Il prezzo del ritrovamento

Dennis Lehane, Moonlight Mile, Piemme
Dennis Lehane, Moonlight Mile, Piemme

Amanda McCready ha solo quattro anni quando il detective privato Patrick Kenzie la ritrova. È stata rapita, ma lui l’ha riportata a casa. Da sua madre. Ma forse non ha fatto la cosa giusta, perché chi ha preso la piccola Amanda aveva buone, anzi ottime ragioni per farlo, o comunque era convinto di averle. Forse Kenzie si è assunto una responsabilità che nessuno gli ha chiesto di assumersi decidendo di restituire la piccola alla donna che l’aveva partorita, perché si tratta di un’alcolizzata senza futuro, senza prospettive. O forse è vero il contrario. Forse è necessario seguire le regole, rispettare la legge. Sempre, anche quando sembra ingiusta, crudele, intollerabile. Perché se non lo si fa, cosa resta? Comunque sia, Amanda è tornata a casa, in uno squallido, lurido appartamento di Dorchester, il quartiere più degradato di Boston. E tutto quel che ha riguardato la sua giovane vita sussurra nel ricordo, e nel rimorso, di chi ha cercato, con ogni mezzo e a qualunque costo, di proteggere quella bambina. Questa, in estrema sintesi, la trama de La casa buia di Dennis Lehane, thriller inquietante e magnifico (di cui ho scritto qualche settimana fa), che proprio nella figura di Amanda, e più ancora in ciò che rappresenta, ha il proprio fondamento etico e narrativo. Il suo personaggio (inevitabilmente inesistente in tutta l’opera) prende corpo nel momento in cui, chiuso il libro, il lettore si interroga sul suo destino, sul suo futuro, su ciò che le potrà accadere; per questo Lehane, con ammirevole coerenza, ci restituisce Amanda, e la sua vita, costruendole attorno, dodici anni dopo i fatti raccontati ne La casa buia, un nuovo romanzo, Moonlight Mile. Come già nel primo libro, il respiro della storia, il senso del suo svolgersi, è legato al tempo; all’angoscia crescente del suo scorrere, che gonfiava le pagine de La casa buia intossicando di paura e orrore i protagonisti, che si scoprono incapaci di ritrovare la piccola Amanda (magari finita nelle mani di un pedofilo, magari brutalmente seviziata, o peggio già morta), qui si sostituisce il bisogno febbrile di conoscere, di fare luce, di comprendere (chi è davvero Amanda, oggi, a diciassette anni di età? Come è cresciuta? E per quale ragione è scomparsa di nuovo?). A queste domande, che in buona misura dipendono dai dilemmi morali volutamente lasciati in sospeso nel primo romanzo (che consiglio di leggere prima di dedicarsi a questo), lo scrittore americano risponde solo in parte; come d’abitudine, egli tesse la sua tela narrativa con cristallina maestria, stempera la tensione della storia ricorrendo all’arguzia, lascia ampio spazio all’intelligente vivacità dei dialoghi e dell’“eroe suo malgrado “ Patrick Kenzie (e della sua compagna Angie Gennaro, qui moglie dell’uomo e madre di sua figlia) offre un profilo in parte nuovo, insieme più fragile e più intenso, ma del mistero legato alla nuova sparizione di Amanda, e soprattutto della sua ragione, non concede che frammenti di soluzione. Ancora una volta, alla materia squisitamente letteraria del thriller l’autore dona compiutezza, un inizio e una fine; all’interno di questo quadro, però, i personaggi mantengono una propria autonomia, vivono al di là delle pagine e così continuano a interrogarci, ad assillarci quasi.

Cresciuta con una madre inadeguata, che giovane è diventata Amanda? Patrick Kenzie è costretto a chiederselo quando dal suo passato (che è il passato di Angie, e più ancora della stessa Amanda) riemerge la zia della ragazza, che gli chiede di ritrovarla di nuovo. Quel che emerge dalle indagini è un ritratto troppo perfetto per essere vero: Amanda è una studentessa modello, una ragazza priva di vizi e persino delle debolezze e delle stupidità proprie della sua età, una giovane determinata a farsi strada nella vita, interessata soltanto a essere la migliore. Ma è davvero possibile che sia così? È davvero possibile che nulla di quel che ha passato (e che Lehane ci svela lasciando che a raccontarlo sia la stessa Amanda, nel corso di un drammatico faccia a faccia con Kenzie) abbia lasciato un segno? Interrogativi cui la storia di Amanda, le sue scelte, le sue decisioni (come dodici anni prima quelle di Kenzie) offrono solo risposte parziali. Insufficienti, certo, eppure autentiche. Ed è questa lunica cosa che conta.

