Diario di una persecuzione

Recensione di “Anne Frank, la biografia a fumetti” di Sid Jacobson e Ernie Colon

Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard
Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard

Da sempre, la vittima più famosa della Shoah è protagonista di qualsivoglia mezzo di comunicazione. Il fumetto non fa eccezione. Tra tutte le versioni prodotte negli anni, però, l’opera a nuvolette più importante è probabilmente questa biografia a fumetti, quella “ufficiale”, realizzata con la supervisione de La casa di Anne Frank di Amsterdam e già proposta in Italia da RCS Libri. Questa volta è Mondadori Comics a ripubblicarla, in una elegante edizione cartonata, in collaborazione con Rizzoli Lizard. Non si tratta di una riproduzione a fumetti del celeberrimo Diario, ma della vera e propria biografia della giovane ebrea tedesca. Particolare non secondario, visto che – come spiega Sergio Luzzatto nell’introduzione al volume – il Diario non ha avuto una storia lineare come in molti hanno pensato per anni, ma ha avuto più versioni: la prima, quella scritta di getto dalla ragazza, fu revisionata e corretta da lei stessa in un secondo momento, prima della sua deportazione; seguì una terza versione, quella realizzata da Otto Frank, suo padre e unico sopravvissuto della famiglia, miscelando le due precedenti. E anche quest’ultima è stata rivisitata dalla Fondazione Anna Frank negli anni seguenti. Continua a leggere Diario di una persecuzione

La lingua muta del realismo viscerale

Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi
Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi

Un balletto di significati, un gioco linguistico di rimandi, un cortocircuito stilistico, un canestro stracolmo di parole per raccontare il silenzio. Nell’ordinata cronologia del diario, nelle cui pagine si intrecciano – e trovano equilibrio – la rigida successione dei fatti riportati e il confuso affastellarsi dei pensieri, delle fantasie e dei sogni, e nella conseguente scelta di una prosa all’apparenza semplice, spontanea e autoreferenziale, il percorso narrativo de I detective selvaggi di Roberto Bolaño, romanzo ellittico e spiazzante, sardonico e tragico, somiglia al ciglio di un precipizio, a un tortuoso sentiero assediato dal vuoto. Ed è il vuoto, infatti, il nulla, l’assenza (o comunque si voglia chiamare l’inesistente, posto che abbia un senso dargli un nome, qualificarlo) il vero protagonista di questo lavoro dello scrittore cileno, che attraverso la voce del diciassettenne Juan García Madero, iscritto suo malgrado al corso di laurea in Giurisprudenza (“Io non volevo studiare Giurisprudenza ma Lettere, mio zio però ha insistito e alla fine ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventerò avvocato. Ho detto così a mio zio e mia zia, e dopo mi sono chiuso in camera e ho pianto per tutta la notte. O almeno per una buona parte”), racconta di un movimento d’avanguardia poetica, il realvisceralismo, e dei suoi fondatori, Arturo Belano e Ulisses Lima figure sospese tra caricatura e mito. Nei panni di Madero, che si ritrova arruolato nelle file del realismo viscerale per pura forza d’inerzia (o se si vuole come meccanico effetto di una causa – “Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Come è ovvio, ho accettato”), Bolaño disegna una generazione (siamo in Messico, negli anni settanta) mettendone a nudo la sostanziale sterilità; il chiaroscuro della sua pungente ironia stravolge la poesia e la sua ansia d’esprimere, di dar senso al mondo, di interpretarlo, perfino modellarlo, trasformandola nel suo opposto, in una creatura letteraria fantastica, impossibile, che non si definisce se non per contrasto con qualsiasi altro linguaggio (in primis quello di Octavio Paz), che non si identifica se non per negazione, se non elencando tutto ciò che non è. Poetica “priva di parole”, il realismo viscerale, proprio come i suoi portabandiera, è un oggetto misterioso, sfuggente, le cui labili tracce l’autore, dapprima attraverso il diario di Madero, poi, nella seconda parte del romanzo (la più corposa e densa), affidandosi alle testimonianze di un nutrito gruppo di persone che nel corso di vent’anni (dal 1976 al 1996) ha, per le ragioni più diverse, avuto a che fare con Lima e Belano, a loro volta impegnati nella ricerca di una donna, Cesárea Tinajero, prima ispiratrice del realvisceralismo, segue muovendosi come farebbe un investigatore: raggranellando indizi, sistemandoli, elaborando teorie e sottoponendole al vaglio dei fatti volta a volta accertati.

