Nel girone infernale dei buoni

 

Autori vari, Geppo, il buon diavolo, Lineachiara
Autori vari, Geppo, il buon diavolo, Lineachiara

Eccolo finalmente! Dopo gli annunci della scorsa estate e le anticipazioni di Leo Ortolani eccolo nelle nostre mani, il volume della collana Lineachiara edito da RW Edizioni, il primo – nelle intenzioni dell’editore – di una serie dedicata ai grandi personaggi umoristici italiani. Serie che non poteva cominciare meglio di così, visto che il volume è dedicato a Geppo, il leggendario diavolo buono di bianconiana memoria.
Con la fine dell’era Bianconi – l’editore che tra gli anni Cinquanta e Ottanta riempì le edicole con albi per ragazzi che hanno segnato i ricordi di almeno tre generazioni: da Geppo appunto a Braccio di Ferro, da Chico a Felix, da Nonna Abelarda a Provolino… – , il diavolo buono è scomparso dalle edicole e da lì in poi lo si è potuto reperire solo in qualche edizione libraria (come questa, molto recente, di Sandro Dossi a cura di Andrea Leggeri, o il bellissimo volume Una vita d’inferno edito da IF nel 2002), oltre che naturalmente sulle bancarelle di antiquariato. Ma rispetto ai precedenti questo volume non vuole semplicemente proporre una selezione di avventure del personaggio: è un vero e proprio “libro di storia”, che passa in rassegna tutti gli autori che hanno prestato i loro pennelli a parodiare l’inferno dantesco, arricchito da schede di presentazione curate da Luca Boschi.

Si parte dalle origini più remote del personaggio: dapprima uno strampalato demonietto chiamato Gep che irrompe in una storia di Robin Hood del grande Luciano Bottaro (eravamo nel 1950), poi un personaggio che più si avvicina a quello che tutti conosciamo, realizzato da Giulio Chierchini nel 1954 e chiaramente influenzato dal coevo – meraviglioso – Inferno di Topolino di Angelo Bioletto, come anche dal tratto del mitico Jacovitti. Ma la prima storia che vedrà Geppo protagonista assoluto è Vita nuova all’inferno di Giovan Battista Carpi, riportata sul volume: un Geppo che si avvicina ulteriormente a quello “moderno”, ma ancora non ben definito, nell’aspetto come nel carattere. Saranno gli autori seguenti a portarlo gradualmente alla sua versione definitiva: Luciano Gatto – disegnatore che poi ha legato il suo nome a migliaia di produzioni Disney (come ci ha raccontato lui stesso qui) -, Pierluigi Sangalli – autore bianconiano dalla sterminata produzione su molteplici personaggi -, Alberico Motta – disegnatore ma soprattutto autore dei testi di centinaia di avventure per Bianconi e non solo -, e soprattutto Sandro Dossi, la cui matita ha condotto Geppo ai giorni nostri attraverso trent’anni di pagine, precisandone l’aspetto e il carattere definitivo e ben conosciuto da chiunque sia stato ragazzino dalla fine degli anni Sessanta in poi. E non solo di Geppo, ma anche di tutti i personaggi di contorno, da sua maestà Satana a Belzebù (l’esatto opposto di Geppo: è il diavolo cattivissimo per antonomasia), dal gattaccio Caligola a Salvatore il serpente tentatore, da Cerbero, il cane a tre teste, alla dolce Fiammetta, figlia di Satana e amata da Geppo, unica femminuccia “fissa” della saga. Motta e Dossi sono gli autori della storia più interessante del volume, Adamo ed Eva, rivisitazione del brano della Genesi del Peccato Originale (!) in chiave geppesca, mentre Fiammetta è raffigurata da Leo Ortolani sulla cover variant del volume. 