Solido, avvincente, a tratti persino divertente, Moonlight Mile è un ottimo romanzo, un’ulteriore dimostrazione del grande talento di Dennis Lehane.

Eccovi l’incipit. La traduzione, Piemme Editore, è di Gianna Lonza. Buona lettura.
In un luminoso pomeriggio di inizio dicembre, stranamente mite per la stagione, Brandon Trescott uscì dalla spa del Chatham Bars Inn di Cape Cod e saltò su un taxi. In seguito a una serie di contravvenzioni per guida in stato di ebbrezza gli avevano ritirato la patente per i trentatré mesi successivi. Una bella seccatura. Così ora era costretto a prendere il taxi. Venticinquenne figlio di papà ricco sfondato – la madre giudice in un tribunale superiore e il padre pezzo grosso di una rete televisiva locale – Brandon non era solo il classico ricco e stronzo: ce la metteva tutta per esserlo all’ennesima potenza.

Perché i bambini soffrono? E muoiono?

Dennis Lehane, La casa buia, Piemme
Dennis Lehane, La casa buia, Piemme

Un interrogativo radicale. Una domanda spietata, inevitabile, che ti costringe a fare i conti con le tue certezze, a ripensare i tuoi imperativi morali, a ridiscutere l’idea stessa di ciò che ritieni sia buono, e soprattutto di ciò che credi sia giusto. Perché i bambini soffrono? Perché muoiono? Cosa fare per proteggerli quando le leggi e le regole del vivere sociale non riescono a farlo? Fino a che punto spingersi? Quando e dove fermarsi? Ancora una volta, dopo lo splendido La morte non dimentica (di cui ho già scritto in questo blog), Dennis Lehane, celebrato autore di romanzi gialli, torna, con La casa buia (a mio parere il suo lavoro migliore insieme a Quello era lanno) al “thriller etico” e racconta, nel pieno rispetto dei canoni letterari del genere, una storia che colpisce al cuore, ferisce, disorienta e sgomenta. Una storia tragica e sordida, che trascina il lettore nelle più cupe profondità della natura umana e nello stesso tempo gli parla d’amore, e di sacrificio, e di tenacia, e di un senso di ribellione all’ingiustizia del mondo che non vuole e non può esaurirsi nel dolore impotente di un’anima, e che perciò reclama, pretende, qui e ora, riparazione. Una storia che sembra ricominciare proprio quando giunge al termine, perché è allora che ciascuno degli attori coinvolti è chiamato a rispondere al dettato della propria coscienza. Scrittore di indubbio talento, impeccabile tanto nei disegni d’ambiente quanto nella caratterizzazione dei personaggi, Lehane si cala nel mondo oscuro e terribile della pedofilia: a Dorchester, quartiere degradato di Boston (e scenario di quasi tutte le sue opere), una bambina di soli quattro anni, Amanda McCready, scompare misteriosamente. La madre, Helene, è un’alcolizzata e una drogata, una donna perduta, che non si è mai occupata, perché non è mai stata in grado di farlo, di sua figlia; ma ora la piccola è sparita, con ogni probabilità è stata rapita ed è in pericolo di vita, e questo cambia tutto, persino per una poco di buono come sua madre. Del caso, oltre alla polizia di Boston, si occupano, ingaggiati dagli zii della piccola, gli investigatori privati Patrick Kenzie ed Angie Gennaro (già protagonisti di altri romanzi dell’autore americano), che decidono di concentrarsi sul traffico di stupefacenti gestito da un boss locale (in cui Helene è coinvolta), e in particolare su una consegna non andata a buon fine. Ma l’indagine è complessa, riserva continui colpi di scena, e la verità dei fatti sembra sfuggire continuamente di mano a detective e polizia; tra false piste, ipotesi, sospetti e teorie rinnovate di continuo, Lehane si muove con magistrale efficacia, giocando su differenti registri narrativi e lasciando ampio spazio ai dialoghi, spesso rivelatori della personalità dei suoi personaggi.

