L’armonico stridore delle metafore

Recensione di “La pianista” di Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek, La pianista, SE

“A una prima parte, incentrata sul rapporto di Erika Kohut con la madre, segue nel romanzo la tormentata storia d’amore della donna con il suo allievo Walter Klemmer. Mentre nella prima parte la sequenza cronologica è interrotta da frequenti incursioni nell’infanzia e giovinezza di Erika – in cui, significativamente, la protagonista non è mai chiamata con il suo nome e si fa soggetto metaindividuale, definito dal pronome LEI (evidenziato tipograficamente) – nella seconda parte l’intreccio segue in modo quasi classico la peripezia del personaggio e la sua catastrofe finale […]. Sembrerebbe […] a prima vista legittima una lettura del testo in chiave psicologica e psicoanalitica. La relazione tra madre e figlia appare difatti come un modello esemplare di […] patologica relazione simbiotica; per la madre Erika è una palese sostituzione del marito (non a caso le due donne dormono nello stesso letto) su cui proiettare aspettative e frustrazioni di vita; per la figlia l’anziana signora è un’istanza irrevocabile, a cui adeguare i propri desideri e comportamenti […]. È stato tuttavia fatto notare come una simile lettura non aggiunga sostanzialmente nulla di nuovo a quanto già contenuto nel romanzo […]. Si potrebbe anzi persino essere tentati dal considerare La pianista come una parodia degli studi psicoanalitici o della letteratura di consumo sul rapporto madre-figlia […]. Ma è davvero malata Erika Kohut? Rappresenta questa donna solo un caso disperato, da rubricare negli annali della psiche femminile? […]. In realtà il romanzo non rappresenta i sintomi di un caso psichiatrico, ma i fenomeni di una dinamica sociale, nella loro dimensione linguistica […]. La brutalità del mondo «sano» dei vincitori è infinitamente più terribile delle crudeltà del mondo dei vinti”. Così Luigi Reitani, nel saggio che conclude lo splendido, spiazzante, labirintico romanzo di Elfriede Jelinek intitolato La pianista (in Italia pubblicato da SE nella traduzione di Rossana Sarchielli), analizza il lavoro dell’autrice austriaca (premio Nobel per la Letteratura nel 2004) confrontandolo con l’omonima riduzione cinematografica diretta da Michael Haneke e premiata a Cannes nel 2001. Cos’è, esattamente, La pianista, si chiede Reitani? E nel provare a rispondere al quesito avanza in primo luogo spiegazioni negative, individuando quel che il romanzo non è e sottolineando come il testo, fin dalle primissime righe, tenda a nascondersi, a celare se stesso. Amante delle sperimentazioni, Jelinek infatti costruisce una storia che nella sua semplicità quasi disarmante (una figlia non più giovane, divorata da una madre che non le ha mai concesso di realizzare se stessa come persona autonoma, si scinde per non soccombere; è una inflessibile e inavvicinabile docente di pianoforte e una figlia fedele e nello stesso tempo, o meglio nel poco, pochissimo tempo che riesce a sottrarre all’instancabile vigilanza della mamma, è un magmatico, elettrico scontrarsi di pulsioni che la portano ad amare e odiare il proprio corpo di donna, a bramare e rifiutare il proprio essere donna, a soddisfare gli appetiti della carne umiliando se stessa attraverso il più scadente voyeurismo; un giorno, questo essere incompleto, sofferente e teso verso una libertà che fatica persino a concepire e che desidera tanto quanto teme, deve affrontare il corteggiamento sempre più aperto e spavaldo di uno dei suoi migliori allievi, il giovane e avvenente Walter Klemmer) si avvita in un incessante gorgo di metafore, similitudini, giochi espressivi, citazioni mascherate, ghignante sarcasmo, e in questo modo muta forma quasi a ogni pagina, rendendo ardua la messa a fuoco della sua protagonista, dell’insegnante Erika perduta dentro se stessa.
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L’uomo meccanico e il creatore di sogni

Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori
Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori

