco Bentham secondo cui ‘a pari quantità di piacere arrecato, il gioco delle pulci vale tanto quanto la poesia’, visto la parola ‘quantità’? La quantità del piacere non la qualità, è questo il punto, e poi arrivano le macchine digitali, le macchine che Norbert Wiener chiamava ‘tutto o niente’, una macchina che conta dà origine al sistema binario e con esso al computer, per cui Wiener ci racconta di un geniale ingegnere americano che è andato ad acquistarsi un pianoforte automatico assai costoso. Il gioco delle pulci o la poesia, non gliene frega un accidente della musica però lo affascina il complicato meccanismo che la produce, ecco l’America com’era, cos’era la meccanizzazione, cos’era la democrazia e la deificazione della democrazia cent’anni fa” – è il centro di gravità de L’agonia dell’agape, ultima opera di William Gaddis (in Italia pubblicata da Alet Edizioni, tradotta da Fabio Zucchella e corredata da un’ottima postfazione a cura di Joseph Tabbi). “Canto del cigno” (a parere proprio di Tabbi) del geniale scrittore americano, L’agonia dell’agape, per uno squisito paradosso letterario, risulta essere perfettamente coerente con il resto della sua opera pur nascendo in totale discontinuità con essa; il romanzo, infatti, che ha la furia distruttiva del pamphlet e la potenza del j’accuse, che trascina con sé il lettore nella tempestosa violenza di una prosa armata, scagliata sulla carta come fosse un proiettile, una prosa tambureggiante, bellicosa, portatrice di consapevolezza e verità e responsabile del proprio compito, in origine doveva essere tutt’altro, e cioè (è ancora Tabbi a spiegare) “un’esauriente storia sociale del piano meccanico in America, i cui lineamenti possono essere rintracciati nelle migliaia di appunti, ritagli, documenti di lavoro, abbozzi e frammenti che Gaddis lasciò alla sua morte”. Di questo progetto, mai portato a termine, Gaddis ha sparso tracce negli altri suoi romanzi (in special modo nei suoi capolavori JR e Le perizie); seminando indizi, egli ha lasciato trasparire la storia che sta a fondamento di tutte le altre storie da lui narrate, “una cronologia che parte dall’invenzione del piano meccanico nel 1876 e arriva al 1929, ‘quando crollarono il mondo del piano meccanico e ogni altra cosa’”; celando, o per dir con maggior esattezza mostrando solo in parte, nell’irresistibile complessità delle sue riflessioni sul denaro (JR) e sul rapporto tra finzione e realtà, decisamente sbilanciato a favore della prima (Le perizie), il tema dal quale tutti gli altri temi si originano (“La teoria del caos come mezzo per arrivare all’ordine”), William Gaddis prepara la strada proprio a L’agonia dell’agape, vissuto come l’atto conclusivo di un percorso conoscitivo e artistico che coincide con la vita stessa.

Così, ecco che nelle brevi, dense, incalzanti pagine di questo romanzo qualsiasi mediazione viene annullata in quanto totalmente inutile. L’identità tra scrittore e personaggio rende superflua ogni parentesi descrittiva (ciò che dobbiamo sapere della voce narrante lo sappiamo immediatamente; si tratta di uno scrittore non più giovane, malato, con un unico pensiero in  mente, terminare il proprio saggio), così come la realtà immediata, il qui e ora, l’esigenza dell’uomo Gaddis che è la medesima esigenza del Gaddis riprodotto sulla carta, rende superflua la ricerca e la costruzione di altri personaggi (tutti sostituiti da figure reali; il già citato Bentham, e poi Benjamin, Freud, Tolstoj, Platone, Kierkegaard, Huizinga, Flaubert, Melville, Jung, Shakespeare, Nietszche, Dodds, Bernhard, Blake, Dostoevskij …). Il puro materiale romanzesco, dunque, svanisce dinanzi a ciò che è essenzialmente romanzo, alla novella che ha sostituito il saggio per poterlo raccontare, all’invenzione e allo stile che hanno preso il posto della sistematicità per poterle regalare espressione, per riuscire a darle voce. Squisito paradosso letterario, si diceva; il paradosso cercato da uno scrittore dotato di un talento unico per non arrendersi all’indicibile, il paradosso voluto da uno degli autori più significativi del Novecento, capace di portare il romanzo oltre se stesso, di disegnare una nuova geografia per la parola scritta: “Quella era la Giovinezza con la sua spericolata esuberanza, quando ogni cosa era possibile, inseguita dall’Età in cui ci troviamo adesso, e ricordiamo ciò che abbiamo distrutto, ciò che abbiamo strappato via da quell’io che poteva fare di più, e quella mia opera che è diventata il mio nemico, perché di questo io posso parlarvi, della Giovinezza che poteva fare qualunque cosa”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

