Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Finché morte non vi separi

Recensione di “Non si uccidono così anche i cavalli?” di Horace McCoy

Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli?, Terre di Mezzo Editore

Un imputato, un giudice e una sentenza sul punto di essere pronunciata. E una condanna prossima a essere eseguita. Una condanna per omicidio. Una condanna per un assassinio a sangue freddo che tuttavia potrebbe non essere stato altro che un atto di pietà, una disperata richiesta di aiuto finalmente compresa, raccolta e accolta, soddisfatta. Una sentenza, pronunciata nel pieno rispetto di tutte le leggi vigenti, le umane come le divine, e tra il principio e la fine di essa, tra il principio e la fine di tutto, il ricordo di come le cose si sono svolte, di quel che è accaduto. Si snoda con un lungo flashback, all’interno del quale il legame con il presente è sfumato, fragile, quasi che il qui e ora non avesse importanza né significato alcuno, lo splendido, intensissimo romanzo di Horace McCoy Non si uccidono così anche i cavalli?; un flashback che ha allo stesso tempo il disordine del flusso di coscienza e la precisione della testimonianza, la parzialità del resoconto e l’onestà piena, commossa e pura della confessione. Nel racconto innocente di un giovane, McCoy, senza darlo a vedere, disegna il ritratto sconvolgente di un’America spezzata dalla Grande Depressione, nella quale si sopravvive masticando sogni e dove le dorate porte di Hollywood, in apparenza a portata di mano, non sono che un crudele miraggio. Continua a leggere Finché morte non vi separi

La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

Al fiume basta la continuità

William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi
William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

Sulle tracce della storia. Quella esaltante ed eroica dei Corps of Discovery agli ordini di William Clark e Meriwether Lewis, che al principio del XIX secolo attraversarono un Ovest ancora selvaggio e inesplorato per raggiungere la costa bagnata dall’Oceano Pacifico; e insieme quella artistico-avventurosa di Karl Bodmer, talentuoso pittore che il principe tedesco Massimiliano volle accanto a sé nella spedizione che organizzò e che partì alla volta dell’America del Nord nel 1832. Sulle tracce dei loro sacrifici e delle loro scoperte, lungo il filo esilissimo, e nonostante ciò impossibile da spezzare, di memorie trascritte in dettagliati diari di viaggio, di emozioni travolgenti tramutate, grazie all’incantesimo dell’arte, in magnifici disegni, in acquarelli colmi di squisita grazia. Dal passato al presente lungo l’eco della storia, alla ricerca di una terra scomparsa eppure ancora viva, nascosta come un animale braccato ed esuberante di vita come un giorno appena sorto; da ciò che è stato ieri fino alle contraddizioni dell’oggi a cavallo della sola eternità che a un essere umano è possibile contemplare: quella di un fiume. Testimone silenzioso (ma niente affatto muto) del trascorrere del tempo, del volgere dei millenni, del respiro stesso della terra, il fiume, o meglio l’intrico di fiumi, la frastagliata ragnatela di corsi d’acqua che in ogni direzione corre lungo il continente americano, è il teatro di Nikawa, superbo capitolo conclusivo della trilogia di romanzi di viaggi dedicata da William Least Heat-Moon alla riscoperta del “Nuovo Mondo”. Dopo Strade blu e Prateria (entrambi recensiti in questo blog), l’autore racconta la realizzazione del proprio sogno più grande, cullato per oltre vent’anni e meticolosamente preparato: l’attraversamento dell’America dall’Atlantico al Pacifico a bordo di una barca, un “[…] incrocio fra una barca per la pesca alle aragoste e un rimorchiatore da porto d’inizio Novecento” battezzata Nikawa, “[…] un nome che coniai io stesso mettendo insieme le parole osage ni (fiume) e kawa (cavallo); si pronuncia Nii-cah-uah. Era davvero una cavallina di fiume, forte ma gentile”. Alternando, in uno stile di scrittura elegantissimo e ricco di suggestioni, aneddoti personali, rievocazione di particolari momenti storici e minuziosi resoconti di viaggio (a volte semplicemente curiosi e divertenti, altre volte cupi e drammatici), Least Heat-Moon conduce con sé il lettore in un cammino che non somiglia a nessun altro; il fiume (anzi, i numerosi fiumi cavalcati da Nikawa) respira in ogni pagina come una divinità immanente, nelle sue acque scure e gorgoglianti, o limpide e calme, nel suo letto profondo che nasconde il tempo stesso e tutto ciò che nel suo grembo infinito è sorto e tramontato, la sfida lanciata dall’autore a se stesso, la traversata quasi impossibile che uno sparuto gruppo di amici (mai nominati per nome, perché sul fiume non c’è spazio per gli individui ma soltanto per chi sceglie di immergercisi, diventando in questo modo egli stesso fiume, ma racchiusi dentro “etichette” identificative del ruolo di ciascuno: Pilotis, l’indispensabile copilota, il Photographo, incaricato di immortalare Nikawa in azione, il Professore, cui spetta il compito di precedere chi va sul fiume e di trainare la barca lungo quei pochissimi chilometri di traversata impossibili da fare in acqua) decide di compiere, non sono soltanto un’avventura, o una studiata pazzia, bensì un bisogno irrefrenabile di riscoprir se stessi e il proprio posto nel mondo in un incontro diretto con i luoghi che abitiamo senza conoscere, che sfruttiamo senza neppure renderci conto di farlo, che ignoriamo malgrado essi non cessino di parlarci, di ammonirci. “Vent’anni fa”, scrive Least Heat-Moon, “avevo già percorso così tanti chilometri di strade americane che sapevo ormai in agguato il giorno in cui non avrei più potuto prendere il volo verso posti nuovi – come Huck Finn, originario del Missouri come me, nonché viaggiatore fluviale. Fu allora che notai la ragnatela di linee azzurro pallido che ricamavano il mio atlante come vene varicose. Erano fiumi. Cominciai a seguire col dito quelle contorsioni, alla ricerca di un modo per attraversare l’America in barca […]. Una notte, sedici mesi prima di partire, fremente di eccitazione, individuai quella che credevo fosse l’ultima tessera di questo mosaico fluviale e in quel momento capii di dover intraprendere il viaggio a qualsiasi costo. Quando un Graal fa la sua comparsa, l’anima deve seguirlo”.