La fantasia, l’immaginazione; la precisione, l’esattezza; l’amore, la solitudine; il ricordo, il rimpianto. E l’universo delle parole e delle immagini che tutto contiene, il simile come l’opposto, e la suggestione del passato, della storia, di una stagione della vita colma di entusiasmo e gioia, che si intreccia con il sogno, il desiderio, la speranza. Sullo sfondo, una città addormentata e indifferente, assediata dall’inverno, ridotta al silenzio dalla gelida carezza della neve, che solo nel chiuso della stazione ferroviaria brulica di voci, di pensieri, di segreti. E nella stazione, tra cunicoli e stanze nascoste, un ragazzo orfano e un automa meccanico costruito soltanto in parte, un uomo fatto di ingranaggi, di ruote dentate e pulegge e perni e cremagliere che attende di essere rimesso in sesto, di tornare a funzionare, di raccontare la sua storia. E infine un vecchio, un vecchio amareggiato e stanco, proprietario di un chiosco di giocattoli, nascosto nel suo negozio come un animale nella tana. Il materiale narrativo de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick è tutto qui, in un pugno di personaggi ottimamente caratterizzati e in un’ambientazione affascinante e insolita, e in sé, occorre riconoscerlo, non ha nulla di notevole; eppure l’autore, quasi fosse un alchimista, o un mago (o più probabilmente un abilissimo illusionista) in grado di trasformare il più vile degli elementi nel più nobile dei metalli, prende le mosse da questa curiosita semplicità e finisce per dar vita a qualcosa di splendido e per molti versi indimenticabile: egli infatti ricostruisce, intrecciando mirabilmente verità e finzione, gli anni più fecondi e felici di Georges Méliès, uno dei padri del cinema, colui che primo portò sullo schermo il fantastico, l’impossibile, il meraviglioso. “Ho atteso a lungo”, scrive Selznick al termine del suo romanzo, nelle pagine dedicate ai ringraziamenti, “di scrivere una storia su Georges Méliès, ma questa storia ha iniziato a prendere davvero forma quando ho letto un libro intitolato Edison’s Eve: A Magical History of the Quest for Mechanical Life di Gaby Wood. Il libro parlava della collezione di automi di Méliès, che fu donata a un museo, dove venne dimenticata in una soffitta umida per essere infine buttata via. Ho immaginato un ragazzo che trovava le macchine nella spazzatura e in quel momento sono nati Hugo e questa storia”.

Selznick, scrittore e illustratore, guarda ai secoli passati, allo stupore e all’incredulità che suscitavano nel pubblico le creazioni degli scienziati settecenteschi (la papera di Jacques de Vaucanson, il bambino scrivano di Pierre Jaquet-Droz, di professione orologiaio), e sceglie, come simbolo tanto della libertà creatrice quanto delle potenzialità della conoscenza, del sapere, in special modo di quello matematico, un automa meccanico, un “miracolo scientifico” in grado di imitare alla perfezione il comportamento di un uomo in carne e ossa. E da tutto questo, dall’attrazione che sull’illusionista Méliès, sul cineasta Méliès, sull’uomo che inventava nuovi mondi e li regalava non a un pubblico di “banchieri, casalinghe e commessi” ma a “stregoni, sirene, viaggiatori, avventurieri, illusionisti” (quel che ciascuno di noi realmente è), esercitava la vita meccanica, lesistenza artificiale replicabile in laboratorio, egli racconta del giovanissimo Hugo, figlio di un orologiaio prematuramente scomparso, custode (come lo zio cui è andato in affidamento dopo la scomparsa dei genitori) degli orologi della stazione ferroviaria di Parigi, che nel chiuso della sua stanza-rifugio, nascosto agli occhi di tutti, si dedica a ricostruire un misterioso uomo meccanico cui fino all’ultimo giorno della sua vita aveva lavorato il padre. E quell’uomo artificiale, creatura fra le mille altre del genio instancabile di Méliès, ormai anziano, incattivito, sconfitto dalla realtà che nei suoi film aveva talmente abbellito da renderla irriconoscibile, condurrà, dopo mille peripezie, il giovane dall’anziano, come un figlio dal proprio genitore, e a entrambi, proprio come potrebbe fare un uomo dotato di sentimenti, volontà e raziocinio, un essere vivente, restituirà speranza e voglia di rimettersi in gioco, di ricominciare.