Lungo le essenziali, filosofiche coordinate di spazio e tempo, l’indagine di Ulises Lima e Arturo Belano (ricostruita grazie a ricordi altrui) si salda alle caotiche, irriverenti, folli pagine del diario di Madero, con le quali il romanzo si apre e si chiude, per sfociare, al termine di un labirintico cammino impastato di realtà e finzione che non può non far pensare alle raffinate suggestioni letterarie di Jorge Luis Borges (che da giovane aderì al movimento ultraista), in un silenzio così assoluto da togliere il fiato. Solo nella sua irraggiungibilità, dunque, la verità inseguita dai due realvisceralisti (la verità su Cesárea Tinajero, che è la verità sulla poesia, che a sua volta è qualsiasi verità con la quale ci misuriamo) ha significato; solo nella misura in cui non si lascia cogliere, in cui rimane obiettivo da raggiungere, essa esiste, perché offre a coloro che la cercano un indirizzo, una direzione. E poco o nulla importa che questa direzione non conduca a una meta perché è il viaggio a bastare a se stesso; così Bolaño, che per centinaia e centinaia di pagine si è dedicato quasi esclusivamente ai personaggi del romanzo lasciando sullo sfondo l’ambiente nel quale si muovevano (Citta del Messico al principio, poi i diversi Paesi toccati da Lima e Belano nelle loro incessanti peregrinazioni), nella parte conclusiva della sua opera si getta nell’arida vastità del deserto di Sonora (rifugio della Tinajero), punteggiata da villaggi anonimi e moribondi, specchio della lingua muta del realismo viscerale: “Il paese di Villaviciosa è un paese di fantasmi […].È più che altro un paese di gente stanca e annoiata. Le case sono di adobe anche se, a differenza di altri villaggi da cui siamo passati in questo mese folle, qui hanno, quasi tutte, un cortile davanti e un cortile dietro e certi cortili sono di cemento, cosa curiosa. Ci sono, da quanto ho potuto vedere, due bar, un negozio di alimentari e basta. Il resto sono case. Si commercia per strada, sui marciapiedi della piazza o sotto gli archi dell’edificio più grande del paese, la casa del sindaco, dove a quanto pare non vive nessuno”.

Eccovi, invece dell’incipit, la prima delle testimonianze che formano la seconda parte del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Ilide Carmignani. Buona lettura.

Ah, ragazzi, dissi, che bella cosa che siete venuti, entrate, forza, fate come se foste a casa vostra, e mentre loro imboccavano il corridoio, quasi a tentoni perché il corridoio è buio e la lampadina era fulminata e non l’avevo cambiata (non l’ho cambiata nemmeno adesso), io li precedetti saltellando di gioia fino in cucina, dove tirai fuori una bottiglia di mezcal Los Suicidas, un mezcal che fanno solo nel Chihuahua, produzione limitata, non creda, del quale fino al 1967 mi spedivano a casa due bottiglie l’anno. Quando mi voltai i ragazzi erano in sala a contemplare i miei quadri e a esaminare dei libri e io non potei fare a meno di ripetere ancora una volta quanto ero felice di quella visita. Chi vi ha dato il mio indirizzo, ragazzi? Germán, Manuel, Arqueles? E loro allora mi guardarono come se non capissero e poi uno disse List Azurdibe e io dissi ma sedetevi, accomodatevi, ah, Germán List Azurbide, è come un fratello, si ricorda sempre di me, è sempre così alto e così bello?

