Nessuno ci ha insegnato

Recensione di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque

Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori

“‘Mi parli degli elementi drammatici nel Guglielmo Tell!’ ricorda Kropp, e mugghia contento.
‘Quali scopi si prefissero i poeti di Gottinga?’ incalza Müller, a un tratto severo.
‘Quanti figli ebbe Carlo il Temerario?’ replico io freddamente.
‘Lei, Bäumer, non concluderà mai nulla nella vita’ guaisce Müller.
Kropp vuol sapere ‘la data della battaglia di Zama’ ma io ribatto: ‘A Lei manca ogni serietà morale signor Kropp. Sieda: le do un tre’.
‘Quali erano secondo Licurgo i principali doveri del cittadino?’ mormora Müller, aggiustandosi sul naso un paio di lenti immaginarie.
‘Quanti abitanti fa Melbourne?’ replico pronto io. ‘ Come si può vivere senza sapere di queste cose?’.
‘Che cosa si intende per coesione?’ ricomincia lui.
Di tutta codesta roba molto non ricordiamo. Vero è che non ci è servita a nulla. Nessuno invece ci ha insegnato a scuola come si accenda una sigaretta sotto la pioggia e il vento, come si faccia prendere fuoco a un fascio di legna bagnata; oppure anche come convenga cacciare ad uno la baionetta nella pancia, perché se si pianta tra le costole, vi rimane conficcata”.
La risposta impossibile alla domanda che cosa è la guerra? riposa qui, in questo brevissimo, tragico dialogo che si svolge tra i giovani protagonisti di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. L’opera più nota dello scrittore tedesco di origine francese, apologo commovente e durissimo atto di accusa rivolto, prima ancora che al conflitto in sé, alla criminale retorica che da sempre lo alimenta, infiammando i cuori dei giovani (che spesso, senza che loro stessi ne siano consapevoli, palpitano di purezza e anelano a qualcosa in cui credere davvero, da amare appassionatamente, al quale votarsi) e precipitandoli nel più oscuro degli abissi, in un deserto etico assoluto dove la nobiltà dei sentimenti appassisce nella concretezza volgare e immediata del cameratismo e ogni conoscenza che non sia immediatamente traducibile in azione sul campo di battaglia non solo perde qualsiasi valore ma si svuota totalmente di senso. Il romanzo di Remarque è la cronaca di un disastro, della peggiore delle sconfitte, perché quel che narra è la perdita definitiva delle illusioni di una generazione, cinicamente condotta alla rovina dalla criminale retorica di cattivi maestri. La Grande Guerra, da cui la Germania uscì vinta sul campo e spezzata nello spirito, fa da sfondo al terribile destino cui va incontro un gruppo di studenti arruolatisi volontari, nella convinzione (indotta e menzognera) che il fronte, le trincee, le bombe, la fame, i pidocchi e il progressivo, fatale abbandono a uno stato di ferinità – cioè tutto ciò che, nei fatti, è la guerra, qualsiasi guerra – nulla avessero a che vedere con l’amor di patria e il dovere assoluto di manifestarlo.   

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