Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo

La ferita aperta di ogni giorno

Elizabeth Strout, Amy e Isabelle, Fazi Editore
Elizabeth Strout, Amy e Isabelle, Fazi Editore

Passaggi di tempo che il dolore, il rimorso e il rimpianto fanno sembrare eterni. Stagioni rapprese, congelate nell’identico, infinito ripresentarsi di un unico giorno. Piccole, incessanti onde di marea di dubbi, segreti, desideri e angosce, di frustrazioni e ansie, di sogni a occhi aperti di anime febbricitanti e corpi insonni che si rovesciano sulla terra arida e incolore di un tempo percepito come condanna, affronto, offesa, di un esistere indecifrabile e labirintico che non concede tregue e non conosce pietà. Passaggi di tempo che una madre e una figlia, allo stesso tempo unite e distanti come le generazioni che incarnano, bisognose l’una dell’altra eppure nemiche, più simili, nella carne e nello spirito, di quanto riescano a immaginare e nonostante ciò velenosamente estranee, paiono sopportare più che vivere, subire più che accettare. Passaggi di tempo estenuati e lenti, che fiaccano le membra e annebbiano il pensiero, che velano lo sguardo e pesano su ogni cosa come colpe; polvere d’ore e di settimane che si posa dappertutto, invade ogni cosa trasfigurandola, insinuandocisi come fosse una malattia, una maledizione, o forse una follia. Passaggi di tempo a Shirley Falls, una cittadina della provincia uguale a tante altre, tagliata in due da un fiume inquinato e arrogante, “una cosa piatta stesa lì, al centro della città, come un serpente marrone morto, con la schiuma giallastra a raccogliersi sulle sponde” e gonfia della disperazione silenziosa dei suoi abitanti. Una manciata di case e negozi, la scuola e una fabbrica dalla quale dipende la gran parte della popolazione, Shirley Falls, sonnolenta e inquieta, fa da sfondo alle vicende narrate in Amy e Isabelle, delicato e commovente romanzo d’esordio della scrittrice statunitense Elizabeth Strout, storia di una madre e di una figlia, storia d’amore e di odio, d’innocenza perduta e felicità ritrovata, storia di passaggi di tempo che sono indimenticabili istantanee di vita e scintillanti, purissimi momenti di bellezza e verità. Il tempo, la personale percezione del tempo, è la chiave interpretativa di quest’opera di non comune intensità emotiva, raccontata nei toni discreti e insieme urgenti della confessione; il tempo giovane, adolescente, immaturo e travolgente d’aspettative e di mistero della sedicenne Amy e della sua migliore amica Stacy, figlia adottiva e ribelle di una coppia benestante che non appena scopre il sesso rimane incinta, e il tempo, parallelo e opposto, di Isabelle, madre single di Amy, donna ombrosa e chiusa in se stessa, le cui impeccabili maniere, fragile e approssimativo scudo contro i mali del mondo, le si ritorcono contro costringendola alla solitudine e all’emarginazione. E questo tempo individuale sovraccarico di sofferenza e d’attese fluisce docile negli slittamenti tra passato e presente che danno respiro al romanzo; in un continuo alternarsi di sorprese, di drammi e tragedie che esplodono d’improvviso, e dei loro perché, delle loro cause che poco alla volta emergono dalla scrittura potente, evocativa, limpida della Strout quasi fossero la traduzione di una lingua segreta, innominabile (la lingua della realtà, della vita quotidiana, che non possiamo comprendere ma solo accostare, sforzandoci di fare nient’altro che il nostro meglio), prende forma un mosaico di patimenti e meschinità nel quale i carnefici sono le prime vittime, dove a trionfare sono debolezze e paure ma che nonostante tutto riesce a conservare una propria generosa umanità, un desiderio d’affetto, condivisione e appartenenza che profuma di dignità e riscatto. Ed è in questo slancio sincero, ingenuo e goffo che Amy, smarritasi nell’infatuazione per il proprio insegnante di matematica, riuscirà a ritrovare l’affetto per la propria madre e a riscoprire il significato profondo del loro stare insieme, mentre dal canto suo Isabelle, nel corso di una lunghissima, irripetibile notte, confesserà a due colleghe, delle quali quasi senza rendersene conto era divenuta amica, i suoi segreti più intimi, mostrando loro, per la prima volta dopo molti, molti anni, la parte più autentica di sé, quella che più di ogni altra la rende madre, e sorella (nelle tribolazioni, nei sogni, negli errori, nella responsabilità delle scelte), di Amy: “Una volta aprì gli occhi ed era chiaro, la luce del primo mattino cominciava a entrare nella stanza. Amy, sdraiata su un fianco, di faccia a lei, la guardava con occhi grandi e lucidi e un’espressione impossibile da decifrare. Proprio come quando era piccola e Isabelle si stendeva sul letto con lei per il sonnellino pomeridiano, cercando di farla addormentare. Ma ora il suo corpo era più lungo di quello della madre, aveva qualche punto nero negli interstizi del naso e del mento e un brufolo dispettoso le era spuntato in cima a una guancia. Eppure, aveva negli occhi lo stesso sguardo enigmatico che Isabelle ci vedeva quando aveva meno di due anni. «Amy», avrebbe voluto dirle Isabelle, «Amy, chi sei davvero? ». Invece, le disse piano: «Dormi». E la ragazza obbedì. Chiudendo gli occhi, aprendo appena le labbra, si riaddormentò”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Fazi Editore, è di Silvia Castoldi. Buona lettura.

