Al cuore della roccia millenaria

Recensione di “Picnic a Hanging Rock” di Joan Lindsay

 

Joan Lindsay, Picnic a Hanging Rock, Sellerio Editore
Joan Lindsay, Picnic a Hanging Rock, Sellerio Editore

 I giganteschi contrafforti della roccia, le gole oscure che improvvise si aprono lungo precari camminamenti, l’eternità immobile della pietra, lungo la quale scorre il muto alternarsi dei giorni e delle notti, severe ancelle di un tempo che scandisce passaggi sconosciuti alla opaca comprensione dell’uomo. Tutto intorno, la natura selvaggia e indomabile, e il suo palpito primordiale, sconosciuto, inarrestabile, che tollera tutto ciò che non gli appartiene con sovrumana noncuranza. In questo scenario di splendore sublime e feroce, Joan Lindsay ambienta il suo Picnic a Hanging Rock, romanzo magico, sottile e insinuante; cronaca e insieme narrazione mitica di una misteriosa tragedia occorsa a due studentesse e un’insegnante di un severo collegio femminile, scomparse il giorno della gita nella labirintica struttura della Hanging Rock, modellata nel corso di millenni, e mai più ritrovate, malgrado gli sforzi compiuti dalle forze di polizia e le ricerche protratte per settimane. Siamo al principio del XX secolo, nel 1900, in un giorno particolare per giovani donne pronte ad abbracciare la vita: San Valentino, il 14 febbraio.  

Fresca, vivace, entusiasta nel narrare il tumulto di giovani cuori innamorati, o desiderosi di esserlo, la prosa della scrittrice australiana, non appena la vicenda entra nel vivo, muta di segno e si apre all’incertezza, all’indeterminatezza, e in ultima analisi all’assenza di razionalità che è la cifra caratterizzante dell’accaduto. In una dimensione sfumata, che ricorda l’infinità seducente e ipnotica del sogno (e dell’incubo), Joan Lindsay costruisce la tragedia concentrandosi sui dettagli (gli orologi di tutti i partecipanti, che inspiegabilmente si fermano alla stessa ora, l’immensità della Hanging Rock, che sembra esercitare una irresistibile malia su chiunque le si avvicini, le diverse occupazioni delle ragazze, innocue eppure sempre sul punto di trasformarsi in qualcosa di oscuro), poi, quando tutto si compie, la sua scrittura, gonfiata dall’impeto della tragedia, rovina sui personaggi come una valanga, distruggendo ogni cosa, e numerose esistenze, al suo passaggio. 

Picnic a Hanging Rock è un’opera di rara bellezza, una preziosa gemma letteraria, una riflessione di notevolissimo spessore sul rapporto tra l’uomo e l’universo dell’inconoscibile che, attimo dopo attimo, gli respira accanto. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, per Sellerio Editore, è di Maria Vittoria Malvano). Buona lettura.
Furono tutti d’accordo che era proprio la giornata adatta per il picnic a Hanging Rock: una splendida mattina d’estate, calda e quieta, con le cicale che durante tutta la colazione stridevano tra i nespoli davanti alle finestre della sala da pranzo e le api che ronzavano sopra le viole del pensiero lungo il viale. Le dalie fiammeggiavano e chinavano il capo pesante nelle aiuole impeccabili, i prati ineccepibilmente rasati esalavano vapore sotto il sole che si levava. Il giardiniere stava già annaffiando le ortensie, ancora ombreggiate dall’ala delle cucine sul retro dell’edificio. Le educande del collegio per signorine della signora Appleyard erano in piedi dalle sei a scrutare il cielo terso senza una nuvola, e ora svolazzavano nei loro vestiti da festa di mussola come un nugolo di farfalle elettrizzate. Non soltanto era sabato e il giorno del picnic annuale, ma anche San Valentino, celebrato secondo la tradizione il 14 febbraio con lo scambio di elaborati bigliettini e di doni.