Il più pericoloso dei crinali

Recensione di “Tutti i racconti” di Katherine Mansfield

Katherine Mansfield, Tutti i racconti, Adelphi

Nell’immagine restituita dallo specchio la verità di sé; nelle silenziose urla dei pensieri più segreti tutto quel che è essenziale, che identifica, che contraddistingue; nel muto inseguirsi degli sguardi, nel balbettio di gesti abbozzati e subito interrotti, il goffo respirare dello spirito; nell’ombra di giorni che, circondati d’indifferenza, senza sosta nascono e muoiono, l’affannarsi della vita. Abitano il sottosuolo delle emozioni i racconti di Katherine Mansfield, narrano ciò che è nascosto, i moti e le pulsioni che innervano le esistenze dei singoli (e attraverso esse quella del corpo sociale, di cui sono, in pari tempo, fondamento e parte), le elaborate finzioni e le piccole e grandi menzogne che fanno da impalcatura alle convenzioni e alle regole della comune convivenza familiare, politica, umana, le strategie necessarie a farsi strada, a ottenere quel che si desidera, o più modestamente a sopravvivere, a non soccombere. Spogliate, almeno in apparenza, d’ogni tragicità, prive di qualsiasi sovrabbondanza epica – non c’è nulla di eccezionale nei personaggi della Mansfield, né sembra meritare di venir ricordato quel che accade loro – le sue storie hanno la rassicurante armonia di un paesaggio naturalistico dipinto con noiosa diligenza; la descrizione, tuttavia, la precisione del quadro al cui interno le cose avvengono, non è che un sottile, diabolico inganno. Continua a leggere Il più pericoloso dei crinali

I problemi sono opposti viandanti

Dr. Seuss, il paese di Solla Sulla, Giunti
Dr. Seuss, il paese di Solla Sulla, Giunti

Come definire esattamente un’esistenza tranquilla? Quando è possibile considerarsi, se non felici, almeno sereni? Quanti guai e quante preoccupazioni ci possiamo attendere nella nostra vita per giudicarla gradevole? E, all’opposto, quante angosce, quanti problemi siamo disposti a tollerare prima di convincerci di essere il bersaglio preferito della malasorte? Verrebbe voglia di rispondere “nessuno”; nessuna angoscia, nessun problema, nessuna preoccupazione, nessun guaio, e di certo questo è ciò che ognuno di noi augura a se stesso: un orizzonte completamente privo di nubi. Ma è davvero possibile che un’eventualità di questo genere si verifichi? Naturalmente no, ma è proprio il paradosso generato da una tale domanda, il cortocircuito scatenato da una così “folle” riflessione (perché un conto è sperare una vita da sogno, un paradiso in terra, tutt’altra questione è aspettarsi questo miracolo!) il fondamento narrativo del delizioso apologo del Dr. Seuss intitolato Il paese di Solla Sulla. Come in tutti i suoi lavori, anche in questa favola preziosa e divertente a colpire è innanzitutto la squisita musicalità della narrazione, l’affascinante semplicità della storia, raccontata in brevi strofe rimate (“Quando ero più giovane, sereno e felice/vivevo in un posto detto Valle di Bice/e niente di niente mi andava mai storto/finché… be’ un giorno che forse ero assorto/tra le margherite dai gambi allungati/guidato dai piedi come me spensierati…”), che in un momento conduce al cuore della vicenda e all’insegnamento che svela. Allo stesso tempo autentico, genuino e (anche se soltanto dal punto di vista squisitamente letterario) strumentale, il candore che anima la favola ci porta a riflettere su quello che è forse il più importante compito evolutivo che ognuno di noi è chiamato ad affrontare e superare: la presa di coscienza critica della sostanziale inevitabilità della sofferenza. Così, nelle innocue vesti di un animale, Dr. Seuss dipinge dapprima la gelosa onnipotenza dell’infanzia, il cieco idillio tra il fanciullo e il mondo che non tollera interruzioni né imperfezioni di sorta (“E mai avendo avuto/altri guai fino a adesso/’Che sia il primo e l’ultimo!’/io dissi a me stesso”) e poi il faticoso percorso di maturazione del protagonista, che al termine di una disgraziata serie di avventure rinuncia a cercare un rifugio che gli assicuri la tanto agognata pace (rappresentato dall’illusorio paese di Solla Sulla, addormentato sulle rive del fiume Trastulla, dove chiunque vi giunga è certo di soffrire assai poco, anzi, “quasi nulla”) e si prepara a fronteggiare la vita, quali che siano le sorprese che gli verranno riservate. Trascinato dalla sorprendente inventiva dell’autore, sedotto dai suoi folgoranti artifici linguistici, conquistato dall’ingenuità del protagonista, il lettore adulto – perché non si è mai abbastanza grandi per leggere con profitto un’opera del Dr. Seuss, è questa è senza alcun dubbio la sua più importante eredità –   ha modo di tornare a riflettere su una lezione che dovrebbe aver da gran tempo imparato e, forse, anche di rivedere giudizi sulla propria situazione espressi con eccessiva severità.