Come è lecito attendersi, è nelle pagine dense e avvincenti dell’inchiesta che il romanzo giallo vive e si esaurisce. La vicenda, pur tra mille difficoltà (e una parentesi difficile da dimenticare, che porta Kenzie a tu per tu con una “famiglia” di pedofili torturatori e assassini ingiustamente sospettata di aver sequestrato Amanda ma colpevole di altri rapimenti di bambini, tutti orribilmente torturati e poi uccisi), prosegue, e poco alla volta segreti gelosamente custoditi vengono a galla, finché non si scopre (una scoperta che il lettore e gli investigatori Kenzie e Gennaro fanno assieme, nello stesso momento), cosa è davvero accaduto ad Amanda McCready, chi sono i responsabili del suo rapimento e qual è la ragione che li ha spinti a sottrarre una bambina di quattro anni a sua madre. È allora, alla sua conclusione, che il romanzo di Dennis Lehane cessa di essere un semplice thriller (per quanto esaltante, solidissimo nellarchitettura e scritto magnificamente) per diventare qualcosa di ben più profondo, scomodo e terribile. È allora, nel momento in cui ogni tassello del puzzle va al posto giusto che il lettore si rende conto che la storia nella quale è stato coinvolto non finisce né bene né male, perché semplicemente non può finire. Perché, sembra dirci Lehane richiamandosi all’eternità dei temi della tragedia greca, non c’è fine alle nostre scelte, e alle conseguenze che generano. Perché dunque i bambini soffrono? Perché muoiono? E cosa siamo disposti a fare perché tutto ciò non accada? Domande che forse non hanno risposte possibili, o per le quali nessuna risposta suonerebbe adeguata, ma che comunque non possono essere ignorate. Domande che Lehane ci pone guardandoci dritto negli occhi, affascinandoci con un romanzo di rara perfezione, sublime nell’amore come nel dolore, scintillante di dolcezza e d’orrore, che avvince per oltre 400 pagine e una volta chiuso ci pesa sulle spalle come un’eredità, come una responsabilità, come una promessa da mantenere.

P.S. Come da La morte non dimentica è stato tratto il bellissimo film Mystic River, diretto da Clint Eastwood, anche da La casa buia è stato tratto un film, altrettanto intenso e riuscito, Gone Baby Gone, diretto da ben Affleck e interpretato dal fratello Casey. Li consiglio entrambi.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Piemme, è di Francesco Chiari. Buona lettura.
Assai prima che il sole trovi il golfo, le barche da pesca s’avventurano nel buio. Sono quasi tutte barche per la pesca ai gamberetti e gli equipaggi sono esclusivamente maschili. Le poche donne che lavorano sulle barche se ne stanno per conto loro. Questa è la costa del Texas, dove gli uomini ritengono che le fatiche e i sacrifici dei loro predecessori giustifichino pienamente i pregiudizi, l’odio per i concorrenti vietnamiti e la diffidenza verso qualunque donna disposta a fare questo orrendo lavoro, a pasticciare nel buio con cavi pesanti e con gli ami che ti trapassano le nocche. Le donne, dice un pescatore mentre il capitano riduce i giri del motore a un basso brontolio e il mare di ardesia si mette a rollare, dovrebbero essere come Rachel. Quella sì che è una donna.

Dove perfino i carnefici finiscono per essere vittime

Recensione di “La morte non dimentica” di Dennis Lehane

Dennis Lehane, La morte non dimentica, Piemme

Un romanzo giallo che ha lo spessore di una tragedia greca; il destino di un uomo che, simile a quello d’Edipo, porta in sé un’inevitabile sciagura; una colpa terribile (la reiterata violenza sessuale su un ragazzino) che distrugge una vita e, come la peggiore delle maledizioni, ne sconvolge irrimediabilmente altre fino a farsi eredità d’incubo. La morte non dimentica di Dennis Lehane è un libro di lacerante bellezza, complesso come un mosaico, imprevedibile come un labirinto; del thriller puro ha le atmosfere e l’immancabile crescendo di tensione, del dramma ha le coloriture della prosa e la minuziosa descrizione d’ambiente, ma a colpire davvero il lettore sono la precisione e l’acutezza della riflessione psicologica, a lasciare senza fiato è quella capacità unica di raccontare il dolore, di dar limpida voce all’urlo inarticolato del trauma, di rappresentare con verità, con autenticità, l’esplodere di una tragedia.