Faceva un caldo terribile l’estate che il professor Robertson lasciò la città e per molto tempo il fiume fu soltanto una cosa piatta stesa lì, al centro della città, come un serpente marrone morto, con la schiuma giallastra a raccogliersi sulle sponde. Gli automobilisti di passaggio sull’autostrada, nel sentire quell’odore soffocante di zolfo, tiravano su i finestrini e si chiedevano come si potesse vivere con quella razza di fetore che esalava dal fiume e dallo stabilimento. Ma gli abitanti di Shirley Falls ci erano abituati, e anche in quel caldo terribile ci facevano caso solo appena svegli; no, a loro l’odore non dava particolarmente fastidio. Quello che dava fastidio alla gente, quell’estate, era che il cielo non era mai azzurro e sembrava invece che la città fosse stata avvolta in una garza sudicia, una benda che ricacciava indietro qualunque raggio di sole tentasse di penetrarla, impediva il passaggio a qualunque cosa fosse quella che dava agli oggetti i loro colori e lasciava una vaga piattezza sospesa a mezz’aria: era questo che dava sui nervi alla gente, quell’estate, che la rese inquieta, dopo un po’.

La tragica resa all’incomprensibile

Recensione di “Pastorale americana” di Philip Roth

Philipm Roth, Pastorale americana, Einaudi
Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Il legame tra generazioni, le eredità spirituali trasmesse, le aspettative dei padri, la riconoscenza dei figli, l’amore e il dolore. Il finito universo della famiglia e le sue leggi. E la loro comprensione. E la loro accettazione. E il loro disintegrarsi. Improvviso e incomprensibile. E lo sconvolgente irrompere della sofferenza, intollerabile perché inspiegabile, perché insensata, perché irragionevole. E la ricerca di una risposta, disperata e inutile. Per quale ragione le cose accadono? Per quale ragione alcune cose e non altre accadono? Se non esiste una colpa, una responsabilità, una causa scatenante, come è possibile che qualcosa, una qualsiasi cosa, succeda? A queste domande, alla loro urgenza, alle tragiche conseguenze che derivano dal semplice fatto di porle, tenta di dare risposta Philip Roth nel suo romanzo Pastorale americana, vincitore, nel 1997, del premio Pulitzer.

Inquieto dramma familiare e nello stesso tempo inestricabile dilemma filosofico ed etico, Pastorale americana racconta il Paradiso conquistato e perduto di Seymour Levov; giovane di successo – splendido d’aspetto al punto da meritarsi (lui, ebreo ) il soprannome di Svedese, versato in tutti gli sport (football, basket, baseball: la santissima trinità adorata dal popolo degli Stati Uniti d’America), cortese nei modi, gentile di carattere, leale con tutti, rispettoso nei confronti dei genitori e di ogni altro tipo di autorità – poi industriale vincente, sposato a una donna bellissima, ex miss New Jersey ed ex finalista al concorso di Miss America, infine padre dell’amatissima Merry, la figlia sempre desiderata, la realizzazione del suo sogno più grande, il culmine della sua felicità.

