Dostoevskij, romanziere eccelso

Recensione de “I demoni” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, I demoni, Garzanti

Più di qualsiasi altro romanziere, Fedor Dostoevskij ha saputo penetrare fin nei più intimi recessi dell’animo umano. Le sue opere sono principalmente ritratti psicologici, modelli di comportamento definiti nella loro compiutezza (dal compimento dell’azione fino all’analisi dei moventi che hanno condotto a determinate scelte, e ancora più in là all’individuazione dell’architettura etico-morale che sta a fondamento di tutto) con l’ausilio di uno stile di scrittura unico. La potenza espressiva che si sprigiona dalle pagine del grande autore russo, uno dei più importanti e significativi della storia della letteratura, è impressionante, la prosa meravigliosamente evocativa, la capacità descrittiva prossima alla perfezione. Dostoevskij, tuttavia, non ha alcun interesse verso la bellezza fine a se stessa; il suo stile, seppur di vertiginoso splendore, è alieno da formalismi e totalmente al servizio della sua instancabile indagine sull’uomo. La sua sete di conoscenza, che romanzo dopo romanzo sembra aumentare invece di placarsi, lo porta a formulare quesiti sempre più radicali; la persona, il singolo, nel suo rapporto con se stesso, gli altri, e persino con l’insondabile mistero rappresentato dal divino (specchio e metafora delle infinite possibilità connesse all’esercizio del libero arbitrio e delle responsabilità che ne derivano), vengono affrontate – con la selvaggia, febbrile disperazione dello scienziato pronto a sacrificare qualsiasi cosa ai propri studi, al raggiungimento della scoperta inseguita nell’arco di un’intera vita – soprattutto nei “grandi romanzi”, unanimemente riconosciuti come il vertice della sua produzione letteraria. Continua a leggere Dostoevskij, romanziere eccelso

Come la lanterna di Diogene

Recensione di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi

Che cosa determina la moralità di un’azione? L’intenzione con la quale la si pianifica e poi la si mette in atto? Il fine, lo scopo che persegue? Le conseguenze cui approda? Le risposte della coscienza? E può, la coscienza, legittimamente dirsi giudice di quel che viene compiuto? Possono i suoi tormenti testimoniare la verità del male inflitto e i suoi silenzi esser prova d’innocenza? È nella distanza che separa la disincarnata perfezione dell’idea dalla sua realizzazione che riposano il giusto e l’ingiusto? In una cornice di profonda miseria materiale, che è insieme materiale narrativo e angoscioso richiamo a una situazione personale, questi interrogativi stanno a fondamento di Delitto e castigo, una delle opere più note del grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. Nella parabola esistenziale ed etica del protagonista, il giovane studente Raskol’nikov, che, colmo di amaro risentimento, senza sosta si dibatte in oscuri pensieri, dove si confondono, come in un delirio, rivendicazioni di giustizia sociale e violenti desideri di rivincita e affermazione, l’autore disegna quella di un’intera generazione; Dostoevskij guarda alla Russia del suo tempo, incendiata da nuove teorie, vibrante d’entusiasmo e piena di paura, attratta dalla radicalità spavalda del nichilismo e timorosa di perdere il proprio ancestrale legame con la terra, con l’essenzialità del sapere contadino, con la memoria ruvida e sincera del popolo. Continua a leggere Come la lanterna di Diogene

L’azzardo del vivere

Fedor Dostoevskij, Il giocatore, Garzanti
Fedor Dostoevskij, Il giocatore, Garzanti