Selznick racconta con intensità e dolcezza, rendendo il giusto omaggio a entrambi i propri talenti e alternando a testi brevi e incisivi splendide immagini in bianco e nero che sono parte integrante della vicenda; non mancano neppure riproduzioni dei fondali dei film di Méliès, eco del commosso ricordo di ciò che era stato e che il cineasta aveva fatto ogni sforzo per dimenticare: “I miei genitori facevano scarpe […]. Volevano che lavorassi nella loro fabbrica, ma io detestavo le scarpe. L’unica cosa che mi piaceva di quella fabbrica erano le macchine. Ho imparato ad aggiustarle da solo, e intanto sognavo di andarmene e diventare un illusionista. Così, quando sono stato abbastanza grande, ho venduto la mia quota della fabbrica e ho comprato un teatro specializzato in spettacoli di magia. Mia moglie mi faceva da assistente. Eravamo felicissimi. Avevo un laboratorio speciale sul retro, dove costruii il mio automa, che al pubblico piacque moltissimo. Poi i fratelli Lumière inventarono il cinema. Mi innamorai a prima vista di quella invenzione e chiesi loro di vendermi una cinepresa. I Lumière rifiutarono e fui costretto a costruirmene una da solo, usando i pezzi avanzati dall’automa. Presto scoprii che non ero stato l’unico illusionista a passare al cinema. Molti di noi capirono che era stato inventato un nuovo tipo di magia e volevano tutti farne parte. La mia bellissima moglie divenne la mia musa. Girai centinaia di film e pensavamo che non sarebbe mai finita. Come sarebbe potuto accadere? Poi arrivò la guerra e quando terminò c’era troppa competizione e tutto andò perduto”.

La straordinaria invenzione di Hugo Cabret è un romanzo prezioso, una lettura adatta a ogni età (come dimostra il bellissimo film che ne ha tratto, nel 2011, Martin Scorsese), un esperimento perfettamente riuscito.

Eccovi, invece dell’incipit, la breve prefazione a cura del professor H. Alcofrisbas (scoprirete chi è alla fine del romanzo, e sarà una bella sorpresa, non l’unica, peraltro, celata tra le pagine di questo libro). La traduzione, per Mondadori, è di Fabio Paracchini. Buona lettura.

La storia che sto per svelarvi ha inizio nel 1931, sotto i tetti di Parigi. Qui incontrerete un ragazzo di nome Hugo Cabret, che un giorno, tanto tempo fa, scoprì un misterioso disegno che cambiò la sua vita per sempre. Ma prima che voltiate pagina, voglio che immaginiate voi stessi, seduti nel buio, come all’inizio di un film. Sullo schermo sorgerà il sole fra pochi istanti e la macchina da presa inquadrerà una stazione nel cuore di una città. In un atrio pieno di gente vedrete finalmente un ragazzo che si muove rapidamente. Seguitelo, perché quello è Hugo Cabret. La sua mente è piena di segreti e sta aspettando che la sua storia abbia inizio.

Il dovere di non restare in silenzio

Recensione di “Blonde” di Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates, Blonde, Bompiani
Joyce Carol Oates, Blonde, Bompiani