In oltre 500 pagine che non fanno mai registrare cali di tensione né ripetizioni di sorta, Least Heat-Moon (come già fatto, seppur in modo differente, negli altri capitoli del suo magnifico affresco letterario) squaderna dinanzi al lettore sbalordito e affascinato un America completamente inedita, un luogo della terra e dello spirito dove miracolosamente convivono (per quanto in un equilibrio sempre più precario e pericoloso) uomo e natura, dove l’ingegneria, la tecnica e la scienza sono allo stesso tempo dimostrazione della potenza degli uomini e della loro capacità di adattare l’ambiente alle proprie necessità e prova inconfutabile e tragica di una rovinosa miopia della mente e della cuore, e dove (come nelle indimenticabili pagine centrali del libro, dedicate alla navigazione sul fiume più ingovernabile ed enigmatico d’America, il Missouri, fatale e irresistibile come un canto di sirena) tutto ciò che è primordiale e incorrotto ha ancora la forza di far sentire la propria voce, di soffiare il proprio fiato nel vento, di mugghiare il proprio canto nell’incresparsi perenne delle onde, nel fluire incessante della corrente.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Bosonetto. Buona lettura e buone vacanze a tutti.

Se volete i particolari: aveva un nocciolo di balsa spesso cinque centimetri ricoperto di vetroresina, con scafo piatto a poppa e a V a prua; lunga poco più di sei metri e mezzo e larga quasi due e mezzo nel punto di massima ampiezza; circa settecentosettanta chilogrammi di peso vuota, venti centimetri di pescaggio minimo che diventavano settantacinque con motore a carico; modello C-Dory, costruita vicino a Seattle nel gennaio del 1995. La barca poteva essere facilmente caricata su un piccolo rimorchio.

Il gioco delle pulci e la poesia

agonia agapeUn saggio trasformato in un romanzo; il lavoro di un’intera vita, in attesa di essere sistematizzato e concluso, divenuto, nella piena coincidenza tra personaggio e autore, prosa, e stile, e musicalità della lingua, e armonia del periodo. E l’arte, privilegiato oggetto di riflessione, che perde di significato e svanisce in un tempo nel quale “ciascuno è artista di se stesso”, in un tempo in cui, poiché ogni cosa è riproducibile, niente che sia davvero autentico è più necessario. L’arte, dunque, categoria dello spirito in via di estinzione, che si riflette nel corpo martoriato di uno scrittore ossessionato dal suo lavoro, che frammentata occhieggia da decine, centinaia di appunti presi, da migliaia di libri accatastati in ogni dove in una stanza che è insieme camera d’ospedale e studio privato, che sussurra nelle citazioni di poeti, scienziati, romanzieri, musicisti e filosofi, che come un rimorso tortura nel cortocircuito di un pensiero nuovo eppure in qualche modo già pensato, già consegnato alla storia, forse addirittura già dimenticato. L’arte, la scintilla creativa dalla quale si origina, la sua produzione in serie assicurata dalla meccanizzazione dei processi, dall’innovazione tecnologica, la sua trasformazione in merce, in bene di consumo universale, la sua oscena democratizzazione – “[…] e allora ecco Bentham secondo cui ‘a pari quantità di piacere arrecato, il gioco delle pulci vale tanto quanto la poesia’, visto la parola ‘quantità’? La quantità del piacere non la qualità, è questo il punto, e poi arrivano le macchine digitali, le macchine che Norbert Wiener chiamava ‘tutto o niente’, una macchina che conta dà origine al sistema binario e con esso al computer, per cui Wiener ci racconta di un geniale ingegnere americano che è andato ad acquistarsi un pianoforte automatico assai costoso. Il gioco delle pulci o la poesia, non gliene frega un accidente della musica però lo affascina il complicato meccanismo che la produce, ecco l’America com’era, cos’era la meccanizzazione, cos’era la democrazia e la deificazione della democrazia cent’anni fa” – è il centro di gravità de L’agonia dell’agape, ultima opera di William Gaddis (in Italia pubblicata da Alet Edizioni, tradotta da Fabio Zucchella e corredata da un’ottima postfazione a cura di Joseph Tabbi). “Canto del cigno” (a parere proprio di Tabbi) del geniale scrittore americano, L’agonia dell’agape, per uno squisito paradosso letterario, risulta essere perfettamente coerente con il resto della sua opera pur nascendo in totale discontinuità con essa; il romanzo, infatti, che ha la furia distruttiva del pamphlet e la potenza del j’accuse, che trascina con sé il lettore nella tempestosa violenza di una prosa armata, scagliata sulla carta come fosse un proiettile, una prosa tambureggiante, bellicosa, portatrice di consapevolezza e verità e responsabile del proprio compito, in origine doveva essere tutt’altro, e cioè (è ancora Tabbi a spiegare) “un’esauriente storia sociale del piano meccanico in America, i cui lineamenti possono essere rintracciati nelle migliaia di appunti, ritagli, documenti di lavoro, abbozzi e frammenti che Gaddis lasciò alla sua morte”. Di questo progetto, mai portato a termine, Gaddis ha sparso tracce negli altri suoi romanzi (in special modo nei suoi capolavori JR e Le perizie); seminando indizi, egli ha lasciato trasparire la storia che sta a fondamento di tutte le altre storie da lui narrate, “una cronologia che parte dall’invenzione del piano meccanico nel 1876 e arriva al 1929, ‘quando crollarono il mondo del piano meccanico e ogni altra cosa’”; celando, o per dir con maggior esattezza mostrando solo in parte, nell’irresistibile complessità delle sue riflessioni sul denaro (JR) e sul rapporto tra finzione e realtà, decisamente sbilanciato a favore della prima (Le perizie), il tema dal quale tutti gli altri temi si originano (“La teoria del caos come mezzo per arrivare all’ordine”), William Gaddis prepara la strada proprio a L’agonia dell’agape, vissuto come l’atto conclusivo di un percorso conoscitivo e artistico che coincide con la vita stessa.