Dagli anni del secondo conflitto mondiale, bui, difficili, eppure, almeno per quanto riguardava lo Svedese Levov e tutti coloro che come lui a quel tempo non erano che ragazzi, pervasi d’innocenza, d’entusiasmo, di una cristallina ansia di riscatto e gioia, fino a quelli del presidente Lyndon Johnson, segnati dagli orrori della “sporca guerra” del Vietnam, la conquista del Paradiso di Seymour Levov, magistralmente narrata da Roth (che qui indossa i panni del suo alter ego Nathan Zuckerman) nei toni di un’epica ingenua ed esaltata – “Sì, ovunque apparisse, la gente era innamorata di lui. I proprietari dei negozi di dolciumi assediati da noi ragazzi ci apostrofavano dicendo: – Ehi, tu! No! – oppure: – Giù le mani! – Lui lo chiamavano, rispettosamente, “Svedese”. I genitori sorridevano e lo chiamavano bonariamente “Seymour”. Le ragazze chiacchierine che incontrava per la strada fingevano di svenire e la più audace gli gridava: – Torna indietro, torna indietro, Levov della mia vita!” – procede senza intoppi, semplice e miracolosa come una marcia trionfale, finché qualcosa, in quel perfetto meccanismo, si spezza, distruggendo tutto il resto.

È Merry, l’adorata Merry, a fare a pezzi l’incantesimo che fino a quel momento aveva protetto la vita di Seymour e dei suoi cari, è lei, radicale oppositrice della guerra in Vietnam, militante comunista pronta a qualsiasi gesto, anche al più estremo, pur di denunciare gli orrori compiuti dai soldati americani dall’altra parte del mondo, a strappare dagli occhi e dal cuore del padre e della madre la quieta felicità, il dolce appagamento che pensavano di possedere, di aver meritato. È Merry, bambina affetta da balbuzie ma straordinariamente intelligente, bella quanto lo sono i suoi genitori, Merry innamorata della natura, degli animali, del papà, Merry che cresce proprio come crescono gli altri bambini, Merry circondata d’attenzioni, d’amore, Merry figlia di una famiglia ricca, cui non manca nulla, Merry che come tutti si fa adolescente, scopre il suo corpo e lo rifiuta, si carica sulle spalle i suoi anni acerbi e, di nuovo, come chiunque altro sia stato ragazzo, si ribella alle regole, ai familiari, alla scuola. Ed è tutto normale, tutto sotto controllo, fino a quando Merry sceglie di dare alla sua ribellione un nuovo sbocco, il Vietnam, e trasforma ogni sua pulsione, ogni suo pensiero, in odio. E di quell’odio si nutre, fino a farlo letteralmente esplodere. Una bomba. Per contrastare le bombe americane in Vietnam. Una bomba che fa saltare l’ufficio postale del paese in cui vive, in cui vivono lo Svedese e sua moglie. Una bomba che uccide un uomo. Un uomo innocente.

E la bomba è l’inizio e la fine. L’inizio, per lo Svedese, di un incubo, e la fine della sua famiglia così come l’aveva sognata e, fino a quel tragico momento, vissuta; l’inizio di una straziante via della croce le cui stazioni, replicate ogni giorno, riecheggiano senza sosta le medesime domande: perché è successo? Perché mia figlia, mia figlia, è diventata una terrorista? Un’assassina? Dove ho sbagliato? Quando? In che cosa? La parallela fine di ogni speranza, di ogni fiducia nel futuro, di ogni rassicurante pensiero, primo tra tutti quello che ci suggerisce che il mondo, e la vita che custodisce al proprio interno, abbiano un senso.

Roth, cronista dellindicibile, si spinge oltre se stesso e racconta con accenti indimenticabili il naufragio di una coscienza alla ricerca tanto di una condanna quanto di un’assoluzione e scandalosamente orfana di entrambe; lodissea di un uomo brutalmente spogliato tutto di ciò che lo rende uomo, privato di ogni sostegno, consumato, ridotto a null’altro che a un rantolo di dolore destinato a restare inascoltato. E nel farlo dà vita a un romanzo che ha la grandezza unica e la nobiltà commovente del sacrificio. Con limpido coraggio egli si sporge dinanzi all’abisso, accettando di venirne inghiottito.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, una delle pagine a mio parere più belle e strazianti, quella in cui lo Svedese si aggrappa al ricordo della figlia, a quel che è stata, cercando nel suo corpo di bimba e poi di fanciulla qualche traccia di quel che sarebbe diventata: la propria negazione crudele e grottesca. La traduzione, per Einaudi, è di Vincenzo Mantovani. Buona lettura.

