Un socratico azzardo cubano

Recensione di “Paradiso” di José Lezama Lima

José Lezama Lima, Paradiso, Einaudi

«Sentivo mia nonna e mia madre parlare incessantemente del ricordo familiare. Parlavano, insieme agli altri familiari, degli anni di esilio a Jacksonville, rievocavano le lotterie per raccogliere fondi per l’indipendenza, le visite di Martí che era l’amico di mio nonno […]. I miei anni all’università di La Habana, nei giorni in cui si rappresentava un’epica giovanile contro il tirannucolo Machado, il paese afflitto a morte, il terrore, gli scomparsi, la miseria titanica. Gli amici, le conversazioni di giorno e di notte, gli odi, le immagini. Platone, i bestiari, l’angelologia tomista, la resurrezione. Cioè, la famiglia, gli amici, i miti. Mia madre, le tentazioni e l’infinitezza della conoscenza. Il molto vicino, il caos e l’Eros della lontananza». Così José Lezama Lima riassume Paradiso, il suo lavoro letterario più noto che in realtà è opera talmente complessa e labirintica da non essere riassumibile, è oggetto multiforme che sfugge a ogni possibile identificazione e che, nel suo essere essenzialmente linguaggio, di continuo oltrepassa la lingua così come siamo abituati a conoscerla e utilizzarla per plasmarla in qualcosa di nuovo, frantumando le definizioni in perifrasi, costruendo, come forzato argine alla comune sintassi, dighe di neologismi e di invenzioni figlie di sogni e d’incubi, e di sfrenata immaginazione ed enciclopedica cultura, privando l’atto stesso di esprimersi del suo fondamento per permettere a tutte le parti del discorso, dalla congiunzione al verbo, di guardare a se stesse sotto una luce completamente nuova, che in luogo della comprensione immediata, della scelta “classica” della forma romanzo, opta per un rinascere rivoluzionario e assoluto, per un atto di creazione che autenticamente prenda corpo dal nulla. Continua a leggere Un socratico azzardo cubano

Fummo sconfitti e fummo vincitori

Recensione di “Confesso che ho vissuto” di Pablo Neruda

Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi
Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi

“… Tutto quello che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono… Mi inchino dinanzi a loro… Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo… Amo tanto le parole… Quelle inaspettate… Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono… Vocaboli amati… Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo rugiada… Inseguo alcune prole… Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia… […]. Tutto sta nella parola… tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì […]. Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori… Avanzavano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo… Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi… Dovunque passassero non restava pietra su pietra… Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti… Fummo sconfitti… E fummo vincitori… Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro… Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto… Ci lasciarono le parole”. La parola, la lingua, l’accendersi dei significati, la capacità di cogliere, nella declinazione di un suono, il mutare di un tempo, l’avverarsi di una speranza, l’urgenza di un bisogno; e la gratitudine, la riconoscenza, l’appassionata fedeltà che alla parola, strada maestra lungo la quale un luminoso destino poetico si è compiuto, l’uomo deve; l’amore dichiarato con eterna esuberanza di fanciullo; la sete prepotente, l’incalzante fame di lettere, parole, frasi, di significati e di senso, di quell’orizzonte letterario che è espressione della vita perché di essa è il primo, indispensabile nutrimento. È dunque prima di ogni altra cosa (e non potrebbe essere altrimenti) un omaggio alla lingua, la splendida, commovente autobiografia di Pablo Neruda intitolata Confesso che ho vissuto (in Italia pubblicata da Einaudi nella traduzione di Luca Lamberti e con una bella nota introduttiva di Jaime Riera Rehren); portatrice di luce, messaggera di bellezza e verità e allo stesso tempo strumento principe di lotta, la parola, nelle sue infinite sfaccettature, è essenzialmente speranza e dignità; è il desiderio di riscatto delle masse oppresse, quelle che Neruda conobbe dapprima nel suo Cile martoriato e poverissimo, e in seguito rivide in ogni angolo del mondo, che amò e di cui, attraverso la meraviglia dei suoi versi, divenne voce e coscienza, ed è resistenza contro ogni oppressione; è il grido di ribellione soffocato nel sangue ma non spento della Spagna libera e repubblicana che senza timore affronta le milizie franchiste, ed è la sua eco caparbia che varca confini viaggiando senza sosta, moltiplicandosi, attirando a sé moltitudini sempre più grandi, come una buona novella interamente umana. Così, tra le pagine di una prosa magnifica, lussureggiante, che ha i profumi e l’esuberanza della natura incontaminata del Sudamerica, che vive del respiro stessa della terra e del cielo, lungo un’incessante lirica d’amore che la prosa esalta invece di nascondere, Neruda racconta la poesia narrando se stesso; le sue peripezie d’uomo, che sempre sono conseguenza delle sue scelte di poeta, svelano l’ingenuità e l’innocenza di un cuore puro e nello stesso tempo la tenacia e il coraggio di chi ha deciso, una volta per sempre, di schierarsi, di vivere in nome di alcuni principi e in spregio di tutto il resto.

