La cena dei cani randagi

Recensione di “La rivoluzione dei tarli” di Lucia Grassiccia

Lucia Grassiccia, La rivoluzione dei tarli, Prospero Editore

Un paese come tanti, che soffoca nella calura e guarda il mare. Un paese che è una cosa sola con coloro che ci vivono e che tuttavia resta distante, in qualche caso addirittura misterioso, le cui strade strette nessuno sa esattamente dove conducano, neppure chi abita lì da una vita intera, e ai cui angoli è facile imbattersi in un cane randagio. Un paese in cui il sonno, e tutto ciò che lo popola, è più importante della veglia, e dove le parole, quelle scambiate con apparente noncuranza al tavolo di un bar, contano più delle azioni. È in questo paese, un paese del Mezzogiorno d’Italia che ha nome Scanto, che Lucia Grassiccia ambienta La rivoluzione dei tarli, romanzo che segue il suo più che riuscito lavoro d’esordio, Elevator. In questa sua nuova fatica letteraria, dedicata alla coppia di registi e sceneggiatori Daniele Ciprì e Franco Maresco, la giovane autrice siciliana prova a misurarsi con una storia priva di confini ben definiti, dove a mescolarsi sono i sentimenti (l’amore soprattutto) e la semplicità del vivere quotidiano, ciò che è ordinario, quasi meschino, e che non offre spunti di sorta all’artistica fatica del narrare, e l’interiore tumultuare dei cuori e delle anime, che non conosce requie e non trova approdi. Protagonista dell’opera di Lucia Grassiccia è una famiglia di Scanto, un nucleo tanto numeroso quanto poco coeso, la cui natura liquida riverbera nelle esistenze dei singoli, ciascuno perduto, o forse imprigionato, in un proprio mondo costruito su misura. Continua a leggere La cena dei cani randagi

Il racconto di una vita

Recensione di “Madre e figlia” di Francesca Sanvitale

Francesca Sanvitale, Madre e figlia, Einaudi

Un sottile gioco di rimandi, di ricordi, di emozioni; la gioia, talmente intensa da essere quasi impossibile da esprimere e che diviene sete d’assoluto, desiderio di rendere eterno ogni istante di vita, e accanto a essa il baratro infinito del dolore, il tormento che artiglia carne e mente, che come un odioso parassita mette radici nell’anima nutrendosi di pensieri, ossessioni, rimorsi e gonfiandosi, crescendo a dismisura. Non è semplicemente l’universo dei sentimenti quel che Francesca Sanvitale, nel suo bellissimo romanzo Madre e figlia, presenta al lettore, né un’analisi del loro generarsi, delle circostanze in cui si sviluppano, crescono, maturano e (spesso) deflagrano, e neppure un dramma familiare. In questo lavoro, infatti, forma e sostanza si fondono, ed è attraverso la perfezione stilistica della sua scrittura, nel quieto splendore del procedere narrativo, nel sapiente (e mai meccanico) alternarsi di differenti punti di vista descrittivi, nelle scelte linguistiche, che miracolosamente sembrano nascere da quel che raccontano, prendere vita dai fatti, e non confinare (pur con tutta la ricercatezza, la puntualità, la capacità di conquistare, affascinare, sedurre e convincere che appartengono alle parole scelte da coloro che scrivono per professione, o almeno dai migliori fra loro) quel che viene espresso in un ben determinato spazio sintattico-semantico, che emergono senso e valore dell’opera. Continua a leggere Il racconto di una vita

Nessuna stagione

Recensione di “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio

Donatella Di Pietrantonio, l’Arminuta, Einaudi

E se non esistesse una stagione per la verità? Se nessuna età fosse mai abbastanza matura per riceverla né abbastanza forte per sopportarla? Se la verità, così nobile e bella, così pura e lucente da essere, come la virtù, premio a se stessa, fosse, proprio a motivo della sua perfezione, destinata a non poter camminare tra gli uomini, a non poter essere tra loro, che ne sarebbe di lei? Che ne sarebbe di questo preziosissimo tesoro, condannato a vagar ramingo in pensieri inespressi, in confessioni mute, in segreti sepolti in labirinti di finzioni, in vicoli ciechi di buona educazione, in imbarazzanti girotondi di giustificazioni? Che ne è di colei che viene ripudiata? Se non esistesse stagione per la verità, esisterebbe comunque la verità, e con essa germoglierebbe, come da un grembo fecondato, la necessità di darle vita, tramutarla in parola, darle concretezza. Ma a quale verità si può essere preparati a soli tredici anni? Alla più atroce, quella che cancella ogni illusione, che spazza via ogni innocenza e a forza trascina quel che è ancora in divenire, l’anima acerba di una bambina, nella storpia fissità di quel che si è fatto adulto senza mediazione alcuna, come per un colpo ricevuto d’improvviso. Continua a leggere Nessuna stagione