Il suo corpo nella culla. Il suo corpo nel lettino con le sponde. Il suo corpo quando comincia a reggersi in piedi sulla pancia di suo padre. Il pancino che si vede tra i calzoni e la camicia quando lui torna dal lavoro e la tiene per le gambe a testa in giù. Il suo corpo quando salta e gli balza tra le braccia. L’abbandono del suo corpo che gli vola tra le braccia, accordandogli il permesso di toccarlo. L’assoluta adorazione che c’è in quel corpo che balza, un corpo che sembra completamente rifinito, una perfetta creazione in miniatura, con tutto il fascino delle miniature. Un corpo che sembra indossato in fretta e furia dopo essere stato appena stirato: non una piega, da nessuna parte. L’ingenua libertà con cui lo svela. La tenerezza che questo evoca. I piedi nudi con i cuscinetti come quelli di una bestiolina. Nuove e mai usate, le sue zampe incorrotte. Le dita prensili. Le gambe lunghe. Gambe funzionali. Salde. La sua parte più muscolosa. Le sue mutandine color gelato alla frutta. Lungo lo spartiacque continentale, il sederino infantile, il culetto che sfidava la forza di gravità e che apparteneva, inverosimilmente, alla metà superiore di Merry, e non ancora a quella inferiore. Niente grasso. Non un grammo, in nessun posto. La fessurina, come fatta con la lesina: quella commettitura finemente smussata che stenderà i suoi petali all’infuori trasformandosi, a suo tempo, nell’origami piegato della fica di una donna. L’incredibile ombelico. Il tronco geometrico. L’anatomica precisione della cassa toracica. L’elasticità della spina dorsale. Le creste ossee della schiena simili ai tasti di un piccolo xilofono. L’incantevole letargo del seno invisibile prima che cominci a sbocciare. Tutta la turbolenza del voler essere ancora beatamente addormentata. Eppure nel collo, in qualche modo, c’è la donna che Merry sarà, lì in quel blocco da costruzione di un collo vellutato. Il viso. Quello è il vanto. Il viso che conserverà e che, tuttavia, sarà presente cinquant’anni dopo. Quanto poco della sua storia si rivela nella faccia di sua figlia.

Lo psicologo, il padre e l’assassino

 

Michael Hjorth, Hans Rosenfeldt, Il discepolo, Einadi
Michael Hjorth, Hans Rosenfeldt, Il discepolo, Einaudi

Un thriller di pregevole fattura, costruito non tanto sull’intreccio (comunque complesso, ricco di colpi di scena, di tensione, e capace di coinvolgere dalla prima all’ultima pagina) quanto sul disegno, psicologico e caratteriale, dei personaggi, dei protagonisti come delle figure di contorno. La seconda avventura dello psicologo criminale Sebastian Bergman, seducente creatura letteraria inventata da Michael Hjorth e Hans Rosenfeldt (del loro ottimo esordio, intitolato Oscuri segreti, ho già scritto in questo blog), ha il pregio di riprendere esattamente dove si concludeva la precedente e insieme il coraggio di andare oltre, di inoltrarsi nel labirinto mentale di Bergman e di tutti coloro che per una ragione o per l’altra hanno a che fare con lui, di sfiorarne i cortocircuiti emozionali lasciando, quasi Hjorth e Rosenfeldt fossero spettatori e non autori del loro romanzo, alle conseguenze di ogni azione la libertà, vertiginosa e inebriante, di svilupparsi completamente. Al centro della storia (che suggerisco di leggere dopo Oscuri segreti), naturalmente c’è sempre Sebastian Bergman, ancor più ossessionato dai propri demoni e ancor più deciso a tenerli a bada con le armi spuntate della menzogna, dell’opportunismo, del calcolo interessato e di un egoismo talmente insistito di divenir grottesca maschera di sé, tuttavia questa volta il mondo intorno a lui è come se d’improvviso si fosse risvegliato, avesse preso coscienza e non fosse più disposto a subire i disperati capricci dello psicologo. A popolare quel mondo sono uomini e donne, persone cui Bergman non può più, come era abituato a fare, sputare addosso la propria indifferenza, perché tra loro c’è sua figlia, poliziotto della squadra omicidi con cui ha già collaborato una volta, che lo detesta, che ignora chi sia veramente quell’uomo così pieno di sé, che sembra divertirsi a umiliare chiunque incontri, e per di più è visceralmente attaccata a colui che crede essere suo padre. E accanto a sua figlia ci sono i colleghi; e come nel peggiore degli incubi c’è una minaccia. Inaspettata, terribile, impossibile. Un serial killer stupratore, Edward Hinde, catturato proprio da Bergman anni addietro, sembra essere tornato in azione; quattro donne sono già state uccise con il suo stesso modus operandi, ma non può essere lui l’autore degli omicidi perché l’uomo è chiuso in un carcere di massima sicurezza (il cui direttore, ed ecco un altro dei personaggi che stanno a fondamento della storia, è l’ex poliziotto Haraldsson, tanto volonteroso quanto goffo e affamato di un’ambizione che la sua scarsità di talento non può in alcun modo saziare) e non può avere contatti con l’esterno. Eppure i delitti hanno la sua impronta, chiara, trasparente, inequivocabile, pertanto Hinde deve essere coinvolto in qualche modo. Ma come? E chi uccide al suo posto? E perché lo fa? Semplice desiderio di emulazione? Oppure c’è qualcosa di più profondo? Di più terrificante?  