“Ci sono scrittori per cui non servono introduzioni. La lettura delle loro opere è un rischio che ogni lettore deve correre in modo individuale, autonomo: troverà sempre una risposta, che nessun altro gli potrà suggerire, ai problemi, ai conflitti posti dalla propria epoca, dal proprio livello culturale. Dostoevskij è uno di questi scrittori. Con un coraggio sorprendente per gli anni in cui vive rifiuta l’immagine convenzionale e astratta dell’uomo […], affronta i processi psichici più oscuri e contraddittori, dove l’uomo non può affidarsi ad alcuno dei suoi sostegni abituali, le dinamiche più sconcertanti tra individuo e società, intuizione e intelletto, libertà e legge, fede e ateismo, demonicità e santità, riaffermando la convergenza indispensabile tra mondo sociale, politico e mondo morale […]. Una cosa va comunque ricordata: Dostoevskij è un grande scrittore, non un filosofo, un pensatore […]. La sua ricerca non va in direzione speculativa: il suo oggetto è la psiche umana imperfetta, l’anima ferita, ribelle, l’anima che anela all’armonia, che si dibatte tra il bene e il male, che cerca la sua realizzazione completa, attraverso prove dolorose, angosciose lacerazioni”. Così Fausto Malcovati, nell’introduzione al romanzo Il giocatore, spiega figura e opera di Fedor Dostoevskij evidenziando la sostanziale letterarietà di tutta la sua produzione. Che si tratti dei grandi romanzi, o dei lavori “minori” (di cui è eminente esempio proprio Il giocatore, romanzo scritto “per disperazione” in sole quattro settimane eppure magistrale nella costruzione dei caratteri e finissimo nel delineare la psicologia di ogni singolo personaggio), a emergere non sono convincimenti ma contraddizioni, non prese di posizione ma dubbi, non verità ma punti di vista, coordinate confuse di un personale universo etico sempre mutevole, costantemente in via di definizione, e che, certo, ha punti di riferimento, si richiama a una definita visione degli uomini e del mondo, e tuttavia, sottratto alla pura teoria e immerso nel caos delle vicende umane, sembra scolorire, perdere consistenza, rinunciare a essere abito morale per ridursi a sussurro di una volontà fragile, di una determinazione spesso incostante. In luogo del filosofo mancato, dunque, ecco splendere lo scrittore, il romanziere, il narratore, il creatore di storie, e dalla rinuncia a dimostrazioni rigorose e a stringenti ecco fiorire una prosa ricchissima, magnifica, coinvolgente, e dialoghi serrati, furenti, colmi di passione, d’odio, d’amore e disperazione, e timidi, terrorizzati dalla più piccola speranza, e impetuosi di desiderio, e spumeggianti d’ilarità e follia, e studiati per ingannare, per mascherare il dramma, la tragedia, la paura.

Tutto questo ne Il giocatore ha una forte declinazione di critica sociale (il trasparente bersaglio polemico di Dostoevskij è la viziata e oziosa società borghese europea, ritratta nella cornice della fittizia cittadina termale di Rulettenburg) e insieme un virulento taglio “umanistico”; a partire dalla voce narrante – quella del precettore Aleksej Ivanovic, al servizio di una famiglia a dir poco stravagante, sull’orlo del fallimento eppure straordinariamente liberale, e a tal punto innamorato da trasformarsi in incallito giocatore d’azzardo – fino ad arrivare alla figura centrale del romanzo (la vecchia, ricchissima nonna, la cui morte tutti attendono per spartirsi l’eredità e che improvvisamente vedono piombare tra loro, assetata di vita e consumata dal desiderio di giocare la propria fortuna alla roulette), lo scrittore russo illumina vizi ed eccessi di un particolare tipo d’uomo: il suo connazionale (materia prima d’interesse di ogni suo scritto) lontano dalla madrepatria. Così facendo, Dostoevskij si àncora al proprio tempo e nello stesso tempo lo travalica – “Le antinomie tra le quali si muovono i suoi romanzi”, scrive a questo proposito Malcovati, “sono le stesse che scuotono ancor oggi il nostro mondo: non perdono anzi acquistano attualità di generazione in generazione” – con la classe borghese, le cui debolezze vengono così crudamente denunciate, che si fa modello e archetipo nello stesso modo in cui il singolo, pur impeccabilmente inquadrato nella propria irripetibile singolarità, riflette l’universale. Mentre la grande metafora del gioco, buco nero capace d’inghiottire senza sforzo menti, cuori e anime (e il cui demoniaco fascino Dostoevskij ha ben conosciuto), racconta di quell’ansioso bisogno d’assoluto che l’uomo, senza sapersi figurare, in qualche misterioso modo non cessa di provare, e, da imperfetta creatura qual è, prova a soddisfare abbandonandosi alla sfrenatezza, alla vertigine, spingendosi fino a quell’estremo confine della vita dove non c’è che un soffio, o un filo sottilissimo, a separare la salvezza dalla caduta.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione e le note al testo, per Garzanti, sono di Gianlorenzo Pacini. Buona lettura.