Così, ecco che nelle brevi, dense, incalzanti pagine di questo romanzo qualsiasi mediazione viene annullata in quanto totalmente inutile. L’identità tra scrittore e personaggio rende superflua ogni parentesi descrittiva (ciò che dobbiamo sapere della voce narrante lo sappiamo immediatamente; si tratta di uno scrittore non più giovane, malato, con un unico pensiero in  mente, terminare il proprio saggio), così come la realtà immediata, il qui e ora, l’esigenza dell’uomo Gaddis che è la medesima esigenza del Gaddis riprodotto sulla carta, rende superflua la ricerca e la costruzione di altri personaggi (tutti sostituiti da figure reali; il già citato Bentham, e poi Benjamin, Freud, Tolstoj, Platone, Kierkegaard, Huizinga, Flaubert, Melville, Jung, Shakespeare, Nietszche, Dodds, Bernhard, Blake, Dostoevskij …). Il puro materiale romanzesco, dunque, svanisce dinanzi a ciò che è essenzialmente romanzo, alla novella che ha sostituito il saggio per poterlo raccontare, all’invenzione e allo stile che hanno preso il posto della sistematicità per poterle regalare espressione, per riuscire a darle voce. Squisito paradosso letterario, si diceva; il paradosso cercato da uno scrittore dotato di un talento unico per non arrendersi all’indicibile, il paradosso voluto da uno degli autori più significativi del Novecento, capace di portare il romanzo oltre se stesso, di disegnare una nuova geografia per la parola scritta: “Quella era la Giovinezza con la sua spericolata esuberanza, quando ogni cosa era possibile, inseguita dall’Età in cui ci troviamo adesso, e ricordiamo ciò che abbiamo distrutto, ciò che abbiamo strappato via da quell’io che poteva fare di più, e quella mia opera che è diventata il mio nemico, perché di questo io posso parlarvi, della Giovinezza che poteva fare qualunque cosa”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

No ma vedete, io devo spiegare tutto perché io non, noi non sappiamo quanto tempo è rimasto e io devo lavorare sul, devo finire questo mio libro e insomma mi sono portato tutta questa pila di libri, appunti pagine ritagli e Dio sa cosa, devo ordinare e organizzare, per il giorno in cui questa proprietà verrà divisa e gli affari e tutti gli impicci che ne derivano, nel frattempo mi tengono qui per farmi a pezzi e raschiarmi e ricucirmi e poi farla di nuovo a pezzi questa maledetta gamba guardatela, tutta piena di punti metallici come quella vecchia cotta dell’armatura giapponese in sala da pranzo, ho l’impressione che mi stiano demolendo pezzo dopo pezzo.

5 alfa reduttasi

Jeffery Eugenides, Middlesex, Mondadori
Jeffrey Eugenides, Middlesex, Mondadori

“Cantami, o diva, del quinto cromosoma la mutazione recessiva! Cantami di come fiorì sui pendii del Monte Olimpo, due secoli e mezzo or sono, tra capre che belavano e olive che rotolavano. Cantami le nove generazioni per cui viaggiò sotto mentite spoglie, sopito nel sangue inquinato della famiglia Stephanides. E cantami la Provvidenza, che sotto forma di massacro lo risvegliò per trasportarlo, come fa con i semi il vento, fino in America, dove le piogge industriali lo fecero precipitare su quel fertile terreno del Midwest che era il ventre di mia madre”. Le parole di un essere umano, di una creatura nata due volte, “bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 […] maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974”, sospese, nel semiserio richiamo dell’età d’oro della classicità, tra l’ineluttabilità feroce e implacabile della tragedia e un’amara consapevolezza di sapore aristofanesco, rabbiosa, selvaggia e cupa nelle proprie riflessioni e tuttavia non priva di spensieratezza, e adorna persino di una sorta di allegro fatalismo, aprono – coinvolgendo fin da subito il lettore in una vicenda dolorosa e dolcissima, nella quale senza sosta si rincorrono amore e rimorso, colpa e sacrificio, e dove ogni cosa è sfiorata dalle gelide dita di un segreto tormento scatenato da un peccato abbracciato con coscienza pura e cuore traboccante di desiderio – lo splendido romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides, vincitore nel 2003 del premio Pulitzer per la Narrativa. Eugenides, americano di nascita ma greco d’origine (i genitori di suo padre erano emigrati negli Stati Uniti dalla Grecia), guarda un po’ alla storia della sua famiglia, e un po’ a quella scritta nei libri di scuola nel raccontare l’odissea della famiglia Stephanides, cominciata al principio del XX secolo nel piccolo villaggio di Bitinio, in Asia Minore, non lontano “dall’antica Brussa, capitale dell’Impero ottomano”. Qui, Desdemona Stephanides, nonna della voce narrante nata due volte (protagonista indiscussa dell’opera e nello stesso tempo personaggio tra gli altri, ritratto di una ricca galleria di indimenticabili figure), si dedica in tranquillità alla coltivazione dei bachi da seta in compagnia del fratello Eleutherios, detto Lefty. I sentimenti che uniscono i due giovani non hanno nulla di sconveniente anche se Eleutherios fa sempre più fatica a nascondere l’attrazione che prova per la sorella; e quando (è il 1922) i Turchi mettono a ferro e fuoco la regione per strapparla dalle mani dei Greci che l’avevano invasa e conquistata soltanto tre anni prima, i due fratelli sono costretti a fuggire per sottrarsi a un massacro indiscriminato. È così che la folle suggestione di trasformarsi da fratello e sorella in marito e moglie, accarezzata per qualche fugace momento con quella specie di languida tristezza con la quale, al risveglio, si cerca di trattenere lo sfilacciarsi di un piacevole sogno, diviene realtà: Eleutherios, grazie a una buona dose di coraggio, faccia tosta e fortuna (e soprattutto per merito dell’aiuto ricevuto dal dottor Philobosian, un medico armeno che, in seguito al massacro della propria famiglia da parte dei Turchi, partirà per l’America proprio in compagnia di Eleutherios e Desdemona), trova posto su una nave diretta dall’altra parte dell’Atlantico. Ed ecco che durante il viaggio verso una nuova vita, quella nuova vita comincia a formarsi: Eleutherios corteggia Desdemona come fosse una ragazza conosciuta per caso durante il viaggio, lei accetta quella garbata, splendida finzione fino al punto da crederla vera; dapprima accoglie grata le galanterie di quell’uomo che fino a non molto tempo prima era solo il suo amatissimo fratello, poi, raggiante, capitola, e lo sposa: “La cerimonia ebbe luogo sul ponte; in mancanza dell’abito da sposa Desdemona aveva la testa coperta da uno scialle di seta preso in prestito […]. I due sposi ballarono la danza di Isaia. Fianco contro fianco, tenendosi per mano con le braccia incrociate, Desdemona e Lefty girarono attorno al capitano, una, due, tre volte, dipanando il bozzolo della futura vita insieme”.

