Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

Recensione di “Proust per bagnanti” di Emanuele Pettener

Emanuele Pettener, Proust per bagnanti, Meligrana

C’è solo un essere più onnipotente di Dio: la madre. Madre che ci genera, impone la vita. E poi determina anche cosa sarà di noi, cosa “saremo”noi. Perché il come saremo dipende sostanzialmente dalla misura dell’amore che lei riuscirà a darci. Sarà quell’amore primitivo e originario che stabilirà che tipo di persone emotive saremo. Sempre e solo quell’amore. E tutti gli altri rapporti affettivi che si svilupperanno nel corso dell’esistenza saranno improntati al suo abbraccio, alle sue carezze e ai suoi sorrisi. E più ne avremo, più l’amore inietterà radici profonde dentro di noi, che ci salveranno da tutto. Quell’amore cieco e gratuito ci farà da scudo contro gli assalti della vita: garantirà immunità dalle cadute, suturerà cicatrici, riempirà voragini, ci guarirà dai dolori e dagli abbandoni che seguiranno. Ma quando quell’abbraccio manca, la nostra natura di esseri sentimentali si aggroviglia attorno a un’idea di amore estraneo, lontano e malato. E quelle domande sulla natura del non “amore” rimarranno sospese sulla nostra anima per sempre, investendo tutto, perfino la capacità dell’annullamento sensuale nei confronti dei nostri stessi figli. Oppure l’essere sentimentale si lancerà alla ricerca disperata di quell’amore perduto. E quella ricerca diventerà il nodo – spesso scorsoio – della sua esistenza. È una “recherche” per l’appunto proustiana, Proust per bagnanti, delizioso, piccolo romanzo di Emanuele Pettener nel quale cercare “il tempo perduto” corrisponde a immergersi nel ricordo – sempre attuale e bruciante nella vita dei protagonisti – del generatore eterno del bene e del male: la madre. Continua a leggere Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

Un plumbeo orizzonte

Recensione de “I santi muti” di Antonio Carnevale

Antonio Carnevale, I santi muti, Zandonai Editore

Eleonora Molisani, cara amica e lettrice infaticabile e colta, dopo aver scritto una bellissima recensione del mio primo romanzo Quella solitudine immensa d’amarti solo io (se siete interessati la trovate qui) si è occupata di un altro libro, I santi muti, di Antonio Carnevale. E ha scritto un’altra volta qualcosa di splendido, un “consiglio letterario” che, non ho dubbi, una volta letto avrete voglia di seguire. A Eleonora il mio ringraziamento per aver nuovamente arricchito il blog, all’autore i più sinceri complimenti per aver scritto il libro.Le femmine sono puttane, gli uomini traditori, il destino è cinico e baro e la verità non riuscirà mai a essere più convincente di una diabolica bugia. E perfino i santi, lassù – che tu imprechi o che li supplichi – restano lontani, freddi, e anche un po’ giudicanti. È l’orizzonte plumbeo di Ortensio Montiglio. Un universo “legato male”, che fa lo slalom tra archetipi, stereotipi e simboli di una cultura in cui è immerso senza passione, senza un particolare senso di appartenenza. Una realtà fatta di dettagli consistenti, di riferimenti pesanti, basata su un assunto, un patto segreto stipulato con il destino, che si logora fino a spezzarsi nel punto più fragile: la ricerca della stabilità. Continua a leggere Un plumbeo orizzonte

(Non) sono solo parole

Eleonora Molisani, Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, Priamo e Meligrana Editore
Eleonora Molisani, Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, Priamo e Meligrana Editore

