Nessuna stagione

Recensione di “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio

Donatella Di Pietrantonio, l’Arminuta, Einaudi

E se non esistesse una stagione per la verità? Se nessuna età fosse mai abbastanza matura per riceverla né abbastanza forte per sopportarla? Se la verità, così nobile e bella, così pura e lucente da essere, come la virtù, premio a se stessa, fosse, proprio a motivo della sua perfezione, destinata a non poter camminare tra gli uomini, a non poter essere tra loro, che ne sarebbe di lei? Che ne sarebbe di questo preziosissimo tesoro, condannato a vagar ramingo in pensieri inespressi, in confessioni mute, in segreti sepolti in labirinti di finzioni, in vicoli ciechi di buona educazione, in imbarazzanti girotondi di giustificazioni? Che ne è di colei che viene ripudiata? Se non esistesse stagione per la verità, esisterebbe comunque la verità, e con essa germoglierebbe, come da un grembo fecondato, la necessità di darle vita, tramutarla in parola, darle concretezza. Ma a quale verità si può essere preparati a soli tredici anni? Alla più atroce, quella che cancella ogni illusione, che spazza via ogni innocenza e a forza trascina quel che è ancora in divenire, l’anima acerba di una bambina, nella storpia fissità di quel che si è fatto adulto senza mediazione alcuna, come per un colpo ricevuto d’improvviso. Continua a leggere Nessuna stagione

Nell’amore, nel dolore, nella vita

 

Alice Munro, Nemico, amico amante... Einaudi
Alice Munro, Nemico, amico amante… Einaudi

La scrittura naturalmente fluida; la bellezza semplice e quasi disadorna di parole che sembrano attraversare tutto ciò di cui raccontano, coglierne l’esatto senso e offrirlo in dono al lettore; le atmosfere sospese, abbracciate nell’attimo in cui le cose, le grandi come le piccole, stanno per verificarsi; la vita, inafferrabile ma non per questo sfuggente, materia narrativa capace di rinnovarsi ogni giorno e per questa ragione colta con entusiasmo rispettoso, con una partecipazione intensa e nello stesso tempo pacata, con un’attenzione ai dettagli che assume i contorni dolcissimi e commoventi di una dimostrazione d’amore. Nelle sue pagine, Alice Munro dispensa tesori; la voce che si leva dai racconti, tenue e stentorea insieme, è impossibile da dimenticare; i suoi eroi, forti di un’umanissima fragilità, sembrano dar corpo ai nostri pensieri, ricetto alle nostre emozioni e in qualche modo ci prendono per mano e ci conducono in quel regno della possibilità che, semplicemente vivendo e scegliendo, abbiamo solo sfiorato, a volte consumandoci nel rimpianto a volte dimenticando, lasciando che il mondo si disfacesse alle nostre spalle come un disegno su un marciapiede. L’autrice canadese, premio Nobel per la Letteratura 2013, esprime l’essenziale, quel che ha davvero importanza, scivolando con noncuranza lungo le linee del tempo (che non è altro se non la misura dell’esistere di ciascuno di noi), omaggiando la bellezza rigogliosa o triste della natura, incespicando, senza paura di cadere, nei pensieri e nei sogni, nelle fantasie e negli sforzi che compiamo per renderle reali, nelle illusioni e nella fatica che facciamo per liberarci dalla loro schiavitù. Nei nove racconti che compongono Nemico, amico,amante…, una delle sue raccolte più note (e a mio parere anche una delle più riuscite), Alice Munro parla d’amore e dolore, del fardello dei ricordo che si fa superfluo all’irrompere della malattia, di un nuovo inizio che si spalanca proprio quando tutto sembra far pensare che sia invece arrivata la fine (è il tema del più intenso dei racconti, The Bear Came Over the Mountains, cui è ispirato il meraviglioso film Away from Her – Lontano da lei, diretto da Sarah Polley e interpretato da una scintillante Julie Christie), della solitudine, condizione da cui è impossibile fuggire, e dei suoi approssimativi rimedi, della fedeltà a quel che siamo, nel bene e nel male, e del dovere, che forse è solo espressione di un crudo istinto di sopravvivenza, di andare avanti quando appare impossibile farlo.

