Prim’attore e Deus ex machina

Recensione di “Fer-de-lance” di Rex Stout

Rex Stout, Fer-de-lance, Neri Pozza

“Lo si confessi: tutti hanno letto prima o poi dei ‘gialli’, e proprio quelli del settimanale mondadoriano per lunghi anni dedito ai modelli più ‘classici’, da Edgar Wallace ad Agatha Christie e oltre, dai meccanismi limati e riconoscibili, presto familiari. Ho conosciuto fior di intellettuali e austeri professionisti che confessavano, in verità senza vergogna, di rilassarsi leggendo gialli. Anche militanti politici di sinistra e di estrema sinistra […]. E lo scopo era quasi sempre raggiunto: distrarre e divertire, ma tenendo tuttavia attivi i meccanismi della mente, un po’ come succedeva con le parole crociate, un surrogato del vero pensiero, un riposo dal vero pensiero. Veniva di qui il fascino del giallo classico, romanzo da treno e romanzo da dopo il lavoro o da pomeriggio domenicale, e senza offesa, da sala da bagno […]. Ma nei gialli si moriva asetticamente, igienicamente, con poco sangue e con pochi rantoli. Poi il pubblico si è smaliziato, ha chiesto di più e ha ottenuto più di quel che chiedeva […]. La rottura, l’irruzione della modernità nel giallo, è avvenuta con gli americani – come sempre rozzi ma efficacissimi pedagoghi della società capitalista – con i private eyes Sam Spade e Philip Marlowe, più duro il primo, più tenero il secondo […]. Si era parzialmente rinunciato alle vecchie signore e ai bizzarri curiosi nell’arte di scoprire e raccontare il delitto, anche se non ci si era rinunciato nella realtà. Nero Wolfe, per esempio, nacque nel 1934 con il romanzo che avete in mano, già perfettamente munito di una grandissima pancia e sapientemente definito in tutti i suoi vizi e nelle sue virtù. I vizi erano principalmente due, insieme all’amore per il denaro che poteva sorreggerli: un vizio che il lettore può sempre condividere, l’amore per la buona cucina e uno più raro e che oggi si direbbe ‘esclusivo’, e che tanto più lo era in quell’anno lontano, la coltivazione delle orchidee. Le virtù erano in definitiva una sola ma immensa: una formidabile intelligenza analitica e deduttiva che il creatore di Nero Wolfe non esitò, un tantino di corsa, a chiamare genio”. Così, elencando pregi e difetti del protagonista (che non differiscono poi molto dalle virtù e dai vizi del romanzo costruito attorno a questo originalissimo personaggio), Goffredo Fofi introduce il lettore a Fer-de-lance, prima avventura dell’impareggiabile, irritante e mastodontico Nero Wolfe (in Italia edita da Neri Pozzi nella traduzione di Clara Vela – a cura di Massimo Bocchiola), non proprio un detective, un investigatore privato, quanto un “filosofo della natura umana”, un esteta del vivere e dell’agire criminale, che egli osserva con gelido distacco e metafisica purezza, attento solo a cogliere i meccanismi del fatto delittuoso, a svelarne i modi del suo compimento e, con essi, le ragioni che ne hanno sostenuto l’esecuzione. Continua a leggere Prim’attore e Deus ex machina

Una casa, dieci persone, una vittima. E un colpevole

Recensione di “Omicidio a Road Hill House” di Kate Summerscale

Kate Summerscale, Omicidio a Road Hill House, Einaudi

Definire per negazione, o meglio per approssimazione, stilando cioè un elenco di quel che una determinata cosa non è e poi spuntandolo metodicamente voce per voce senza tuttavia esaurirlo, può essere un buon modo per approcciarsi a Omicidio a Road Hill House della scrittrice e giornalista inglese Kate Summerscale, insignito nel 2008 del prestigioso Samuel Johnson Prize. Non tanto perché il suo lavoro, senza alcun dubbio originale, di grande fascino, di superba eleganza nello stile narrativo e di impeccabile nitore dal punto di vista del registro linguistico, presenti particolari problemi di identificazione (si tratta del resoconto, perfettamente documentato, di un atroce fatto di sangue avvenuto in piena campagna inglese, per la precisione nel Wiltshire, nel giugno del 1860, e della cronaca delle indagini avviate per scoprire il responsabile), quanto piuttosto perché mantenere, nei confronti di questo libro, un atteggiamento che sia il più aperto possibile, evitando una sua sbrigativa, e riduttiva, rubricazione, permette al lettore di apprezzarne per intero la ricchezza dei temi trattati e la capacità d’analisi, di condividerne le suggestioni (così come le ipotesi sul responsabile del delitto formulate tanto dalle persone chiamate a risolvere il caso quanto dalla gente comune), di farsi affascinare dalla particolare atmosfera dell’epoca – quell’inestricabile groviglio di perbenismo esibito con ostentazione e di sotterranee, torbide e spesso distruttive pulsioni che caratterizza l’età vittoriana – di indagare, con l’occhio curioso del voyeur, le dinamiche e gli intrecci familiari degli sfortunati protagonisti della vicenda, il loro indugiare tra luci e ombre, e poi di allargare lo sguardo alla situazione generale e al complesso orizzonte delle relazioni sociali.

