Zenone a Londra

Recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens

Charles Dickens, Oliver Twist, Newton Compton

Un paradosso non dissimile da quello zenoniano di Achille e la tartaruga, che vede il grande eroe incapace di raggiungere la lentissima testuggine, a patto che l’animale parta con un leggero vantaggio e che il percorso da compiere sia infinitamente divisibile, si applica a Charles Dickens e alla sua opera. Impareggiabile creatore di personaggi (non v’è infatti chi non conosca gli eroi dei suoi romanzi, a partire dal cinico Ebenezer Scrooge salvato dallo spirito del Natale, ma l’elenco è davvero molto lungo), lo scrittore è tanto noto e apprezzato per questa sua capacità, quanto trascurato per il resto del suo lavoro, dal momento che di molti dei suoi romanzi non si conosce se non un abbozzo di trama, il più delle volte ridotta all’insieme delle vicissitudini che capitano al protagonista. Chi, per esempio, può dire di non aver mai sentito nominare Oliver Twist? Nessuno, naturalmente, perché il povero Oliver Twist personaggio è talmente famoso da essere diventato, e non da oggi, sinonimo di una ben precisa figura, quella dell’orfano dal cuore puro bersagliato dalla sfortuna ma capace di non arrendersi mai, malgrado la frequenza dei rovesci che i suoi giovani anni sono costretti a sopportare. Continua a leggere Zenone a Londra

Pessimist Anticant e Popular Sentiment

Anthony Trollope, L'amministratore, Sellerio Editore
Anthony Trollope, L’amministratore, Sellerio Editore

L’immaginaria cittadina di Barchester, “degna di nota più per la bellezza della cattedrale e l’antichità dei monumenti, che per una particolare prosperità commerciale”, specchio di tante altre reali città inglesi; il Jupiter, influente e temuto quotidiano dietro il quale si intravede The Times (che ai tempi di Trollope si chiava The Thunder); il saggio e mortifero dottor Pessimist Anticant, la cui fin troppo rigida figura, messa piacevolmente in burla, rivela più che nascondere il profilo di Thomas Carlyle; e infine il celebre romanziere Popular Sentiment, che altri non è se non Charles Dickens, il più noto e amato uomo di lettere dell’età vittoriana. Questa la deliziosa ragnatela di finzioni (così intrisa di verosimiglianza, quando non di autentica verità, da aver l’attendibilità e il valore di un dettagliato resoconto di cronaca) che fa da sfondo a L’amministratore di Anthony Trollope, primo, fortunato romanzo di un ciclo composto da sei opere. Trollope, che di Dickens fu contemporaneo, al pari dell’autore di Grandi speranze e David Copperfield si dimostra un finissimo conoscitore della natura umana; ma al di là di questo specifico tratto, tutto il resto, a partire dalla sua prosa allo stesso tempo lieve e puntuta, per continuare con l’ironia garbata, elegante, che emerge tanto dalle descrizioni d’ambiente quanto dal disegno dei caratteri – “A Barchester la Maldicenza affermava che se non fosse stato per la bellezza della figlia, il signor Harding sarebbe rimasto un canonico minore […]. E la Maldicenza, prima di biasimare il signor Harding per essere stato nominato primo cantore dal suo amico il vescovo, aveva a gran voce biasimato il vescovo per aver così a lungo omesso di fare qualcosa per il suo amico signor Harding […]. Nemmeno i più ferventi ammiratori del signor Harding possono dire che egli sia mai stato un uomo industrioso; le circostanze della sua vita non hanno richiesto che lo divenisse; e tuttavia non lo si può definire un indolente […]. Dalla sua nomina a primo cantore […] ha molto migliorato il coro di Barchester […] e ha suonato il violoncello quotidianamente per quegli spettatori che è riuscito a riunire, o, faute de mieux, per nessuno spettatore” – fino ad arrivare allo stile limpido e ricco, alle atmosfere gravide d’attesa e nonostante ciò ostinatamente spensierate, al prezioso equilibrio tra dramma e commedia, e all’astuta esaltazione della muta, indecente comicità che è il sostrato ultimo di ogni avvenimento, dal più insignificante al più cupo, richiama Dickens tanto quanto se ne discosta, sottolinea le consonanze tra i due e insieme ne fa risaltare le differenze. Così, il Charles Dickens impareggiabile creatore di personaggi (attorno ai quali la vicenda narrata si snoda) si ritrova soltanto in parte in Trollope, i cui eroi, più che plasmare il contesto sociale nel quale si muovono ne sono il prodotto; i loro vizi, le virtù, le bizzarrie e le originalità dei loro temperamenti, in una parola le qualità squisitamente dickensiane che hanno reso indimenticabili Ebenezer Scrooge e Samuel Pickwick, l’orfano Pip ed Esther Summerson, nelle pagine di Trollope si riducono a sfumature, utili a connotare (e non più a definire compiutamente) di volta in volta colui o colei che agisce o di cui si parla. E ancora i dialoghi, che da una parte sono arguti, scoppiettanti, rivelatori, al servizio di storie spesso labirintiche, complesse, dense di colpi di scena e sorprese, mentre dall’altra (quella di Trollope) sono semplice e quieta eco di storie minime, di personali travagli, di avventure ingenue, che suscitano sorrisi e pacate riflessioni.

