Il solo, autentico tratto comune

Dr. Seuss, Gli Snicci e altre storie, Giunti
Dr. Seuss, Gli Snicci e altre storie, Giunti

Che cos’è la diversità? Un titolo di merito, qualcosa da esibire orgogliosamente, una patente di unicità da sfoggiare, oppure un fardello, una croce, una vergogna che si vorrebbe in ogni modo nascondere? Quando si può legittimamente gioire per la propria particolare condizione e quando, invece, proprio a causa della situazione in cui ci si trova, tutto ciò che si prova non è che cupa disperazione? A queste domande, non certi semplici, offre una risposta (colma di delicata intelligenza), declinata in forma di invito alla riflessione, Dr. Seuss, uno dei più amati autori per ragazzi, nella sua favola intitolata Gli Snicci e altre storie (in Italia pubblicata da Giunti nella bella traduzione di Anna Sarfatti). La collaudata formula delle opere del grande autore americano – storielle preziose e divertenti narrate in rima baciata – anche in questo caso centra il bersaglio, e Dr. Seuss, attraverso i suoi protagonisti, gli Snicci, curiosi animali identici gli uni agli altri tranne per un piccolo ma tutt’altro che insignificante dettaglio, una stella disegnata sul pancino che fa sì che alcuni (gli Snicci Stellati) vadano fin troppo fieri di questa caratteristica, mentre gli altri (i Comuni, che al posto delle stelle “hanno solo la pelle”) si ritrovino discriminati, squaderna dinanzi ai lettori il concetto stesso di diversità, la sua dimensione filosofica. E quel che emerge dal suo apologo bizzarro e commovente (l’esclusione degli Snicci Comuni dai riti quotidiani della socialità organizzata dai loro fratelli Stellati, l’infelicità dei primi, la sprezzante superiorità esibita dei secondi e questo squilibrato equilibrio spezzato dall’arrivo improvviso di un altro animale, un furbo gorilla inventore di una macchina capace di “risolvere ogni problema”) è che la diversità è forse il nostro solo, autentico, tratto comune. Nel dolce incedere di una prosa leggera ma di grande profondità, Dr. Seuss dapprima descrive le discriminazioni patite dagli uni per opera degli altri (“Gli Snicci Stellati giravano in spiaggia a becchi levati, fiutando e sbuffando: ‘noi siamo GLI SNICCI, quegli altri, i Comuni, sono solo posticci!’”), frutto di un’interpretazione strumentale di ciò che distingue animali appartenenti a una stessa specie (un po’ come la pigmentazione della pelle distingue bianchi, neri e asiatici, tutti membri del medesimo consesso umano), poi, introducendo nella storia un nuovo personaggio, una scimmia astuta, spiega quanto sia facile, per chiunque abbia sufficiente spregiudicatezza, sfruttare a proprio esclusivo vantaggio ogni idea, ogni opinione, ogni convincimento che non sia nato da una puntuale applicazione del pensiero critico ma dipenda esclusivamente da pregiudizi. Silvestro de Favis scimmione, infatti, non capita tra gli Snicci per caso; egli sa della loro divisione, e per risolvere la questione ha portato con sé una macchina di sua invenzione, un apparecchio in grado di disegnare sul pancino degli Snicci Comuni la tanto agognata stella. A questa notizia, ecco gli Snicci Comuni, colmi di nuova speranza, mettersi in fila per il trattamento; non si tratta di un procedimento né doloroso né lungo, basta pagare e in pochi minuti il gioco è fatto. Ma a questo punto sono gli Snicci Stellati a ribellarsi; loro rivendicano una primogenitura che non può passare sotto silenzio; non tutti gli Stellati sono uguali, e questo si deve sapere! Come fare, però, a distinguere gli uni dagli altri, ora che tutti hanno stelle sulle pance? L’idea è ancora una volta della scimmia: dal momento che la sua macchina non solo è in grado di mettere le stelle, ma può anche toglierle, perché gli Snicci Stellati non rinunciano alle loro? Così torneranno a essere diversi dai loro fratelli e tutto sarà di nuovo come sempre. Così, alla prima infornata di Snicci, ecco seguirne una seconda, e poi una terza, che vede i nuovi Stellati chiedere di tornare Comuni, e poi ancora un’altra, con i nuovi Comuni intenzionati a riprendere la stella, e di nuovo un’altra, in un inseguimento senza sosta e senza senso. Finché, rimasti senza più soldi, senza più forze e senza più speranze, gli Snicci rinunciano, e de Favis, ricco e felice, li saluta, ridendo della loro stupidità e pensando che mai quei poveri animali riusciranno a liberarsene, a spezzare le pesanti catene dell’ignoranza. Ma per fortuna degli Snicci, scrive Dr. Seuss, la scimmia si sbagliava; la lezione, seppur a caro prezzo, è stata imparata, “e con gioia vi aggiorno che gli Snicci capirono finalmente un bel giorno, giorno in cui fu deciso che gli Snicci son Snicci, e nessuno è migliore, non han senso i bisticci. Da quel giorno di stelle più nessuno ha parlato e ogni Sniccio è felice che sia o meno stellato”.