Bergman, chiamato a collaborare con la squadra investigativa (di cui sua figlia fa parte) per il suo ruolo di autorità indiscussa su Hinde (sul quale ha scritto due libri) lavora febbrilmente al caso, e intanto le menzogne che lo psicologo non può fare a meno di spargere intorno a sé sembrano stringersi a lui come spire di serpente finendo per avvicinarlo, ben più di quanto vorrebbe, proprio a Hinde e al suo emulo (di cui gli autori raccontano, con accenti difficili da dimenticare, il tragico passato di umiliazione, dolore e violenza), l’uno strumento della spietata ansia di vendetta dell’altro. Finché la verità, affannosamente nascosta da Bergman, non diviene lo strumento principe della libertà del suo nemico, la ragione per fuggire dal carcere e per riprendere quel che era stato costretto a interrompere. 

Asciutto, teso e serrato, lo stile di Hjorth e Rosenfeldt dà vita ad atmosfere talmente cupe da togliere il fiato; la prosa, elegante e equilibrata, descrive con precisione, sa essere incisiva nel raccontare l’orrore di cui l’uomo può essere capace ma rifiuta la facile scorciatoia della morbosità, dello scandalo esibito a bella posta. Nel ritmo incalzante di un giallo scritto meravigliosamente i due autori pongono all’attenzione del lettori temi importanti, scomodi (l’abuso sui bambini, la tragica pervasività del trauma, la responsabilità che ogni scelta, anche quella all’apparenza più banale, porta con sé), ma evitano, saggiamente, di pronunciare qualsiasi giudizio. 

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura

Quando il taxi imboccò Tolléns vag poco prima delle sette e mezza di sera, Richard Granlund non credeva che la giornata potesse peggiorare di molto. Quattro giorni a Monaco e dintorni. Viaggio d’affari. A luglio i tedeschi lavoravano quasi a pieno regime. Tavole rotonde con i clienti da mattina a sera, aziende, sale riunioni e un numero infinito di caffè. Era stanco ma soddisfatto. I nastri trasportatori di processo non erano la cosa più eccitante del mondo, forse, il suo lavoro stimolava di rado la curiosità e non rappresentava mai un argomento di conversazione durante cene o incontri, eppure vendevano bene, i nastri. Vendevano proprio bene.
 

Non si risolve una tragedia nascondendola

 

Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi
Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi

Nella prigione di un corpo malato, che rende soffocante e insopportabile anche la raffinata ospitalità di un albergo, l’accogliente organizzazione delle camere, la sobria architettura degli spazi comuni; e da qui nell’abisso di un rapporto mai nato e d’improvviso esploso in una forma d’amore corrotta, disturbata, ossessiva, in un furente germogliare di irrazionale passione, in una pretesa d’esclusività sorda alla colpa e alla vergogna e testardamente ignara della realtà e delle sue regole, del vivere sociale e delle sue leggi, della morale e dei suoi dettati. In questo gorgo, in questo imbuto di emozioni, desideri e paure, in questa fredda e patetica fantasmagoria di sogni impossibili, Guido Morselli ambienta una delle sue opere letterarie più belle e difficili, Un dramma borghese, storia penosa e tragica dell’amore di una figlia, appena diciottenne, per il padre che non ha quasi mai visto e insieme al quale trascorre qualche giorno di vacanza (in realtà rovinata da malanni di cui entrambi cadono vittime) nei pressi del lago di Lugano. Morselli impone alla propria scrittura un rigore assoluto; lungo i territori indistinti e sempre mutevoli del romanzo psicologico, egli non si perde, né permette al racconto di scomporsi, sfilacciarsi, mancare d’intensità; così, il febbrile nascere e svilupparsi di un rapporto che trova entrambi gli attori impreparati (il padre da una parte, che ha sempre rinunciato al proprio ruolo, preferendo alla responsabilità genitoriale quella ben più comoda della professione – corrispondente dalla Germania di un importante giornale – e affidando l’educazione della sua unica figlia alla quotidianità regolata e stantia di un collegio; dall’altra la ragazza, che a metà strada tra ingenuità stolida e incosciente perversione immagina, forse anche a causa dell’età ormai adulta, di poter essere una figlia perfetta solo divenendo nel medesimo tempo anche moglie del proprio padre) e che sembra sempre sul punto di deragliare, sprofondare nell’inferno dell’incesto, viene con ferrea regolarità richiamato ai fatti, riportato alla banale evidenza delle cose, da un indugiare quasi fastidioso sulla fisicità dei protagonisti. Le malattie di entrambi vengono minuziosamente descritte, i bisogni dei corpi (il nutrimento, certo, ma anche la pulizia e le fondamentali necessità, dal sonno al lavoro di vescica e sfintere) ricapitolati, affinché a prendere il sopravvento non sia il cortocircuito emotivo e il dramma resti chiuso nel proprio quadro borghese, in quella riflessione più infastidita che davvero tormentata che sa guardare ai problemi, quali che siano, quasi esclusivamente dal punto di vista della loro pubblica “presentabilità”.  

Morselli, in questo romanzo claustrofobico, irritante, sospeso nello spazio e nel tempo come un respiro trattenuto troppo a lungo, si prende licenza di raccontare con l’egoistica familiarità di un diario personale e pare disinteressarsi completamente della squisitezza stilistica del suo lavoro; in realtà, egli chiede al lettore uno sforzo, la capacità di superare proprio quel velo di perbenismo tipico di una certa classe sociale che ammanta di fumo ogni cosa (proprio come la nebbia che, alzandosi dal lago, nasconde il paesaggio che circonda i protagonisti, costringendoli di nuovo a un rapporto fisico, materiale, e soprattutto esclusivo e terribile nella sua inevitabilità, con i mobili della camera, il letto in primo luogo) per giungere al cuore della sua narrazione, a quella “vita non vissuta” (la vita del lavoro, del collegio, dei giorni di villeggiatura, di vacanza, che vorrebbero porsi come semplice parentesi di normalità in un contesto che di normale non ha nulla, e che proprio per questo segnano l’inizio della fine) che è l’autentico “dramma borghese”, perché è vigliaccheria, rinuncia, scorciatoia, abbandono. Ancora una volta Morselli non solo dà prova di un talento letterario cristallino, ma si dimostra coraggioso, potente nel suo fervore etico e letterario, capace di affrontare i nodi più scomodi del nostro essere uomini (e del nostro essere vivi) senza rifugiarsi in nessuna comoda sovrastruttura (né ideale, né tantomeno religiosa) e senza vestirsi di verità o di preconfezionate certezze. Con un’umiltà che commuove, Guido Morselli, indaga, esplora, domanda; leva la propria voce per cercare di comprendere, offrendoci, quasi con noncuranza, capolavori. 

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.

Così distante quel tempo, e privo di ogni attinenza con la mia vita quel mondo di sentimenti, di interessi, di azioni. Perché ho sognato poco fa, di pieno giorno, seduto di fronte alla finestra chiusa, quell’episodio insignificante, del resto ben dimenticato? Una notte di pioggia, al declino del favoloso Agosto ’43, sullo Jonio; siamo ossessionati dalle incursioni dei commandos, che sbarcano di sorpresa, assalgono le nostre postazioni, fanno saltare ponti e linee elettriche, catturano prigionieri. Devo consegnare ordini a un nostro osservatorio isolato, interrato da qualche parte in una zona a bosco, che poi risulterà non più lunga di un chilometro e larga assai meno, non lontano dalla costa. Abbiamo lasciato le moto sulla litoranea, ci siamo internati, io e il sottufficiale che mi accompagna, contando su una lampadina che si spegnerà quasi subito: e non sappiamo che trappola sia il fango della macchia mediterranea quando piove da due giorni, che arcano avvilente il buio e il silenzio della notte in un folto di piante selvaggiamente intricate.