Raccontare il presente intrecciando forma e sostanza, gettandosi nelle cose e restituendole attraverso le parole; scomporre e ricomporre l’oggi nella folgorazione improvvisa di un ritratto abbozzato eppure in qualche modo già compiuto; precipitare nell’ombra e sfiorare la luce nella contenuta, studiata frenesia di un narrare che è sguardo, ascolto, partecipazione e vita. Che è testimonianza. Costruire storie riscoprendo il reale, svelandolo come si fa con un segreto, o un mistero; svergognandolo persino, mettendone a nudo i difetti, le mostruosità, gli eccessi grotteschi, il caos indomabile che è sostanza prima di ogni parvenza d’ordine, fondamento di ogni sistema e nucleo del nostro vivere sociale, del nostro balbettante, incostante essere, gli uni per gli altri, persone e non lupi. E nel sistema chiuso, autosufficiente e perfetto dell’artificio letterario, nel miracolo lieve e lucente della pagina scritta, partire dalle parole e alle parole di nuovo approdare, e durante il viaggio assistere al loro incessante germogliare. Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, felice e sorprendente esordio della giornalista Eleonora Molisani, sembra percorrere la strada della sperimentazione, della negazione insistita (più facile definirlo per ciò che non è – non un romanzo, non una raccolta di racconti, non un diario, non un saggio, non un’opera di denuncia né un semplice catalogo d’attualità – che per ciò che è; un riflettere lucido e palpitante, grondante d’emozioni e insieme conseguente come un ragionamento logico o una dimostrazione matematica, sul nostro tempo, e più ancora sul nostro essere gettati in esso), della dichiarata bizzarria, dell’esibita rinuncia alle responsabilità (sono solo canzonette, cantava con finto candore un impegnatissimo Edoardo Bennato, sono solo parole, gli fa eco l’autrice ad anni di distanza, e in entrambi i casi è proprio l’innocenza così vivacemente protestata la più limpida confutazione di sé), ma in realtà il suo edificio stilistico e tematico è rigoroso, meditato, compiuto.

Così, ecco la parola farsi interpretazione, il segno indicare la cosa, la scrittura, in tutti i suoi singoli elementi, tradurre i fatti, offrire voce al loro accadere. Nel pugno di righe che l’autrice dedica ai personaggi del suo libro, agli episodi di vita che illumina, ai momenti che descrive (dilatati, compressi, esplosi come fuochi d’artificio o congelati nella fissità inquietante di un fermo immagine), soffia il respiro pesante del nostro affanno, la corsa folle all’accumulo di esperienze che non siamo più in grado di capire (e dunque di vivere) e ci limitiamo a consumare; nella prosa forte e nervosa, diretta, franca, spudorata, riverbera la superficie del mondo, la sola realtà che vediamo, che ci illudiamo di conoscere – “Sognavo che il mio nome facesse il giro del mondo ma, prima di diventare qualcuno, sono diventata nessuno. Un giorno me la sono giocata tuffandomi da uno scoglio, in Spagna. Ma non mi son buttata da quello scoglio per suicidarmi, come pensano le mie sorelle e Claudio, il mio moroso, che una settimana prima mi aveva lasciato. Non mi sono buttata per la disperazione, perché la vita me la sentiva tutta scorrere nelle vene e nei nervi. Facevo l’amore, andavo a ballare, bevevo e fumavo. E leggevo, sì, leggevo Pessoa” Il libro dell’inquietudine) – e ci insegue l’eco maligna dei nostri peccati, ci bracca la furia delle Erinni del rimorso, ci segna, come una scarlatta lettera d’infamia, la memoria della nostra vigliaccheria, o solo il peso della nostra debolezza: “Tutta colpa di Crudelia. Se non avessi fatto il disegnino innocente di quelle strega che maltrattava i cagnolini nel mio film preferito. Se alla domanda: ‘Piero, qualcuno ti ha fatto del male?’, avessi risposto un ‘No’, secco. Se non avessi guardato il viso di papà e non mi fossi messo a frignare come un neonato. Se non mi fossi fatto la pipì addosso. Se, se, se…” (Crudelia De-Mom).

Storie del terzo millennio, questo il sottotitolo del primo libro di Eleonora Molisani (Priamo e Meligrana Editore); storie tanto brevi quanto intense, storie scritte in un palmo di mano, profonde come piaghe, sferzanti come colpi di frusta, e di squisita, commovente bellezza.

Buona lettura.

Così vicini, così lontani

 

Lucia Grassiccia, Elevator, Prospero Editore
Lucia Grassiccia, Elevator, Prospero Editore