In chiusura, consentitemi una nota personale: questa per me è una recensione difficilissima da scrivere. Non riuscirò mai a guardare “freddamente” una storia, una vignetta, una qualsiasi cosa pur minima che riguardi Geppo. È come se pretendessi di parlare asetticamente di un fratello o di un amico fondamentale. Il diavoletto in corna, alucce da pipistrello (davvero troppo piccole per sorreggere in volo la sua rotondità!) e cravattino, è uno dei miei più cari ricordi d’infanzia: comprare un albo di Geppo era sempre una grande gioia, ricevere in premio per qualche evento scolastico il Super Geppo – più grosso, con più pagine – era l’apoteosi. All’epoca non percepivo l’incredibile “crudezza” di tante immagini, con i dannati urlanti nella pece bollente, frustati dai diavoli, arsi tra le fiamme… Scene tragiche, ma rese con una leggerezza incredibile, tali da poter essere appunto apprezzate da un bambino. Bambino che infatti si divertiva a leggerlo. Ancor meno percepivo la direttissima satira politica di alcune storie: memorabile per esempio Il petrolio del sultano, storia in cui Satana si trova ad avere a che fare con la crisi energetica e non ha più petrolio per alimentare il fuoco eterno! Tutti fattori che rendono molte delle “storielle” di Geppo – e il discorso può essere esteso a molti altri dei personaggi editi da Bianconi – dei veri capolavori, dalle molteplici chiavi di lettura e dall’indiscutibile attualità. Ben vengano volumi come questo, che rendono giustizia a un’epoca intera della Nona Arte.  

(Antonio Marangi)

 

Il trillo del diavolo

 

Thomas Mann, Doctor Faustus, Mondadori
Thomas Mann, Doctor Faustus, Mondadori

Il demonio, si sa, si nasconde nei dettagli, e di dettagli, presentati al lettore in forma di riflessioni, approfondimenti, digressioni, allegorie, teorizzazioni, è ricchissimo Doctor Faustus di Thomas Mann, forse l’opera più colta e tormentata del grande autore tedesco. Iniziato nel 1943 e terminato due anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, questo romanzo, che racconta la tragica esistenza di un compositore, Adrian Leverkühn, che stringe un accordo con il diavolo e in cambio dell’eterna dannazione riceve in dono anni di geniale creatività musicale, durante i quali scrive componimenti grandiosi e immortali, è la magniloquente rappresentazione di una sconfitta. La Germania, che in quella dolorosa congiuntura storica pagava il prezzo del delirio nazista e veniva travolta dalla guerra che per prima aveva scatenato, quel Paese perduto, derubato d’ogni umanità, è il teatro d’elezione di un dramma allo stesso tempo fiammeggiante e crepuscolare, che riassume, nel colpevole destino di un uomo, le eterne responsabilità di un popolo e di una nazione. Il doppio binario lungo il quale corre l’intera vicenda è fin dal principio esplicitato da Mann, che affida il racconto delle traversie di Leverkühn alla penna del suo più caro amico, l’umanista Serenus Zeitblom, un uomo che ha consacrato se stesso agli studi classici e che, ormai vecchio, chiuso nella sua casa di campagna in compagnia della moglie (mentre i suoi figli, fedeli servitori del Führer, sono al fronte), scrive del grande musicista scomparso mentre intorno a lui la sua amata terra, profanata prima dai nazisti e ora dalle truppe nemiche, brucia tra esplosioni di bombe e rombi di cannone, si consuma tra fiamme che sono la più tetra e impressionante materializzazione del perenne fuoco infernale. Lo Zeitblom classicista è insieme una chiarissima scelta etica e un preciso indirizzo stilistico; un uomo votato alla cultura, all’amore incondizionato per i libri e per le più sublimi produzioni dello spirito umano è infatti il miglior contraltare possibile alla barbarie dittatoriale, che attraverso il suo “diario” Mann denuncia a più riprese e senza mezzi termini – splendido e terribile è il punto in cui il lucido j’accuse  dello scrittore raggiunge l’acme e in poche, densissime righe paragona lo stato della Germania uscita sconfitta dalla Grande Guerra con quello, ben peggiore, in cui si trova nel momento in cui il protagonista scrive: “Il tempo del quale scrivo fu per noi tedeschi l’epoca del crollo dello Stato, della capitolazione, della rivolta per esaurimento, dell’impotente consegna nelle mani dello straniero. Il tempo nel quale scrivo per affidare ai fogli queste memorie nel mio tranquillo ritiro porta nel grembo orribilmente gonfio una catastrofe della patria al cui confronto la sconfitta di allora sembra una sciagura moderata, la ragionevole liquidazione di un’impresa sbagliata […]. Che si avvicini, che non si possa più arrestare, credo che ormai nessuno dubiti menomamente […]. Che rimanga sotto silenzio è anch’esso un fatto terrificante, giacché, se è già pauroso pensare che in una gran folla di accecati alcuni pochi coscienti debbano starsene con le labbra suggellate, l’orrore è completo quando tutti ormai sanno, ma sono costretti a tacere e l’uno legge la verità negli occhi sfuggenti o angosciosamente sbarrati dell’altro”. Ma Zeitblom è anche colui che tiene le redini del racconto (ed ecco lo stile), colui che brama la bellezza della forma, la perfezione intrinseca del periodo, e che si illude (perché non può farne a meno) di stemperare l’orrore della parabola esistenziale dell’adorato Adrian Leverkühn nell’abbacinante magnificenza della costruzione linguistica. E così il cammino del musicista verso la perdizione (la sua precoce intelligenza, la piena coscienza dei propri talenti, non disgiunta da arroganza, il fondamentale rapporto con un entusiasta insegnante di musica, che lo segnerà per sempre, e infine l’incontro con una prostituta, dalla quale contrarrà la sifilide, malattia che, nel suo progredire, assumerà le fattezze del demonio e lo porterà a siglare con lui, o meglio con la sua allucinata visione, il più sciagurato dei patti) viene esposto in uno stile ampolloso, ricercatissimo, vibrante d’emozione, quasi fosse il testamento di un grande della storia.