In America, l’ombra della felicità si confonde con quella della colpa e del rimorso. Desdemona e il fratello-consorte, stabilitisi presso una loro cugina e suo marito, hanno un figlio, Milton. Ogni timore sulla sua salute risulta infondato, e Desdemona arriva a credere che nessuno, né Dio né il destino, la punirà per ciò che ha fatto. Ma la voce narrante, quella vita nata due volte cui la scrittura di Eugenides dona l’onniscienza degli dei della tragedia classica e insieme la lucida disillusione dei pallidi eroi della modernità, quella ragazza-ragazzo, biologicamente incerta tanto quanto è psicologicamente compatta, e che si svela, nella gioia e nella sofferenza, in un continuo slittamento di piani temporali (nel suo passato di bambina circondata dall’amore puro dei genitori e presa alla sprovvista dai capricci del suo corpo, e nel suo presente di uomo che finalmente sa chi è e che proprio per questo fugge ogni rapporto, si nega ogni coinvolgemento emotivo, ogni slancio passionale), resta in agguato. Finché non giunge anche per lei il tempo di venire alla luce. È Milton, il figlio di Desdemona, a chiudere il cerchio. Sposa Tessie, la figlia della cugina presso cui gli sposi-fratelli erano andati ad abitare, e da lei ha due figli; un maschio, Chapter Eleven, del tutto normale, e una meravigliosa bambina, Calliope, nel cui corredo genetico l’incesto che ha dato origine a tutto e le successive consanguineità fanno fiorire un gene mutato, sviluppano un particolare enzima che fa di Calliope uno pseudoermafrodito, una femmina il cui organo riproduttivo nasconde, al proprio interno, un pene e due testicoli in embrione, una ragazza dalla natura genetica maschile.

La scoperta della condizione di Calliope, le conseguenze che ne derivano, la verità che giunge inaspettata, come un improvviso rovescio di pioggia, come un secondo battesimo, pur essendo l’ossatura di Middlesex, pur tenendo il lettore incollato a ogni riga, pur commuovendo, sconvolgendo, muovendo in egual modo alla pietà e all’ilarità, non rappresentano il cuore dell’opera, che riluce nel disegno perfetto dei personaggi, nella sincera umanità con la quale vengono ritratti, e più ancora (ed è senz’altro questo il suo pregio maggiore) nella sensibilità dell’autore, capace di offrire, lasciandola intatta da pregiudizi e prese di posizione, una storia delicata, difficile, spinosa e controversa. Una storia, nella sua essenzialità, bellissima.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan.

Metastasi d’uomini e cose

Recensione de “Il figlio” di Philipp Meyer

Philipp Meyer, Il figlio, Einaudi
Philipp Meyer, Il figlio, Einaudi

L’epopea magnifica e tragica di una famiglia; la nascita di una nazione e l’annientamento di un Paese; lo sterminio di interi popoli, di civiltà antiche come la terra stessa, e l’emergere di nuove razze dominanti destinate, nell’infinito, circolare succedersi di vita e morte, a essere spazzate via e sostituite. Senza sosta e senza senso. L’eterno ritorno del sangue, della violenza, della brutalità cieca, della logica elementare, spietata e inequivocabile, della sopraffazione; oltre un secolo e mezzo di storia che altro non è se non un intrecciarsi misero e superbo di destini personali, un pallido brillare di esistenze singole perdute nell’immensità senza tempo del mondo, nello sterminato, incomprensibile splendore del cielo stellato, nel palpitante respiro del vento, nell’argenteo gorgogliare delle acque.

La selvaggia innocenza della natura, la sua eternità fragile scossa dalla ferocia dell’uomo, dalla sua sete inestinguibile di possesso, dalla sua volontà di distruzione; e la sua bellezza invincibile indifferente a ogni sfregio, a ogni insulto, il suo sovrumano, intoccabile, splendore, la sua scintilla divina che giorno dopo giorno sorprende gli occhi degli uomini come un dono inaspettato: “[…] un canyon cieco […] fluttuava […] per miglia sopra di noi, come se una catena montuosa fosse stata intagliata nella terra; c’era un lungo fiume splendente e mandrie di cervi […]. Era un vero canyon scolpito nella terra, ma riflesso da un miraggio nel cielo. Ed era ancora più grande di quanto apparisse nel miraggio: largo una decina di miglia e alto tremila metri, con muraglioni svettanti e torri e piramidi di roccia simili a punti d’osservazione, mesas e collinette isolate, sorgenti scintillanti che scorrevano fra la pietra rossa. C’erano pioppi e bagolari, e il fondovalle era ammantato di fiori selvatici […]. Al tramonto le pareti del canyon parevano incendiate, e in quella luce le nuvole in arrivo dalla prateria sembrano fumo, come se il Creatore stesse ancora forgiando la terra nella sua fucina”.