Avventure come quella che occorre al canonico minore e amministratore del ricovero di Barchester Septimus Harding, uomo di buon cuore e specchiati principi morali che si ritrova nel bel mezzo della tempesta il giorno in cui uno dei suoi più cari amici, il medico John Bold (che ama, riamato, la più giovane delle figlie di Harding), riformatore idealista votato all’eliminazione di qualsiasi tipo di ingiustizia, mette in discussione il compenso ricevuto da Harding nella sua qualità di amministratore di un ricovero per indigenti nato dalle disposizioni testamentarie di un ricco cardatore di lana del XV secolo e divenuto, nel corso dei secoli, una ricca proprietà gestita dalla chiesa. Non è, si chiede Bold, gettando nel più tetro sconforto il povero amministratore che fino ad allora aveva ricevuto la sua paga senza nemmeno immaginare di stare commettendo un abuso, un palese tradimento delle volontà del fondatore del ricovero non distribuire ai poveri lì ospitati le ricche rendite del luogo e utilizzarle invece per assicurare un ottimo tenore di vita ai membri della chiesa che di quel bene immobile si sono assunti la cura? In un brevissimo torno di tempo il dubbio di Bold diventa una questione di pubblico dominio, trattata dai più importanti organi di stampa, discussa negli studi legali, dibattuta nei tribunali e nelle aule parlamentari; e al povero Harding, suo malgrado finito al centro di una battaglia morale e politica e desideroso soltanto di riottenere la propria tranquillità continuando a serbare pura la coscienza, non resta che una cosa da fare: rinunciare alla carica e prepararsi a trascorrere gli anni che gli rimangono nelle più severe ristrettezze. Ma quali conseguenze, per sé, per la chiesa che egli rappresenta e non ultimo per ladorata figlia, potrà condurre una simile, drastica decisione? 

Storia d’amore, agrodolce romanzo sociale che nella sua puntualità d’analisi ha il pregio di non prendersi mai troppo sul serio, nonché brillante apologo morale, L’amministratore è prima di tutto una lettura eccezionalmente piacevole, un divertimento genuino per il cuore e l’intelletto, un magnifico lavoro letterario.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Sellerio, è di Rossella Cazzullo. Buona lettura.

Il Reverendo Septimus Harding era, qualche anno fa, un ecclesiastico beneficiario, che viveva nella sede vescovile di…; chiamamola Barchester. Se nominassimo Wells o Salisbury, Exeter, Hereford o Gloucester, si potrebbe pensare che si vuole intendere qualche riferimento personale; e poiché questa storia riguarderà soprattutto i dignitari della cattedrale della città in questione, desideriamo in modo particolare che non ci sia il sospetto di allusioni di natura personale.

Marley, fantasma tra i tanti

Charles Dickens, Da leggersi all'imbrunire, Einaudi
Charles Dickens, Da leggersi all’imbrunire, Einaudi