In una vita, il vivere

Recensione di “Andrà tutto abbastanza bene” di Arianna Franzan

Arianna Franzan, Andrà tutto abbastanza bene, Priamo/Meligrana Editore

Un piccolo, prezioso tesoro di memorie. Un fascio di emozioni sospeso tra dramma e commedia, sorriso e pianto, investito ma non travolto dai grandi eventi della storia, immiserito ma non vinto dalla brutalità della guerra, ferito dall’ipocrisia del mondo, insultato dalla sua grettezza, dal suo egoismo, dalla sua nuda cattiveria e tuttavia salvato dalla compassione, dall’amore, dalla pietà, da un ottimismo ingenuo, fanciullesco e puro che ha il color del miele di un’alba limpida e l’abbandonata dolcezza di un abbraccio. Il bel romanzo d’esordio di Arianna Franzan, Andrà tutto abbastanza bene (Priamo/Meligrana Editore) è un viaggio carico di bontà e meraviglia in vite all’apparenza così insignificanti da non meritare attenzione alcuna; quella che si racconta in queste pagine deliziose, sfiorate da una prosa agrodolce, che in continuo mutar di prospettive muove alla commozione e immediatamente dopo all’ilarità, che si affaccia sull’abisso per poi voltarsi verso la salvifica immensità del cielo, è una cronaca di vite minime, di esistenze ai margini; è il quotidiano agire (e patire) di gente semplice, di “poveri amanti”, ma in tutto questo silenzioso respirare, nei desideri trattenuti di giovani troppo presto sacrificati al lavoro, nella costante preoccupazione di avere a sufficienza per poter tirare avanti, per arrivare a salutare un altro giorno, l’autrice lascia che a scintillare, a catturare l’attenzione del lettore, siano le cose autentiche, ciò che, giorno dopo giorno, regala un senso ai nostri sforzi, al nostro dolore, ai momenti di gioia, alla rassegnazione e alla speranza, alla testardaggine e alla rinuncia. Continua a leggere In una vita, il vivere

Tardi, a diciott’anni

Recensione de “L’amante” di Marguerite Duras

Marguerite Duras, L'amante, Feltrinelli
Marguerite Duras, L’amante, Feltrinelli

Una famiglia pietrificata, attraversata dall’assenza, dal silenzio, dal dolore. Sprofondata nell’abisso di follia della madre, ferita dalla tetra malvagità del fratello maggiore, umiliata dalla sua meschinità, colpita al cuore dalla prematura morte di un altro fratello e infine abbandonata dalla sorella, donna-bambina di appena quindici anni splendente nel suo corpo acerbo. Una famiglia immobile nel tempo, ritratta quasi per caso in foto dove compaiono soltanto volti, espressioni, occhiate, accenni di sorriso; immagini anonime, che non spiegano, non rivelano, non raccontano ma al contrario celano, nascondono, fuggono dalla curiosità degli sguardi sottraendo loro particolari su particolari. Una famiglia sperduta, senza tempo né radici, estranea ai luoghi nei quali vive e agisce, lontana tanto dall’Indocina degli anni trenta del Novecento quanto dalla Francia occupata dai nazisti e poi dal Paese liberato. Una famiglia annientata dalla storia. Continua a leggere Tardi, a diciott’anni

Ogni omissione è un mancato atto d’amore

Recensione di “Il tempo dell’attesa” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell'attesa, Fazi Editore
Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell’attesa, Fazi Editore

Settembre 1939. Leggerezza, spensieratezza e perfino felicità sbiadiscono nel ricordo, impallidiscono nella memoria per far ritorno, come spettri, furie, erinni, nella rabbia e nello sdegno per l’illusoria “pace con onore” orgogliosamente rivendicata dal Primo Ministro Chamberlain. L’esercito tedesco, agli ordini di Adolf Hitler, ha invaso la Polonia; un nuovo conflitto mondiale è appena scoppiato. Comincia così, con lo sguardo puntato dinanzi all’abisso della storia, Il tempo dell’attesa di Elizabeth Jane Howard, secondo, meraviglioso capitolo della “saga dei Cazalet” (del primo volume, Gli anni della leggerezza, ho già scritto qui), e fin da subito dalla sua prosa, come da un corpo colpito da un’infermità, a germogliare è il dolore, a divampare è la sofferenza, a sussurrare, insistente, è l’eco gelida, paralizzante, della paura, dell’ansia.