Si getta a precipizio fin dentro il cuore di un’età che ancora serba memoria dell’alba dell’uomo nel mondo, dei suoi passi terrorizzati e perduti tra immense distese d’erba e luce, e bruscamente se ne allontana (dimenticandola come ci si dimentica di tutto ciò che muore) per correre incontro a un presente d’incubo, ripugnante metastasi d’uomini e cose pazientemente creata, anno dopo anno, nel “laboratorio della civiltà”, lo splendido e travolgente romanzo Il figlio, opera seconda del giovane scrittore americano Philipp Meyer; nel canto dissonante delle voci di tre persone appartenenti alla stessa famiglia eppure così diverse tra loro da essere luna la nemesi dellaltra – il capostipite Eli, rapito bambino dai Comanche, con i quali rimane per tre anni finendo per amarli più di se stesso, tanto in gamba nel comprendere la terra e nell’accettarne le sue leggi, la sua giustizia netta e implacabile, quanto incapace di essere con e per gli altri, pur provando verso di loro un affetto profondissimo; il figlio Peter, fedele alla propria capacità di provare pietà fino al punto da non vederla sconfinare nella debolezza, da non vergognarsi di quella nobiltà pagata dall’assenza di scrupoli degli altri, a cominciare dal padre; e infine la pronipote Jeanne, erede risoluta e infelice di un impero nato dalla terra, dai pascoli e dal bestiame e poi cresciuto a dismisura grazie al petrolio – Meyer racconta l’America e nel farlo la scopre una seconda volta.

La sua scrittura fiammeggiante, eroica e sordida, battezzata nella meraviglia e nell’atrocità, ha la lealtà di una promessa e la dolorosa sincerità di una confessione. Ai suoi personaggi l’autore regala laceranti dilemmi senza risposta, ne descrive dubbi, rimorsi, fuggevoli istanti di gioia e quiete, dà forma e sostanza a Erinni urlanti di ricordi, che sacrificano al tormento ogni istante di vita, finché il dolore chiuso in quelle anime, come un fiume non più trattenuto dagli argini, arriva a bagnare di sangue e lacrime ogni angolo di quel mondo scomparso nel sangue e riforgiato nelle logiche di sterminio della ricchezza e della povertà, finché l’amore di Eli per i suoi fratelli indiani prima e per la moglie e i figli bianchi poi non si unisce alla morte subita e inflitta in quel cerchio perfetto di torti e ragioni, di prevaricazione e misericordia che tutti gli uomini ereditano semplicemente nascendo, finché Peter con il suo cuore colmo d’amore non giunge a covare pensieri di morte e Jeanne si trova costretta ad ammettere che tutto il suo bisogno d’amore, per quanto appagato, non serve a darle quel che davvero desidera: il rispetto di sé. Mentre il tempo, che tutto conosce degli uomini, silenzioso compie la sua opera, che forse è giustizia, forse vendetta.

Il figlio è un romanzo di rara bellezza, è un’odissea che profuma d’epica senza nulla concedere al mito, è polvere, sudore, ferite e piaghe; è lacrime, e corpi allacciati nell’amore e nella battaglia; è un viaggio, coraggioso e indimenticabile, verso la verità.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Cristiana Mennella. Buona lettura.

Mi hanno profetizzato che sarei vissuto fino a cent’anni e siccome li ho compiuti non vedo perché dovrei dubitarne. Non morirò da cristiano, ma il mio scalpo è intatto e se esiste un terreno di caccia eterno, lì sono diretto. Oppure allo Stige. Al momento credo che la mia vita sia stata fin troppo breve: quanto bene potrei fare se mi fosse concesso un altro anno in piedi. Invece sono inchiodato a questo letto, a farmela addosso come un poppante. Se il Creatore riterrà di darmi la forza mi incamminerò verso il fiume che attraversa il pascolo. L’ansa orientale del Nueces. Ho sempre preferito il Fiume del Diavolo. Nei miei sogni l’ho raggiunto per tre volte, ed è noto che nella sua ultima notte di vita mortale Alessandro Magno sgusciò fuori dal palazzo e cercò di calarsi nell’Eufrate, sapendo che se il suo corpo fosse scomparso, il popolo lo avrebbe creduto asceso al cielo come un dio. La moglie lo fermò sulla riva. Lo trascinò a casa perché morisse da semplice uomo. E poi mi chiedono perché non mi sono risposato.

Un ombrello rovesciato di convinzioni e speranze

Recensione di “Sulla strada” di Jack Kerouac

Jack Kerouac, Sulla strada, Mondadori
Jack Kerouac, Sulla strada, Mondadori

Sulla strada, uscito in America nel 1957, compare due anni dopo nella storica collana «Medusa» di Mondadori, tradotto da Magda de Cristofaro, con una prefazione di Fernanda Pivano. Da allora quel libro e, in misura minore, gli altri di Jack Kerouac hanno conosciuto qui da noi (ma anche in Francia e in Germania) una fortuna ininterrotta, sull’onda di decine di migliaia di tascabili l’anno […]. In Italia sono stati soprattutto i ragazzi, i ventenni, a passarsi la parola e il testimone, anche attraverso una frattura epocale come quella del Sessantotto, quando certi atteggiamenti di Kerouac in materia di politica venivano giudicati, con qualche sbrigatività ma non a torto, fascistoidi. La parola ha continuato a trasmettersi attraverso gli anni, finché, col volgere delle generazioni, non sono stati i fratelli maggiori, e poi i padri e le madri, a suggerire ai nuovi adolescenti il nome dello scrittore amato. È verosimile che Kerouac non sia un autore cui si ritorna più avanti nella vita, e però sembra rappresentare un passaggio obbligato per un vasto numero di giovani. Sulla strada, in particolare, libro deliberatamente scritto come testimonianza di un’esperienza vissuta, riesce a produrre sui suoi lettori un effetto di forte riconoscimento, addirittura di identificazione, pur se vicaria, che non si allenta malgrado il trascorrere dei decenni e il mutare delle circostanze. Ora che, a più di quarant’anni dalla prima traduzione, Kerouac passa dai tascabili dell’edicola allo scaffale nobile dei «Meridiani» e, presumibilmente, nelle mani di un pubblico non adolescente ma anzi avvezzo alle letture dei classici antichi e moderni (proprio il tipo di pubblico cui lo scrittore non ha mai inteso rivolgersi), chi lo ripresenta non può fare a meno di interrogarsi in primo luogo sulle ragioni di tanto successo”.