Rivolta a lettori di tutte le età, la saggezza lieve e stralunata di Dr. Seuss è un piccolo miracolo, un balsamo per il cuore e la mente, l’ennesimo esempio di quanto la letteratura, in tutte le sue forme, rifletta la nostra vita.

Eccovi l’inizio del libro, che oltre alla storia degli Snicci contiene altri due racconti: nel primo, intitolato Troppi Cicci, si racconta l’esilarante disavventura di una mamma alle prese con un gran numero di figli cui ha avuto la pessima idea di dare lo stesso nome, nel secondo, intitolato Che paura!, si narra di uno stranissimo incontro… Buona lettura a tutti.

Gli Snicci Stellati sulle pance hanno stelle. Gli Snicci Comuni hanno solo la pelle. Non son stelle grandi, ma piccine abbastanza da farti pensare che non hanno importanza. Ma, per queste stelle, gli Snicci Stellati giravano in spiaggia a becchi levati, fiutando e sbuffando: “noi siamo GLI SNICCI, quegli altri, i Comuni, sono solo posticci!”. E se li incontravano, nella passeggiata, andavano oltre senza neanche un’occhiata.

I problemi sono opposti viandanti

Dr. Seuss, il paese di Solla Sulla, Giunti
Dr. Seuss, il paese di Solla Sulla, Giunti