L’impeccabile eleganza dello stile, la perfezione dei ritratti psicologici (i protagonisti, così superbamente disegnati ne Gli anni della leggerezza, tornano al lettore come amici ritrovati dopo un lungo intervallo di tempo e insieme come persone nuove, oppresse tanto dal trascorrere degli anni, che per alcuni coincide con il tumultuoso sbocciare della giovinezza mentre per altri si traduce nell’inevitabile approssimarsi di decadenza e morte, quanto dal drammatico procedere degli eventi), le tenere e infiammate descrizioni degli stati d’animo dei singoli, la commovente autenticità dei dialoghi, che svelano e nascondono a un tempo (proprio come accade nella realtà) gli splendori e le miserie più intime, pur nella loro scintillante malìa combattono, senza vincerla, una dura battaglia contro la tragedia del presente, la cui oscurità sembra incombere ovunque.

Ed è proprio in questa instabilità, in questa precarietà, nella ricerca continua di un equilibrio, di un punto di contatto non traumatico tra il destino di ciascuno e quello del mondo intero, che riposa il valore letterario del romanzo della Howard; chiamati a fronteggiare una guerra, i suoi personaggi, incarnazione di tre generazioni, espressione di un conservatorismo borghese fiero di sé eppure già prossimo a sfaldarsi, a cedere all’arrembante caos etico della modernità, si sforzano in ogni modo di restare fedeli a se stessi ma è come se inesorabilmente si consumassero, sconfitti dall’inclemenza degli anni, dallabominio del sangue sparso, dall’erosione del dolore, della colpa, del rimorso.

La splendida complessità dell’affresco familiare di Elizabeth Jane Howard riverbera di passioni forti e contrastanti e di emozioni intense e tormentate nei frammenti di specchio delle esistenze di ciascuno; scintilla di nobiltà nei silenzi carichi di amarezza di Hugh e Sybil, a tal punto innamorati l’uno dell’altra da scegliere di nascondersi le rispettive condizioni (la grave malattia di lei, colpita da un cancro, e l’eccesso di responsabilità che pesa su di lui, costretto a occuparsi da solo dell’azienda di famiglia in una Londra flagellata dai continui bombardamenti dell’aviazione tedesca) nell’ingenua convinzione di poter essere, in questo modo, di maggior sostegno reciproco; sopravvive malgrado tutto e tutti nell’insopprimibile bisogno di libertà e gioia di Edward, genitore-bambino che testardo continua a nutrire la propria immaturità fatta di reiterati adultèri e di lascive attenzioni nei confronti della figlia maggiore; si radica nella bontà e nell’altruismo di Rachel, che con ancor più disciplina e forza di volontà mette da parte se stessa (e il suo casto amore omosessuale per Sid, segreto che non può condividere con nessuno) per aiutare il resto della famiglia; viene inghiottita nel baratro del conflitto con Rupert, disperso dopo una battaglia nella Francia invasa dai nazisti.

Né il veleno della guerra risparmia i più giovani tra i Cazalet; non la bellissima Angela, che, lontana dai genitori, si innamora di un collega più maturo (e già sposato), rimane incinta, viene convinta ad abortire e si ritrova, sola e umiliata, a cercare di ignorare la propria condizione tuffandosi nel suo lavoro di annunciatrice per la BBC; non Louise, il cui sogno di diventare attrice si scontra con le sempre più dure condizioni economico-sociali imposte dal conflitto; non Christopher, che finisce per pagare a carissimo prezzo il proprio intransigente pacifismo.

Nell’inquieto alternarsi di speranza e disillusione, il tempo dell’attesa, come legno avvolto dalle fiamme, svanisce nell’impotenza dei discorsi, nell’inconcludenza delle risoluzioni, nell’insoddisfazione dei desideri; nella scrittura delicata, intelligente, preziosa e autentica di Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell’attesa si traduce in un romanzo magnifico che ha il respiro e il palpito di un’indagine di rara profondità su un mondo chiuso solo in apparenza, di un viaggio nel cuore di un incancellabile passato di cui loggi non è che la polverosa eredità.

Invece dell’incipit del romanzo (tradotto, per Fazi Editore, da Manuela Francescon), questa volta vi propongo un passaggio della postfazione al volume, scritta da un’altra grande autrice, Hilary Mantel (e tradotta da Madeira Giacci). Buona lettura.