Una riflessione ancora sui personaggi di questi racconti, in principio gettati nel bel mezzo di eventi come marionette, privi di identità, di un passato, di una qualsivoglia riconoscibilità (come la Johanna Parry del primo racconto, che dà il titolo al volume) e d’improvviso presenti in tutta la loro complessità, disegnati attraverso la memoria o per mezzo di qualche evento significativo, o ancora definiti da una decisione presa, dall’attimo in cui tutto cambia per sempre. Grava, sulle spalle di questi individui, il peso del mondo; le loro passioni sono uniche, indicibile la loro sofferenza, appassionato il fervore con il quale affrontano ogni giorno, ma nonostante ciò appartengono, come noi, a una normalità che tutti conosciamo ma che soltanto pochissimi sarebbero in grado di descrivere, di chiamare per nome. È l’incapacità a sottrarsi alla vita a caratterizzarli, la forza dei loro sentimenti a dominarli; non conta conoscere, sembra dirci per loro tramite Alice Munro, conta non indietreggiare, conta accettare. Dunque andare incontro a un amore dai contorni talmente sfumati e incerti da far credere che sia un miraggio, come fa Johanna Parry, o lasciarsi baciare da un giovane sconosciuto su un malfermo ponte di tronchi proprio il giorno in cui si scopre che il tumore che ci sta uccidendo forse è in regressione, o confessare alla donna che in circostanze diverse avremmo potuto amare di aver ucciso, per errore, investendolo con l’auto, il proprio figlio di tre anni, ultimo nato di una nidiata di tre bambini, o farsi sedurre da uno sconosciuto e poi cullare il ricordo di quel che è stato nella quotidianità di una vita coniugale imperfetta e felice, o ancora intrecciare una relazione affinché la propria moglie, malata e ricoverata, possa amare un compagno d’ospedale. Ed esserne riamata.

Eccovi l’incipit del primo racconto. La traduzione, per Einaudi, è di Susanna Basso. Buona lettura.
Anni fa, prima che tanti treni su linee secondarie venissero soppressi, una donna dalla fronte alta e lentigginosa e una matassa crespa di capelli rossi, si presentò in stazione per informarsi riguardo alla spedizione di certi mobili. L’impiegato faceva sempre un po’ lo spiritoso con le donne, specie con quelle bruttine, che sembravano apprezzare. 
– Mobili? – disse, come se nessuno avesse mai avuto prima un’idea simile. – Dunque, vediamo, di che genere di mobili stiamo parlando? 
Un tavolo da pranzo con sei sedie. Una camera da letto completa, un divano, un tavolo basso, alcuni tavolini, una lampada a stelo. E anche una cristalliera e una credenza. 
– Accidenti. Una casa intera.
– Non direi proprio, – ribatté lei. – Mancano le cose di cucina e ci sono mobili per una sola camera da letto. 
Aveva tutti i denti ammucchiati davanti, come se fossero pronti a litigare

L’amore soffocato dal dolore

Iginio Ugo Tarchetti, Fosca, Mondadori
Iginio Ugo Tarchetti, Fosca, Mondadori

Cupo romanzo d’introspezione psicologica e insieme cronaca di una passione amorosa segnata da un tragico destino, Fosca, di Iginio Ugo Tarchetti, uno dei più noti e importanti esponenti del movimento letterario della Scapigliatura, è prima di tutto il resoconto di una personale discesa agli inferi. La sua scrittura, che ha i contorni dolorosi e nostalgici della memoria, del ricordo, ma che con coraggio sa anche spingersi nel cuore delle ossessioni di un uomo seguendone pensieri, istinti e moti improvvisi, disegna in un continuo alternarsi di toni e atmosfere – i cui estremi toccano il composto, trattenuto tormento dell’infelicità quotidiana e il violento deflagrare della nevrosi, l’erompere della sofferenza, l’urlo disperato del disagio – i caratteri compositi, fondamentalmente irriducibili a qualsiasi positivo tentativo di spiegazione, di comprensione, dei protagonisti della vicenda: Giorgio, militare di carriera (chiaramente l’alter ego dell’autore, i cui vissuti ricalcano quasi alla lettera quelli del suo personaggio), e Fosca, cugina del diretto superiore di Giorgio e comandante della guarnigione cui il giovane è stato assegnato, donna non bella, anzi di eccezionale bruttezza, ma dal fascino oscuro e potente, gravemente malata di nervi (secondo il parere del suo medico) eppure dotata di una sensibilità non comune, e inoltre raffinata di modi, di viva intelligenza, curiosa, sorprendentemente colta. Giorgio, che nel corso di un congedo per malattia trascorso a Milano aveva incontrato una donna, Clara, dal carattere aperto e solare con la quale, nonostante fosse sposata, aveva avuto una relazione, una volta giunto alla nuova destinazione e ripreso servizio attivo si trova invischiato, senza capirne la ragione, in un torbido rapporto con Fosca, persona completamente diversa da quella che aveva abbandonato poco tempo prima.