Sono finalmente tornato dopo un’assenza di due settimane. I nostri si trovavano già da tre giorni a Rulettemburg. M’immaginavo che mi aspettassero con chissà quale ansia, ma invece mi ero sbagliato. Il generale aveva un’aria estremamente indipendente, mi ha parlato guardandomi dall’alto in basso e mi ha spedito direttamente dalla sorella.

Come una madre distratta, o degenere

Fedor Dostoveskij, Il villaggio di Stepàcinkovo, Sellerio
Fedor Dostoveskij, Il villaggio di Stepàcinkovo, Sellerio

“Di dove fosse sbucato, è avvolto nelle tenebre del mistero […]. Dicevano anzitutto ch’egli, non so quando né dove, fosse stato funzionario, che avesse non so dove sofferto, e, ben s’intende, «per la verità». Dicevano ancora che si fosse un tempo occupato a Mosca di letteratura. Non è a stupire: la crassa ignoranza di Fomà Fomìc non poteva certo esser d’inciampo alla sua carriera letteraria. Ma notizia autentica è questa sola, che nulla gli era riuscito e che, infine, era stato costretto ad entrare dal generale in qualità di lettore e di martire. Non c’era umiliazione ch’egli non avesse sopportata per un pezzo di pane del generale”. È intorno alla figura patetica, meschina e “tartufesca” del prizivàlscik (che nella Russia ottocentesca indica un nobile decaduto, costretto per mantenersi a recitare la parte del buffone presso famiglie facoltose affidandosi alla loro carità) Fomà Fomìc che ruota Il vilaggio di Stepàncikovo di Fedor Dostoevskij, graffiante ritratto di un microcosmo disordinato e folle nel quale è facile riconoscere una società intera, le sue manchevolezze, le ingiustizie che l’attraversano (e troppo spesso la definiscono) e gli individui che, come una madre distratta, incapace o peggio degenere, essa alleva, trasformandoli da esseri umani in parassiti. In questo lavoro, che la critica (a mio avviso non del tutto a ragione) giudica minore, il grande scrittore russo consapevolmente rinuncia all’esplorazione del sottosuolo delle emozioni umane per soffermarsi, tra il divertito e l’indignato, alla “superficie” delle cose, alla semplicità degli accadimenti, alla sincerità rude dei dialoghi; la sua scrittura, insolitamente lieve e ricchissima di scoppiettante umorismo, pur nell’armonioso scintillare dello stile sembra farsi da parte, preparare il lettore a quel che sta per succedere e poi lasciare campo libero alla pura descrizione (o trascrizione, quasi ci trovassimo di fronte al rapporto di un burocrate, impreziosito però da una magistrale vocazione al grottesco) dei fatti e alla loro intrinseca, esplosiva insensatezza. In questo modo, Dostoevskij dà vita a un vero e proprio teatro di marionette, a uno spettacolo appositamente pensato per divertire, a uno spensierato gioco delle parti dove ogni cosa mostra il proprio lato ridicolo. Al di là della dissacrazione e dell’ironia insistita, tuttavia, dalle pagine di questo romanzo breve emerge, se non una chiara denuncia di ciò che era la realtà della Russia nella seconda metà del XIX secolo, un impietoso giudizio su di essa, che il riso, anziché smorzare, finisce per amplificare.