La ricerca ossessiva della perfezione come talismano contro il terrore della morte, come formula magica (la sola possibile) in grado di arginare il dolore, di offrire momenti di tregua alla spaventosa fatica di vivere, di proteggere dalla rabbia del mondo, dalla sua invidia cieca, dalla sua insaziabile sete di annientamento. La ricerca ossessiva della perfezione come testarda espressione di sé, come difesa, strenua e disperata, della propria dignità di essere umano e insieme come rivendicazione orgogliosa di una non comune personalità artistica. La ricerca ossessiva, maniacale della perfezione – che si fa strategia di sopravvivenza, darwiniana tensione verso l’evoluzione e la salvezza – come filo rosso e chiave interpretativa (e persino stilistica) di una biografia talmente intensa, suggestiva e commovente da avere il sapore di un testamento spirituale, talmente ancorata alla verità (a quella del cuore, dell’emozione, del sentimento, che si lega inestricabilmente a quella fredda, cronachistica e inerte dei fatti, delle registrazioni documentali, delle testimonianze consegnate agli archivi, e le offre respiro, dignità e bellezza senza mai chiedere nulla in cambio, senza pretendere, dal lettore, gratuiti atti di fiducia né sostituirsi a ciò che è stato ufficialmente rubricato come attendibile, confermato come accaduto) da travolgere di slancio, sottolineandone la sostanziale, profonda, scandalosa inadeguatezza, la pur corretta definizione di romanzo (e non, si badi, di romanzo qualsiasi, bensì di romanzo monumentale, meraviglioso, magistrale, impareggiabile) ispirato alla vita di una celebrità, per imporsi innanzitutto come “storia”, come racconto, come sincero omaggio della memoria al verificarsi di una tragedia che come un’epidemia possiede il maligno, misterioso potere di contagiare tutti. Con lo splendore sublime di una scrittura senza uguali per ricchezza descrittiva, profondità d’analisi e potenza espressiva a rendere magnifico, regale, l’abito dimesso del dovere. Il dovere di non restare in silenzio, che è forse il solo compito cui allo scrittore che abbia qualcosa da dire e il talento necessario a dirla, non è lecito sottrarsi.

Tutto questo è Blonde di Joyce Carol Oates, implacabile e struggente ritratto dell’attrice-modella-cantante, o meglio della diva per eccellenza Marilyn Monroe, all’anagrafe Norma Jeane Baker, nata a Los Angeles l’1 giugno 1926, morta a Brentwood, in circostanze mai del tutto chiarite e al termine di un’esistenza tanto breve quanto tormentata, il 5 agosto 1962, uccisa dalla sua arte, dai suoi amanti, dai mariti, dai figli tanto desiderati e mai partoriti, stremata da crudeli sogni di felicità rimasti sempre inappagati, sfiancata dalle sue doti eccezionali, che come parassiti si nutrivano del suo corpo e delle sue energie nervose fino a lasciarla in balia di ogni genere di psicofarmaci, corrotta e sfruttata dai mercenari imperativi categorici hollywoodiani, ridotta alla consunzione dall’amore negatole dalla madre Gladys, affetta da schizofrenia paranoide e rinchiusa, per quasi tutta la vita di Marilyn, in un casa di cura per malati mentali (pubblica, negli anni in cui la figlia, bambina, trascorreva i momenti cruciali della propria esistenza in svariate case-famiglia, privata dal primo momento in cui “miss Monroe” fu in condizioni di accollarsi il costo della retta di mantenimento) e dall’assenza del padre, che la diva non conobbe mai.

L’americana Joyce Carol Oates, una delle autrici più significative e importanti nel panorama letterario novecentesco, ci regala il ritratto allo stesso tempo sfumato e preciso di una donna che per tutta la vita non ha fatto altro che inseguire se stessa; dipingendola senza partigianeria ma stillando dalla sua prosa corposa e vibrante una simpatia, o meglio un’empatia, una umanissima pietas che al lettore giunge come uno strozzato ma tenace urlo di protesta contro un destino terribile e ingiusto che si sarebbe potuto evitare (Marilyn avrebbe potuto salvarsi, o essere salvata, ci dice a più riprese, tra le righe a tuttavia con inequivoca chiarezza la Oates) ma che nessuno ha fatto nulla per scongiurare, questa brillantissima scrittrice svela Marylin Monroe più di quanto abbia fatto la sterminata letteratura che al suo mito, e ai misteri che l’hanno circondato e ancora lo circondano, è stata dedicata.

La Marilyn di Joyce Carol Oates è autenticamente Marilyn (lo è nella brutale descrizione della finzione del personaggio idolatrato da milioni di persone nel mondo, nella narrazione estenuata e rabbiosa delle interminabili sedute di trucco, nell’evocazione dello “spettro” Marilyn, che immancabilmente emerge per stregare tutti alla morte di Norma Jeane) ed è autenticamente Norma Jeane, una bella ragazza tra tante cui non è mai stato concesso (cui forse lei per prima non ha mai avuto coraggio bastante per concedere) il privilegio, prezioso e sottovalutato, di essere una qualunque.