Fedele alla regola aurea della sua professione di cronista, Kate Summerscale parte dai fatti (le primissime righe della premessa con cui si apre il volume sono dedicate al tragico accadimento: un omicidio commesso in una casa di campagna inglese nel 1860), ma subito dopo aver delineato i confini entro i quali dovrebbe muoversi la sua ricostruzione, ecco che sorprende il lettore indossando i panni della scrittrice e raccontando quella che è forse la più grande novità dell’epoca, la nascita della figura del detective.
Queste le sue parole: “Il primo investigatore fittizio era apparso nel 1841 nella persona di Auguste Dupin, protagonista di I delitti della rue Morgue di Poe; i primi in carne e ossa furono nominati l’anno seguente dalla polizia londinese. Il funzionario che si occupò dell’omicidio di Road Hill House, l’ispettore Jonathan Whicher di Scotland Yard, era uno degli otto che facevano parte di questa squadra investigativa embrionale”. 

Nel soffermarsi sulla figura di Whicher, sulle sue doti investigative, sui numerosi successi colti nel corso della sua carriera (descritti fin nei minimi particolari), l’autrice evidenzia tutto il suo talento letterario: prende per mano il lettore e lo porta alla scoperta di un mondo nuovo, nel quale il crimine si combatte con armi rivoluzionarie, che all’accesa fantasia popolare sembrano infallibili, mentre a intellettuali e celebri romanzieri, come per esempio Charles Dickens, offrono interessantissimi e fecondi spunti narrativi, quando non vera e propria ispirazione (alcuni elementi del delitto di Road Hill House, nota la Summerscale, si ritrovano nell’ultima opera di Dickens, Il mistero di Edwin Drood, sfortunatamente rimasta incompiuta): osservazione attenta, intuito, una viva intelligenza, decisamente superiore alla media e in grado di cogliere, in un ambiente come sul volto di una persona, anche i più piccoli particolari, di dar loro il giusto valore, e di trasformarli in indizi, e in qualche caso addirittura in manifeste prove di colpevolezza.
È in questo sovraeccitato contesto che Whicher, peraltro colpevolmente chiamato sul posto con notevole ritardo, si trova a investigare sull’omicidio commesso a Road Hill House: la vittima, Francis Saville Kent, di soli tre anni, figlio di Samuel Kent, ispettore ai lanifici della zona, e della seconda moglie Mary, viene ritrovata, con la gola squarciata da parte a parte e alcune ecchimosi da percosse sul minuscolo torace, nella latrina del cortile di servizio della casa (un’elegante dimora di tre piani), la mattina di sabato 30 giugno 1860. La polizia di contea, che per prima si occupa del tragico evento, non solo non arriva a nessuna conclusione degna di nota ma trascura più di un indizio, contamina la scena del delitto e non interroga con metodo i sospetti (gli unici possibili per la verità, e cioè le persone di famiglia, i genitori del piccolo e i figli di primo letto di Samuel, oltre al personale di servizio impiegato a tempo pieno e stabilmente presente in casa), così, quando Whicher prende le redini del caso, le possibilità di individuare il responsabile sono ridotte al lumicino.
E qui, di nuovo, l’autrice torna a dare più ampio respiro al suo diligente lavoro di ricostruzione: segue le mosse di Whicher, le conclusioni cui arriva e l’atto d’accusa che formula (che qui per ovvie ragioni ometto), poi si concentra sulle reazioni, in gran parte ostili, suscitate nell’opinione pubblica dal suo procedere, sottolinea come in quel preciso momento storico, in Inghilterra, praticamente nessuno fosse in grado di distinguere, relativamente al lavoro del detective, la concreta realtà dai più arditi voli della fantasia, e restituisce, intatta nelle sue dimensioni tragiche, la misura di un fallimento personale. L’emergere della figura del detective, spiega Kate Summerscale, aveva a tal punto catturato l’attenzione della collettività, ne aveva spinto così all’estremo l’immaginazione, da renderla incapace di guardare alle cose nella loro banale e spesso orribile nudità.
È dunque l’omicidio di Road Hill House in sé a possedere i limpidi tratti del vero e insieme le infinite sfumature della pura invenzione; Kate Summerscale non ha avuto bisogno di inventare, ma è solo grazie alla sua non comune sensibilità, umana e letteraria, se la particolarissima natura di questo caso di cronaca è stata scoperta, spiegata e donata ai lettori.
Eccovi l’inizio del libro. Buona lettura.
Domenica 15 luglio 1860 l’ispettore Jonathan Whicher di Scotland Yard pagò due scellini a un vetturino perché lo portasse da Millibank, appena a ovest di Westminster, alla stazione di Paddington, da cui partivano le corse della Great Western Railway. Qui giunto, comprò due biglietti: uno per Chippenham, nel Wiltshire, a 150 chilometri da Londra (pagandolo sette scellini e dieci pence), e l’altro da Chippenham a Trowbridge, una trentina di chilometri più in là (per uno scellino e sei pence). La giornata era mite: per la prima volta nel corso dell’estate la temperatura aveva superato decisamente i venti gradi.