La vivacità della commedia, con i suoi toni costantemente al di sopra delle righe e il bisogno quasi ossessivo di provocare, sorprendere e scatenare reazioni, rappresenta per Dostoevskij una sfida e un’opportunità insieme; nei panni di una voce narrante defilata rispetto a ciò che racconta (l’autore è Sergej Aleksandrovic, nipote del colonnello Jegòr Iljic Rostanjòv, che una volta in congedo eredita il villaggio di Stepàncikovo e decide di andare a viverci “come se per tutta la sua vita fosse stato un proprietario del luogo, mai uscito dai suoi possessi”), egli dà ordine e rigore espressivo al linguaggio nei disegni d’ambiente per poi prendersi più di una licenza nei dialoghi, dove limpidamente emerge il carattere dei protagonisti e ogni assurdità, ogni meschinità viene alla luce: “Ma chi è questo Fomà – domandai – come mai ha conquistato tutta quella casa? Come non lo cacciano dal cortile con le fruste? Confesso…” – “Cacciar lui? Ma siete ingrullito, o no? Ma Jegòr Iljic cammina davanti a lui in punta di piedi! Ma Fomà ordinò, un giorno, che invece di giovedì fosse mercoledì, e quei là, dal primo all’ultimo, considerarono giovedì come mercoledì. «Non voglio che sia giovedì, dev’essere mercoledì!». E così ci furono in una settimana due mercoledì. Credete che ci abbia fatto la frangia? Non ci ho fatto tanto così di frangia! Semplicemente, bàtjuska, ne vien fuori una storia da capitano Cook!”. In questo piccolo mondo sottosopra, poco importa quel che davvero succede agli abitanti di Stepàncikovo; gli amori, le gelosie, le disgrazie che capitano ai protagonisti del romanzo sono, più che in tutte le altre opere di Dostoevskij, invenzioni, pretesti utili solo a dar sostanza a Fomà, esemplare prodotto di una società al crepuscolo e proprio per questa ragione personaggio difficile da dimenticare.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per l’editore Sellerio, è di Alfredo Polledro. Buona lettura e auguri di buona Pasqua.
Mio zio, il colonnello Jegòr Iljic Rostanjòv, dopo essere andato in congedo, si stabilì nel villaggio di Stepàncikovo, pervenutogli per eredità, e prese a viverci come se per tutta la sua vita fosse stato un proprietario del luogo, mai uscito dai suoi possessi. Ci sono delle nature assolutamente contente di tutto e che a tutto assuefanno; tale era appunto la natura del colonnello a riposo. Era difficile immaginarsi un uomo più pacifico e accomodante. Se avessero avuto l’idea di pregarlo un po’ sul serio di portar qualcuno per un paio di verste sulle sue spalle, egli l’avrebbe fors’anche portato: era così buono che alle volte era pronto a dar via ogni cosa alla prima richiesta e quasi a spartire l’ultima camicia col primo che lo avesse desiderato.

La filosofia lucidissima e incoerente di un romanziere

 

Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori

Simboli dell’uomo, della sua miseria come della sua grandezza; incarnazioni, o per dir meglio momenti, dell’eterno conflitto tra bene e male; maschere tragiche e grottesche delle forze sociali, intellettuali e spirituali che agitavano la Russia di fine XIX secolo, i componenti della famiglia Karamazov (il padre Fedor, i figli Dmitrij, Ivan e Aleksej e l’illegittimo Smerdjakov), protagonisti de I fratelli Karamazov, l’ultimo e più ambizioso romanzo di Dostoevskij, sono soprattutto la più limpida rappresentazione dell’anima dell’autore, lo specchio delle sue lacerazioni. La loro voce è insieme quella insinuante del dubbio, quella carica di furore della ribellione e quella potente, sicura, quasi sovrumana dell’intimo convincimento, di un ideale di vita abbracciato per fede e con fede. Nel disegno dei caratteri di questi uomini perduti, sconfitti, annientati (con la sola eccezione di Aleksej) da se stessi prima che dall’oscurità del mondo, il grande scrittore russo realizza dei modelli, degli archetipi; è attraverso lo studio di Dmitrij e degli altri figli del volgare e dissoluto Fedor, infatti, che Dostoevskij riflette sull’umanità, sulle sue colpe e sulla sua pretesa innocenza. È, la sua, una meditazione coraggiosa, sofferta, intrisa di dolore autentico, di disperazione, eppure sorretta da un’incrollabile fiducia; romanziere eccelso, egli lascia che siano la sua prosa densa, il suo realismo intenso, puntuale, e nello stesso tempo così lieve e delicato nei toni, così sfumato, così meravigliosamente equilibrato e felice da parer magico, e il nitore del suo stile a raccontare il proprio mondo interiore e a costruir per esso, a beneficio del pubblico, vicende e intrecci e contesti narrativi, ma non smette mai di interrogarsi (e di sollecitare il lettore) su quelli che ritiene essere i fondamenti dell’esistere: il rapporto tra l’uomo e il suo prossimo, quello ancor più radicale dell’uomo con Dio, e la scelta, ineludibile, della pietà, della comprensione, di un’etica cristiana, di un umanesimo religioso, unico rimedio all’orgoglio razionalista e al suo conseguente ateismo morale, al veleno dello sfrenato individualismo, al contagio dell’idolatria materialista. Come scrive Fausto Malcovati nell’introduzione all’opera edita da Garzanti, “Con coraggio sorprendente per l’epoca in cui vive [Dostoevskij] rifiuta l’immagine convenzionale e astratta dell’uomo, il codice esterno di comportamento che la società a lui contemporanea accetta e impone, affronta i processi psichici più oscuri e contraddittori, dove l’uomo non può affidarsi ad alcuno dei suoi sostegni abituali, le dinamiche più sconcertanti tra individuo e società, intuizione e intelletto, libertà e legge, fede e ateismo, demonicità e santità, riaffermando la convergenza indispensabile tra mondo sociale, politico e mondo morale. Le antinomie tra le quali si muovono i suoi romanzi sono le stesse che scuotono ancor oggi il nostro mondo: non perdono anzi acquistano attualità di generazione in generazione. È stato definito sismografo delle scosse telluriche della società borghese in crisi di transizione: quelle scosse telluriche non hanno perduto a tutt’oggi la loro forza dirompente. Una cosa va comunque ricordata: Dostoevskij è un grande scrittore, non un filosofo, un pensatore. È un errore trarre dai suoi romanzi un sistema astratto di idee, isolarne il contenuto ideologico per dedurne costruzioni organiche: tale contenuto, privo della sua traduzione poetica, dà l’illusione della forma filosofica, ma è in realtà pieno di contraddizioni e di curiose incoerenze. La sua ricerca non va in direzione speculativa: il suo oggetto è la psiche umana imperfetta, l’anima ferita, ribelle, l’anima che anela all’armonia, che si dibatte tra il bene e il male, che cerca la sua realizzazione completa attraverso prove dolorose, angosciose lacerazioni”.

Diario di un conflitto, cronaca di un naufragio, I fratelli Karamazov è un romanzo d’enorme respiro, monumentale nella costruzione, di eccezionale radicalità nelle conclusioni, magistrale nello svolgimento (con al centro di tutto il brutale omicidio del padre, che come una maledizione lega le vite dei tre figli e le trascina verso un destino d’angoscia, morte ed espiazione). Nelle pagine di questo capolavoro ogni cosa è colta nella sua essenza, perfettamente rappresentata, resa indimenticabile: la povertà degli uomini e delle cose, la schiavitù degli appetiti, la presunzione della ragione, la colpa, intesa come piaga dell’anima, e la giustizia formale e opaca dei tribunali, di “Cesare” (che punisce gli atti senza mai essere in grado di comprenderne le motivazioni e per questo si riduce a mero meccanismo, a inumano ingranaggio sociale), il salvifico riparo della fede. 
 
Lasciatevi incantare da questo splendido lavoro, dall’inesauribile ricchezza tematica e stilistica di Dostoevskij. Non ve ne pentirete, perché non esiste seduzione più pura, né più sincera, di questa.
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione è di Alfredo Polledro). Buona lettura.