Poeta tra la gente e per la gente, Pablo Neruda offre di sé un ritratto diseguale, forse disarmonico, ma di assoluta onestà. Nella ragione come nel torto, egli difende le sue posizioni; comunista militante, soffre per le atrocità e le storture con le quali i suoi occhi, il suo cuore e la sua anima sono costretti a fare i conti ma non per questo si allontana dall’idea, dall’ideale, dal sogno, da quell’avvenire che continua a sentire così prossimo. Egli condanna ma subito dopo contrattacca, rifiutandosi di inciampare nelle contraddizioni che pure vede ovunque, persuaso che il domani socialista ormai alle porte sia quel paradiso che l’uomo da sempre brama, da sempre merita e ormai da troppo tempo attende, e che per esso non ci sia sacrificio che non si debba compiere.

L’amore per la parola, dunque, è in Neruda amore per l’uomo, e la poesia, che di parole vive, è ciò che allontana e spegne la sofferenza, il dolore, l’ingiustizia. La poesia cura, vestendo di meraviglia la più terribile povertà, elevando gli ultimi alle sublimi altezze delle loro anime, all’immortalità dei loro spiriti.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

… Sotto i vulcani, accanto ai ghiacciai, fra i grandi laghi, il fragrante, il silenzioso, lo scarmigliato bosco cileno… I piedi affondano nel fogliame morto, un ramo si spezza, i giganteschi raulí innalzano la loro increspata statura, un uccello della selva glaciale sfreccia, batte le ali, si posa fra l’ombra dei rami.

 

La fedeltà consegnata alla letteratura

Recensione di “Una storia di amore e di tenebra” di Amos Oz

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli

“Lo squallore che assediava la vita dei miei genitori. Il debole odore di colla fatta in casa misto a quello di pesce in salamoia che accompagnava sempre i coniugi Krokmal, gli aggiustatori di giocattoli e medici di bambole. La tinta bruna […] della casa della maestra Zelda, la credenza di formica spelata. E la casa dello scrittore signor Zarchi malato di cuore, la cui moglie Ester soffriva di emicranie. La cucina fuligginosa di Tserta Abramsky, i due canarini che Stashek e Mala Rodintzky tenevano dentro la gabbia in camera loro, quello vecchio e spelacchiato e quello fatto con una pigna. E il branco di gatti domestici della maestra Isabela Nachlieli, e Getzel, il marito della maestra Isabela, il cassiere della cooperativa sempre a bocca aperta. E anche Stach, il vetusto, mogio cane di stracci di mia nonna Shlomit, quel cane con i malinconici occhi di bottone, cui s’infilavano dentro le palline di naftalina per timore delle tarme quando non lo si batteva furiosamente per levar via la polvere, finché un giorno se n’ebbe abbastanza, fu avvolto in carta di giornale e scaraventato nella spazzatura. Avevo dunque capito donde venivo”.