Se è vero che l’unico amore eterno è quello impossibile, allora Lucia Grassiccia ha trovato le parole giuste per dimostrarcelo. Se è vero che ogni dolore è scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro, e non basta un’eternità a cancellarlo, allora Lucia Grassiccia ha trovato un modo per dircelo. Se è vero che ognuno si tiene stretta la solitudine come se fosse un’ancora o uno scudo, anche quando gli altri sono così prossimi da sembrare incollati come cemento armato, allora Lucia Grassiccia ha colto l’essenza della nostra attuale condizione di umani. In quello che leggo di solito cerco l’emozione che mi fa scordare di essere il lettore. Parole nuove per dire quello che tutti sappiamo. Alla fine la lettura è ascolto. Ascolto di qualcuno che, per talento o esperienza, riesce a darci uno spunto. Elevator, il romanzo di Lucia Grassiccia, siciliana di 28 anni, è una piccola rivelazione. Sia perché si rivela di inaspettata, imperfetta perfezione. Sia perché si rivela piano piano, “elevando” il lettore da un piano all’altro di un palazzo di sette piani. E’ un momento di emozioni verticali. Di quelle che – elevandosi – levano di torno la gravità. Nel viaggio, reale e metaforico, incontriamo un personaggio per piano, fino all’apoteosi dell’ultimo livello, abitato dal protagonista principale. Nessuno di loro ha un nome, a sottolineare l’alienazione e l’insignificanza di chi vive nell’indifferenza altrui. Irrimediabilmente reciproca. Ma, a parte le trovate geniali (ogni persona è identificata dalla presenza o dalla foggia dei baffi, pure le donne), il romanzo cattura per lo stile originale e per la poesia, volutamente malcelata. Ci trasporta in un carosello di situazioni reali e metaforiche, che dipingono a tinte sfumate le nevrosi, le paranoie, le distanze, i sentimenti e le emozioni del mondo moderno. Con tanto di spettatori e curiosi che “osservano da fuori”. Sullo sfondo, una storia d’amore romantica, un uomo che decide di abitare un ascensore per necessità (ha smesso di significare per se stesso nel momento in cui è morto l’oggetto del suo desiderio mai appagato) ma anche con uno scopo recondito: avvicinare, con la sua presenza misteriosa e disturbante, persone che, pur vivendo a un passo l’una dall’altra, non si sfiorano realmente mai.  

Il finale lo riassumo con le parole dell’autrice: “L’amante – pian piano – va in malora. Ma è felice di andarci per colpa della bellezza”. Per dire che anche un finale amaro può lasciare dolcezza in bocca (“E se la reale conseguenza del coraggio fosse la resa, piuttosto che l’avanzamento?”, la domanda finale secondo me merita una riflessione). All’ultima pagina, lasciamo questa prova acerba ma convincente con almeno due convinzioni: la prima è che davvero il talento non ha età, e questa considerazione riguarda la brava scrittrice di Modica. La seconda è un promemoria: disintegrare il muro ottuso della solitudine è impossibile senza tentare di guardare – ogni tanto – negli occhi e nell’anima di chi ci vive accanto.
(Eleonora Molisani) 

La canzone (stonata) di Matteo

 

Giuseppe Braga, Oblò (e il mondo guardo da...), Meligrana Editore
Giuseppe Braga, Oblò (e il mondo guardo da…), Meligrana Editore

Intanto, per intitolare un libro Oblò, e il mondo guardo da…, nell’epoca di Gianni Togni, ci vuole del fegato. E il coraggio, a me, è sempre piaciuto. E non lo dico per dire (lo dico perché è una delle qualità che più apprezzo). Invece, per guardare il mondo da un oblò ribaltato, a testa in giù, ci vogliono fantasia e sensibilità. E anche queste sono due qualità per cui ho un vero debole. E non lo dico per dire. Insomma, questa favola per adulti, scritta con gli occhi di un bimbo di 10 anni, è come una doccia ghiacciata dopo il bagno turco. O la sorpresa della crema quando apri in due un wafer. È come scoprire che la barba di Babbo Natale è di zucchero filato e te la puoi mangiare. O che le strade trafficate alla fine sono solo fiumi senz’acqua, pieni di pesci Smart. In più, se quel bambino è pure dislessico, precipiti per incanto nel suo cervello surreale, cominci a pensare sghembo, a cantare stonato, a fare lunghi e improbabili elenchi mentali, a chiederti “perché, se il cemento è armato, non è capace di difendersi”, e diavolerie simili. Cominci anche tu a sentirti pieno di domande inascoltate e di risposte insufficienti. A vivere i gesti di affetto come un dono del cielo o una iattura, a seconda dell’umore del momento. A piangere, perché vorresti fare di più. Dire di più. Capire di più. Ma non ce la fai, perché gli strumenti sono quelli che sono, e uno, alla fine, non può mica chiedere la luna (quella, insieme all’oblò, spetta di diritto a Gianni Togni!). Per fortuna, sullo sfondo di tanta tenera, infantile confusione, ci sono le consolazioni: come una chiacchierata con il pupazzo del cuore, Bart Simpson, o le carezze sulla testa della mamma “morbidosa”, accanto alla quale raggomitolarsi sul divano. O l’abbraccio avvolgente del “panciuto” papà, che ti protegge dalle tue stesse ingenuità e paure. Il mondo visto da un oblò commuove un po’. E un po’ fa ridere. Un po’ riflettere. Un po’ pensare che in fondo i cuccioli hanno sempre mille risorse in più di noi matusa. Perché una mamma malata, che non esce di casa, può diventare il pubblico ideale per la canzone mai cantata “del suo morto preferito”. E un papà che passa ore lontano da casa può diventare l’amico che ti rivela: rincorrere un sogno o una passione val bene qualche muso lungo in più in famiglia. Una famiglia di periferia, di quelle che passano i sabati tra l’oratorio e il centro commerciale. Attraversata dai rituali, le certezze granitiche, le debolezze, le paure, la rabbia di tutti. Filtrata dal candore di un’anima in pena, ma poi neanche troppo. A riprova, se ancora ce ne fosse bisogno, che tutte le difficoltà di un essere umano che cresce si superano se attorno circola – anche sguaiatamente – l’amore. 

