Il buco del culo del diavolo

Recensione di “I turbamenti del giovane Törless” di Robert Musil

Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless, Einaudi

Romanzo di chiara impronta autobiografica, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil è un vertiginoso viaggio nell’oscurità dell’uomo, uno sguardo gettato nel caotico baratro delle sue pulsioni, dei suoi istinti, delle sue brame, della sua primordiale violenza. In quest’opera, scritta all’età di 25 anni, il futuro autore di uno dei più grandi capolavori letterari del Novecento, L’uomo senza qualità, rievoca, con impressionante lucidità, l’esperienza più drammatica della sua vita, gli anni di gioventù trascorsi, per volontà del padre, all’Accademia Militare di Mährish-Weisskirchen, da lui spregiativamente qualificata come “il buco del culo del diavolo”, ma dalla quale malgrado tutto riuscì a uscire cadetto. Irrinunciabile pilastro del sistema educativo (e della conseguente organizzazione sociale) dell’impero austro-ungarico, collegi e accademie militari erano i luoghi d’elezione nei quali venivano forgiate, secondo un rigido schema che subordinava l’insegnamento vero e proprio all’applicazione ferrea della disciplina e all’educazione alla supina obbedienza verso l’autorità, le nuove classi dirigenti della monarchia e nello stesso tempo ne rappresentavano l’eccellenza, ne riflettevano la grandezza. Continua a leggere Il buco del culo del diavolo

L’uomo senza umanità

Recensione de “Lo straniero” di Albert Camus

Albert Camus, Lo straniero, Bompiani
Albert Camus, Lo straniero, Bompiani

Può ancora dirsi persona chi non ha sentimenti? Possiede un’anima, uno spirito, una vita interiore chi è incapace d’emozione? E l’esistere meccanico, freddo, impersonale, istintivo, primordiale dell’animale-uomo, la volontà cieca di sopravvivenza della carne e del sangue, in un parola quel che resta quando all’automatismo del respiro non si accompagna la coscienza di esso, cosa significa davvero? Come possiamo considerarlo, interpretarlo, giudicarlo? E quale rapporto lega l’amoralità (o meglio, la premoralità, la naturale assenza di moralità) dell’essere a ogni singolo essere nel mondo, a ogni individualità, al loro agire e alle conseguenze che ne derivano? Di queste domande (a nessuna delle quali si dà risposta), e della loro urgenza, è permeato Lo straniero di Albert Camus, straziante ritratto di un uomo, di un tempo e di una realtà che non hanno più nulla di umano (e che forse non l’hanno mai avuto).

In un’assoluta corrispondenza di forma e sostanza, attraverso una narrazione in prima persona atrocemente spoglia ed essenziale che da una parte amplifica l’effetto straniante dell’opera (dal momento che il personaggio principale, Meursault, rievoca le proprie vicende sempre con glaciale distacco, come se non gli appartenessero in alcun modo e il suo raccontare non fosse altro che una cronaca di fatti qualunque) e dall’altra contribuisce a rendere ancora più definitivi, ancora più assoluti (e disperati), i pensieri e le riflessioni elaborati dal protagonista – che ogni cosa osserva con sovrumana indifferenza, cogliendone (ma senza mai darsi la pena di accorgersene, e soprattutto senza mai voler trarre qualche conseguenza dalle conclusioni cui giunge, senza pretendere di dar loro concretezza) la sostanziale insensatezza e l’ineluttabilità sorda (tutto ciò che avviene lo fa nello stesso modo in cui il sole sorge e tramonta ogni giorno, senza curarsi degli uomini, delle loro speranze, dei loro dolori, del loro ridicolo affannarsi) – Camus precipita il nostro mondo e il nostro vivere, nelle tenebre della più spietata utopia negativa. Un’utopia tanto più terribile quanto più figlia dell’oggi, espressione del presente.

La densità, la materialità, la pesantezza fisica della sua prosa, talmente ancorata alle cose, agli oggetti, a tutto ciò che ha consistenza, peso, che è misurabile dai sensi, da cancellare alla radice qualsiasi declinazione emotiva (e pertanto ogni possibile implicazione etica) – alla morte della madre, drammatico accadimento con cui il romanzo si apre, Meursault non dedica che una veglia distratta, nel corso della quale soddisfa bisogni elementari e immediati con sigarette e caffè; all’amore, riassunto nella relazione con una ex collega, consacra esclusivamente il suo corpo; ai rapporti d’amicizia, che lo condurranno a commettere un omicidio e alla definitiva rovina, sembra sottomettersi più che aderire, limitandosi ad accettare supinamente tutto ciò che da questa relazione deriva, in primo luogo la catastrofe che lo travolge – non lascia spazio né a pietà né a speranza.