Così Amos Oz, quasi al termine del suo autobiografico romanzo-fiume intitolato Una storia di amore e di tenebra, racconta il senso del suo narrare, il lento mulinare della sua prosa, il ruotare, come di pianeti, di situazioni e personaggi che più e più volte fanno la loro comparsa per poi eclissarsi e di nuovo tornare e ancora scolorire in un arco di oltre trent’anni (dal 1930 fino alla prima metà degli anni cinquanta), l’intrecciarsi dell’incerto destino del nascente stato di Israele e delle vite dei singoli. All’ombra del Mandato Britannico in Palestina, giunto ormai alla fine dei suoi giorni, e dei sanguinosi, terribili ed esaltanti rivolgimenti scatenati dal suo esaurirsi, Oz si narra alternando testimonianza e confessione.

Il suo lucido sguardo scivola sulle amate figure genitoriali con pietà sincera, ma la sua fedeltà, consegnata alla letteratura e non agli affetti (a quella letteratura che lo ha insistentemente braccato negli anni della fanciullezza, segnati dagli studi del padre, dall’ingombrante presenza del prozio Yosef Klausner, storico di fama, dalle frequentazioni colte della famiglia, che comprendevano anche il celebre scrittore Shmuel Yosef Agnon, a quella letteratura cui adolescente cercò di sottrarsi rifugiandosi nella vita contadina di un kibbutz), lo porta a illuminare anche gli aspetti caratteriali più oscuri e torbidi dei suoi cari.

Ecco dunque il profilo del padre, cattedratico mancato, ritto sulle fragilissime fondamenta della sua frustrazione a combattere le delusioni con squillante logorrea (a più riprese Oz sottolinea come quelluomo odiasse il silenzio, se ne sentisse responsabile e facesse di tutto, sempre, per sostituire a esso la conversazione, lo scambio di battute) e l’ombra della madre, donna bellissima e misteriosa immancabilmente colta nel frusciare delle vesti, nella concentrazione di uno sguardo, in un parere espresso con cortese fermezza, colma di un’infelicità innominabile, incapace di trovare un punto d’equilibrio tra il suo tempo di ragazza a Rovno, in quell’angolo di mondo travolto dalla furia sterminatrice nazista, e la sua quotidianità adulta nella polvere e nella povertà di una Gerusalemme in cerca di identità, sorvegliata dai britannici, morsa dalla paura e dalla rabbia degli arabi, rivendicata in modi opposti e con voci diverse (da Ben Gurion, da Begin) dagli ebrei vogliosi di rinascita, gonfi d’orgoglio; quella madre quasi di sogno, che nel 1952 (quando Oz aveva soltanto 13 anni) scelse il suicidio. E i nonni, gli altri parenti, le riunioni di famiglia, e la storia che sussulta nelle strade, proprio fuori di casa: lo Stato di Israele che prende vita, finalmente, e il padre dell’autore che si lascia andare alle lacrime, a letto accanto al figlio, al quale sussurra che mai più, mai più qualcuno gli farà del male perché è ebreo, la rivolta araba, l’assedio di Gerusalemme (cui Oz dedica pagine magnifiche, indimenticabili) e la risposta israeliana, e infine la tregua, un filo elettrico di silenzio teso a separare un odio che non può estinguersi.

E ovunque, in questo mosaico, la nudità, forse non innocente ma per certo neppure ingannevole, dell’autobiografia, della prima persona che si svela raccontando, ma che in questa rivelazione mostra anche altro, altro oltre sé e soprattutto altro da sé. “Tutto è autobiografia”, scrive a questo proposito Oz, ma “il cattivo lettore”, travisando il significato letterario, romanzesco del termine, confonde l’autobiografia con la verità estrinseca, con la concretezza immediata del fatto, ed “esige di sapere, subito e immediatamente, ‘cosa è successo in realtà’ […]. Il cattivo lettore è una sorta di amante psicopatico che aggredisce e strappa i vestiti della donna capitatagli a tiro, e quando quella è completamente nuda continua, scorticandola, poi scartando con impazienza la carne, smontando lo scheletro, finché alla fine […] è soddisfatto: ecco. Adesso sono proprio dentro. Sono arrivato. Dove, è arrivato? […] Ma certo, i personaggi del libro sono in fondo nient’altro che lo scrittore in persona, i suoi vicini, e lo scrittore o i suoi vicini di casa, ovviamente, per quanto brave persone, dopo tutto sono sozzi come tutti noi. Prova a spellarli e arrivare al dunque, troverai sempre che ‘uno vale l’altro’”.