Eccovi l’incipit. La più che encomiabile traduzione, per Bompiani, è di Sergio Claudio Perroni. Buona lettura e buon 2015 a tutti.

E giunse la Morte a perdifiato lungo il Boulevard nell’esangue luce color seppia. E giunse la Morte volando come in un cartone animato in sella a una massiccia e austera bici da postino. E giunse la Morte infallibile. La Morte inesorabile. La Morte che pedalava furiosamente. La Morte con dentro al solido cesto di vimini ancorato al sellino un pacco con la scritta CORRIERE ESPRESSO MANEGGIARE CON CURA. E giunse la Morte manovrando sapientemente la bici sgraziata in mezzo al traffico all’incrocio tra Wilshire e La Brea dove, per via dei lavori in corso, due corsie della Wilshire in direzione Ovest confluivano in una. Una Morte agilissima! Una Morte che faceva marameo agli attempati pestatori di clacson.

La nostra muta lingua madre

Martin Amis, Money, Einaudi
Martin Amis, Money, Einaudi

Come la pubblicità, seducente perché ingannevole, come la pornografia, che parla la più universale delle lingue, come il cinema, quello “facile”, di cassetta, fatto apposta per accontentare tutti, come l’ignoranza, quella che ci si porta addosso con fierezza quasi fosse un vestito nuovo, che non si perde occasione per esibire, che ringhia costante nel tono di voce ed esplode, monotona, nella più classica delle provocazioni: “Io sono arrivato fin qui, ho guadagnato così tanto senza mai aver letto un libro. E tu, invece? Tu cosa hai fatto?”. E come le amicizie interessate, le manipolazioni, i giochi doppi e tripli, i sorrisi di circostanza e i discorsi, che se possibile sono ancor più di circostanza dei sorrisi. E infine come le relazioni fondate solo ed esclusivamente sullo sfruttamento reciproco, su un tacito “scambio alla pari”: sesso per soldi. Così è la vita del giovane regista di successo John Self, protagonista dello splendido e cinico Money di Martin Amis; lo specchio (non importa quanto deformato e deformante) di qualsiasi cosa sia fonte di arricchimento, il riflesso (condizionato dall’abitudine, dall’assuefazione) di un unico pensiero, di un solo scopo, di un movente che all’infinito replica se stesso: accumulare denaro, spenderlo senza ritegno e continuare ad accumularlo. È il ventesimo secolo (per la precisione gli anni ottanta del secolo, ma al di là di qualche dettaglio descrittivo, il dissacrante lavoro di Amis, come accade per tutti i grandi romanzi, non paga alcun tributo al passare del tempo) il bersaglio polemico del romanzo; con i suoi orrori e i suoi splendori (che dell’orrore sono lo zenit), con le sue ossessioni, con le sue divinità dinanzi alle quali inginocchiarsi (il denaro su tutte), con i suoi riti, il più importante dei quali è l’ostentazione a ogni costo, l’espressione più volgare e inequivocabile della ricchezza, quella che mette a tacere qualunque contestazione, che riesce nel miracolo ubriaco di trasformare la rabbia in ammirazione, in sciocca devozione. Questo secolo evanescente ed esplosivo si fa spietata caricatura di sé nei personaggi che lo incarnano e simboleggiano, negli antieroi spudorati, meschini e tronfi che il genio feroce di Amis tratteggia con diabolico compiacimento. L’edonista ed egoista John Self, innanzitutto, alcolizzato, avido consumatore di cibo spazzatura, pornodipendente, interessato esclusivamente ai soldi e a scoprire se la fidanzata Selina Street, tanto bella e disinibita quanto fredda e calcolatrice, lo tradisca, con chi e quanto frequentemente; poi Fielding Goodney, il socio di Self, l’anima finanziaria e imprenditoriale del progetto (il primo lungometraggio diretto da Self, il suo primo, vero film, il salto di qualità per un uomo che fino a quel momento non ha fatto altro che girare spot pubblicitari); splendente, giovanissimo, ricco oltre ogni possibile immaginazione e vizioso altrettanto, carismatico quanto basta per indossare senza imbarazzo abiti all’ultima moda e occhiali da sole e girare a piedi per New York, seguito come un’ombra dalla sua limousine (con immancabile autista), e furbo quanto basta per centellinare le cose da dire, e così apparire acuto, intelligente, perfino saggio quando la situazione lo richiede. E ancora il cast; Lorne Guyland, la star di decine e decine di film, innamorato di se stesso fino alla stupidità e incapace di arrendersi alla vecchiaia che da ogni parte lo assedia; Caduta Massi (!), una delle regine del set, che sublima l’assoluta mancanza di desiderio materno circondandosi di figli non suoi e di emeriti sconosciuti spacciati per familiari in omaggio alla sacralità parentale che è caratteristica distintiva di ogni italiano che si rispetti (e Caduta ha chiarissime origini italiane); l’astro nascente Butch Beausoleil, poco più che ragazza ma già tanto perfida e perversa da far invidia alla strega di Biancaneve (alla quale peraltro contende la bellezza); Spunk Davis, l’asceta, dedito soltanto al lavoro e ad atti di solidarietà e inconsapevole del vero significato del suo nome (che in Inghilterra, e John Self è inglese, londinese per l’esattezza, è termine volgare per sperma).