No ma vedete, io devo spiegare tutto perché io non, noi non sappiamo quanto tempo è rimasto e io devo lavorare sul, devo finire questo mio libro e insomma mi sono portato tutta questa pila di libri, appunti pagine ritagli e Dio sa cosa, devo ordinare e organizzare, per il giorno in cui questa proprietà verrà divisa e gli affari e tutti gli impicci che ne derivano, nel frattempo mi tengono qui per farmi a pezzi e raschiarmi e ricucirmi e poi farla di nuovo a pezzi questa maledetta gamba guardatela, tutta piena di punti metallici come quella vecchia cotta dell’armatura giapponese in sala da pranzo, ho l’impressione che mi stiano demolendo pezzo dopo pezzo.

5 alfa reduttasi

Jeffery Eugenides, Middlesex, Mondadori
Jeffrey Eugenides, Middlesex, Mondadori

“Cantami, o diva, del quinto cromosoma la mutazione recessiva! Cantami di come fiorì sui pendii del Monte Olimpo, due secoli e mezzo or sono, tra capre che belavano e olive che rotolavano. Cantami le nove generazioni per cui viaggiò sotto mentite spoglie, sopito nel sangue inquinato della famiglia Stephanides. E cantami la Provvidenza, che sotto forma di massacro lo risvegliò per trasportarlo, come fa con i semi il vento, fino in America, dove le piogge industriali lo fecero precipitare su quel fertile terreno del Midwest che era il ventre di mia madre”. Le parole di un essere umano, di una creatura nata due volte, “bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 […] maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974”, sospese, nel semiserio richiamo dell’età d’oro della classicità, tra l’ineluttabilità feroce e implacabile della tragedia e un’amara consapevolezza di sapore aristofanesco, rabbiosa, selvaggia e cupa nelle proprie riflessioni e tuttavia non priva di spensieratezza, e adorna persino di una sorta di allegro fatalismo, aprono – coinvolgendo fin da subito il lettore in una vicenda dolorosa e dolcissima, nella quale senza sosta si rincorrono amore e rimorso, colpa e sacrificio, e dove ogni cosa è sfiorata dalle gelide dita di un segreto tormento scatenato da un peccato abbracciato con coscienza pura e cuore traboccante di desiderio – lo splendido romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides, vincitore nel 2003 del premio Pulitzer per la Narrativa. Eugenides, americano di nascita ma greco d’origine (i genitori di suo padre erano emigrati negli Stati Uniti dalla Grecia), guarda un po’ alla storia della sua famiglia, e un po’ a quella scritta nei libri di scuola nel raccontare l’odissea della famiglia Stephanides, cominciata al principio del XX secolo nel piccolo villaggio di Bitinio, in Asia Minore, non lontano “dall’antica Brussa, capitale dell’Impero ottomano”. Qui, Desdemona Stephanides, nonna della voce narrante nata due volte (protagonista indiscussa dell’opera e nello stesso tempo personaggio tra gli altri, ritratto di una ricca galleria di indimenticabili figure), si dedica in tranquillità alla coltivazione dei bachi da seta in compagnia del fratello Eleutherios, detto Lefty. I sentimenti che uniscono i due giovani non hanno nulla di sconveniente anche se Eleutherios fa sempre più fatica a nascondere l’attrazione che prova per la sorella; e quando (è il 1922) i Turchi mettono a ferro e fuoco la regione per strapparla dalle mani dei Greci che l’avevano invasa e conquistata soltanto tre anni prima, i due fratelli sono costretti a fuggire per sottrarsi a un massacro indiscriminato. È così che la folle suggestione di trasformarsi da fratello e sorella in marito e moglie, accarezzata per qualche fugace momento con quella specie di languida tristezza con la quale, al risveglio, si cerca di trattenere lo sfilacciarsi di un piacevole sogno, diviene realtà: Eleutherios, grazie a una buona dose di coraggio, faccia tosta e fortuna (e soprattutto per merito dell’aiuto ricevuto dal dottor Philobosian, un medico armeno che, in seguito al massacro della propria famiglia da parte dei Turchi, partirà per l’America proprio in compagnia di Eleutherios e Desdemona), trova posto su una nave diretta dall’altra parte dell’Atlantico. Ed ecco che durante il viaggio verso una nuova vita, quella nuova vita comincia a formarsi: Eleutherios corteggia Desdemona come fosse una ragazza conosciuta per caso durante il viaggio, lei accetta quella garbata, splendida finzione fino al punto da crederla vera; dapprima accoglie grata le galanterie di quell’uomo che fino a non molto tempo prima era solo il suo amatissimo fratello, poi, raggiante, capitola, e lo sposa: “La cerimonia ebbe luogo sul ponte; in mancanza dell’abito da sposa Desdemona aveva la testa coperta da uno scialle di seta preso in prestito […]. I due sposi ballarono la danza di Isaia. Fianco contro fianco, tenendosi per mano con le braccia incrociate, Desdemona e Lefty girarono attorno al capitano, una, due, tre volte, dipanando il bozzolo della futura vita insieme”.