Aleksjej Fjodorovic Karamazov era il terzo figlio di un proprietario del nostro distretto, Fjodor Pavlovic Karamazov, tanto noto ai suoi tempi (e ricordato, del resto, fra noi ancor oggi) per la tragica e oscura sua fine, avvenuta giusto tredici anni fa e della quale parlerò a suo luogo. Di questo «proprietario» (come da noi lo si chiamava, sebbene in tutta la sua vita non avesse quasi mai abitato nella sua proprietà) dirò ora solamente che era un tipo strano, come se ne incontrano però abbastanza spesso, e cioè il tipo dell’uomo non solo basso e corrotto, ma anche, in pari tempo, scervellato; era tuttavia di quegli scervellati che san fare egregiamente i loro affarucci d’interesse, e, a quel che sembra, questi soltanto. Fjodor Pavlovic, per esempio, aveva cominciato quasi dal nulla, era un proprietario minuscolo, che correva a pranzare di qua e di là alla tavola altrui, spiava ogni occasione di fare il parassita, e nondimeno gli si trovarono al momento della morte ben centomila rubli in contanti. E al tempo stesso però aveva continuato per tutta la vita a essere uno dei più scriteriati stravaganti del nostro intero distretto. Ripeto ancora: questa non è stupidità – la maggior parte di questi stravaganti è abbastanza intelligente ed astuta, – ma proprio mancanza di criterio, e per giunta di un carattere particolare, nazionale.

L’amore respira anche negli uomini del sottosuolo

 

Fedor Dostoevskij, Umiliati e offesi, Garzanti
Fedor Dostoevskij, Umiliati e offesi, Garzanti

Accenti e atmosfere che richiamano il romanzo sociale, la complessità del disegno dei caratteri, restituiti al lettore nella loro essenziale verità, l’appassionato racconto di una storia d’amore tanto intensa quanto sfortunata, le dolorose riflessioni sugli estremi opposti del bene e del male e sull’anima dell’uomo, loro precario, instabile rifugio, e infine l’intenso studio delle passioni, dei sentimenti e dei desideri di uomini e donne, così simili, a volte, alla terra in cui vivono da esserne quasi il simbolo perfetto. Umiliati e offesi di Fedor Dostoevskij, pubblicato a puntate nel 1862 sulla rivista pietroburghese Vremja, nasconde nel respiro semplice dell’odissea di due amanti osteggiati dalle rispettive famiglie non soltanto la lucida analisi della società russa della seconda metà del XIX secolo, segnata da spaventose contraddizioni e costruita su sistematici abusi imposti alla grande maggioranza del popolo, costretta a un’esistenza da “sottosuolo”, ma soprattutto la convinzione che il verificarsi di queste ingiustizie, la sofferenza causata dalle disuguaglianze, l’arbitrio di chi dispensa al prossimo offese e umiliazioni al solo scopo di conservare il proprio potere (grande o piccolo che sia), si debbano a un’idea dello stato e dei rapporti che lo regolano fondata esclusivamente sulla promozione del singolo, sul primato personale. Romanziere di immenso ingegno e di eccezionale talento, Dostoevskij costruisce tutte le sue opere intorno all’uomo, nei confronti del quale prova sia attrazione sia repulsione; la sua prosa è troppo articolata, troppo ricca di suggestioni, troppo rigorosa nelle conclusioni che raggiunge per esaurirsi nelle istanze miopi della scrittura etica o nell’impotente sterilità di quella religiosa, e se è indubbio che l’umanesimo difeso dal grande autore russo abbia un chiaro significato fideistico, è altrettanto evidente che il suo percorso intorno all’uomo ha la radicalità di un’indagine filosofica e pone domande che vanno ben oltre un nostalgico richiamo a una bontà naturale perduta e da riconquistare. La realtà del male, la sua presenza nel mondo, i devastanti effetti del suo compiersi sono ben presenti a Dostoevskij, sono la materia prima dei suoi romanzi, e in Umiliati e offesi sono rappresentati con impressionante chiarezza dal protagonista della vicenda, il principe Valkovskij, uomo senza scrupoli votato esclusivamente all’affermazione di sé. Quando scopre che il proprio figlio, onesto ma pavido, ama riamato la figlia di un uomo con il quale ha avuto un contenzioso in passato, il piccolo possidente Ichmenev, Valkosvkij si adopera con ogni mezzo per far naufragare il loro rapporto e, non contento, cerca di rovinare finanziariamente il proprio avversario; egli è determinato a raggiungere i sui scopi, e malgrado Ichmenev, sua figlia, il figlio del principe e persino Vanja, voce narrante del romanzo (un amico della giovane segretamente innamorato di lei, alter ego dello stesso Dostoevskij), intervengano a più riprese per cercare fermarlo, il principe riesce ad avere la meglio: il figlio, incapace di resistere alle pressioni da cui viene investito, decide di lasciare l’amata, colpevole soltanto di essersi innamorata di lui.