Amis, pungente e ironico fino al sadismo, dà vita a un luna park di situazioni improbabili, folli e grottesche, nelle quali ogni cosa che accade finisce per perdere importanza; gli eventi, infatti, sembrano essere diretta emanazione dei protagonisti del romanzo e proprio come loro sprofondano, appena nati, nelle sabbie mobili dell’insignificanza e dell’inutilità. Niente, ci dice Martin Amis (che si diverte a farsi carattere e a comparire, proprio in veste di scrittore, e in seguito di sceneggiatore del film, tra le pagine di Money), ha davvero senso in questo gioco comandato dal denaro (dalla brama di possederlo come dalla tentazione irresistibile di spenderlo, di dilapidarlo), tranne il denaro stesso. Nel medesimo tempo burattinaio e burattino, il denaro anima ogni cosa; come un interruttore, accende le luci sul desolante spettacolo di un mondo vanesio e fatuo scorrendo a fiumi e d’improvviso le spegne arrestando il proprio flusso e rivelando quel che è sempre stato sotto gli occhi di tutti ma che nessuno voleva vedere davvero: che ciò che si spacciava per realtà non era che patetica menzogna, desolante finzione, proprio come accade nella pubblicità, al cinema e nella patinata sfrenatezza del porno, nostra lingua madre: “un cowboy adenoideo […] si faceva la superdotata Juanita del Pablo, dall’antipasto alla frutta. Poco prima dell’orgasmo di lui, la coppia si separava con frenesia incontenibile. A quel punto lei si inginocchiava davanti a lui: il cowboy doveva aver passato gli ultimi sei mesi di castità assoluta in un ranch, a dieta stretta di solo yogurt e latticello, con un contratto capestro che conteneva la clausola capestro ‘guai una sega’. Quando ebbe finito, Juanita pareva un bignè alla crema pestato, il che si avvicinava forse alla sua vera identità. La telecamera indugiava con fierezza sui suoi strabuzzamenti d’occhi e sui suoi colpi di tosse strozzata… Davvero difficile stabilire chi fosse il perdente numero uno in questa complicata transazione: lei, lui, loro, io”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Susanna Basso. Buona lettura.

Mentre il mio taxi lasciava la Franklin Delano Roosevelt Drive da qualche parte intorno alla Centesima, una Tomahawk carica di neri uscì di corsia squaleggiando e si infilò di prua sulla nostra rotta. Sbandammo e centrammo qualcosa, uno spartitraffico o una buca: con il fragore di un colpo di fucile il tettuccio del taxi si abbassò di colpo e mi picchiò con violenza in pieno cranio. L’ultima cosa di cui avevo bisogno, credimi, con tutti i malanni che mi tormentano già, tra testa, faccia, schiena e cuore, e ancora mezzo ubriaco e stordito e fuso com’ero per via dell’aereo.