Con queste parole Mario Corona, nella lunga e densa prefazione agli scritti di Kerouac pubblicati da Mondadori nella collana i Meridiani (e significativamente intitolata Jack Kerouac, o della contraddizione), introduce i lettori alla scoperta – o se si vuole alla riscoperta – di un fenomeno letterario unico: quello rappresentato da uno scrittore generazionale legatissimo al proprio tempo, alla propria età, che esaurisce l’atto (e il senso stesso) dello scrivere alla genuina espressione di sé, alla soddisfazione di un bisogno, di una necessità, e tuttavia si rivela capace, al di là del passare del tempo, di attrarre sempre la medesima generazione, che di fronte alla prosa di Kerouac, alla sua sincerità brutale eppure costantemente circonfusa d’innocenza, ritrova se stessa, si riconosce per ciò che essenzialmente è.

Custode di un “umanesimo ingenuamente laico e libertario”, di un idealismo così generico e indefinito (ma allo stesso tempo palpitante, vivo, autentico) da scivolare nella neutra universalità dellindistinzione, di un’utopia presentata come sogno condiviso e insieme come tensione verso un futuro possibile, come giusta rivendicazione (o meglio come la sola, giusta rivendicazione possibile) di un essere del mondo e nel mondo, Sulla strada è un’autobiografia collettiva, e come tale si racconta.

Le sue pagine confuse e furenti, l’infuocata immediatezza del linguaggio, le amicizie e gli amori vissuti e consumati come fossero gradini di un’immaginaria scala evolutiva culminante nella piena conoscenza (e di conseguenza nella compiuta rappresentazione) di sé, hanno l’aspetto bizzarro e affascinante di un ombrello rovesciato pronto ad accogliere le convinzioni e le speranze di tutti; nei panni del suo alter ego Sal Paradise, protagonista del romanzo, Kerouac e i suoi compagni d’avventura – Dean Moriarty/Neal Cassady, Old Bull Lee/William S. Burroughs, Carlo Marx/Allen Ginsberg – affamati di idee e libertà, sacerdoti del culto terreno (e umano, troppo umano) dell’improvvisazione e della precarietà attraversano a più riprese lo sconfinato continente americano da una costa all’altra come per metterne alla prova la finitezza, per sfidarlo, per suggerne l’anima, per definizione priva di limiti.

In queste ripetute, ossessive traversate, la generazione di Paradise, e con essa tutte le generazioni a venire, stregate e commosse dal quel Vangelo anarchico e atemporale che è Sulla strada (e l’atemporalità, si noti, è quanto di più prossimo all’eternità, all’immortalità, che in letteratura appartiene in misura eminente ai classici greci e latini), urlano, più che il proprio disincanto nei confronti di un ordine sociale che rifiutano, la propria unicità, il proprio inimitabile splendore. “La parola d’ordine”, scrive ancora Corona, “discende da Blake a Rimbaud a Whitman a Huxley fino a Genet, Ginsberg e Burroughs: sregolare i sensi, aprire con ogni mezzo le porte della percezione, far ricircolare l’energia vitale primigenia, secondo l’esortazione di Whitman […]«Schiodate i chiavistelli dalle porte!/Anzi, schiodate le porte stesse dai cardini!»”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per i Meridiani Mondadori, è di Marisa Caramella. Buona lettura e buon Primo Maggio a tutti.

Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me. Con l’arrivo di Dean Moriarty cominciò quella parte della mia vita che si può chiamare la mia vita sulla strada. Prima di allora avevo spesso fantasticato di attraversare il Paese, ma erano sempre progetti vaghi, e non ero mai partito. Dean è il compagno perfetto per mettersi sulla strada, perché c’è addirittura nato, sulla strada, nel 1926, mentre i suoi genitori si trovavano a passare per Salt Lake City a bordo di una vecchia automobile sfiancata, diretti a Los Angeles.

La forza è diritto

Issac B. Singer, Nemici - Una storia d'amore, Tea
Issac B. Singer, Nemici – Una storia d’amore, Tea