Una storia di amore e di tenebra è un romanzo di delicata bellezza e sofferenza struggente, un romanzo ricco d’umanità, di sentimento, di dolcezza. Un prezioso scrigno di memorie. Leggetelo, vi porterà con sé in un viaggio che diverrà parte di voi. 

Eccovi l’incipit. La traduzione , per Feltrinelli, è di Elena Loewenthal. Buona lettura.

Sono nato e cresciuto in un minuscolo appartamento al piano terra, forse trenta metri quadri sotto un soffitto basso: i miei genitori dormivano su un divano letto che la sera, quando s’apriva, occupava quasi tutta la stanza, da una parete all’altra. La mattina presto ripiegavano il divano comprimendolo per bene, nascondevano lenzuola e coperte nel buio del cassetto che stava lì sotto, rivoltavano il materasso, chiudevano, sistemavano, stendevano su tutto un rivestimento grigio chiaro e infine disponevano qualche cuscino ricamato in stile orientale, occultando con ciò ogni traccia del loro sonno notturno. E così, la stanza fungeva da camera da letto, studio, biblioteca, tinello e persino salotto.

Perduto. Nella vita, nel mondo

Recensione di “O Lost” di Thomas Clayton Wolfe

 

Thomas Wolfe, O Lost, Elliot Edizioni
Thomas Wolfe, O Lost, Elliot Edizioni

“Questo libro, nella mia stima, è lungo tra le 250.000 e le 380.000 parole […]. Ma credo non sia corretto dare per scontato che un libro molto lungo sia un libro troppo lungo […]. Non ho mai chiamato questo libro romanzo. Per me è un libro uguale a quello che ogni uomo può avere in sé. È un libro fatto della mia vita e rappresenta la mia visione dell’esistenza fino al ventesimo anno di età”. A leggere questo biglietto, che accompagna un’opera torrenziale, titanica nell’elaborazione come nel risultato finale, convulsa, generosa, colorata e confusa come un sogno, elettrizzante e geniale, è Maxwell Perkins, editor della blasonata e prestigiosa Scribner’s Sons. Davanti a sé, Perkins ha centinaia di fogli che raccolgono una minuziosa geografia dell’America e dipanano, attraverso un lunghissimo arco temporale (che si apre nel 1863, alla vigilia della battaglia di Gettysburg, che decise le sorti della Guerra di Secessione, per chiudersi intorno al 1920), la storia di una famiglia e, nel succedersi delle generazioni, la tragica dissoluzione di ogni speranza. L’autore del libro, Thomas Clayton Wolfe, ottavo e ultimo figlio di un scalpellino e di una donna ossessionata dall’accumulo di denaro (al punto da trascurare qualsiasi altra cosa, e in primo luogo la famiglia), è un giovane fisicamente imponente, dal carattere complesso, labirintico, eccessivo e incontrollabile tanto nella timidezza quanto nell’ira, molto dotato per la drammaturgia e le lettere. Allevato nel più completo disordine morale e materiale, Wolfe cresce guidato soltanto dall’impulso, da qualche fortunoso mentore incontrato per caso (insegnanti il più delle volte) e dalla propria fiammeggiante immaginazione. Legge con avidità poeti, drammaturghi e romanzieri, in massima parte di lingua inglese (Shakespeare, Dickens, Scott, Wordsworth, Longfellow, John Donne, Coleridge e tanti altri), vive folli, trascinanti ed esclusive passioni letterarie, si dedica a un febbrile, onnivoro studio dei classici, ma il suo percorso, seppur straordinariamente fecondo, manca di metodo, di razionalità, e si traduce in una scrittura nervosa, segnata da un delirio di onnipotenza commovente e tragico, da una brama insaziabile e senza requie, che sembra voler infondere vita alle parole, trasformarle, mutarle d’essenza.