Il mondo di Lehane è quello degradato ma ostinatamente dignitoso della periferia cittadina (tutti i suoi lavori sono ambientati a Boston, città nella quale lo scrittore di origine irlandese vive); i suoi personaggi lottano, sopravvivono, inseguono un riscatto che per molti di loro ha la consistenza illusoria di un miraggio. Privi di illusioni, essi non mancano tuttavia d’innocenza, perché anche chi domani sarà uomo un tempo è stato bambino, e i bambini credono a ciò che vedono. Quel che vedono Jimmy, Dave e Sean in un giorno del 1975 all’apparenza identico a qualsiasi altro, quel che d’improvviso appare dinanzi ai loro occhi mentre, nel bel mezzo di una strada, stanno litigando, è una macchina “lunga e squadrata come quelle degli investigatori di polizia” con due uomini a bordo.
Dall’auto ne scende uno, quello che stava al volante. “Aveva l’aspetto tipico del poliziotto”, scrive Lehane amplificando, sottolineando quella sottile, insistente, maligna linea di continuità tra apparenza e realtà che scintilla nello sguardo spaventato dei bambini, “capelli biondi e corti, viso paonazzo, camicia bianca, cravatta sintetica nera a strisce gialle, la pancia pesante che ricadeva sulla fibbia della cintura come un sacco di patate. L’altro aveva un’aria poco sana: magro e sciupato, rimase seduto al suo posto, con una mano tra i capelli unti e scuri e lo sguardo fisso nello specchietto laterale per seguire i movimenti dei tre ragazzi”.
I finti poliziotti (in realtà una coppia di pedofili) portano via Dave; lo terranno sequestrato quattro giorni, rubandogli per sempre i suoi anni, il suo futuro. Questo l’antefatto del romanzo, che è anche il filo conduttore di quel che accade venticinque anni dopo, quando i tre ragazzi, ora adulti, ciascuno con una propria vita, vengono investiti da un nuovo, terribile evento: l’uccisione di Katie, la figlia di Jimmy. La responsabilità del caso tocca a Sean, diventato poliziotto, e la sua ricerca della verità è una lenta, inesorabile discesa nell’abisso; Lehane la narra magistralmente, mescolando alla perfezione gli elementi concreti dell’investigazione (il faticoso procedere di scoperta in scoperta, i pericoli rappresentati dalle false piste, il formarsi dei sospetti, il prendere corpo delle ipotesi) e quelli tormentosi della memoria, dei ricordi seppelliti a viva forza in un oscuro recesso della mente (il ritorno a un tempo perduto per sempre, la rievocazione malinconica e impotente di sodalizi d’infanzia, scoloriti chissà come nell’indifferenza oppure divenuti inimicizie palesi), e dà vita a una storia di impressionante cupezza, dove tutti, perfino i carnefici, finiscono per essere vittime, e dove anche la verità si rivela nient’altro che il beffardo rovescio della medaglia della finzione.
Dave, il ragazzino violentato che ora è marito e padre, si ritrova suo malgrado al centro delle indagini: il suo alibi è lacunoso e la sera dell’omicidio è successo qualcosa, qualcosa di brutto, che lui si ostina a non rivelare a nessuno, neppure alla moglie. Intanto Jimmy non sa darsi pace, vuole a tutti costi che sia fatta giustizia; di più, vuole vendetta, la pretende…
Dell’epilogo naturalmente taccio, mi limito solo a dire che non manca la sorpresa (peraltro ottimamente congegnata).
La morte non dimentica, da cui è stato tratto un bellissimo film, Mystic River, diretto da Clint Eastwood, è un romanzo impossibile da dimenticare; il suo palpitante respiro noir si fonde nell’inquieto procedere di un storia che ha la dimensione quasi superumana della letterarietà tragica e la sconvolgente realtà del fatto di cronaca.
Eccovi l’incipit (la traduzione per Piemme è di Francesca Stignani). Buona lettura.
Quando Sean Devine e Jimmy Marcus erano bambini, i loro padri lavoravano nella stessa fabbrica di dolci Coleman e rincasando portavano con sé l’odore del cioccolato caldo. Era un marchio indelebile sugli abiti, sulle lenzuola, sugli schienali dei sedili delle loro auto. La cucina di Sean sapeva di barretta al caramello, il bagno di cioccolato alle nocciole. A undici anni, Sean e Jimmy avevano sviluppato un tale odio nei confronti dei dolci, che avrebbero preso il caffè senza zucchero e rifiutato il dessert per tutto il resto della loro vita. Al sabato, il padre di Jimmy passava dai Devine per farsi una birra con il padre di Sean. Portava con sé anche il figlio, e mentre le birre diventavano sei, seguite da due o tre bicchierini di whisky, Jimmy e Sean giocavano nel cortile sul retro, qualche volta insieme a Dave Boyle. Dave era un ragazzino dai polsi sottili e dagli occhi spenti, che raccontava barzellette imparate dai suoi zii. Attraverso la finestra della cucina i ragazzi udivano il sibilo delle lattine di birra appena stappate, improvvisi scoppi di risa e lo scatto secco degli accendini quando il signor Devine e il signor Marcus si mettevano a fumare.