Come sopravvivere a un passato che non si riesce a dimenticare? Come resistere all’eterno ritorno dell’orrore, del dolore, della fame, della fatica, dell’annullamento di sé? Cosa resta a chi è rimasto orfano della misericordia di Dio, a chi non può più ricorrere al sostegno del pensiero razionale, a chi è condannato a rivivere in ogni momento il genocidio del suo popolo? Cosa resta, a chi è scampato alla perfetta macchina di sterminio nazista, se non il sordo rimorso di avercela fatta, di essere null’altro che un’inspiegabile eccezione biologica tra milioni di cadaveri? Il tormento di queste domande, destinate a non avere risposta, è l’inferno quotidiano di Herman Broder, protagonista del lacerante romanzo di Isaac Bashevis Singer Nemici – Una storia d’amore. Ambientata, negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, in una New York estenuata al pari degli ebrei cui ha dato ricetto, l’opera dello scrittore polacco (premio Nobel per la letteratura nel 1978) è una riflessione sul peso del ricordo e sulla sua responsabilità, e ancor più sull’uomo e sul suo posto nel mondo. Creato “a immagine e somiglianza di Dio”, Herman Broder non è in nulla diverso dagli spietati aguzzini che ha ingannato nascondendosi per anni in un fienile, assistito da Yadwiga, la governante polacca della sua famiglia; e proprio come gli assassini del Reich hitleriano anch’egli, seppur su un altro piano, non riesce a vivere senza distruggere il prossimo, senza avvilirlo, senza umiliarlo, senza esercitare su di esso la sola legge che sembra governare il mondo, gli uomini, gli animali e le cose: “la forza è diritto”. Marito della buona e remissiva Yadwiga (sposata con ogni probabilità per gratitudine), Herman si mantiene scrivendo libri e articoli per un rabbino ricco e corrotto, che si occupa di ogni genere di intrallazzi, e ha un’amante, Masha, in un’altra parte della città, dalla quale si reca a intervalli regolari giustificando le assenze con impegni di lavoro. Anche la sua compagna clandestina, che vive con l’anziana e pia madre Shifrah Puah, è una testimone della Shoah; tanto affascinante quanto equivoca, sembra consumare ogni energia fisica e mentale dell’uomo. Entrambi cercano l’annullamento, o forse soltanto un momento di riposo, di quiete, di tregua, in una straripante passione fisica, ma inutilmente; a prevalere, infatti, è sempre l’incubo delle persecuzioni subite, il riproporsi incessante di un sacrificio di sangue che colpisce ogni forma di vita. Herman, che prima dell’olocausto aveva una moglie e due figli, sa che sia Yadwiga sia Masha vorrebbero un figlio da lui, ma che senso può avere, si chiede, mettere al mondo un figlio dopo un genocidio? “In un mondo nel quale i tuoi figli potevano essere strappati alla madre e fucilati, non avevi il diritto di generarne altri”.

Sono menzogne, inganni e tradimenti la realtà quotidiana di Herman Broder; egli riesce a vivere soltanto rifiutando la verità perché la verità del mondo, quella della sopraffazione continua, quella del brutale imperio degli uni sugli altri, degli uomini sui loro fratelli, quella del sistematico annientamento degli animali, il cui unico scopo pare risolversi nel loro essere una sovrabbondante scorta di cibo per il genere umano, semplicemente non è sopportabile. “Herman, scrive a questo proposito Singer, trascorse il giorno e la notte precedenti la vigilia di Yom Kippur in casa di Masha. Shifrah Puah aveva comprato due galline propiziatorie, una per sé e una per Masha; avrebbe voluto comprare un gallo per Herman ma lui glielo aveva proibito. Già da qualche tempo, ormai, stava pensando di diventare vegetariano. Ad ogni occasione, faceva rilevare che quanto i nazisti avevano fatto agli ebrei, l’uomo lo stava facendo agli animali. Come ci si poteva servire di un pollo per redimere i peccati di un essere umano? Perché un Dio compassionevole avrebbe dovuto gradire un simile sacrificio? . La sua fuga dalla realtà, tuttavia, è destinata a non approdare a nulla. L’uomo Herman Broder, se mai è esistito, è morto nel fienile in cui si è rifugiato per scampare al massacro, e tutto quel che resta di lui è un involucro di carne e sangue bisognoso unicamente dello stordimento del sesso e dell’oblio del sonno; fino a che il passato, che in continuazione lo bracca, per un crudele scherzo del fato un giorno torna a farsi materialmente presente nella ricomparsa della moglie Tamara, erroneamente creduta morta. Ed ecco che, in un progressivo calar di tenebre che prepara all’inevitabile tragedia, Tamara, nel racconto della propria odissea, aggiunge barbarie alle atrocità naziste rivelando il destino degli ebrei nel “paradiso” socialista di Stalin; ovunque campi di lavoro, ovunque persone spogliate di ogni dignità, uccise per sfinimento, per fame, ma fino all’ultimo respiro pronte a tutto pur di vivere ancora un minuto, ancora un istante. Come marionette disarticolate, balocco di un Dio folle. O peggio, crudele.

Folgorante ritratto di un’umanità al tramonto, riflessione su una salvezza impossibile perché immeritata, Nemici – Una storia d’amore, pur senza avere la solidità d’intreccio e la ricchezza espressiva dei grandi capolavori di Singer, colpisce per la radicalità delle tesi esposte, per la brutale sincerità d’accenti, e più ancora per il ritratto dei protagonisti, ciascuno impotente testimone della definitiva deriva, propria e altrui.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la brevissima nota introduttiva a cura dell’autore. La traduzione, per Tea, è di Bruno Oddera. Buona lettura.

Sebbene non abbia avuto il privilegio di passare attraverso l’olocausto di Hitler, ho vissuto per anni a New York con profughi sottrattisi a quel cimento. Per conseguenza mi affretto a dire che questo romanzo non è affatto la storia del tipico profugo, della sua vita e della sua lotta. Come quasi tutte le mie opere di narrativa, questo libro presenta un caso eccezionale, con eroi senza precedenti e una straordinaria combinazione di eventi. I personaggi non sono soltanto vittime dei nazisti, ma vittime delle loro personalità e dei loro destini. Se si adattano al quadro generale, ciò accade perché l’eccezione affonda radici nella regola. Il romanzo apparve per la prima volta nel Jewish Daily Forward, l’anno 1966, con il titolo “Sonim, die Geshichte fun a Liebe”. E’ stato tradotto da Aliza Shevrib e Elizabeth Shub, e riveduto da quest’ultima, da Rachel Mackenzie e Robert Giroux. A tutti loro esprimo la mia gratitudine.