Nella dialettica tra Valkosvkij e le sue vittime, il lirismo di Dostoevskij tocca l’apice. La sua galleria dei vinti non rappresenta soltanto la resa invitabile a qualcosa di più forte ma si richiama alla vita, descrivendola e raccontandola fino in fondo, nel suo inestricabile groviglio di speranza e disillusione. L’amore che unisce i due giovani, infatti, per quanto destinato a fallire, resta una forza salvifica, allo stesso modo in cui lo è (in primo luogo per lo stesso autore) quello silenzioso, ostinato e devoto di Vanja-Dostoevskij. Intorno a questi personaggi prende vita un piccolo mondo che, tra infiniti stenti, miserie e oppressioni, scintilla di dignità, offre mutuo rispetto e si sforza di difendere se stesso senza rinunciare a ciò in cui crede.
Umiliati e offesi è un romanzo che affascina e commuove, un’opera che cattura per lo splendore assoluto della prosa, la generosità dell’intreccio, la grandezza, insieme terribile e fragile, dei personaggi. È un libro impossibile da dimenticare.
P.S. Domani questo blog compie un anno. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno condiviso con me la strada fatta fino a ora. Io continuerò a scrivere di libri, spero di ritrovarvi ancora.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
La sera del ventidue marzo dell’anno scorso mi è accaduta un’avventura assai strana. Avevo passato la giornata a girare per la città in cerca d’un alloggio. Quello nel quale abitavo era molto umido, ed io fin da allora cominciavo ad avere una tosse preoccupante. Già dall’autunno prima mi ero proposto di cambiar casa, ma ad onta di questo divisamento ero arrivato fino alla primavera senza farne nulla.
Avevo girato tutto il giorno senza riuscire a trovare qualcosa di adatto. Il mio desiderio era di avere un appartamento libero, non in subaffitto; mi sarei accontentato anche di una stanza sola, purché fosse molto grande e, nello stesso tempo, costasse poco.
Mi ero accorto che una casa angusta è stretta anche per i pensieri, poiché io ho sempre avuto l’abitudine di camminare su e giù per la stanza quando penso i miei futuri racconti. E dato che sono in argomento, dirò che trovo maggior piacere a pensare le mie opere e a sognare come verrebbero scritte, che a scriverle in realtà; questo non è dovuto alla pigrizia. Da che cosa può dunque dipendere?

Fin dalla mattina mi sentivo poco bene, e verso il tramonto il mio stato era peggiorato: cominciava la febbre. Per di più ero stato tutto il giorno in moto e mi ero stancato. Verso sera, prima del crepuscolo, mi trovai a passare in Prospetto Vosnessenskij. Mi piace il sole di Marzo a Pietroburgo, specialmente al tramonto, s’intende in una chiara sera di gelo. Si vede ad un tratto accendersi tutta la via su cui si riversa una vivida luce. Tutte le case sembrano scintillanti. I colori grigio, giallo, verde-sporco perdono per un attimo la loro tetraggine, e pare che l’animo divenga più leggero, che un brivido percorra tutto il corpo e che questo sia sospinto in avanti. Tutte le cose ci appaiono sotto un nuovo aspetto, nuovi pensieri nascono in noi…