In America, l’ombra della felicità si confonde con quella della colpa e del rimorso. Desdemona e il fratello-consorte, stabilitisi presso una loro cugina e suo marito, hanno un figlio, Milton. Ogni timore sulla sua salute risulta infondato, e Desdemona arriva a credere che nessuno, né Dio né il destino, la punirà per ciò che ha fatto. Ma la voce narrante, quella vita nata due volte cui la scrittura di Eugenides dona l’onniscienza degli dei della tragedia classica e insieme la lucida disillusione dei pallidi eroi della modernità, quella ragazza-ragazzo, biologicamente incerta tanto quanto è psicologicamente compatta, e che si svela, nella gioia e nella sofferenza, in un continuo slittamento di piani temporali (nel suo passato di bambina circondata dall’amore puro dei genitori e presa alla sprovvista dai capricci del suo corpo, e nel suo presente di uomo che finalmente sa chi è e che proprio per questo fugge ogni rapporto, si nega ogni coinvolgemento emotivo, ogni slancio passionale), resta in agguato. Finché non giunge anche per lei il tempo di venire alla luce. È Milton, il figlio di Desdemona, a chiudere il cerchio. Sposa Tessie, la figlia della cugina presso cui gli sposi-fratelli erano andati ad abitare, e da lei ha due figli; un maschio, Chapter Eleven, del tutto normale, e una meravigliosa bambina, Calliope, nel cui corredo genetico l’incesto che ha dato origine a tutto e le successive consanguineità fanno fiorire un gene mutato, sviluppano un particolare enzima che fa di Calliope uno pseudoermafrodito, una femmina il cui organo riproduttivo nasconde, al proprio interno, un pene e due testicoli in embrione, una ragazza dalla natura genetica maschile.

La scoperta della condizione di Calliope, le conseguenze che ne derivano, la verità che giunge inaspettata, come un improvviso rovescio di pioggia, come un secondo battesimo, pur essendo l’ossatura di Middlesex, pur tenendo il lettore incollato a ogni riga, pur commuovendo, sconvolgendo, muovendo in egual modo alla pietà e all’ilarità, non rappresentano il cuore dell’opera, che riluce nel disegno perfetto dei personaggi, nella sincera umanità con la quale vengono ritratti, e più ancora (ed è senz’altro questo il suo pregio maggiore) nella sensibilità dell’autore, capace di offrire, lasciandola intatta da pregiudizi e prese di posizione, una storia delicata, difficile, spinosa e controversa. Una storia, nella sua essenzialità, bellissima.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan.

Metastasi d’uomini e cose

Recensione de “Il figlio” di Philipp Meyer

Philipp Meyer, Il figlio, Einaudi
Philipp Meyer, Il figlio, Einaudi

L’epopea magnifica e tragica di una famiglia; la nascita di una nazione e l’annientamento di un Paese; lo sterminio di interi popoli, di civiltà antiche come la terra stessa, e l’emergere di nuove razze dominanti destinate, nell’infinito, circolare succedersi di vita e morte, a essere spazzate via e sostituite. Senza sosta e senza senso. L’eterno ritorno del sangue, della violenza, della brutalità cieca, della logica elementare, spietata e inequivocabile, della sopraffazione; oltre un secolo e mezzo di storia che altro non è se non un intrecciarsi misero e superbo di destini personali, un pallido brillare di esistenze singole perdute nell’immensità senza tempo del mondo, nello sterminato, incomprensibile splendore del cielo stellato, nel palpitante respiro del vento, nell’argenteo gorgogliare delle acque.

La selvaggia innocenza della natura, la sua eternità fragile scossa dalla ferocia dell’uomo, dalla sua sete inestinguibile di possesso, dalla sua volontà di distruzione; e la sua bellezza invincibile indifferente a ogni sfregio, a ogni insulto, il suo sovrumano, intoccabile, splendore, la sua scintilla divina che giorno dopo giorno sorprende gli occhi degli uomini come un dono inaspettato: “[…] un canyon cieco […] fluttuava […] per miglia sopra di noi, come se una catena montuosa fosse stata intagliata nella terra; c’era un lungo fiume splendente e mandrie di cervi […]. Era un vero canyon scolpito nella terra, ma riflesso da un miraggio nel cielo. Ed era ancora più grande di quanto apparisse nel miraggio: largo una decina di miglia e alto tremila metri, con muraglioni svettanti e torri e piramidi di roccia simili a punti d’osservazione, mesas e collinette isolate, sorgenti scintillanti che scorrevano fra la pietra rossa. C’erano pioppi e bagolari, e il fondovalle era ammantato di fiori selvatici […]. Al tramonto le pareti del canyon parevano incendiate, e in quella luce le nuvole in arrivo dalla prateria sembrano fumo, come se il Creatore stesse ancora forgiando la terra nella sua fucina”.