Creatore e creatura insieme, solitario e irraggiungibile demiurgo capace di fare dei propri anni la materia di una prosa incessante e infinita, di legare, grazie a un’astrusa ma felicissima chimica letteraria, il presente al passato e al futuro, di gettarsi a capofitto nella storia mescolando senza distinzione realtà e fantasia, e nello stesso tempo di viaggiare a velocità vertiginosa nel tempo che verrà profetizzando miserie e apocalissi con l’ispirata, barocca visionarietà di un oracolo, Wolfe, nelle circa ottocento pagine che compongono O Lost – il suo libro più ambizioso, drasticamente ridotto, proprio da Perkins, in occasione della prima, fortunata pubblicazione del 1929, e presentato al pubblico con il nuovo titolo di Look Homeward, Angel – racconta della sua famiglia e della sua città natale con accenti vigorosi, sanguigni, con stile vibrante e famelico, rincorrendo sia la verità dei fatti sia quella, fatalmente antitetica alla prima, del suo cuore e della sua anima. La sua confessione-fiume profuma di un’ingenuità soltanto in parte sincera nel camuffamento letterario di luoghi e persone (la natia Asheville che nel romanzo diviene Altamont, la famiglia Wolfe, che qui prende nome Gaunt, poi americanizzato in Gant, il contraddittorio eroe del romanzo, che invece di Thomas riceve il benaugurante nome di Eugene, anche se, si affretta a sottolineare l’autore, “ben nato non comporta come conseguenza certa il ben vissuto”); Thomas Wolfe-Eugene Gant è al centro della scena dalla prima all’ultima pagina del romanzo, lo è perfino prima di nascere, e lo è per esplicita volontà dello scrittore americano. Egli incombe sulla sua opera come un Dio avido e terribile; geloso di ogni parola, strappata da sé come un lembo di carne, Wolfe la rivendica, la contende al lettore e nel farlo lo trascina nel gorgo ipnotico di una prosa magniloquente, torrida, allucinata e soffocante, spalancando davanti al suo sguardo incredulo l’abisso di un inferno personale dove si parlano tutte le lingue del mondo, dove ogni anima è irrimediabilmente perduta perché identico è l’atto del nascere e quello del naufragare.

Ristampato in edizione originale nel 2000 negli Stati Uniti, e poi in Italia per i tipi della Elliot Edizioni (una menzione d’onore va al colossale lavoro di traduzione fatto da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini) O Lost è un romanzo stupefacente. Una lettura che non somiglia a nessun’altra, un giro su una giostra impazzita che sconvolge, esalta e sfinisce. La scrittura di Wolfe è un magnifico deserto da attraversare; non azzardatevi a cominciare l’impresa se non siete più che sicuri di volerla portare a termine.

Eccovi l’incipit. Prima di augurarvi, come faccio sempre, una buona lettura, vi auguro buone vacanze. Mi concederò anche io qualche giorno di relax. Spero che continuerete a seguire “Il Consigliere Letterario”, ci rivedremo tra un paio di settimane.
… un sasso, una foglia, una porta nascosta; di un sasso, una foglia, una porta. E di tutti i volti dimenticati. Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre. Dalla prigione della sua carne siamo giunti all’indescrivibile, indicibile prigione di questa terra. Chi di noi ha conosciuto il fratello? Chi ha guardato nel cuore del padre? Chi non è rimasto per sempre prigioniero? Chi non è per sempre solo e straniero? O immane desolazione, persi nei torridi labirinti, tra le stelle lucenti su questo tizzone esausto e spento, persi!

