La cena dei cani randagi

Recensione di “La rivoluzione dei tarli” di Lucia Grassiccia

Lucia Grassiccia, La rivoluzione dei tarli, Prospero Editore

Un paese come tanti, che soffoca nella calura e guarda il mare. Un paese che è una cosa sola con coloro che ci vivono e che tuttavia resta distante, in qualche caso addirittura misterioso, le cui strade strette nessuno sa esattamente dove conducano, neppure chi abita lì da una vita intera, e ai cui angoli è facile imbattersi in un cane randagio. Un paese in cui il sonno, e tutto ciò che lo popola, è più importante della veglia, e dove le parole, quelle scambiate con apparente noncuranza al tavolo di un bar, contano più delle azioni. È in questo paese, un paese del Mezzogiorno d’Italia che ha nome Scanto, che Lucia Grassiccia ambienta La rivoluzione dei tarli, romanzo che segue il suo più che riuscito lavoro d’esordio, Elevator. In questa sua nuova fatica letteraria, dedicata alla coppia di registi e sceneggiatori Daniele Ciprì e Franco Maresco, la giovane autrice siciliana prova a misurarsi con una storia priva di confini ben definiti, dove a mescolarsi sono i sentimenti (l’amore soprattutto) e la semplicità del vivere quotidiano, ciò che è ordinario, quasi meschino, e che non offre spunti di sorta all’artistica fatica del narrare, e l’interiore tumultuare dei cuori e delle anime, che non conosce requie e non trova approdi. Protagonista dell’opera di Lucia Grassiccia è una famiglia di Scanto, un nucleo tanto numeroso quanto poco coeso, la cui natura liquida riverbera nelle esistenze dei singoli, ciascuno perduto, o forse imprigionato, in un proprio mondo costruito su misura. Continua a leggere La cena dei cani randagi

Così vicini, così lontani

 

Lucia Grassiccia, Elevator, Prospero Editore
Lucia Grassiccia, Elevator, Prospero Editore

Se è vero che l’unico amore eterno è quello impossibile, allora Lucia Grassiccia ha trovato le parole giuste per dimostrarcelo. Se è vero che ogni dolore è scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro, e non basta un’eternità a cancellarlo, allora Lucia Grassiccia ha trovato un modo per dircelo. Se è vero che ognuno si tiene stretta la solitudine come se fosse un’ancora o uno scudo, anche quando gli altri sono così prossimi da sembrare incollati come cemento armato, allora Lucia Grassiccia ha colto l’essenza della nostra attuale condizione di umani. In quello che leggo di solito cerco l’emozione che mi fa scordare di essere il lettore. Parole nuove per dire quello che tutti sappiamo. Alla fine la lettura è ascolto. Ascolto di qualcuno che, per talento o esperienza, riesce a darci uno spunto. Elevator, il romanzo di Lucia Grassiccia, siciliana di 28 anni, è una piccola rivelazione. Sia perché si rivela di inaspettata, imperfetta perfezione. Sia perché si rivela piano piano, “elevando” il lettore da un piano all’altro di un palazzo di sette piani. E’ un momento di emozioni verticali. Di quelle che – elevandosi – levano di torno la gravità. Nel viaggio, reale e metaforico, incontriamo un personaggio per piano, fino all’apoteosi dell’ultimo livello, abitato dal protagonista principale. Nessuno di loro ha un nome, a sottolineare l’alienazione e l’insignificanza di chi vive nell’indifferenza altrui. Irrimediabilmente reciproca. Ma, a parte le trovate geniali (ogni persona è identificata dalla presenza o dalla foggia dei baffi, pure le donne), il romanzo cattura per lo stile originale e per la poesia, volutamente malcelata. Ci trasporta in un carosello di situazioni reali e metaforiche, che dipingono a tinte sfumate le nevrosi, le paranoie, le distanze, i sentimenti e le emozioni del mondo moderno. Con tanto di spettatori e curiosi che “osservano da fuori”. Sullo sfondo, una storia d’amore romantica, un uomo che decide di abitare un ascensore per necessità (ha smesso di significare per se stesso nel momento in cui è morto l’oggetto del suo desiderio mai appagato) ma anche con uno scopo recondito: avvicinare, con la sua presenza misteriosa e disturbante, persone che, pur vivendo a un passo l’una dall’altra, non si sfiorano realmente mai.  

Il finale lo riassumo con le parole dell’autrice: “L’amante – pian piano – va in malora. Ma è felice di andarci per colpa della bellezza”. Per dire che anche un finale amaro può lasciare dolcezza in bocca (“E se la reale conseguenza del coraggio fosse la resa, piuttosto che l’avanzamento?”, la domanda finale secondo me merita una riflessione). All’ultima pagina, lasciamo questa prova acerba ma convincente con almeno due convinzioni: la prima è che davvero il talento non ha età, e questa considerazione riguarda la brava scrittrice di Modica. La seconda è un promemoria: disintegrare il muro ottuso della solitudine è impossibile senza tentare di guardare – ogni tanto – negli occhi e nell’anima di chi ci vive accanto.
(Eleonora Molisani)