Si getta a precipizio fin dentro il cuore di un’età che ancora serba memoria dell’alba dell’uomo nel mondo, dei suoi passi terrorizzati e perduti tra immense distese d’erba e luce, e bruscamente se ne allontana (dimenticandola come ci si dimentica di tutto ciò che muore) per correre incontro a un presente d’incubo, ripugnante metastasi d’uomini e cose pazientemente creata, anno dopo anno, nel “laboratorio della civiltà”, lo splendido e travolgente romanzo Il figlio, opera seconda del giovane scrittore americano Philipp Meyer; nel canto dissonante delle voci di tre persone appartenenti alla stessa famiglia eppure così diverse tra loro da essere luna la nemesi dellaltra – il capostipite Eli, rapito bambino dai Comanche, con i quali rimane per tre anni finendo per amarli più di se stesso, tanto in gamba nel comprendere la terra e nell’accettarne le sue leggi, la sua giustizia netta e implacabile, quanto incapace di essere con e per gli altri, pur provando verso di loro un affetto profondissimo; il figlio Peter, fedele alla propria capacità di provare pietà fino al punto da non vederla sconfinare nella debolezza, da non vergognarsi di quella nobiltà pagata dall’assenza di scrupoli degli altri, a cominciare dal padre; e infine la pronipote Jeanne, erede risoluta e infelice di un impero nato dalla terra, dai pascoli e dal bestiame e poi cresciuto a dismisura grazie al petrolio – Meyer racconta l’America e nel farlo la scopre una seconda volta.

La sua scrittura fiammeggiante, eroica e sordida, battezzata nella meraviglia e nell’atrocità, ha la lealtà di una promessa e la dolorosa sincerità di una confessione. Ai suoi personaggi l’autore regala laceranti dilemmi senza risposta, ne descrive dubbi, rimorsi, fuggevoli istanti di gioia e quiete, dà forma e sostanza a Erinni urlanti di ricordi, che sacrificano al tormento ogni istante di vita, finché il dolore chiuso in quelle anime, come un fiume non più trattenuto dagli argini, arriva a bagnare di sangue e lacrime ogni angolo di quel mondo scomparso nel sangue e riforgiato nelle logiche di sterminio della ricchezza e della povertà, finché l’amore di Eli per i suoi fratelli indiani prima e per la moglie e i figli bianchi poi non si unisce alla morte subita e inflitta in quel cerchio perfetto di torti e ragioni, di prevaricazione e misericordia che tutti gli uomini ereditano semplicemente nascendo, finché Peter con il suo cuore colmo d’amore non giunge a covare pensieri di morte e Jeanne si trova costretta ad ammettere che tutto il suo bisogno d’amore, per quanto appagato, non serve a darle quel che davvero desidera: il rispetto di sé. Mentre il tempo, che tutto conosce degli uomini, silenzioso compie la sua opera, che forse è giustizia, forse vendetta.

Il figlio è un romanzo di rara bellezza, è un’odissea che profuma d’epica senza nulla concedere al mito, è polvere, sudore, ferite e piaghe; è lacrime, e corpi allacciati nell’amore e nella battaglia; è un viaggio, coraggioso e indimenticabile, verso la verità.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Cristiana Mennella. Buona lettura.

Mi hanno profetizzato che sarei vissuto fino a cent’anni e siccome li ho compiuti non vedo perché dovrei dubitarne. Non morirò da cristiano, ma il mio scalpo è intatto e se esiste un terreno di caccia eterno, lì sono diretto. Oppure allo Stige. Al momento credo che la mia vita sia stata fin troppo breve: quanto bene potrei fare se mi fosse concesso un altro anno in piedi. Invece sono inchiodato a questo letto, a farmela addosso come un poppante. Se il Creatore riterrà di darmi la forza mi incamminerò verso il fiume che attraversa il pascolo. L’ansa orientale del Nueces. Ho sempre preferito il Fiume del Diavolo. Nei miei sogni l’ho raggiunto per tre volte, ed è noto che nella sua ultima notte di vita mortale Alessandro Magno sgusciò fuori dal palazzo e cercò di calarsi nell’Eufrate, sapendo che se il suo corpo fosse scomparso, il popolo lo avrebbe creduto asceso al cielo come un dio. La moglie lo fermò sulla riva. Lo trascinò a casa perché morisse da semplice uomo. E poi mi chiedono perché non mi sono risposato.