Non avrò altro Dio all’infuori di me

Recensione di “Battuta di caccia” di Jussi Adler-Olsen

Jussi Adler-Olsen, Battuta di caccia, Marsilio

La violenza come puro atto di sopraffazione, come legittimazione del più forte, come diritto e insieme come aperta rivendicazione di una libertà assoluta; l’aggressione come sfrenatezza, come rito orgiastico, come delirio di onnipotenza, come lucida, terrificante allucinazione. E assieme a tutto questo l’omicidio, l’annientamento gustato come sanzione finale, come sigillo, come l’ultimo tassello di un puzzle composto di momenti decisivi, di attimi colti al momento giusto e vissuti, sfruttati, goduti fino in fondo, nella spietata certezza che non esista prezzo di pagare per chiunque abbia il coraggio necessario a non porsi limiti, che non possa esserci punizione possibile per tutti coloro che riconoscano di non avere altro Dio all’infuori di sé. Lungo queste spaventose coordinate, che la pazzia, la psicosi, l’alienazione mentale spiegano soltanto in parte e che, seppur non in misura così estrema, sembrano quasi “categorie di pensiero e d’azione” indotte da un mondo e da una realtà che si ostinano a vedere nel successo e a ogni costo e nell’autoaffermazione non solo e non tanto valori da difendere ma addirittura principi primi da insegnare, si snoda il coinvolgente romanzo giallo Battuta di caccia, scritto da Jussi Adler-Olsen (in Italia pubblicato Marsilio nella traduzione di Maria Valentina D’Avino). Fedele alle regole del thriller classico e allo stesso tempo originale innovatore del genere, Adler-Olsen rinuncia al principale cardine narrativo – l’indagine finalizzata alla scoperta del colpevole; fin dall’inizio del romanzo il lettore conosce l’identità dei responsabili – per concentrarsi sulla costruzione dei personaggi principali del suo lavoro (un gruppo di ricchissime persone appartenenti all’alta società danese), cui contrappone l’ostinazione, la determinazione e il senso di giustizia del detective Carl Mørck, capo della Sezione Q della polizia di Copenaghen, piccolo dipartimento incaricato di occuparsi dei “casi di speciale interesse”, cioè di tutti quei fatti di sangue che non solo non sono stati risolti, ma che per le loro caratteristiche hanno destato particolare scalpore nell’opinione pubblica o hanno avuto, al di là del delitto o dei delitti commessi, conseguenze tragiche. Continua a leggere Non avrò altro Dio all’infuori di me