I romanzi di Jane Howard trovano probabilmente resistenza in chi vede solo la superficie e la giudica borghese. I suoi romanzi potrebbero trovare resistenza in chi non ama il cibo, i gatti, i bambini, i fantasmi o il piacere dell’impeccabile accuratezza con cui la scrittrice osserva il mondo naturale e artificiale: in coloro, in sostanza, che snobbano il passato recente. Sono apprezzati, invece, da chi sa cedere al loro fascino, alla loro intelligenza, al loro humour, da chi sa ascoltare i messaggi provenienti da un mondo diverso dal proprio. Il vero motivo per cui i suoi libri sono sottovalutati, per dirla senza peli sulla lingua, è che sono scritti da una donna […]. Esiste una gerarchia di tematiche. Bisogna concedere più spazio alla guerra che al mettere al mondo un bambino, sebbene siano entrambi due atti sanguinosi. Bruciare corpi occupa un posto più in alto in classifica che bruciare torte […]. A causa del suo successo postumo, e forse proprio per questo, l’opera di Jane Howard è stata mal interpretata. Le sue virtù sono la costruzione impeccabile, l’osservazione acuta, la tecnica persuasiva ma inesorabile. I suoi romanzi probabilmente non scuotono il mondo ma ogni scrittore potrebbe imparare da lei. Insegnando io stessa scrittura, non esiste autore che non abbia consigliato più spesso, o almeno che non abbia consigliato proprio per disorientare i miei studenti. Leggila, era il mio consiglio, e leggi i libri che leggeva lei. Scomponi quei piccoli miracoli che sono Il lungo sguardo e After Julius. Falli a pezzi e cerca di capire come sono costruiti.

Piccole cose a precipizio sulla storia

Recensione di “Gli anni della leggerezza” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Gli anni della leggerezza, Fazi Editore
Elizabeth Jane Howard, Gli anni della leggerezza, Fazi Editore

1937. Il controllato piacere di vivere, la sobria felicità della ricca borghesia inglese hanno il ritmo quieto e regolare dei riti immutabili della quotidianità familiare e del rispetto rigoroso delle convenzioni sociali; il microcosmo individuale, con il suo circolo chiuso di affetti, ruota all’unisono con il formicolare della vita di società; gli impegni e i doveri della professione si stemperano nella generosa concessione di svaghi e ozi, tra eleganti pranzi al club e deliziose serate a teatro, mentre agli incontri d’affari riservati ai soli uomini fanno da contraltare le fitte chiacchiere tra donne scambiate all’ora del the. Le cure della casa demandate a domestici e servitù, e quelle ai figli premurosamente dispensate dalle madri da una parte; la difesa e l’accrescimento del patrimonio, le carriere cui destinare i primogeniti e il futuro delle bambine, problemi che tocca ai padri affrontare, questioni che è compito delle famiglie trattare, dallaltra; un mondo intero separato da confini netti, da aree dirette di competenza, che trova il proprio equilibrio, la propria coesione, nella meccanicistica precisione dell’ordinamento domestico, specchio del più ampio consesso sociopolitico.

Sono anni leggeri, in buona misura perfino spensierati, gioiosi e lucenti quelli che preludono ai tragici genocidi del secondo conflitto mondiale, anni durante i quali si fa sempre più tenue la traumatica memoria degli orrori della Grande Guerra e parallelamente, giorno dopo giorno, acquista forza, e consistenza, la speranza che l’umanità non debba mai più conoscere l’abisso dello sterminio, la bestialità delle trincee, lo stupefatto terrore di fronte all’invisibile, inarrestabile, spietata morte dispensata dai gas chimici.

E questi anni di leggiadria, questo tempo carico d’innocente amarezza e sospeso dinanzi al più cupo degli abissi racconta, attraverso una prosa di superba bellezza, nello stile allo stesso tempo disincantato e meravigliosamente affascinante di una cronaca che è anche affresco, mosaico familiare, ritratto generazionale, romanzo psicologico e di formazione, la scrittrice Elizabeth Jane Howard (scomparsa un anno fa) ne Gli anni della leggerezza, primo, scintillante capitolo di una saga che vede protagonista la dinastia dei Cazalet.

La Howard sceglie una sostanziale unità di tempo (il romanzo, 600 pagine che si leggono d’un fiato, si svolge nell’arco di pochi mesi) e di luogo (la residenza estiva della famiglia nel Sussex, di proprietà del patriarca William, cui i figli Hugh, Edward e Rupert, tutti sposati con figli, hanno affibbiato, con ironico affetto, il nomignolo di Generale, e di sua moglie Kitty, ribattezzata Duchessa) per inoltrarsi nel chiaroscuro di dinamiche familiari e di coppia (oltre ai tre maschi, i Cazalet hanno anche una figlia, Rachel, altruista, gentile, votata agli altri, talmente devota al bene altrui da trascurare il proprio, da mettere in secondo piano l’appagamento personale, custodito, con gelosia e un sottile, tagliente senso di colpa, nell’amore, devotamente ricambiato, per la violinista Sid) disseminate di laceranti paure, segreti scomodi, angoscianti dilemmi, scomposte passioni, ambizioni confuse e impetuose e sogni incrollabilmente caparbi nella loro polverosa modestia; ed è nell’ordinarietà di eventi all’apparenza privi di interesse, nella loro manifesta “immaterialità” narrativa, che l’autrice, con sorprendente e prezioso talento, fa emergere un’indimenticabile galleria di ritratti, una teoria caratteri che riverberano, nella dolorosa fatica di vivere di anime destinate alla solitudine, dolcissime pene d’amore, fin troppo umane preoccupazioni, sordide miserie, trionfanti egoismi, cocenti rimorsi.