Giuseppe Braga, mezzosangue milanese, cultore di arti e bellezze irregolari, ha creato una piccola gemma. Che ha il grosso pregio di inondare il lettore di grazia e insolenza. Il suo stile ironico, dissacrante, disincantato, paradossale, del tutto autoreferenziale, è simile solo a se stesso.
                                                                                                                                                                                                                                                 (Eleonora Molisani)

Nel gradino più basso della vita, il più sicuro

Di nuovo, e con grande piacere, torno a ospitare Eleonora Molisani, che recensisce Storia della bambina che volle fermare il tempo di Jenny Erpenbeck (Zandonai Editore). Il forte legame d’amicizia con Eleonora è per me un prezioso tesoro, una ricchezza. Parte di questa ricchezza, grazie ai suoi interventi, sempre così lucidi, penetranti, intensi e profondi, posso condividerla con tutti voi attraverso il mio blog. Non è cosa da nulla. Eccovi dunque il “consiglio letterario” di Eleonora, e subito accanto il mio, stringatissimo e, mi auguro, efficace: seguitelo, non ve ne pentirete. Buona lettura.

Se c’è qualcosa che ci arriva gratis, nella vita, quello è il nome. Ma in questa originale favola per adulti di Jenny Erpenbeck, astro nascente della letteratura tedesca, la piccola protagonista erutta dalla penna dell’autrice già defraudata di quello che ci definisce come umani. Trovata dalla polizia di notte, con un secchio in mano è – e rimarrà – “la ragazzina” senza identità, dalla prima all’ultima riga di questo magma incandescente che si consuma fino al suo imprevedibile e sconcertante epilogo. La ragazzina dichiara di avere 14 anni, di non ricordare chi siano i genitori; è brutta, goffa e sgraziata, ma soprattutto ha un fisico enorme e abnorme per la sua età. Un corpaccione che tiene compresso e represso, per non dare nell’occhio. E che agli occhi degli altri diventa invisibile proprio in quanto ripugnante. Ma la prima a invocare l’invisibilità è proprio la ragazzina. Che vive, o meglio, si lascia vivere, nel proposito certosino di guadagnare l’ultimo posto nella gerarchia sociale, perché – si sa – il gradino più basso è il più sicuro di tutti: quello che ci garantisce che ne saremo sempre all’altezza. Quello che non occorre conquistarsi con sforzi smisurati, e che nessuno, mai, ci contenderà. Eppure non c’è niente come l’umiltà e la modestia a risucchiare e attrarre la malevolenza altrui, e così ecco che la ragazzina diventa il capro espiatorio di un’intera comunità di adolescenti, imbruttiti e incattiviti dalle avversità della vita, prigionieri di un orfanotrofio.
Il terreno del loro sadismo è fertilissimo, perché la sottomissione della ragazzina è perfetta, la sua obbedienza è addirittura anticipatrice, e questo piace ai ragazzini. Perché sono tiranni di natura, e quando trovano una facile preda ci vanno a nozze. Ed ecco allora che – dopo il periodo dell’oblio – si scoperchia il baratro dell’odio, delle torture fisiche e psicologiche a cui la ragazzina viene quotidianamente sottoposta.
Quelle mani che vanno sotto la gonna, a cercare qualcosa che li attrae perché osceno, gli sputi nel suo piatto di ingorda e la carità degli avanzi, gli spintoni per farla precipitare nelle fredde e lorde pozzanghere, le sue mutandine rubate per farle assaporare il senso del ridicolo, gli appuntamenti mancati, le attese estenuanti per qualcosa o qualcuno che non arriveranno mai… C’è tutta la gamma delle possibili prepotenze nella quotidianità impresentabile della ragazzina. È la sua punizione, perché non c’è niente di peggio – agli occhi del mondo – di un servo che si comporta da servo di sua volontà. La ragazzina sa che il solo fatto di essere lì, a pretendere di essere loro coetanea e compagna di giochi, è di per sé una colpa e, desiderosa di espiare questa colpa, obbedisce muta al suo destino.

