Belfast, la colpevole

Recensione di “Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson

Robert McLiam Wilson, Ripley Bogle, Fazi

Può esistere un destino già segnato? Si può davvero nascere “sotto una buona stella” e, in conseguenza di ciò, avere la fortuna come propria alleata, godere di un qualche salvacondotto che consenta di uscire indenni dai problemi, anzi di non incontrarli neppure? E se cose di questo genere possono accadere, è possibile anche che si verifichi l’opposto? È pensabile che un “destino avverso” prenda forma nel momento stesso in cui si viene al mondo? “Certo”, risponde senza esitazione Ripley Bogle, il giovanissimo senzatetto protagonista dell’omonimo romanzo d’esordio di Robert McLiam Wilson, “basta vedere la luce a Belfast”, crocevia di odi religiosi tra protestanti e cattolici, devastata terra di tutti e di nessuno dove a dominare sono povertà, ignoranza, alcolismo e soprattutto violenza, una violenza brutale, cieca, ignobile, animalesca, esercitata in ogni possibile forma. Una violenza che è esatta misura di quanto l’uomo sia distante da se stesso. “Non è stata colpa mia, è stata colpa di Belfast”, confessa Bogle, ridotto all’ombra di se stesso a poco più di vent’anni, schiacciato dalle durezze della vita di strada, distrutto dal gelo di Londra, dalla morsa implacabile di quel suo clima così particolare, che appartiene solo e soltanto alla città, alle sue strade e alle sue piazze invase dai turisti e che non conosce tregua, non conosce estate – “[…] un lento, inesorabile brivido freddo sta risalendo dal mio coccige al fegato e sono bagnato, bavoso e fradicio […]. Giugno. Amabile, gelido giugno. È piuttosto curioso quanti inglesi siano convinti che il mese di giugno si trovi in estate […]. Assolutamente no! Solo noi, i poveri, i senzatetto, i vagabondi, conosciamo la verità siberiana di un giugno inglese. Siamo i suoi alleati e i suoi confidenti. Ci diamo del tu con il suo laccio gelato e i suoi morsi di brina” – in fuga dalla propria vita e malgrado ciò costretto a ripercorrerla, a ricordarla, a tornare ancora e ancora sulle scelte del passato dal dilatarsi del tempo, dai giorni lunghissimi, interminabili nel cui soffocante abbraccio i barboni lentamente muoiono, dalle ore di luce, desolatamente vuote come le stanze di case abbandonate, cui seguono quelle, terribili, della notte, dove l’ossessivo pensiero di sé e della propria abiezione si ritrae come marea per lasciare il posto all’elaborazione di strategie di sopravvivenza. Continua a leggere Belfast, la colpevole

A Belfast, nella commedia come nel dramma

Recensione di “Eureka Street” di Robert McLiam Wilson


Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi Editore
Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi Editore

Una città attraversata dall’odio fratricida come da un’interminabile cicatrice; i segni della violenza e della lotta ovunque; sui monchi muri di mattoni sventrati dalle bombe, lungo sfinite facciate di case e palazzi coperte da un’assurda orgia di sigle, nella grigia rassegnazione dei vecchi come dei giovani, generazioni sacrificate, in un allucinante girotondo di morte, sull’altare di un ideale che, come il più crudele degli idoli, invoca il sacrificio umano.

Ma anche una città viva malgrado tutto, che non si stanca di mescolare il suo fiato odoroso di pioggia ai sussurri appassionati degli amanti, che ride sguaiata di sé nella penombra eccitata dei pub, dove le chiacchiere si rincorrono impazzite sulla schiuma della birra e le amicizie si rinsaldano a ogni nuovo brindisi, che con tutta se stessa vuole continuare a credere al proprio domani.
È la Belfast di Robert McLiam Wilson, che qui ambienta, datandolo al 1994, il suo romanzo Eureka Street, cronaca agrodolce dell’amicizia tra il protestante Chuckie e il cattolico Jake, trentenni con poca voglia di crescere alle prese con i soliti problemi di tutti: i soldi e le donne. Problemi che Jake, romantico inguaribile e impenitente, fatica non poco a risolvere, mentre Chuckie, tanto goffo nel corpo quanto dotato di una vivace intelligenza e soprattutto di uno strabiliante talento per gli affari, supera brillantemente arrivando a dar vita addirittura a un impero finanziario (e naturalmente guadagnando moltissimo anche in fascino).
Nel raccontare le avventure di questi eterni ragazzi, e dei moltissimi altri personaggi che ruotano attorno a loro, tutti disegnati con un efficacissimo gusto del paradosso ma anche con tocchi di delicato realismo, la scrittura di McLiam Wilson sprigiona un contagioso entusiasmo; è solare, irriverente come una replica ben piazzata, di quelle che lasciano l’interlocutore a bocca aperta, con gli occhi a cercarsi la punta delle scarpe, fresca, tambureggiante nel ritmo narrativo ma capace di momenti di quiete, di pause di introspezione, di acute parentesi di riflessione e d’analisi.
Costruito essenzialmente come una commedia, Eureka Street si misura anche con l’orrore della morte, con l’insensata, straziante volontà distruttrice di un attentato dinamitardo. McLiam Wilson si cala con tutto il suo tormentato coraggio nella descrizione dell’annientamento che segue l’esplosione; sembra condividere lo spaesato terrore dei sopravvissuti, di chi si trovava lì per caso; di chi ha assistito senza colpa e sa che non dimenticherà più; di chi ha miracolosamente conservato la propria vita soltanto per rendersi conto, in quell’istante, di non avere possibilità alcuna di proteggerla, di salvaguardarla.
Senza perdersi in artifici letterari, l’autore offre il suo sincero omaggio al dolore, e dopo aver chinato il capo di fronte alla morte, lo rialza per guardare oltre essa, per continuare a raccontare di Jake e Chuckie, del loro incrollabile sodalizio.
In una parola, della loro storia, che, insegna McLiam Wilson, come tutte le storie è una storia d’amore. Ed è una gran bella storia, dalla prima all’ultima pagina.
Ora spazio al libro, in Italia pubblicato da Fazi Editore. Buona lettura.
Tutte le storie sono storie d’amore.
Venerdì sera. Sei mesi fa (Sarah se n’era andata da sei mesi). In un pub.
Stavo facendo la corte a una cameriera di nome Mary: capelli corti, culo a mandolino e due occhioni da bambino infelice. La conoscevo da tre ore e avevo già perso la testa per lei.
Chuckie Lurgan si era tolto dai piedi da una mezz’oretta, dopo aver beatamente ignorato almeno venti minuti di cenni impazienti da parte mia e non prima di aver elegantemente dato fondo al contenuto delle sue tasche e all’ultimo goccio di birra.

Mary era una delle tante cameriere del pub, ma aveva fatto in modo di farsi notare. Inizialmente sembrava non le andassi a genio. Forse un altro al mio posto avrebbe sospettato che lo facesse per attirare la mia attenzione, ma io no, io avevo semplicemente pensato che avrebbe preferito vedermi morto, e non mi era neanche passato per la testa di chiedermi il perché. Era ostile, scontrosa e ispida come un porcospino. Sono sicuro che aveva capito che così mi avrebbe fatto innamorare. Ne sono proprio sicuro.