Oltre l’impossibile, la realtà svelata dal dolore

Recensione de “L’isola della paura” di Dennis Lehane

Dennis Lehane, L’isola della paura, Piemme

Un thriller tesissimo, labirintico. Un’ambientazione non certo nuova ma comunque di indubbia efficacia (un’isola che ospita un manicomio psichiatrico resa inaccessibile da un uragano) e un finale tanto sorprendente quanto – a pensarci bene – inevitabile. Perché gli indizi, a volerli osservare, sono tutti lì, di fronte al lettore; non resta che coglierli, metterli nel giusto ordine e trarre le conclusioni. Ne L’isola della paura, con ogni probabilità il più ambizioso dei suoi romanzi, Dennis Lehane costruisce una storia allo stesso tempo avventurosa e angosciante, un mystery claustrofobico e nervoso che, pur reggendosi quasi per intero sulla più che felice caratterizzazione del protagonista, il tormentato agente federale Teddy Daniels, segue con la massima diligenza le regole del genere.

Tutto nella storia ha le dimensioni e i colori dell’incubo, di un delirio, di un allucinato sogno a occhi aperti, eppure l’intreccio mantiene in ogni momento un suo intrinseco rigore; c’è un enigma da svelare, un caso da risolvere, ci sono i poliziotti incaricati di farlo (il già citato Daniels e il suo nuovo collega, Chuck Aule), e soprattutto c’è un principio investigativo impossibile da ignorare che racchiude il senso dell’opera, un principio che Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, mette in bocca al suo eroe e che Lehane dimostra di aver compreso fino in fondo: una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero.
“L’impossibile” è la sparizione dal manicomio, l’Ashcliffe Hospital, di una malata, Rachel Solando, rinchiusa in istituto in seguito all’omicidio dei suoi tre figli; siamo nella prima metà degli anni 50, il ricordo degli orrori del secondo conflitto mondiale è ancora vivo (specie nella mente di Daniels, che ha avuto modo di vedere da vicino quel che accadeva nei campi di sterminio nazisti) e gli studi sul comportamento, in particolar modo sull’alienazione, sono in fase di sviluppo, è dunque necessario sperimentare, percorrere nuove strade terapeutiche, osare.
La cura per la pazzia, infatti, potrebbe essere a un passo. Ma qualsiasi ricerca, anche quella animata dalle migliori intenzioni, corre il rischio di degenerare e di trasformarsi in tortura, e forse è proprio questo quel che succede all’interno del “centro” costruito sull’isola, una fortezza impenetrabile (non a caso in origine era un’installazione militare) difesa da guardie armate dove l’Fbi sospetta si utilizzino i pazienti – o meglio, i prigionieri – come cavie per oscuri esperimenti sulla manipolazione mentale.
Daniels, un passato di traumi e dolori con cui fare i conti (oltre alle cicatrici della guerra, l’uomo vive la straziante sofferenza causata dalla morte della moglie Dolores, vittima di un incendio doloso il cui autore, forse, è tra gli “ospiti” del manicomio) e una determinazione a compiere il proprio dovere che niente e nessuno sembra essere in grado di scalfire, è sull’isola per scoprire la verità, per far luce su ogni cosa. La sua missione è chiara: capire se davvero i medici dell’Ashcliffe Hospital si dedichino a esperimenti proibiti, smascherare il piromane responsabile della morte della moglie e naturalmente scoprire che ne è stato di Rachel Solando, la cui sparizione, Daniels ne è certo, è legata a quel che i medici dell’ospedale fanno ai pazienti, ai loro “innovativi metodi di cura”.
Daniels sa che tutti, su quell’isola, sospettano che la sua presenza non si debba soltanto al “caso Solando”, sa di rischiare la sua stessa vita, sa che in gioco c’è molto di più di una paziente svanita nel nulla, così come sa che se non risolverà questo caso non potrà in alcun modo trovare pace, far tacere i fantasmi che lo perseguitano, il ricordo ossessivo della moglie, quello feroce dell’incendiario assassino, quello terribile della morte presente in ogni angolo del campo nazista, quello implacabile della sua realtà, che sembra non essere più in grado di controllare…