Gli ultimi marxisti

 

Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza
Edward St Aubyn, I Melrose, Neri Pozza

Una prosa che stilla sangue, incisa nel dolore puro, affamata d’amore e nutrita di disperazione, sfinita come un corpo malato, avvelenata come il morso di un cane rabbioso, fradicia di sterile ferocia, consumata da un odio incontrollato, instabile, sfuocato come lo sguardo miope di un uomo cui abbiano rubato l’unico paio di occhiali che possedeva, prigioniera di un desiderio di vendetta talmente forte da esplodere in fuochi d’artificio letterari di vertiginoso splendore, abissale mestizia e crudele, intollerabile verità. L’autobiografica tetralogia di Edward St Aubyn (composta dai romanzi Non importa, Cattive notizie, Speranza e Latte materno), rampollo di una delle più antiche e aristocratiche famiglie della Cornovaglia, pubblicata in un unico volume da Neri Pozza, è un lucido incubo esistenziale raccontato con la spietata esattezza della cronaca (come se lo spezzarsi di una vita, o il dispotico esercizio della violenza che ogni generazione si sente in diritto di  infliggere alla successiva in una folle coazione a ripetere che sembra negare alla radice l’idea stessa che possa esserci anche solo un’ombra di razionalità, e soprattutto di misericordia, nei modi in cui si declina il nostro essere al mondo, potessero essere narrati come una storia qualsiasi) e nello stesso tempo un  terrificante viaggio nell’incomprensibilità del male, nel rigoglioso giardino infernale dove senza sosta germogliano i frutti della sua devastazione. Riflesso, come lo è un corpo nei mille frammenti di uno specchio frantumato, nella perfezione colma d’ira e di un sarcasmo tanto velenoso quanto impotente della sua scrittura, St Aubyn affida al proprio alter ego Patrick Melrose l’inestricabile groviglio dei propri sentimenti e la volontà ferrea di autodistruzione che ne ha segnato adolescenza e giovinezza, unica possibile risposta all’umiliazione, alla devastazione fisica e psicologica subita all’età di cinque anni, quando per la prima volta il padre ha abusato sessualmente di lui. Scompostamente mimetizzato nel proprio cristallino talento, nella raffinatezza delle descrizioni d’ambiente, nella malvagità squisita e preziosa dei disegni psicologici e del ritratto di un mondo abitato da persone convinte che l’elogio della propria inattualità sia il solo contributo dovuto a una società disprezzata per lascito ereditario  – “C’è bisogno di almeno un centinaio di questi fantasmi per generare una sola identità, per giunta incerta e tutt’altro che raccomandabile […]. Sono le stesse persone che hanno popolato la mia infanzia: tutte ottuse e testarde, apparentemente sofisticate ma in realtà ignoranti come capre […]. Sono gli ultimi marxisti […]. Gli ultimi esseri umani convinti che tutto si possa spiegare con la classe sociale di appartenenza. Quando quella dottrina sarà stata abbandonata da un pezzo a Mosca e a Pechino, continuerà a fiorire sotto i tendoni d’Inghilterra. Anche se la maggior parte di loro ha il coraggio di un verme […] e il vigore intellettuale di una pecora stecchita, sono i veri eredi di Marx e Lenin” – St Aubyn prova a distinguere l’uomo e il personaggio, il suo, tuttavia, si rivela uno sforzo vano.  