Ci sono passaggi, in questa fiaba horror, di una durezza quasi intollerabile, come quando, legata al collo con una catena di bicicletta e lasciata come un cane nel bosco gelido, le cala addosso un pensiero di morte: “Il peso della mia vita aumenta. Il mio palazzo è di paglia. Si regge su una zampa di pollo, il pollo l’ho sgozzato io stessa. Quando c’è temporale, lo si sente ancora gridare. Io decoro il mio palazzo. Ne verrà fuori uno splendido inferno”. O come quando, per mettere per qualche attimo la vita tra parentesi, la ragazzina si annulla nel cibo, rosicchiando le ossa, leccando il sugo, pulendo con le dita gli stampi del budino, succhiando le ultime gocce dei vasetti vuoti, trattando il suo corpo come un deposito di materiali, un enorme cumulo cieco, capace solo di trascinarsi da una giornata vuota a quella successiva. In un vuoto senza eco, perché la ragazzina non ha un passato, si sente come qualcuno che si è rinsecchino nel corso del tempo a opera del fuoco e adesso è solo un ciocco spento. E non invidia il passato o il presente altrui, perché non avere una storia è l’unica garanzia per rimanere indisturbata in quell’orfanotrofio. Che a sua volta le garantisce di continuare a cullarsi nel limbo della sua condizione ottusa, senza un’età.

Ma cosa deve aver subito un essere umano per desiderare di essere dimenticato da tutti, perfino da chi gli ha dato la vita? E perché – se l’unico desiderio è l’oblio – la ragazzina continua a imbucare, tra le cassette marce, lettere indirizzate a sua madre? Forse un passato misterioso e inascoltato bussa alla porta della coscienza e, a un certo momento, sguscia indesiderato nella sua vita. Alla fine il destino si materializza, segno che la licenza di andare a spasso indisturbati nel giardino del tempo non può durare all’infinito. Qualcuno finirà vittima sull’altare di uno scherzo indecente e immondo? Non è detto, perché a volte l’infanzia continua a dondolarsi su un vasto, vastissimo mare di tempo. Per molti, addirittura, fino alla morte. E non è dato sapere se voler fermare l’attimo sia segno di follia. O il vero indice di sanità mentale.

Qualcosa di personale

Paolo Pizzato, Quella solitudine immensa d'amarti solo io, Priamo/Meligrana
Paolo Pizzato, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, Priamo/Meligrana

Eleonora Molisani, cara amica, di professione giornalista, ha letto Quella solitudine immensa d’amarti solo io, Priamo e Meligrana Editore. Queste le sue considerazioni, che mi hanno commosso e che desidero condividere con voi. Ringrazio di cuore Eleonora per le sue splendide parole, per aver letto con così tanta partecipazione il libro. E nuovamente ringrazio gli editori per aver pubblicato il mio lavoro. 