Il cuore di un uomo, e di uno scrittore, messo a nudo

Recensione di “Lettera al padre” di Franz Kafka


Franz Kafka, lettera al padre, Newton Compton
Franz Kafka, Lettera al padre, Newton Compton

Utilizzato come sinonimo di sinistramente grottesco, folle, incomprensibile, agghiacciante nella sua assurdità, l’aggettivo kafkiano ha in realtà ben poco a che vedere con le atmosfere di realtà sospesa che così comunemente gli vengono attribuite. E non perché una sorta di tetro surrealismo non si respiri tra le pagine dei romanzi e dei racconti di Franz Kafka (si potrebbe anzi dire che sono proprio questi toni, insistiti come urla strozzate che malgrado gli sforzi compiuti non riescono a lacerare l’aria e lentamente, tragicamente si spengono, la più vistosa caratteristica della sua opera, che presa nel suo insieme fa pensare a una labirintica dimensione d’incubo priva di vie d’uscita), ma per il fatto che quel che si presenta come segno distintivo del suo lavoro letterario ne costituisce la chiave di lettura, il rivestimento simbolico.

Sono il senso di colpa, sempre profondamente avvertito, per la passione per la lettura in seguito trasformatasi in un’ansia di scrivere che non conosceva requie, l’incapacità ad adeguarsi alle regole della società in cui viveva, il terribile sforzo quotidiano necessario ad abbandonare il regno protetto (e inaccessibile al resto del mondo) dei libri e delle storie per “immergersi nel reale”, la paura, o meglio il terrore sordo, che per tutta la vita ha provato nei confronti del padre, figura autoritaria, virile, impastata di concretezza, e il desiderio, sempre vanamente inseguito, di essere accettato da lui, e di essere compreso, e dunque amato, i temi reali e profondi della narrazione del grande scrittore boemo. In una parola, Franz Kafka scrive della sua vita; la trasfigura, certo, ne cela i contorni in una nebbia di dubbi, di interrogazioni senza risposta, di vicoli ciechi, ma non si allontana mai troppo dalle sue esperienze (in massima parte dolorose) di ragazzo e di uomo.
E se Joseph K., protagonista de Il processo, che l’autore magistralmente descrive come persona che più di ogni altra cosa temeva “che la vergogna gli sopravvivesse”, è un Kafka mascherato tra i tanti che il suo tormentato genio creativo ha negli anni modellato, identificabile ma mai pienamente riconoscibile; se un altro perduto “vinto” letterario, il giovane di cui si narra nel La condanna, che in seguito a un furioso litigio con il padre decide di uccidersi, è invece quasi un ritratto dell’autore – al punto che di questo racconto Kafka scrive nel Diario: “l’ho scritto tutto d’un fiato […] dalle dieci di sera alle sei del mattino […]. La fatica e la gioia erano terribili, mentre vedevo come la storia si sviluppava davanti a me, come ero trasportato avanti dalle acque. A più riprese, nel corso di questa notte, mi portai sulle spalle tutto il peso di me stesso – Kafka uomo emerge nudo e senza mediazioni nella splendida e struggente Lettera al padre, scritta nel 1919 e mai consegnata al destinatario.
In questo scritto, Kafka più che raccontarsi si confessa. Parla al padre, per lui “misura di tutte le cose”, e prova a spiegargli che cosa, nel loro rapporto, è mancato, che cosa non ha funzionato. Non c’è rabbia nelle sue parole, che scorrono pacate, quasi rassegnate; Kafka non vuole dare colpe o prendersi rivincite, tutto quel che cerca è un terreno comune, una possibilità di dialogo, di chiarimento. Offre al padre il suo cuore, nella speranza che egli finalmente sappia riceverlo.