Colmo di disperato rimorso, ridotto in ceppi, terribile a vedersi eppure in qualche misura anche patetico, debole, infelice, lo spettro di Marley, insostituibile socio in affari (e in perfidi egoismi) del misantropo Ebenezer Scrooge, è con ogni probabilità uno dei più riusciti caratteri soprannaturali nati dalla penna di Charles Dickens. Simbolo di una coscienza (e di un’esistenza) ormai quasi del tutto perduta e insieme strumento del suo ravvedimento e principio di una nuova vita, l’apparizione che apre il celeberrimo Canto di Natale (di cui ho già scritto in questo blog) racconta non solo del genio creativo del grande scrittore inglese ma anche della sua particolare inclinazione per il misterioso e l’inesplicabile, dell’attrazione provata verso quel mondo impalpabile eppure sempre presente (all’immaginazione, se non al raziocinio) dove dimorano i morti, dove respira l’orrore, dove ogni umana certezza si dissolve, e non ultimo dell’entusiastico interesse nutrito nei confronti del gotico letterario, così gravido di cupezza e così trionfalmente ricco di suggestioni. Marley tuttavia, pur nella sua scintillante perfezione, non è che un personaggio tra i tanti, un fantasma in una moltitudine; una creazione certamente eccentrica, per molti versi indimenticabile, e nonostante ciò nient’altro che un’apparizione, una splendida opera d’arte destinata a impreziosire una sovrabbondante galleria di “ritratti d’oltretomba”. Di questi ritratti e della loro genesi narra l’agile e preziosa antologia Da leggersi all’imbrunire (significativamente sottotitolata Racconti di fantasmi), raccolta di novelle macabre e spaventose che offrono, di Dickens, se non un profilo inedito, un quadro d’insieme non privo di sorprese. Impareggiabile narratore brillante, umorista finissimo, umanista intransigente e leggiadro, critico feroce delle disuguaglianze e delle storture sociali, Charles Dickens – che in questa raccolta viene presentato al lettore nei panni inediti (e senz’altro stretti, perché esclusivi) di “scrittore dell’occulto” – emerge in tutta la sua complessità nell’introduzione al volume (a cura di Malcolm Skey) e nella sua postfazione (dedicata ai padri, ai precursori e ai teorici della “letteratura spettrale” vittoriana); è tra queste pagine, infatti, che, tanto nella puntualità della biografia quanto nell’esuberante estemporaneità dell’aneddoto, si definiscono con precisione il contesto nel quale ha avuto modo di svilupparsi questa peculiare passione dickensiana, l’impatto che ha prodotto (sia in ambito privato sia dal punto di vista squisitamente professionale) e i frutti creativi che ha generato.

Ecco dunque che dallo spirito del romanziere evocato nel 1927 nientemeno che da Arthur Conan Doyle durante una seduta nel corso della quale Dickens “avrebbe rivelato la propria presenza sillabando sulla planchette lo pseudonimo «Boz», da lui usato in alcune delle primissime opere a stampa (per esempio Il circolo Pickwick)”, si passa alla descrizione di un ben preciso lato del suo carattere, figlio, oltre che di una personale propensione, di un innegabile condizionamento sociale: “È verissimo che Dickens (come quasi tutti i suoi contemporanei) provava un forte interesse per le cose dell’altro mondo e per le «interferenze» di questo nella vita quotidiana che egli, da bravo ex cronista e giornalista parlamentare, dipingeva nei suoi romanzi a tinte ferocemente realistiche. Non solo: arrivava persino a praticare una forma di mesmerismo (o «magnetismo animale»), di cui sono documentati almeno due casi […]. Sono noti anche l’amicizia e il rispetto che Dickens provava per Sir John Elliotson […], medico geniale e controcorrente, il quale nel 1838 fu costretto a dimettersi dalla cattedra all’Università di Londra per lo scandalo che destavano il suo entusiasmo per la «frenologia e il magnetismo animale», per non parlare delle popolarissime sedute mesmeriche che teneva nella sua residenza privata […]. Con tutto ciò, occorre […] sottolineare […] che i riferimenti nelle opere di Dickens allo spiritismo in quanto tale […] sono immancabilmente in tono beffardo”.

Questa sfaccettata rappresentazione è allo stesso tempo uno studio dell’uomo e dello scrittore e una bussola stilistica e interpretativa indispensabile al lettore per godere appieno tutto quel che rende meravigliosa la prosa dickensiana; l’ironia finissima, l’impeccabile precisione delle descrizioni d’ambiente, i geniali arabeschi fisico-psicologici che in pochissimi tratti definiscono un carattere fin nei minimi dettagli; caratteristiche uniche, che come gemme risplendono anche tra l’ombra densa d’inquietudine che abita l’inspiegabile, rendendo perfino l’incubo un viaggio entusiasmante.

Eccovi l’inizio del primo racconto della raccolta, intitolato Fantasmi natalizi. Buona lettura.

Nell’aria aleggerà per tutto il tempo un profumo di caldarroste e di altre buone cose, dal momento che stiamo narrando racconti d’inverno – anzi, a essere sinceri, storie di fantasmi – intorno al fuoco di Natale; e nessuno si muove, se non per spingersi un poco più vicino alle braci. Ma questo non ha importanza.