“Non voglio dirtelo”

James Ellroy, Il sangue è randagio, Mondadori
James Ellroy, Il sangue è randagio, Mondadori

Tutto ha inizio con una rapina, chirurgica e sanguinosa. L’assalto a un furgone blindato carico di smeraldi e dollari che lascia sul campo poliziotti e malviventi (questi ultimi bruciati con un ritrovato chimico per impedirne l’identificazione) e vede fuggire un solo, misterioso uomo. Tutto ha inizio con un colpo audace e spietato che sembra dettato esclusivamente dall’avidità, dalla brama di ricchezza, ma che in realtà nasconde ben altro. Tutto ha inizio a Los Angeles nel febbraio del 1964. Eppure questa storia così oscura e impenetrabile non è che un tassello di un mosaico ben più grande, il singolo passaggio di un vastissimo complotto, una tra le innumerevoli battaglie che compongono una guerra. Teatro degli scontri è l’America degli anni sessanta e sessanta, il Paese delle opportunità e della morte, degli scontri tra bianchi e neri, dell’odio di classe e di razza sparso a piene mani, dello strapotere dell’Fbi di Hoover, delle macchinazioni della mafia, delle promesse kennediane, del sogno di Martin Luther King e dei tragici risvegli di Dallas e Memphis, della questione cubana e della lotta interna al comunismo condotta con ogni mezzo, senza scrupoli; un’America raccontata in una prosa furente e meravigliosamente generosa da James Ellroy nella sua celebre trilogia americana, che dopo i magistrali romanzi American Tabloid e Sei pezzi da mille (entrambi già recensiti in questo blog) si conclude con lo splendido Il sangue è randagio. Se a prevalere, nei primi due capitoli di questo indimenticabile affresco, è stata una sostanziale aderenza alla realtà dei fatti; se a emergere, pur in una ben definita dimensione estetico-letteraria e nel tumultuoso incalzare di una scrittura secca e straordinariamente incisiva, spietata come un’esecuzione e di ipnotica meraviglia nella sua violenza volutamente priva di mediazione, è stata una precisa volontà di documentare il passato, di testimoniarlo e attraverso la testimonianza giudicarlo – “L’America non è mai stata innocente” recita l’incipit di American Tabloid, un incipit che non ammette repliche – ne Il sangue è randagio a prendere decisamente il sopravvento è una dimensione onirica, allucinata. La verità, in questo travolgente romanzo-fiume di Ellroy, è irraggiungibile: multiforme, liquida, inafferrabile, ha i contorni indefiniti e grotteschi del delirio, la morbida inconsistenza del sogno, l’ingannevole disponibilità del desiderio. E i personaggi che nella macabra danza orchestrata dallo scrittore americano le girano attorno (la gran parte dei quali era già presente negli altri due libri, che andrebbero letti prima di abbandonarsi a questo, a eccezione del giovane e tormentato investigatore privato Donald Crutchfield e delle tre donne attorno alle quali ruota l’intera vicenda, Joan Rosen Klein, attivista comunista, Karen Sifakis, pacifista di sinistra amante dell’agente dell’Fbi Dwight Holly, uomo di fiducia di Hoover e poi del neoeletto presidente Nixon, e infine la sfuggente rivoluzionaria Celia Reyes) sono ostaggi di un’ossessione, prigionieri di un’idea fissa, ottenebrati dal ricorso continuo alle droghe, segnati da esistenze impossibili da vivere; ognuno di loro, sempre a un passo dalla follia, cerca la verità nello stesso modo in cui l’insonne cerca la quiete, nello scientifico stordimento di tranquillanti e pastiglie o nell’evocativa alchimia delle pozioni “magiche” (a più riprese Ellroy si sofferma sui riti voodoo di Haiti e sui segreti procedimenti di zombificazione custoditi da sacerdoti e bokor), e tutto quel che trova si riduce a sospetto, a ipotesi, a fantasia, a immaginazione febbrile. Consumata dalle menzogne e dai doppi giochi, corrosa dal cortocircuito del pensiero logico indotto dagli stupefacenti, brutalmente negata da un silenzio ostinato, geloso, quasi che aprirsi, concedere fiducia al prossimo, chiunque egli sia, amico, amante, compagno, equivalga a perdere irrimediabilmente se stessi e dunque condannarsi a un destino mille volte peggiore della morte – “Non voglio dirtelo”, si sussurrano l’un altro, non appena giungono a sfiorare l’intimità di cuori e menti, i diversi personaggi del romanzo – la verità naufraga, ignorata, sacrificata in nome di qualcosa di più grande, di una causa cui donarsi anima e corpo, oppure venduta, contrabbandata per salvarsi la vita.

La geografia di questo mondo che non conosce giustizia ed è incapace di distinguere il bene dal male, è allo stesso tempo quella politico-affaristica degli Stati Uniti che, persa Cuba, feudo dei “bravi ragazzi” italoamericani, cerca un altro angolo di mondo, preferibilmente retto da un dittatore sanguinario e avido, da depredare, e quella violentemente idealistica dei gruppi clandestini d’opposizione che combattono la tirannia con la disperazione di una belva stretta d’assedio dai cacciatori; è quella patetica di uomini ridotti a pedine “sulla scacchiera di Dio” (o del caso) e quella fragilissima del domani, di un futuro condannato ad avanzare malfermo su arti amputati.

Sontuoso labirinto letterario, Il sangue è randagio è un romanzo di rara potenza; stilisticamente impeccabile (al pari dei precedenti capitoli), procede, tra colpi di scena, bestiale ferocia e momenti di intenso intimismo, al ritmo galoppante di una malattia; in un inarrestabile crescendo che è manifestazione di un purissimo genio letterario.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Giuseppe Costigliola. Buona lettura.

A UN TRATTO: il camioncino del latte svoltò bruscamente a destra e urtò il marciapiede. Il conducente perse il controllo del veicolo e colto dal panico inchiodò, sbandando di coda. Un furgone blindato della Wells Fargo finì con il muso contro la fiancata del camioncino. Ora seguitemi: 7.16 del mattino, South Los Angeles, tra l’Ottantaquattresima e la Budlong. Un quartiere di neri. Merdosi tuguri con i cortili lerci. I motori di entrambi i veicoli si spensero per l’urto. Il conducente del camioncino del latte andò a sbattere sul cruscotto. La portiera del guidatore si spalancò e l’uomo scese dal marciapiede. Era un negro sulla quarantina.