Paddington era una grande stazione a volta, luccicante di vetro e ferro, costruita sei anni prima da Isambard Kingdom Brunel. L’interno era pieno di fumo e inondato di sole. Whicher la conosceva bene: i ladri di Londra facevano affari in mezzo alla folla imponente e anonima che si agitava nelle nuove, grandi stazioni, tra gli arrivi e le partenze, nel mescolarsi elettrizzante di mille tipi umani, ricchi e poveri. Era questa l’essenza della città, che la squadra investigativa appena creata avrebbe dovuto tenere sotto controllo. Nel quadro di William Frith intitolato La stazione ferroviaria, del 1862, vediamo una panoramica di Paddington in cui non manca un ladro ritratto mentre viene arrestato da due agenti in borghese: tipi vestiti di nero, con bombette e basettone, capaci di confondersi tra la folla e di emergerne per domare le turbolenze della metropoli. 

Precious, una detective dal Botswana

Alexander McCall Smith, Le lacrime della giraffa, Tea
Alexander McCall Smith, Le lacrime della giraffa, Tea

La signora Precious Ramotswe è una detective. Vive a Gaborone, capitale del Botswana, dove ha fondato la Ladies’ Detective Agency N. 1, la prima agenzia investigativa  del Paese diretta da una donna. Generosa nel fisico, la signora Ramotswe lo è altrettanto nel carattere; ha chiarissime idee su quel che è giusto e quel che non lo è, su che cosa è bene e su cosa è male; è abbastanza vecchia da ricordare (e rimpiangere) un mondo in cui valori come il rispetto del prossimo e la fedeltà alla parola data erano tratti distintivi delle persone e non patetiche stravaganze cui non è più il caso di prestare la benché minima attenzione, ma anche abbastanza giovane per ricevere proposte di matrimonio, e inoltre abbastanza intelligente e aperta per capire che il Botswana, pur nelle sue macroscopiche imperfezioni, è una terra feconda, felice e buona, che non ha del tutto perduto l’innocenza, e che con ogni probabilità non la perderà mai. Soprattutto, Precious Ramotswe è dotata di una sensibilità particolare, una sorta di sesto senso; conosce gli uomini, o meglio, la natura umana, ed è grazie a questo sapere, istintivo, rozzo eppure infallibile (o quasi) che esercita con successo la delicata professione di investigatrice privata. Il creatore della signora in questione è Alexander McCall Smith, professore di Medicina Legale all’Università di Edimburgo, Vicepresidente della Commissione Inglese per la Genetica e, non ultimo, raffinato autore di romanzi gialli e serie mystery (oltre ai casi di cui si occupa la Ladies’ Detective Agency N. 1 vanno citate anche le avventure di Isabel Dalhousie, filosofa e investigatrice, e le storie del 44 di Scotland Street) che hanno conquistato milioni di lettori in tutto il mondo.