Perché, come ben comprende, al termine delle sue faticose peregrinazioni, il buffo e tenero eroe del Dr. Seuss (e come capiamo, o ricordiamo noi, leggendo le sue avventure) l’alternativa al paese di Solla Sulla, e dunque al soffrir quasi nulla, non è l’ancor più irraggiungibile paese di Bao Baba Ballero (“sulle acque del Fiume Trallero/lì non soffre nessuno. Davvero!”), bensì il ritorno alla Vale di Bice dove tutto è cominciato, dove cioè si è lasciata una volta per tutte l’età dell’oro dell’infanzia e si è diventati “grandi”, o meglio, si è diventati persone, in quella terra felice e infelice, dove, essendo impossibile evitare i guai, non resta che ingegnarsi e trovare, per ognuno di essi, il giusto rimedio: “Avrò sempre dei guai/potrei essere morso/ dal Quaglione Pennuto/se mi addenta del posto/dove sono seduto./Ma ho con me un bel bastone./Da oggi in poi sono pronto./I miei guai si preparino…/io non temo lo scontro”.

Dolcissimo, irresistibilmente spassoso, intelligente, Il paese di Solla Sulla è una piccola, perfetta gemma; una lettura che pur esaurendosi in un battito di ciglia riesce indimenticabile per ciò che è in grado di donare e per il garbo con cui lo offre.

Eccovi, invece dell’incipit, il riassunto della quarta di copertina. La traduzione, per Giunti, è di Anna Sarfatti. Buona lettura.

Ci sono giornate in cui niente pare andare per il verso giusto. Non basta essere prudenti, non basta guardarsi attorno con attenzione, non basta nemmeno stare all’erta. Ecco perché conviene andare nel paese di Solla Sulla, sulle acque del Fiume Trastulla: chi ci va soffre poco, o quasi nulla! Che ne dici di cominciare un’avventura alla ricerca di questo paradiso?

Né scrittore né filosofo. Ritratto di un artista

Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani
Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani

Schierarsi dalla parte della vita. Con voluttà d’amante, con partigiana convinzione, con devoto fervore. Scegliere il corpo, la carne, l’esistere fisico essenziale e primitivo, e prendere da lì le mosse, da quel che siamo nel momento in cui veniamo al mondo per giungere al cuore, e alla mente, e allo spirito. E infine tornare al cuore, al sangue, ai sensi. Accettare l’assurdo come sostanza di tutto quel che è, e rifiutare tanto la fredda disciplina del pensiero logico-razionale quanto le illusorie soluzioni del misticismo. Liberarsi da ogni sovrastruttura etica, dalla morale intesa come dovere e gettarsi con coraggio tra le braccia di una felicità agognata, orizzonte e traguardo di tutto ciò che esiste. Diritto inalienabile di tutto ciò che esiste. La sostanza tematica (e la successiva, ricca e suggestiva declinazione narrativa) dell’opera di Albert Camus è tutta qui, in un pessimismo atipico e commosso – a lungo, e a torto, scambiato per scolastico esistenzialismo – che è celebrazione dell’essere, del qui ed ora e del suo significato, la cui importanza così facilmente ci sfugge. Né scrittore né filosofo ma artista (così Camus si considerava e così voleva essere giudicato), egli si offre nei suoi scritti in una molteplicità di forme; attraverso la sincerità piena della confessione (che ritroviamo nei numerosi riferimenti autobiografici che caratterizzano in modo particolare le sue prime opere), nella progressiva sistematizzazione della sua architettura di pensiero e infine nell’artificio (mai fine a se stesso) letterario del romanzo. In ognuna di queste vesti, tuttavia, non vi è che un solo autore, un unico artista, un identico convincimento. La prosa di Camus, dunque, non è che la traduzione, lussureggiante e magnifica, di una serie di parole chiave, a loro volta espressione di una precisa visione del mondo; per il giovanissimo Albert che si avvicina alle lettere per volontà del fato (di famiglia poverissima, il padre morto nel corso nel primo conflitto mondiale e la madre analfabeta, egli attira l’attenzione del suo maestro elementare, Louis Germain, che decide di seguirlo anche oltre gli orari di lezione), così come per lo scrittore affermato e ammirato cui nel 1957 viene assegnato il premio Nobel, non è cambiato nulla, o quasi. Alla radice del suo lavoro c’è sempre la vita, respirata da un uomo nato, come tanti se non proprio come tutti, “a metà strada tra la miseria e il mare”. Per questa ragione, per questa sua incrollabile fedeltà a se stesso, l’opera più significativa di Camus è quella che ne segna l’esordio, Il rovescio e il diritto, una breve raccolta di saggi pubblicata per la prima volta ad Algeri nel 1937 (Albert Camus nacque in Algeria il 7 novembre del 1913) e vent’anni più tardi edita da Gallimard arricchita da un’introduzione dell’autore. Ed è proprio nelle splendide, intensissime pagine di questa introduzione che Camus rende ragione del suo “destino letterario”. “Brice Parain”, scrive, “pretende spesso che questo libro contenga il meglio di quel che ho scritto. Parain si sbaglia. Conoscendo la sua lealtà, non lo dico per quella impazienza che prende ogni artista di fronte a chi abbia l’impertinenza di preferire quel ch’egli è stato a quel ch’egli è. No, si sbaglia perché a ventidue anni, salvo il genio, uno sa appena scrivere. Però capisco quel che Parain, sapiente nemico dell’arte e filosofo della compassione, vuol dire. Vuol dire, e ha ragione, che c’è più vero amore in queste pagine sgraziate che in tutte quelle che son venute poi”. E ancora, e con ben maggiore incisività (unita a una limpidezza quasi brutale, che commuove e ferisce): “Se, nonostante tanti sforzi per costruire un linguaggio e far vivere dei miti, io non riuscirò un giorno a riscrivere Il rovescio e il diritto, non sarò mai riuscito a niente: questa è la mia oscura convinzione. In ogni caso nulla mi impedisce di sognare che ci riuscirò, di immaginare che metterò ancora al centro di quell’opera l’ammirevole silenzio di una madre e lo sforzo di un uomo per ritrovare una giustizia o un amore che equilibri quel silenzio.

Le meravigliose pagine de Il rovescio e il diritto, dove l’architettura del saggio sposa la narrazione fluida del racconto e il ricordo personale si stempera in esperienze di vita colte, comprese e restituite al lettore come patrimonio comune (di più, come l’unico patrimonio possibile degli esseri umani), custodiscono, in una sognante intensità fiabesca, il segreto dell’immortalità.

Eccovi l’incipit del primo dei saggi, intitolato L’ironia. La traduzione, per Bompiani, è di Sergio Morando. Buona lettura.
Due anni fa ho conosciuto una vecchia. Soffriva di una malattia di cui aveva creduto di morire. Il fianco sinistro le si era completamente paralizzato. Non le restava al mondo che una metà di se stessa mentre l’altra già le era estranea. Vecchietta irrequieta e ciarliera, era stata ridotta al silenzio e all’immobilità. Sola per lunghe giornate, analfabeta, poco sensibile, tutta la sua vita si rifaceva a Dio. Credeva in lui. Prova ne sia che aveva un rosario, un cristo di piombo e un san Giuseppe col bambino di stucco. Non era certa che la propria malattia fosse incurabile, ma lo affermava perché ci si interessasse a lei, rimettendosi per il resto al Dio ch’ella amava così male.