Perché la vita di Meursault, le sue scelte, le sue azioni, non sono il frutto di una rinuncia consapevole; egli, infatti, non decide di voltare le spalle al bene e di abbracciare il suo opposto in conseguenza di un trauma, o per ribellarsi a un evento considerato ingiusto, o per rabbia, odio o frustrazione; egli semplicemente non sceglie perché non può farlo, perché non ha mai conosciuto né abitato un mondo diverso da quello che descrive, un mondo nel quale ci fossero pianti, e risa, e ragioni capaci di muovere alla tristezza e alla gioia, e appartenenze da rivendicare e distanze da sottolineare.

Ma se è indubbio che “l’uomo senza umanità” Meursault sia malato, alienato al punto da essere straniero non soltanto a tutto quel che lo circonda ma in primo luogo a se stesso, è altrettanto chiaro che il protagonista del romanzo di Camus è un simbolo; egli è la rappresentazione dell’incomprensibilità della vita, delle ingiustizie insanabili (e insanabili perché inspiegabili, perché impossibili da giustificare) del mondo, e non ultimo dell’assenza di Dio, o, il che è lo stesso, della sua misteriosa presenza (inaccessibile agli uomini, costretti ad accontentarsi del precario rifugio della fede), e come tale ci pone di fronte all’abisso, al baratro, allo scandalo di un creato disegnato dal caso e incapace di compassione, al peccato originale e incancellabile di un furioso impulso alla generazione, cui sempre segue l’abbandono di chi, senza senso né scopo, è stato generato.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Bompiani, è di Alberto Zevi. Buona lettura.

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio:“Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.

Senza colpa né morale

Ford Madox Ford, Il buon soldato, Feltrinelli
Ford Madox Ford, Il buon soldato, Feltrinelli

“Non c’è in questa storia l’elevazione spirituale che accompagna la tragedia; non c’è nemesi, non c’è fato. C’erano soltanto due nobili nature […] c’erano dunque due nature nobili che la corrente della vita trascinava come brulotti su una laguna causando miserie, dolori, tormenti, e morte. E loro stessi si deterioravano sempre di più. E perché? A quale scopo? Per insegnare quale lezione? E’ tutta tenebra”. Si riassumono in questo sfogo amaro, in questo impotente urlo di dolore, la trama, il senso e la ragione (che con ogni probabilità non è che testimonianza) de Il buon soldato, il più noto dei lavori dello scrittore inglese Ford Madox Ford (pseudonimo di Ford Hermann Hueffer), desolato e grigio racconto di una sconfitta, caotico intreccio di destini che si sviluppa come un atroce gioco al massacro, oscura storia d’inganni e tradimenti che nasce e muore quasi per caso, per forza d’inerzia, al di là della volontà e delle decisioni degli attori principali. Narrato in prima persona da uno dei protagonisti della vicenda, Il buon soldato è il resoconto, a prima vista ingenuo, pulito, perfino edificante, di un’amicizia, del sincero legame d’affetto che lega due famiglie (quella composta dall’americano John Dowell, voce del romanzo, e dalla moglie Florence, e quella formata dai coniugi inglesi Ashburnham, una coppia apparentemente perfetta, unita, felice, benestante, giovane); ma quel che nelle intenzioni vorrebbe essere il resoconto di un idillio, si rivela, fin dalla prima riga – “Questa è la storia più triste che abbia mai sentito” è l’indimenticabile incipit del romanzo – il suo opposto e assume i contorni angoscianti di una confessione, di una presa d’atto tanto inaspettata quanto violenta. Messo al corrente di verità da lui ignorate per ben nove anni (l’arco di tempo durante il quale i Dowell e gli Ashburnham si sono frequentati), John Dowell riporta i fatti cercando di costringersi a una fredda oggettività, ma la sua prosa, ordinata eppure spinta con decisione oltre se stessa e le sue possibilità espressive, come fosse un cavallo costretto a un forsennato galoppo, tradisce l’angoscia e il dolore dell’uomo, si fa messaggio della sua inconsolabile malinconia, della sua resa all’incomprensibile arbitrarietà del vivere. Nei panni di John Dowell, marito tradito e uomo perduto per il semplice fatto di essere un uomo (proprio come esseri perduti sono gli altri personaggi del romanzo, afflitti da malanni fisici che altro non sono se non lo specchio del loro inguaribile disordine morale, di una distorsione etica che non è colpa ma retaggio, eredità, allo stesso modo in cui lo sono gli occhi azzurri, le mani grandi o le gambe storte), Ford Madox Ford affida al linguaggio il compito di portare alla luce sentimenti e moti dell’animo, di dare forma al palpitante silenzio delle emozioni restituendole nella loro nudità, non importa se aggraziata o mostruosa. Una storia è triste, ripete a più riprese lo scrittore inglese, non se racconta di torti, tragedie e vittime, ma se non lascia nulla dietro di sé, se si rivela inconsistente, se non ha un perché, se accade nello stesso modo in cui accade che un giorno piova e quello successivo no. Ed è esattamente questo quel che si verifica ne Il buon soldato, che qualcuno si decida a raccontare qualcosa da cui non è possibile ricavare alcunché se non la consapevolezza che la natura umana è abituale frequentatrice dei peggiori abissi e che non c’è ragione di crocifiggere chi sceglie di non tradire la propria natura, quale che sia. Perché la fedeltà a se stessi, in fondo, è il nostro primo dovere. E probabilmente anche l’unico.