Pesati sulla metafisica bilancia di una giustizia che sembra coincidere con l’ora fatale nella quale l’Europa divamperà nel fuoco distruttore di una nuova guerra, i protagonisti della famiglia Cazalet, passo dopo passo, nell’inconsapevole consumo del qui e ora, svelano se stessi nella più sincera delle confessioni, quella dettata dalle azioni: il gaudente Edward, seduttore brillante che non si fa scrupolo di tradire la moglie Villy e arriva fino a insidiare la propria figlia maggiore; Hugh, il primogenito, tornato mutilato nel corpo e nello spirito dal fronte, marito irreprensibile, padre amorevole, lavoratore onesto e intransigente, uomo dotato di ogni virtù, eccezion fatta quella di comprendere, e di conseguenza soddisfare, i bisogni della donna che ha sposato; Rupert, aspirante pittore in cerca della propria dimensione; tutti i loro figli, alle prese con la vertigine entusiasmante e spaventosa di una fanciullezza prossima a divenire adolescenza o di un’infanzia che il tumultuare degli eventi del mondo rischia di spezzare una volta per sempre; la già citata Rachel e il suo amore silenzioso e sofferto.

E assieme a loro ecco muoversi le ombre della servitù, cui l’autrice dona, con un magistrale senso delle proporzioni e un’attenzione autentica, voce, concretezza e dignità, e i parenti acquisiti, come Jessica, sorella di Villy, anch’ella sposata e madre di quattro figli, o la bellissima e insicura Zoe, seconda moglie di Rupert, risposatosi dopo la scomparsa di Isobel, morta nel dare alla luce il loro secondo figlio.

Romanzo “di piccole cose a precipizio sulla storia”, Gli anni della leggerezza non è soltanto un magnifico esercizio di scrittura e un esempio fulgido di creatività, è unopera di rara intensità, irresistibilmente coinvolgente. La perfezione stilistica e formale di Elizabeth Jane Howard, unita alla sua lucida capacità d’analisi e alla sua non comune sensibilità (di donna e di scrittrice), permette la maturazione di una prosa unica, che quasi parola per parola nutre senza mai saziare, soddisfa lasciando inalterato il desiderio di leggere ancora, scoprire di più, sapere altro, penetrare così a fondo nel mondo che ha costruito da non poter più tornare indietro, da essere costretti ad abitare nelle sue pagine.

Prima di lasciarvi, come sempre, all’inizio del romanzo (la traduzione, per Fazi Editore, è di Manuela Francescon), desidero ringraziare di cuore Guido Grisolia, caro amico cui devo l’incontro con questa scrittrice e la folgorante scoperta de Gli anni della leggerezza. Buona lettura a tutti.

Lansdowne Road, 1937. La giornata cominciò alle sette meno cinque: la sveglia (sua madre gliel’aveva regalata quando era andata a servizio) si mise a suonare e continuò imperterrita finché Phyllis non la ridusse al silenzio. Sul cigolante letto di ferro sopra il suo, Edna gemette e si girò, rannicchiandosi contro la parete: perfino d’estate odiava alzarsi, e d’inverno capitava che Phyllis dovesse strapparle di dosso le lenzuola. Si mise seduta, si sciolse la retina e cominciò a togliersi i bigodini. Quel giorno aveva il pomeriggio libero, si sarebbe lavata i capelli.

La tragica resa all’incomprensibile

Recensione di “Pastorale americana” di Philip Roth

Philipm Roth, Pastorale americana, Einaudi
Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Il legame tra generazioni, le eredità spirituali trasmesse, le aspettative dei padri, la riconoscenza dei figli, l’amore e il dolore. Il finito universo della famiglia e le sue leggi. E la loro comprensione. E la loro accettazione. E il loro disintegrarsi. Improvviso e incomprensibile. E lo sconvolgente irrompere della sofferenza, intollerabile perché inspiegabile, perché insensata, perché irragionevole. E la ricerca di una risposta, disperata e inutile. Per quale ragione le cose accadono? Per quale ragione alcune cose e non altre accadono? Se non esiste una colpa, una responsabilità, una causa scatenante, come è possibile che qualcosa, una qualsiasi cosa, succeda? A queste domande, alla loro urgenza, alle tragiche conseguenze che derivano dal semplice fatto di porle, tenta di dare risposta Philip Roth nel suo romanzo Pastorale americana, vincitore, nel 1997, del premio Pulitzer.