Un fremito tra le scapole

 

Charles Dickens, Casa desolata, Einaudi
Charles Dickens, Casa desolata, Einaudi

“Ciò che dobbiamo fare, leggendo Casa desolata (Bleak House), è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l’umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte”. È interamente racchiuso in questa raffinata, puntuale considerazione di Vladimir Nabokov il senso dell’esperienza estetico-cognitiva offerto da Casa desolata di Charles Dickens, non certo uno dei romanzi più celebri del grande autore inglese ma per molti aspetti un’opera di estremo interesse, e di indiscutibile fascino. Puntuta satira sociale, impareggiabile studio di caratteri (basti pensare allo sterile attivismo filantropico di Mrs Jellyby, talmente impegnata a “salvare” ed “educare” gli indigeni del villaggio africano di Borrioboola-Gha da trascurare qualsiasi altra cosa, in primo luogo i suoi doveri di madre), commedia nera e perfino detective story, Casa desolata è un mosaico narrativo complesso ed elettrizzante, un labirinto di storie che dietro ogni angolo cela sorprese e colpi di scena, uno spettacolo di fuochi d’artificio che esplode in una moltitudine di figure e colori che pare inesauribile e insieme un riflettere caldo, paziente e implacabile sulla natura umana e sulla sua condizione.  

“Pretesto” e filo conduttore della vicenda è una causa legale (Jarndyce contro Jarndyce) che si trascina da moltissimo tempo e sembra ancora assai lontana dalla conclusione – memorabile l’incipit del romanzo, con la vivida descrizione di una Londra novembrina appassita e morente, affondata nel fango e assediata dalla nebbia, nel cui cuore, così fitto da essere impenetrabile, “tiene udienza il Lord Cancelliere. Mai la nebbia sarà tanto fitta, né il fango e la mota così alti da poter eguagliare lo stato di brancolamento e di confusione in cui si trova oggi al cospetto del cielo e della terra la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere, scelleratissima e decrepita peccatrice” – gigantesca tela di ragno che avviluppa, seppur con differenti gradi di coinvolgimento, tutti i personaggi del libro, ne domina i destini come il peggiore dei tiranni e, con l’efficacia del più potente dei veleni, ne corrompe gli animi. E sono naturalmente legati alla causa i segreti (come quello che nasconde lady Honoria Deadlock),  le bramosie (dell’avvocato Tulkinghorn e del giovane Richard Carstone, che finisce per farsi ossessionare dalla causa e dal desiderio di vincerla, per sé e per la donna che ama), che come fiumi carsici attraversano la storia, come anche le innocenti, pure resistenze a queste derive (rappresentate soprattutto da Esther, vera eroina della storia); come d’abitudine, Dickens racconta ogni cosa con torrenziale ricchezza d’accenti, lasciando spazio sia alla contagiosa leggerezza della commedia sia alla vivida cupezza del dramma; egli prima conquista il lettore con la suggestiva, rapinosa affabulazione del consumato cantastorie, poi lo “imprigiona” nella rete della sua maestria descrittiva, nell’eccezionale acume psicologico dei suoi ritratti, nel garbo deciso delle sue denunce, nello smascheramento (ironico, ma non per questo meno incisivo) delle ipocrisie, costringendolo a una riflessione che sia specchio, per intensità e profondità, di quella dell’autore, e a una ben definita presa di posizione. Così si chiude il cerchio perfetto dell’“esperienza Dickens” splendidamente riassunto da Nabokov; un viaggio della ragione e dell’emozione, dell’intelletto e del cuore nel mondo di un grande scrittore, “una democrazia magica dove anche certi personaggi assolutamente secondari, anche il più marginale […] hanno il diritto di vivere e di generare”. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Einaudi, è di Angela Negro). Buona lettura.
Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. Implacabile clima di novembre. Tanto fango nelle vie che pare che le acque si siano da poco ritirate dalla superficie della terra e non stupirebbe incontrare un megalosauro, di quaranta piedi circa, che guazza come una lucertola gigantesca lungo Holborn Hill. Fumo che scende dai comignoli come una soffice acquerugiola nera con fiocchi di fuliggine grandi come fiocchi di neve vestiti a lutto, si potrebbe immaginare, per la morte del sole. Cani che si distinguono appena nella mota. Cavalli, infangati fino ai paraocchi, in condizioni di poco migliori. Pedoni, quasi tutti affetti da irascibilità, che si urtano a vicenda con gli ombrelli e perdono l’equilibrio agli angoli delle strade, dove fin dall’alba (ammesso che ci sia stata un’alba oggi) sono già scivolati migliaia di altri pedoni, aggiungendo nuovi depositi alla crosta formatasi sopra lo strato di fango, restando in quei punti tenacemente sul marciapiede e accumulando melma a interesse composto.