Ogni volta che devo prendere un treno scelgo un libro da leggere. Di solito quello che spesso si rivelerà un buon libro è anche la mia coperta di Linus: se mi prende, me lo divoro alla stessa velocità di un freccia rossa; se mi annoia, lo uso da scudo, da legittima difesa (se c’è una cosa che odio in viaggio è: “parlare del più e del meno”). Beh, il giorno che ho preso in mano Quella solitudine immensa d’amarti solo io non ho quasi mai guardato il mare, fuori dal finestrino. L’autore mi aveva anticipato: “È un romanzo sussurrato”. E allora perché io, più che sussurri, sentivo grida? In meno di cinque ore l’ho divorato, e ho scritto subito un messaggio a Paolo, chiedendogli se per caso avesse già scritto il sequel. O il prequel. Insomma, qualcosa che mi aiutasse a non sentirmi orfana di quello che ancora rimaneva misterioso, oltre quelle pagine. Nei romanzi c’è chi si appassiona alla trama, chi allo stile, io oscillo, vago alla ricerca di qualcosa che mi scuota. Tanto da coniare il termine IDV, che “non c’azzecca” con il partito del magistrato-contadino, ma indica l’Indice di Voracità. Da che cosa è determinato? È assolutamente casuale, perché alla fine in un’opera d’arte ciascuno di noi “legge” o “trova” quello di cui, in quel momento, ha più bisogno. Apprezza quello che è più vicino alla sua sensibilità. La forza di questo romanzo, per quanto mi riguarda, è che dentro ci sono cose che – anche se provi a sussurrarle – urlano di loro.  C’è la tragedia – che so immensa, perché provata – di mettere al mondo un figlio senza poter condividere cosa si prova con chi ha messo al mondo te (“non avere nessuno a cui telefonare”). È una forma di deprivazione totale, è il senso orribile della parola orfani (non a caso, contenuta nella prima versione del titolo).

L’orfano rimane orbo di chi lo ama incondizionatamente. Perdere i genitori è rimanere, e sentirsi, irrevocabilmente soli al mondo. Impantanati in quel senso di ingiustizia, di invidia mista a rabbia, verso chi – nonostante conflitti e rancori – può ancora mandare affareinculo chi li ha generati. 
L’orfano sa che cosa significhi perdere per sempre l’amore gratuito: da quel momento in poi deve cercare di meritarselo. E non è facile, né scontato. 
C’è dentro l’annichilimento, la sensazione alienante di sentirsi spettatori della propria vita. Il senso di inadeguatezza, il tentativo di immergersi nelle cose senza sentirsi affondare. Lo scegliere deliberatamente di restare a galla, sulla superficie, a guardare. L’opzione estrema di non partecipare alle emozioni per non esserne schiacciato, sopraffatto. L’annichilimento non è mai vera indifferenza: è l’incapacità di gestire la distanza emotiva tra se stessi e il mondo. 
C’è poi l’entusiasmo, l’eccitazione galvanizzante di diventare genitore, mista al terrore di non esserne capace. È l’unica esperienza della vita che ci chiede un vero passo indietro (non siamo più noi i più importanti) e un vero passo avanti (non abbiamo più guide, siamo noi a dover tracciare una strada): l’unico vero spartiacque tra infanzia ed età adulta. 
C’è l’incomunicabilità generazionale: di solito non si insegna ai bambini l’ascolto, così si diventa adulti incapaci di ascoltare. Il risultato sono i conflitti a prescindere, senza che ci sia quasi mai un vero tentativo di comprendere l’altro. “Evitare e differire” – dice l’autore – definendo così l’eterna menzogna di certi rapporti genitori-figli. 
Infine, di sottofondo, c’è questo amore grande, come “raffreddato”, che desidera – per tutto il tempo – la disibernazione. Sembra che rimanga soffocato in gola (come nel bellissimo titolo) il bisogno di fusione, di intimità, la voglia di condividere davvero, “sporcandosi” l’uno con il bagaglio emotivo dell’altro. C’è la sete di provare l’ebbrezza di certe passioni, che a volte diventa poi anche la loro disgrazia e loro fine. 

Insomma c’è tanto, ed è sorprendente vedere tutto – come nella sceneggiatura di un film – dal punto di vista di lei e di lui (con il solito paradosso che nella storia l’assenza di lui è più incombente della presenza di lei). 


Insomma, mai come in questo caso mi viene in mente la frase di Ugo Foscolo: “Luomo non si accorge quanto egli possa fare, se non quando tenta, medita e vuole”. 
Questo libro l’ho percepito come un concepimento faticoso, ma fortemente voluto. Ed ora è arrivato il parto. Spontaneo. E, finalmente, (quasi) indolore.