In ogni pagina del suo capolavoro, infatti, che dell’autobiografia ha la sincerità piena ma non un’ombra di stucchevole e ricattatorio egocentrismo, riecheggia una domanda destinata a restare senza risposta, la domanda che lo ha spinto fin quasi al suicidio per abuso di alcol e droga: perché è accaduto quello che è accaduto? Perché sono stato violentato a cinque anni, e poi ancora e ancora? Perché mia madre, alcolista e a sua volta vittima di ingiustizie, non ha opposto che indifferenza e silenzio a tutto questo? Nel cono d’ombra di questo interrogativo Edward St Aubyn ha vissuto gran parte della vita, prigioniero della verità incorporea del dover essere, quella nella quale avrebbe dovuto vivere, nella quale avrebbe avuto, come chiunque altro, il diritto di vivere (“Nessuno”, scrive con una semplicità che non ammette né repliche né contraddizioni di sorta, “dovrebbe fare una cosa del genere a un altro essere umano”), e proprio come il suo alter ego, è riusciuto a liberarsi (seppur parzialmente, imperfettamente) del proprio tormento nel momento in cui ha trovato la forza, il coraggio, la dignità di condividere il suo segreto, di mostrare il suo corpo piagato, di svelare la cicatrice che gli ematomi e i lividi causati dalle siringhe, dall’eroina, dalla cocaina, dalle iniezioni di qualsiasi sostanza possa considerarsi iniettabile, hanno per anni inutilmente tentato di nascondere. 

Indimenticabile canto di un’anima, I Melrose è un romanzo che scorre sottopelle e paralizza come un veleno; ipnotico come un canto sommesso e annichilente come lo scoppio di una bomba, lo stile di St Aubyn, per quanto studiato, non ha nulla di artificioso; nel descrivere con sovrabbondanza di dettagli “quel che a nessuno dovrebbe accadere”, dà forma compiuta al suo opposto, la realtà, quella cui tutti apparteniamo, e che non conosce pietà. 

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Alle sette e mezzo del mattino, con la biancheria stirata la sera prima, Yvette scendeva per il vialetto, diretta verso casa. I sandali battevano leggeri mentre arricciava gli alluci perché non le si sfilassero, e la cinghia rotta la costringeva a barcollare sul selciato pieno di solchi. Al di sopra del muro e all’ombra dei cipressi che costeggiavano il viale, vide il dottore che trafficava in giardino. In vestaglia azzurra e con gli occhiali scuri inforcati, anche se era ancora troppo presto perché il sole di settembre si fosse affacciato da dietro la montagna di roccia calcarea, il dottore dirigeva un getto forte d’acqua dal tubo di gomma che stringeva nella sinistra verso la colonna di formiche che avanzava operosa sul ghiaietto ai suoi piedi.
 

Ogni giorno, dodicimila gocce di laudano

 

Thomas De Quincey, Confessioni di un oppiomane
Thomas De Quincey, Confessioni di un oppiomane

“È passato tanto tempo da quando presi l’oppio per la prima volta, che se fosse stato un incidente trascurabile della mia vita, avrei potuto dimenticarne la data: ma gli avvenimenti fondamentali non si possono dimenticare”. In quest’ammissione, vestita di apparente candore, o se si vuole di ingenua sincerità, Thomas De Quincey, una delle intelligenze più originali e interessanti del suo tempo (fu scrittore, giornalista, saggista e traduttore, e di sé disse d’aver vissuto, nel complesso, “la vita d’un filosofo”), riassume la propria parabola esistenziale ed artistica; un lungo, vertiginoso sogno a occhi bagnato in egual modo da luce e tenebre, un condursi romanzesco e bizzarro, insofferente ad abitudini e certezze, infastidito dalle rassicurazioni, irresistibilmente attratto dalla novità, dall’imprevisto e soprattutto segnato dalla resa alla droga. Confessioni di un oppiomane, apparso una prima volta nel 1821 (a puntate sul London Magazine) e poi rivisto nel 1856, tre anni prima della morte dell’autore, è un’opera unica, curiosa e tragica, innocente e diabolica; il taglio autobiografico, che pure è la spina dorsale del racconto, come in un perverso gioco di prestigio sembra perdere consistenza proprio quando la narrazione si fa più vivida, la descrizione puntuale, esatta fin dettaglio, esasperata. E in un attimo, ecco che sotto gli occhi del lettore la vita di De Quincey e la sua ossessione svaniscono per lasciar posto all’onnipresenza d’incubo dell’oppio, alla sua malia, al suo oscuro, inattaccabile dominio. La voce che confessa, allora, priva di volto, non più identificabile, perde la propria verità per ridursi semplicemente a un utile apologo, a un esempio istruttivo. Difficile dire se questa scelta sia dettata da una qualche forma di pudore (che tuttavia striderebbe con la scelta di scrivere, e pubblicare, le Confessioni) o non sia piuttosto lo scherzo raffinato e beffardo di un artista lontano da ogni schematismo, capace con un sol gesto di colpire al cuore la sensibilità inglese, per la quale “non c’è nulla di più disgustoso dello spettacolo di un essere umano che impone alla nostra attenzione le sue piaghe, le sue cicatrici morali, e strappa quel «pietoso velo» che il tempo o l’indulgenza verso l’umana debolezza può avere steso su di esse”, e insieme di sabotare, a beneficio proprio e del pubblico, il potere coercitivo di colpa e miseria, che si nutrono della vergogna e del rimorso che instillano nei cuori degli uomini e come creature d’ombra, “rifuggono […] dalla pubblicità […] adorano l’intimità e la solitudine, ed anche nella scelta di una tomba si separano talvolta dalla popolazione generale del cimitero, quasi ripudiassero ogni comunanza con la gran famiglia dell’uomo”.  