La scrittura limpida, potente, incalzante e carica di suggestioni di Lehane avvince dal principio alla fine (a questo proposito merita di venir citata la pregevole traduzione, per Piemme, di Chiara Bellitti); il continuo avvicendarsi di momenti di introspezione psicologica e di tumultuose parentesi di pura azione regala al romanzo un equilibrio narrativo che sfiora la perfezione e che, in un magistrale crescendo di tensione, prepara il lettore alla sconvolgente rivelazione finale. Una rivelazione, è il caso di ribadirlo, già scritta a chiare lettere tra le pagine del libro eppure imprevista, spiazzante, terribile.
L’isola della paura (da cui Martin Scorsese ha tratto un film, Shutter Island, sfortunatamente non all’altezza del romanzo) è un lavoro magnifico. Leggetelo, non lo dimenticherete facilmente.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Dalle memorie del dottor Lester Sheenan
3 maggio 1993
Per molti anni i miei occhi non si sono posati sull’isola. L’ultima volta ero sulla barca di un amico, si era avventurato nell’avamporto e a un certo punto l’ho vista, laggiù in lontananza, nella foschia dell’estate, uno sbaffo di colore contro il cielo.
Sono più di vent’anni che non metto piede sull’isola ma Emily dice, a volte scherzando a volte no, che è come se non me ne fossi mai andato.
Una volta Emily mi disse che per me il tempo non è altro che una serie di segnalibri infilati nel libro della mia vita e ogni tanto sfoglio le pagine e torno a ripensare a quegli eventi che mi hanno marcato agli occhi dei miei astutissimi colleghi. Tipico comportamento da depresso.
Forse ha ragione Emily. Lei ha spesso ragione.
Fra poco perderò anche lei. Questione di mesi, ci ha detto giovedì il dottor Axelrod. Fate quel benedetto viaggio, ha insistito. Il viaggio che sognate da una vita, Firenze, Roma, e Venezia in primavera. Perché Lester, ha aggiunto, non ti vedo bene per niente.
In effetti non ha torto. In questi ultimi giorni non trovo mai le cose, è come se non portassi gli occhiali. Le chiavi della macchina, per esempio. Sono in un negozio e non mi ricordo perché ci sono entrato, vado a teatro e, quando esco, non so cosa ho visto. Se davvero il tempo per me è composto da tanti segnalibri, allora mi sento come se qualcuno avesse scosso il libro e quelle striscioline gialle di carta cadute per terra, e le orecchie alle pagine fossero state lisciate.

Non scrivo queste cose, adesso, per modificare il libro e apparire così sotto una luce migliore. Non sarebbe possibile, lui non lo permetterebbe. A modo suo, odia le bugie. Anzi, non ho mai conosciuto qualcuno che le odi di più. Ciò che voglio è conservare queste parole, trasferirle in queste pagine, perché la memoria si sta offuscando e tende ad appannarsi.

Al crocevia di un’epoca

Dennis Lehane, Quello era l'anno, Piemme
Dennis Lehane, Quello era l’anno, Piemme

Boston, 1918. È qui che Dennis Lehane ambienta Quello era l’anno, con ogni probabilità il suo lavoro più ambizioso. Un affresco corale di notevolissimo spessore, che unisce – nell’ampio respiro del romanzo storico, cadenzato da un magistrale ritmo narrativo – un tumultuoso concatenarsi di eventi alla profondità e all’incisività del dramma (sociale e individuale). Alle prese con una grandiosa costruzione letteraria, Lehane – che si è meritatamente conquistato gli elogi di pubblico e critica grazie a veri e propri gioielli come La morte non dimentica, Gone Baby Gone e L’isola della paura, tutti tradotti con successo al cinema – si conferma scrittore maturo e di enorme talento; la sua prosa fluida e ricchissima spazia in continuazione dal particolare all’universale, dall’invenzione personale alla documentata ricostruzione d’ambiente, e in ogni pagina regala emozioni intensissime al lettore, conquistandone in un colpo solo cuore e mente.