Tarchetti, che a questo romanzo ha lavorato fino alla morte senza riuscire a terminarlo, utilizza l’espediente narrativo della confessione (Giorgio decide di scrivere del suo passato, di quel particolare periodo del suo passato, per liberarsi una volta per tutte delle angosce che lo perseguitano) e della lontananza temporale dai fatti raccontati (distanti cinque anni dalla stesura del diario) per dare al suo racconto un’illusione di oggettività, per cercare di presentare i fatti come se si trattasse di analizzarli per coglierne il senso e non semplicemente di riviverli. Il suo tentativo, naturalmente, fallisce, ma di ciò l’autore è ben consapevole: Fosca è un romanzo intimista, un lavoro d’ombra, è l’incubo folle di una coscienza perduta nel labirinto delle sue paure e dei suoi desideri, e benché lo scrittore dichiari con chiarezza, al principio del libro, che quel che si accinge a fare, più che l’analisi di un affetto, più che il racconto di una passione d’amore, è “la diagnosi di una malattia”, la sua capacità di discernimento, la sua lucidità non sono in grado di procedere oltre questa conclusione, che in fondo altro non è se non un’acuta sensazione, una consapevolezza fondata sull’intuito, su un prepotente sentire. Attratto irresistibilmente da Fosca, il cui bisogno d’amore, comprensione, considerazione e rispetto è appetito, voracità primordiale, delirio febbrile, è inesauribile sete di conquista (ed è soprattutto un sentimento condannato al naufragio, perché giunge a piena realizzazione soltanto al prezzo della distruzione dell’oggetto amato), Giorgio consuma se stesso, le proprie forze, fiacca lo spirito e debilita il corpo. Eppure questo rapporto, al di là dei conflitti che scatena e dell’infelicità che procura, è specchio fedele dell’inquietudine dell’uomo, cifra del suo malessere esistenziale, di quella sottile, affilatissima angoscia per la quale non esiste cura; stretto in un gorgo che lo trascina sempre più in profondità, Giorgio non sente (non può sentire) alcun rimpianto per la solare e delicata Clara, descritta con gli accenti ingenui (per non dir neutri) di una passione giovanile, spensierata, felice perché tanto semplice da sfociare nella banalità, nell’impalpabilità, poi abbandonata a se stessa come accidente di nessun conto, e quel che in lui lotta per cercare di sopravvivere al mortale abbraccio di Fosca è solo il riflesso condizionato dell’istinto di sopravvivenza (tutto quel che fa in qualche modo ricorda i movimenti convulsi e gli spasmi di un corpo intrappolato nelle sabbie mobili che cerca con ogni mezzo di liberarsi), il suo cuore, infatti, appartiene per intero a Fosca, al pari di lui vittima (innocente ma comunque condannata senza appello) della vita.
Eccovi l’inizio dell’opera. Buona lettura.
Mi sono accinto più volte a scrivere queste mie memorie, e uno strano sentimento misto di terrore e di angoscia mi ha distolto sempre dal farlo. Una profonda sfiducia si è impadronita di me. Temo immiserire il valore e l’aspetto delle mie passioni, tentando di manifestarle; temo obliarle tacendole. Perché ella è cosa quasi agevole il dire ciò che hanno sentito gli altri – l’eco delle altrui sensazioni – ma dire ciò che abbiamo sentito noi, i nostri affetti, le nostre febbri, i nostri dolori, è compito troppo superiore alla potenza della parola. Noi sentiamo di non poter essere nel vero.
Ho pensato spesso con gioia alla rovina che il tempo va facendo nelle mie memorie; più spesso vi ho pensato con dolore. Dimenticare! È uccidersi, è rinunciare a quell’unico bene che possediamo realmente e impreteribilmente, al passato. Ché se si potessero dimenticare soltanto le gioie, forse l’oblio potrebbe essere giustamente desiderato; ma dei nostri dolori noi siamo superbi e gelosi, noi li amiamo, noi li vogliamo ricordare. Sono essi che compongono la corona della vita. Il passato è la misura del tempo che abbiamo percorso, la misura di quello che ci rimane a percorrere. Perciò noi lo teniamo caro, perché ci fa fede dell’accorciarsi progressivo dell’esistenza. Un’avidità febbrile di morire affatica inconsciamente gli uomini. Chi vorrebbe tornare indietro un’ora, un minuto, un istante nella sua vita? Nessuno; e pure si ama, e si rimpiange questo passato che si ha orrore di rinnovare. Scrivere ciò che abbiamo sofferto e goduto, è dare alle nostre memorie la durata della nostra esistenza. Scrivere per noi per rileggere, per ricordare in segreto, per piangere in segreto. Ecco perché scrivo.