Del resto, grande, immortale perfino, Leverkün è stato davvero. A questo personaggio d’invenzione, infatti, Mann atttribuisce la rivoluzione della tecnica dodecafonica inventata da un suo contemporaneo, Arnold Schönberg. Di questo nuovo modo di scrivere musica l’autore parla approfonditamente, penetrando fin nel cuore dell’idea e sottolineandone, ancora una volta in chiave etica, lo scopo ultimo: restituire ordine alla musica intesa come esclusivo arbitrio della soggettività.
Doctor Faustus è un romanzo infinito, è un peregrinare continuo tra letteratura, filosofia, teologia, tra le molteplici creazioni dell’ingegno umano.  È un’opera disperata, è la coscienza del fallimento di un’epoca e di una generazione, è un appassionato canto del cigno. Ma è anche un romanzo nel quale l’umanità, nel senso più nobile e puro del termine, rifulge, malgrado ovunque intorno ad essa calino inesorabili tenebre di morte.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Ervino Pocar). Buona lettura.
Se a queste notizie sulle vicende del defunto Adrian Leverkühn alla prima e certo molto provvisoria biografia dell’uomo diletto, così terribilmente provato, innalzato e abbattuto dal destino, alla vita del geniale musicista premetto alcune parole su me stesso e sulle mie condizioni, dichiaro in modo assoluto che non lo faccio per il desiderio di mettere avanti la mia persona. M’induce a questo passo unicamente la supposizione che il lettore – dirò meglio, il futuro lettore, poiché per il momento non sussiste ancora la minima probabilità che questo scritto veda la luce, – a meno che, per un miracolo, esso possa lasciare la nostra fortezza europea minacciata da tutte le parti e recare a quelli di fuori un vago sentore dei segreti della nostra solitudine; – mi sia permesso di ricominciare: solo perché prevedo che si sentirà il desiderio di sapere almeno approssimativamente qualche cosa sul conto dello scrivente, solo per questo premetto alle mie rivelazioni alcune poche notizie su me stesso: non senza la tema, beninteso, di spingere proprio così il lettore a chiedersi se è in buone mani, vale a dire se io, in vista di tutta la mia esistenza, sia veramente uomo da assumermi un compito al quale mi spinge forse più il cuore che qualsiasi altra affinità giustificatrice.