Colpisce e commuove questa pura forma di “esistenzialismo letterario”; la sincerità di Kafka brilla in ogni sua parola, così come in ogni sua parola emerge, senza possibilità di equivoco, il disperato bisogno di essere ascoltato, capito. Niente è strumentale in questa lettera; Kafka non utilizza il suo talento per convincere, per ottenere qualche facile vantaggio, ma solo per spiegare. Il suo rammarico per non essere mai stato in grado di corrispondere alle aspettative del padre (che, proprio come era lui, lo voleva forte, deciso, robusto nel fisico e militaresco nel comportamento) – “… mi incitavi quando facevo bene il saluto e marciavo a tempo, ma io non ero un soldato in nuce, oppure mi incoraggiavi quando riuscivo a fare delle grandi mangiate bevendoci sopra addirittura birra, o quando cercavo di canticchiare canzoni che non capivo o ripetevo a pappagallo i tuoi modi di dire preferiti, ma niente di questo facevo parte del mio futuro”, scrive Kafka, e al lettore non è difficile immaginarlo piangere e rimproverarsi aspramente per questa sua incapacità di essere uomo, l’uomo che il padre avrebbe voluto che fosse – è un semplice controcanto all’emergere della sua vera natura (quella di un ragazzo gracile, timido, sognatore, innamorato dei libri, alla ricerca di un sorriso, di un cenno d’incoraggiamento, di un atto d’amore gratuito, donato per quel che si è; di più, indipendentemente da quel che si è), null’altro.
Alle parole, Kafka, che per tutta la vita le ha così tanto amate, ha affidato il compito più arduo e più alto: raccontare se stesso a suo padre. Illuminare se stesso a beneficio del genitore. Fare ciò che lui, giorno dopo giorno, non è stato capace di fare. Forse mai, nella storia della letteratura, la scrittura è stata così preziosa. E così autentica.
Eccovi l’inizio della lettera. Buona lettura.
Caro papà,
recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso. Se ora tento di risponderti per lettera, anche questa sarà una risposta molto incompleta, perché anche quado scrivo mi bloccano la paura di te e le sue conseguenze, e perché la vastità del tema oltrepassa di gran lunga la mia memoria e la mia intelligenza.
La questione, per te, si è sempre presentata in termini molto semplici, almeno quando ne parlavi con me e, indiscriminatamente, di fronte ad estranei. Ti sembrava che le cose stessero all’incirca così: tu hai lavorato duramente tutta la vita sacrificando tutto per i tuoi figli, per me in particolare; insomma, io sarei vissuto senza pensieri, con la più ampia libertà di studiare quel che mi piaceva, senza alcun motivo di preoccupazioni materiali, vale a dire di preoccupazioni in genere. In cambio non hai preteso alcuna gratitudine, tu conosci «la gratitudine dei figli», ma almeno una certa compiacenza, un segno di simpatia; io invece mi sono sempre rifugiato nella mia stanza, tra i libri, con amici esaltati, in idee stravaganti, sfuggendoti; non ti ho mai parlato a cuore aperto, non ti ho mai accompagnato al tempio, non ti sono mai venuto a trovare a Franzensbad, d’altronde non ho mai posseduto il senso della famiglia, non mi sono mai occupato del negozio e dei tuoi affari, la fabbrica te l’ho lasciata sul gobbo per poi piantarti in asso, ho dato man forte a Ottla nelle sue cocciutaggini e mentre per te non muovo un dito (neppure un biglietto per il teatro ti ho mai procurato), per gli amici farei qualunque cosa. Riassumendo il tuo giudizio su di me, se ne ricava che tu non mi rinfacci atteggiamenti poco dignitosi o malvagi (escludendo forse il mio ultimo progetto matrimoniale), ma freddezza, estraneità, ingratitudine. E me le rinfacci come se la colpa fosse solo mia, come se con una sterzata io avessi potuto sistemare tutto in altro modo, mentre tu non avresti nessuna colpa, se non quella di essere stato troppo buono con me.

Questa tua idea fissa la ritengo legittima solo nel senso che anch’io, riguardo alla nostra estraneità, credo nella tua assoluta mancanza di colpa. Ma io sono altrettanto innocente, nel modo più assoluto. Se riuscissi a fartelo ammettere, forse sarebbe possibile non dico una nuova vita, ormai siamo entrambi troppo vecchi, ma almeno una sorta di tregua, e se non la cessazione almeno un attenuarsi dei tuoi continui rimproveri.