Storia d’amore e d’amicizia, di lealtà e di vendetta, di giustizia e di morte, Quello era l’annoracconta le esistenze parallele di Luther Lawrence, giovane di colore costretto a fuggire da casa e ad abbandonare la moglie incinta dopo aver ucciso un uomo (per legittima difesa, ma quanto conta la legittima difesa nella cieca ferocia razzista dell’America di inizio Novecento?), e di Danny Coughlin, poliziotto bianco di origini irlandesi in servizio a Boston, figlio di un ufficiale rispettato (e soprattutto temuto).
Insieme a loro, destinati a incontrarsi, conoscersi, comprendersi e dividere un drammatico tratto di strada cercando l’un l’altro di salvarsi, Dennis Lehane dà vita a una galleria di ritratti indimenticabili (su tutti, la fiera Nora O’Shea, amata da Danny, il gangster Diacono Broscius, il subdolo e malvagio tenente Eddie McKenna, il capo del dipartimento di polizia di Boston Stephen O’Meara) e voce a un intero mondo, a una realtà colta nell’attimo cruciale del cambiamento, nella quale i sogni di riscatto delle masse dei poveri si fermano ai bordi dei campi da baseball – teatro delle leggendarie imprese di Babe Ruth, stella dei Red Sox – per riprendere vigore nei vibranti discorsi degli anarchici italiani emigrati, nelle riunioni clandestine dei comunisti russi, nei primi, imbarazzati passi mossi dal sindacato di polizia cittadino, impegnato a chiedere alle istituzioni rispetto, considerazione, e degne condizioni di vita per gli uomini in divisa. A segnare indelebilmente le vite di tutti, il tragico esplodere dell’epidemia di influenza spagnola con il suo impressionante carico di vittime, l’affarismo spietato delle organizzazioni mafiose, la follia degli attentati dinamitardi organizzati dalle frange rivoluzionarie più estremiste, l’affacciarsi della legge sul proibizionismo e il primo, storico sciopero delle forze di polizia.
Quello era l’anno è un’opera splendida, un romanzo avvincente, trascinante, che vorreste non finisse mai.
Eccovi l’incipit (che presenta Babe Ruth e Luther, con Babe che vede Luther giocare e ne rimane impressionato), buona lettura.
Per via delle restrizioni imposte dal Dipartimento della Guerra, le World Series del 1918 furono disputate in settembre e suddivise in due turni. Le prime tre partite vennero ospitate dai Chicago Cubs, mentre le quattro successive vennero giocate a Boston. Il 7 settembre, dopo la terza partita, persa dai Chicago Cubs, le due squadre salirono su un treno della linea Michigan Central, imbarcandosi in un viaggio di ventisette ore, durante il quale Babe Ruth si ubriacò e si dedicò al furto dei cappelli.
Avevano dovuto caricarlo a forza sul treno. Dopo la partita se l’era filata in un locale a qualche isolato da Wabash, dove era sempre possibile trovare un’ottima riserva di liquori, un tavolo dove giocare a carte e una donna o due, e se Stuffy McInnis non avesse saputo dove trovarlo, Babe sarebbe rimasto lì […].
Il lanciatore non perse tempo. Aveva le braccia maledettamente lunghe e, senza neanche caricare il tiro, allungò la destra come se la palla dovesse attraversare l’oceano; persino dal punto in cui si trovava, Babe fu stupito dalla velocità con cui si dirigeva verso il piatto. Il battitore rispose con prontezza, ma mancò la palla di qualche centimetro.
Colpì la successiva, la colpì forte, con uno schiocco così sonoro da dare l’impressione che la mazza si fosse spezzata, e la palla si alzò decisa per poi impigrirsi nel cielo azzurro, come un’anatra che si fosse messa a nuotare sul dorso, poi l’esterno centro mise i piedi in posizione e aprì il guantone, dove la palla andò a depositarsi, quasi con un senso di sollievo.