Inquieto dramma familiare e nello stesso tempo inestricabile dilemma filosofico ed etico, Pastorale americana racconta il Paradiso conquistato e perduto di Seymour Levov; giovane di successo – splendido d’aspetto al punto da meritarsi (lui, ebreo ) il soprannome di Svedese, versato in tutti gli sport (football, basket, baseball: la santissima trinità adorata dal popolo degli Stati Uniti d’America), cortese nei modi, gentile di carattere, leale con tutti, rispettoso nei confronti dei genitori e di ogni altro tipo di autorità – poi industriale vincente, sposato a una donna bellissima, ex miss New Jersey ed ex finalista al concorso di Miss America, infine padre dell’amatissima Merry, la figlia sempre desiderata, la realizzazione del suo sogno più grande, il culmine della sua felicità.

Dagli anni del secondo conflitto mondiale, bui, difficili, eppure, almeno per quanto riguardava lo Svedese Levov e tutti coloro che come lui a quel tempo non erano che ragazzi, pervasi d’innocenza, d’entusiasmo, di una cristallina ansia di riscatto e gioia, fino a quelli del presidente Lyndon Johnson, segnati dagli orrori della “sporca guerra” del Vietnam, la conquista del Paradiso di Seymour Levov, magistralmente narrata da Roth (che qui indossa i panni del suo alter ego Nathan Zuckerman) nei toni di un’epica ingenua ed esaltata – “Sì, ovunque apparisse, la gente era innamorata di lui. I proprietari dei negozi di dolciumi assediati da noi ragazzi ci apostrofavano dicendo: – Ehi, tu! No! – oppure: – Giù le mani! – Lui lo chiamavano, rispettosamente, “Svedese”. I genitori sorridevano e lo chiamavano bonariamente “Seymour”. Le ragazze chiacchierine che incontrava per la strada fingevano di svenire e la più audace gli gridava: – Torna indietro, torna indietro, Levov della mia vita!” – procede senza intoppi, semplice e miracolosa come una marcia trionfale, finché qualcosa, in quel perfetto meccanismo, si spezza, distruggendo tutto il resto.

È Merry, l’adorata Merry, a fare a pezzi l’incantesimo che fino a quel momento aveva protetto la vita di Seymour e dei suoi cari, è lei, radicale oppositrice della guerra in Vietnam, militante comunista pronta a qualsiasi gesto, anche al più estremo, pur di denunciare gli orrori compiuti dai soldati americani dall’altra parte del mondo, a strappare dagli occhi e dal cuore del padre e della madre la quieta felicità, il dolce appagamento che pensavano di possedere, di aver meritato. È Merry, bambina affetta da balbuzie ma straordinariamente intelligente, bella quanto lo sono i suoi genitori, Merry innamorata della natura, degli animali, del papà, Merry che cresce proprio come crescono gli altri bambini, Merry circondata d’attenzioni, d’amore, Merry figlia di una famiglia ricca, cui non manca nulla, Merry che come tutti si fa adolescente, scopre il suo corpo e lo rifiuta, si carica sulle spalle i suoi anni acerbi e, di nuovo, come chiunque altro sia stato ragazzo, si ribella alle regole, ai familiari, alla scuola. Ed è tutto normale, tutto sotto controllo, fino a quando Merry sceglie di dare alla sua ribellione un nuovo sbocco, il Vietnam, e trasforma ogni sua pulsione, ogni suo pensiero, in odio. E di quell’odio si nutre, fino a farlo letteralmente esplodere. Una bomba. Per contrastare le bombe americane in Vietnam. Una bomba che fa saltare l’ufficio postale del paese in cui vive, in cui vivono lo Svedese e sua moglie. Una bomba che uccide un uomo. Un uomo innocente.

E la bomba è l’inizio e la fine. L’inizio, per lo Svedese, di un incubo, e la fine della sua famiglia così come l’aveva sognata e, fino a quel tragico momento, vissuta; l’inizio di una straziante via della croce le cui stazioni, replicate ogni giorno, riecheggiano senza sosta le medesime domande: perché è successo? Perché mia figlia, mia figlia, è diventata una terrorista? Un’assassina? Dove ho sbagliato? Quando? In che cosa? La parallela fine di ogni speranza, di ogni fiducia nel futuro, di ogni rassicurante pensiero, primo tra tutti quello che ci suggerisce che il mondo, e la vita che custodisce al proprio interno, abbiano un senso.