Volatile come un’essenza, un profumo, inebriante come una parola d’amore, sconvolgente come una crudeltà commessa senza movente, la scrittura di Thomas De Quincey, preziosa nella sua studiata semplicità, denuncia con naturalezza disarmante, scoperchiando un verminaio sociale da sempre sotto gli occhi di tutti e malgrado ciò da tutti ignorato. “Dunque non mi riconosco nessuna colpa; ed anche se me la riconoscessi, può darsi che mi risolverei lo stesso al presente atto di confessione, in considerazione del servizio che con esso posso rendere all’intera classe degli oppiomani. Ma chi sono questi? Lettore, mi dispiace dirtelo, sono una classe molto numerosa”. Oratore di eccezionale talento, conversatore elegante e coltissimo, polemista puntuto ma mai aggressivo, artista nel senso pieno del termine, De Quincey, che nel momento più buio della sua dipendenza era arrivato a consumare fino a dodicimila gocce di laudano (oppio diluito nell’alcol) al giorno e che nonostante ciò non si arrese mai del tutto a questa sua dipendenza, arrivando, a prezzo di enormi sacrifici, a una quasi totale disintossicazione, spalanca le porte di un magnifico, opulento labirinto letterario nel quale digressioni, aneddoti, riflessioni e ricordi stanno a dimostrare come nella pagine scritta, nel processo creativo, egli riuscisse a trovare, perfino nei più drammatici frangenti, l’unico saldo rifugio alla sua brama autodistruttiva. 

Eccovi, invece dell’incipit, il racconto del primo incontro dell’autore con la droga. La traduzione, edizione Garzanti, è di Filippo Donini. Buona lettura.
Ed ecco come feci conoscenza con l’oppio. Fin da piccolo avevo l’abitudine di lavarmi la testa con l’acqua fredda almeno una volta al giorno; essendomi venuto un mal di denti improvviso, lo attribuii a qualche disturbo provocato dal fatto che per caso avevo interrotto quell’abitudine. Saltai dal letto, immersi la testa in un catino d’acqua fredda, e coi capelli bagnati me ne andai a dormire. Non occorre dire che la mattina dopo mi destai con terribili dolori reumatici alla testa e alla faccia, che non mi diedero quasi mai tregua per circa venti giorni. Credo che fosse il ventunesimo giorno, e una domenica, quando uscii per strada: più per fuggire i miei tormenti, se possibile, che con qualche scopo preciso. Per caso incontrai un collega dell’università che mi raccomandò l’oppio. Oppio! Paurosa fonte di piaceri e di pene che non si possono immaginare! Ne avevo sentito parlare, come avevo sentito parlare della manna e dell’ambrosia, ma non di più: come suonava insignificante quella parola allora! E quali corde solenni fa ora vibrare nel mio cuore! Come mi fa tremare il cuore, scosso da ricordi tristi e felici!