Come definire esattamente un’esistenza tranquilla? Quando è possibile considerarsi, se non felici, almeno sereni? Quanti guai e quante preoccupazioni ci possiamo attendere nella nostra vita per giudicarla gradevole? E, all’opposto, quante angosce, quanti problemi siamo disposti a tollerare prima di convincerci di essere il bersaglio preferito della malasorte? Verrebbe voglia di rispondere “nessuno”; nessuna angoscia, nessun problema, nessuna preoccupazione, nessun guaio, e di certo questo è ciò che ognuno di noi augura a se stesso: un orizzonte completamente privo di nubi. Ma è davvero possibile che un’eventualità di questo genere si verifichi? Naturalmente no, ma è proprio il paradosso generato da una tale domanda, il cortocircuito scatenato da una così “folle” riflessione (perché un conto è sperare una vita da sogno, un paradiso in terra, tutt’altra questione è aspettarsi questo miracolo!) il fondamento narrativo del delizioso apologo del Dr. Seuss intitolato Il paese di Solla Sulla. Come in tutti i suoi lavori, anche in questa favola preziosa e divertente a colpire è innanzitutto la squisita musicalità della narrazione, l’affascinante semplicità della storia, raccontata in brevi strofe rimate (“Quando ero più giovane, sereno e felice/vivevo in un posto detto Valle di Bice/e niente di niente mi andava mai storto/finché… be’ un giorno che forse ero assorto/tra le margherite dai gambi allungati/guidato dai piedi come me spensierati…”), che in un momento conduce al cuore della vicenda e all’insegnamento che svela. Allo stesso tempo autentico, genuino e (anche se soltanto dal punto di vista squisitamente letterario) strumentale, il candore che anima la favola ci porta a riflettere su quello che è forse il più importante compito evolutivo che ognuno di noi è chiamato ad affrontare e superare: la presa di coscienza critica della sostanziale inevitabilità della sofferenza. Così, nelle innocue vesti di un animale, Dr. Seuss dipinge dapprima la gelosa onnipotenza dell’infanzia, il cieco idillio tra il fanciullo e il mondo che non tollera interruzioni né imperfezioni di sorta (“E mai avendo avuto/altri guai fino a adesso/’Che sia il primo e l’ultimo!’/io dissi a me stesso”) e poi il faticoso percorso di maturazione del protagonista, che al termine di una disgraziata serie di avventure rinuncia a cercare un rifugio che gli assicuri la tanto agognata pace (rappresentato dall’illusorio paese di Solla Sulla, addormentato sulle rive del fiume Trastulla, dove chiunque vi giunga è certo di soffrire assai poco, anzi, “quasi nulla”) e si prepara a fronteggiare la vita, quali che siano le sorprese che gli verranno riservate. Trascinato dalla sorprendente inventiva dell’autore, sedotto dai suoi folgoranti artifici linguistici, conquistato dall’ingenuità del protagonista, il lettore adulto – perché non si è mai abbastanza grandi per leggere con profitto un’opera del Dr. Seuss, è questa è senza alcun dubbio la sua più importante eredità –   ha modo di tornare a riflettere su una lezione che dovrebbe aver da gran tempo imparato e, forse, anche di rivedere giudizi sulla propria situazione espressi con eccessiva severità.

Perché, come ben comprende, al termine delle sue faticose peregrinazioni, il buffo e tenero eroe del Dr. Seuss (e come capiamo, o ricordiamo noi, leggendo le sue avventure) l’alternativa al paese di Solla Sulla, e dunque al soffrir quasi nulla, non è l’ancor più irraggiungibile paese di Bao Baba Ballero (“sulle acque del Fiume Trallero/lì non soffre nessuno. Davvero!”), bensì il ritorno alla Vale di Bice dove tutto è cominciato, dove cioè si è lasciata una volta per tutte l’età dell’oro dell’infanzia e si è diventati “grandi”, o meglio, si è diventati persone, in quella terra felice e infelice, dove, essendo impossibile evitare i guai, non resta che ingegnarsi e trovare, per ognuno di essi, il giusto rimedio: “Avrò sempre dei guai/potrei essere morso/ dal Quaglione Pennuto/se mi addenta del posto/dove sono seduto./Ma ho con me un bel bastone./Da oggi in poi sono pronto./I miei guai si preparino…/io non temo lo scontro”.

Dolcissimo, irresistibilmente spassoso, intelligente, Il paese di Solla Sulla è una piccola, perfetta gemma; una lettura che pur esaurendosi in un battito di ciglia riesce indimenticabile per ciò che è in grado di donare e per il garbo con cui lo offre.

Eccovi, invece dell’incipit, il riassunto della quarta di copertina. La traduzione, per Giunti, è di Anna Sarfatti. Buona lettura.

Ci sono giornate in cui niente pare andare per il verso giusto. Non basta essere prudenti, non basta guardarsi attorno con attenzione, non basta nemmeno stare all’erta. Ecco perché conviene andare nel paese di Solla Sulla, sulle acque del Fiume Trastulla: chi ci va soffre poco, o quasi nulla! Che ne dici di cominciare un’avventura alla ricerca di questo paradiso?