Roth, cronista dellindicibile, si spinge oltre se stesso e racconta con accenti indimenticabili il naufragio di una coscienza alla ricerca tanto di una condanna quanto di un’assoluzione e scandalosamente orfana di entrambe; lodissea di un uomo brutalmente spogliato tutto di ciò che lo rende uomo, privato di ogni sostegno, consumato, ridotto a null’altro che a un rantolo di dolore destinato a restare inascoltato. E nel farlo dà vita a un romanzo che ha la grandezza unica e la nobiltà commovente del sacrificio. Con limpido coraggio egli si sporge dinanzi all’abisso, accettando di venirne inghiottito.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, una delle pagine a mio parere più belle e strazianti, quella in cui lo Svedese si aggrappa al ricordo della figlia, a quel che è stata, cercando nel suo corpo di bimba e poi di fanciulla qualche traccia di quel che sarebbe diventata: la propria negazione crudele e grottesca. La traduzione, per Einaudi, è di Vincenzo Mantovani. Buona lettura.

Il suo corpo nella culla. Il suo corpo nel lettino con le sponde. Il suo corpo quando comincia a reggersi in piedi sulla pancia di suo padre. Il pancino che si vede tra i calzoni e la camicia quando lui torna dal lavoro e la tiene per le gambe a testa in giù. Il suo corpo quando salta e gli balza tra le braccia. L’abbandono del suo corpo che gli vola tra le braccia, accordandogli il permesso di toccarlo. L’assoluta adorazione che c’è in quel corpo che balza, un corpo che sembra completamente rifinito, una perfetta creazione in miniatura, con tutto il fascino delle miniature. Un corpo che sembra indossato in fretta e furia dopo essere stato appena stirato: non una piega, da nessuna parte. L’ingenua libertà con cui lo svela. La tenerezza che questo evoca. I piedi nudi con i cuscinetti come quelli di una bestiolina. Nuove e mai usate, le sue zampe incorrotte. Le dita prensili. Le gambe lunghe. Gambe funzionali. Salde. La sua parte più muscolosa. Le sue mutandine color gelato alla frutta. Lungo lo spartiacque continentale, il sederino infantile, il culetto che sfidava la forza di gravità e che apparteneva, inverosimilmente, alla metà superiore di Merry, e non ancora a quella inferiore. Niente grasso. Non un grammo, in nessun posto. La fessurina, come fatta con la lesina: quella commettitura finemente smussata che stenderà i suoi petali all’infuori trasformandosi, a suo tempo, nell’origami piegato della fica di una donna. L’incredibile ombelico. Il tronco geometrico. L’anatomica precisione della cassa toracica. L’elasticità della spina dorsale. Le creste ossee della schiena simili ai tasti di un piccolo xilofono. L’incantevole letargo del seno invisibile prima che cominci a sbocciare. Tutta la turbolenza del voler essere ancora beatamente addormentata. Eppure nel collo, in qualche modo, c’è la donna che Merry sarà, lì in quel blocco da costruzione di un collo vellutato. Il viso. Quello è il vanto. Il viso che conserverà e che, tuttavia, sarà presente cinquant’anni dopo. Quanto poco della sua storia si rivela nella faccia di sua figlia.

Perduto. Nella vita, nel mondo

Recensione di “O Lost” di Thomas Clayton Wolfe

 

Thomas Wolfe, O Lost, Elliot Edizioni
Thomas Wolfe, O Lost, Elliot Edizioni

“Questo libro, nella mia stima, è lungo tra le 250.000 e le 380.000 parole […]. Ma credo non sia corretto dare per scontato che un libro molto lungo sia un libro troppo lungo […]. Non ho mai chiamato questo libro romanzo. Per me è un libro uguale a quello che ogni uomo può avere in sé. È un libro fatto della mia vita e rappresenta la mia visione dell’esistenza fino al ventesimo anno di età”. A leggere questo biglietto, che accompagna un’opera torrenziale, titanica nell’elaborazione come nel risultato finale, convulsa, generosa, colorata e confusa come un sogno, elettrizzante e geniale, è Maxwell Perkins, editor della blasonata e prestigiosa Scribner’s Sons. Davanti a sé, Perkins ha centinaia di fogli che raccolgono una minuziosa geografia dell’America e dipanano, attraverso un lunghissimo arco temporale (che si apre nel 1863, alla vigilia della battaglia di Gettysburg, che decise le sorti della Guerra di Secessione, per chiudersi intorno al 1920), la storia di una famiglia e, nel succedersi delle generazioni, la tragica dissoluzione di ogni speranza. L’autore del libro, Thomas Clayton Wolfe, ottavo e ultimo figlio di un scalpellino e di una donna ossessionata dall’accumulo di denaro (al punto da trascurare qualsiasi altra cosa, e in primo luogo la famiglia), è un giovane fisicamente imponente, dal carattere complesso, labirintico, eccessivo e incontrollabile tanto nella timidezza quanto nell’ira, molto dotato per la drammaturgia e le lettere. Allevato nel più completo disordine morale e materiale, Wolfe cresce guidato soltanto dall’impulso, da qualche fortunoso mentore incontrato per caso (insegnanti il più delle volte) e dalla propria fiammeggiante immaginazione. Legge con avidità poeti, drammaturghi e romanzieri, in massima parte di lingua inglese (Shakespeare, Dickens, Scott, Wordsworth, Longfellow, John Donne, Coleridge e tanti altri), vive folli, trascinanti ed esclusive passioni letterarie, si dedica a un febbrile, onnivoro studio dei classici, ma il suo percorso, seppur straordinariamente fecondo, manca di metodo, di razionalità, e si traduce in una scrittura nervosa, segnata da un delirio di onnipotenza commovente e tragico, da una brama insaziabile e senza requie, che sembra voler infondere vita alle parole, trasformarle, mutarle d’essenza.