Nell’esordio letterario di Precious Ramotswe (Le lacrime della giraffa) quel che immediatamente colpisce è l’andamento dolce, quasi sonnolento della prosa; il ritmo narrativo è quieto, eppure la vicenda incuriosisce fin dal principio, come il più seducente degli inviti. Merito, certo, dell’indiscutibile talento dell’autore, dell’accuratezza delle sue descrizioni e dell’articolato disegno dei caratteri, ma più di tutto della complessiva atmosfera dell’opera. McCall Smith, infatti, oltre a dare alla propria scrittura la freschezza e la spontaneità delle storie improvvisate che si raccontano tra amici, le regala anche una sorta di ingenuità e di innocente semplicità che riflettono, insieme al puro piacere di narrare dell’autore, il suo modo di guardare alle persone e alle cose, la sua filosofia, che si può riassumere in un ottimistico credo umanista. Prendendo le mosse da questo suo convincimento, il professor McCall Smith dà alla prima indagine della signora Ramotswe – cui viene chiesto di scoprire che fine abbia fatto un ragazzo americano misteriosamente scomparso nel deserto da ormai dieci anni – un respiro originalissimo. Qui luce e oscurità, verità e menzogna, bontà e malvagità non sono soltanto indispensabili ingredienti dell’intreccio, o strumenti necessari al suo scioglimento, né lo sono i personaggi che via via si incontrano, perché il caso che viene affrontato, così come tutto ciò che ruota intorno a esso (e cioè le esistenze private della stessa signora Ramotswe, del suo futuro marito, il valente meccanico JLB Matekoni, della signorina Makutsi, segretaria della Ladies’ Detective Agency N. 1 poi promossa allieva investigatrice, dell’ambiguo docente universitario dottor Ranta e di molti altri ancora, compresi due bambini ospiti di un orfanotrofio e una cameriera non proprio integerrima) è essenzialmente uno studio sull’uomo, un suo ritratto allo stesso tempo dettagliatissimo e incompleto (e non potrebbe essere altrimenti, considerato che l’uomo è inesauribile materia di studio). A differenza di molti suoi colleghi letterari (si chiamino Miss Marple o Sherlock Holmes poco importa), Precious Ramotswe non risolve i casi grazie a ordinate deduzioni, geniali intuizioni o particolari capacità investigative; come già accennato, la sua carta vincente è qualcosa di totalmente diverso, una “affinità elettiva” con la natura umana, con le sue debolezze e con i suoi eroismi. È così che Precious Ramotswe trova la verità, leggendola nell’anima degli uomini.
Leggere Le lacrime della giraffa significa lasciarsi andare a ogni genere di emozione; significa commuoversi, sorridere, incupirsi e subito dopo aprirsi a una gioia squillante e sincera; e significa anche abbandonarsi alla magia di un racconto bellissimo. A ben guardare, non sono molti i libri che offrono così tanto.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Il signor JLB Matekoni, proprietario dell’officina meccanica Speedy Motors di Tlokweng Road, trovava difficile convincersi che la signora Precious Ramotswe, la distinta fondatrice della Ladies’ Detective Agency N. 1, avesse accettato di sposarlo. Ciò era avvenuto alla seconda proposta; la prima volta che si era fatto avanti, gesto che aveva richiesto da parte sua un immenso coraggio, era incorso in un rifiuto – cortese e colmo di rammarico -, ma ciònondimeno un rifiuto. Di conseguenza, ne aveva dedotto che la signora Ramotswe non si sarebbe mai risposata; che la breve e disastrosa esperienza coniugale con Note Mokoti, trombettista e appassionato di jazz, l’avesse indotta a ritenere il matrimonio null’altro che una ricetta del dolore e della sofferenza. Dopotutto, era una donna dal carattere indipendente, con un lavoro e una bella casa tutta sua in Zebra Drive. Perché mai, si era chiesto, una donna del genere dovrebbe prendersi un uomo, dato che un uomo può rivelarsi assai difficile da gestire una volta che i voti siano stati scambiati e lui le sia entrato in casa? No, se fosse stato nei panni della signora Ramotswe, anche lui avrebbe probabilmente rifiutato una proposta di matrimonio, sia pure da un soggetto altamente ragionevole e rispettabile quale lui era.

Ma poi, in quella notte noumenica, seduti insieme nella veranda, dopo che lui aveva passato il pomeriggio a ripararle il furgoncino bianco, lei gli aveva detto di sì. E gli aveva dato questa risposta in modo tanto semplice e gentile, e così privo della minima ambiguità, da confermare la sua convinzione che la signora Ramotswe fosse una delle migliori donne del Botswana. Quella sera, quando era tornato a casa sua, vicino al Defence Force Club, JLB Matekoni aveva riflettuto sull’enormità della propria fortuna. Lui, un ultraquarantenne che fino a quel momento non era riuscito a trovare una moglie adeguata, aveva ottenuto la mano dell’unica donna che ammirava al di sopra di ogni altra. Una fortuna tanto grande era quasi inconcepibile, e il signor JLB Matekoni si chiese se non si sarebbe a un tratto svegliato dal sogno delizioso in cui era immerso.