Romanzo “amorale” (cioè privo di morale per il fatto di essere privo di colpevoli, ancorché affollato di vittime), romanzo privato (l’intera narrazione si esaurisce in un girotondo di tradimenti, menzogne e patetiche seduzioni), romanzo storico e fuori dal tempo, romanzo psicologico e perfino romanzo sperimentale, Il buon soldato vive per intero in tutte queste sue differenti incarnazioni, e come ben scrive Mario Materassi (traduttore del romanzo), brilla per indefinibilità, la veste più elegante dell’universalità. “Ma come è vero di tanti grandi opere, questo romanzo non si lascia definire: lo etichetti secondo le coordinate storiche del suo contesto originario, e ti sfugge di mano rivelandosi altrettanto fuori di quel tempo di quanto vi sia dentro; lo collochi nella sua ideale corretta posizione nell’arco diacronico del romanzo moderno, e ti sguscia via inavvertito appena volti l’occhio, sovvertendo ordini e gerarchie di uno establishment che esso stesso ha contribuito, autoritariamente, a creare. Con tono magari un po’ apologetico lo dichiari chiuso, insensibili ai vasti sommovimenti del suo tempo (la belle époque sta finendo, la Grande Guerra è alle porte, e nulla di tutto ciò traspare dalla pagina), e sei poi costretto a rimangiarti le parole, e meritatamente, ché ti è difficile pensare a un’altra opera che, come Il buon soldato, dica lo sfacelo di quel periodo, il suo ignaro vuoto esistenziale. Provi allora a farne il monumento dell’epoca, l’emblema squillante di un mondo che canta, senza rendersene conto, il suo canto del cigno – e di nuovo sei costretto a riconoscere che il testo ti osserva, un po’ ironico, e ti lascia dire: perché certo nessuna pretesa monumentale esso avanza, tutto chiuso com’è nella compita sillabazione del suo piccolo universo senza echi”.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Questa è la storia più triste che abbia mai sentito. Per nove stagioni, a Nauheim, la nostra conoscenza degli Ashburnham era stata estremamente intima – o meglio, era stata una conoscenza tranquilla e rilassata, eppure stretta quanto lo è quella tra la mano e un buon guanto. Mia moglie e io conoscevamo il capitano e la signora Ashburnham fin quanto si può conoscere qualcuno; eppure, in un certo senso, non sapevamo assolutamente nulla di loro. Credo che questo stato di cose sia possibile solo con gli inglesi di cui fino ad oggi, quando mi son messo qui alla scrivania a tentare di chiarirmi quel che so di questa triste vicenda, non sapevo nulla di nulla. Fino a sei mesi fa non ero mai stato in Inghilterra, e certo non avevo mai sondato le profondità di un cuore inglese. Avevo conosciuto soltanto la superficie.