Creatore e creatura insieme, solitario e irraggiungibile demiurgo capace di fare dei propri anni la materia di una prosa incessante e infinita, di legare, grazie a un’astrusa ma felicissima chimica letteraria, il presente al passato e al futuro, di gettarsi a capofitto nella storia mescolando senza distinzione realtà e fantasia, e nello stesso tempo di viaggiare a velocità vertiginosa nel tempo che verrà profetizzando miserie e apocalissi con l’ispirata, barocca visionarietà di un oracolo, Wolfe, nelle circa ottocento pagine che compongono O Lost – il suo libro più ambizioso, drasticamente ridotto, proprio da Perkins, in occasione della prima, fortunata pubblicazione del 1929, e presentato al pubblico con il nuovo titolo di Look Homeward, Angel – racconta della sua famiglia e della sua città natale con accenti vigorosi, sanguigni, con stile vibrante e famelico, rincorrendo sia la verità dei fatti sia quella, fatalmente antitetica alla prima, del suo cuore e della sua anima. La sua confessione-fiume profuma di un’ingenuità soltanto in parte sincera nel camuffamento letterario di luoghi e persone (la natia Asheville che nel romanzo diviene Altamont, la famiglia Wolfe, che qui prende nome Gaunt, poi americanizzato in Gant, il contraddittorio eroe del romanzo, che invece di Thomas riceve il benaugurante nome di Eugene, anche se, si affretta a sottolineare l’autore, “ben nato non comporta come conseguenza certa il ben vissuto”); Thomas Wolfe-Eugene Gant è al centro della scena dalla prima all’ultima pagina del romanzo, lo è perfino prima di nascere, e lo è per esplicita volontà dello scrittore americano. Egli incombe sulla sua opera come un Dio avido e terribile; geloso di ogni parola, strappata da sé come un lembo di carne, Wolfe la rivendica, la contende al lettore e nel farlo lo trascina nel gorgo ipnotico di una prosa magniloquente, torrida, allucinata e soffocante, spalancando davanti al suo sguardo incredulo l’abisso di un inferno personale dove si parlano tutte le lingue del mondo, dove ogni anima è irrimediabilmente perduta perché identico è l’atto del nascere e quello del naufragare.

Ristampato in edizione originale nel 2000 negli Stati Uniti, e poi in Italia per i tipi della Elliot Edizioni (una menzione d’onore va al colossale lavoro di traduzione fatto da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini) O Lost è un romanzo stupefacente. Una lettura che non somiglia a nessun’altra, un giro su una giostra impazzita che sconvolge, esalta e sfinisce. La scrittura di Wolfe è un magnifico deserto da attraversare; non azzardatevi a cominciare l’impresa se non siete più che sicuri di volerla portare a termine.

Eccovi l’incipit. Prima di augurarvi, come faccio sempre, una buona lettura, vi auguro buone vacanze. Mi concederò anche io qualche giorno di relax. Spero che continuerete a seguire “Il Consigliere Letterario”, ci rivedremo tra un paio di settimane.
… un sasso, una foglia, una porta nascosta; di un sasso, una foglia, una porta. E di tutti i volti dimenticati. Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre. Dalla prigione della sua carne siamo giunti all’indescrivibile, indicibile prigione di questa terra. Chi di noi ha conosciuto il fratello? Chi ha guardato nel cuore del padre? Chi non è rimasto per sempre prigioniero? Chi non è per sempre solo e straniero? O immane desolazione, persi nei torridi labirinti, tra le stelle lucenti su questo tizzone esausto e spento, persi!