Il cinema e la svastica

Recensione de “La violetta del Prater” di Christopher Isherwood

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi

Isherwood è «leggero», con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude, si mostra costantemente distratto, dimentico, e tuttavia è attento, crudelmente, minutamente attento alle rapide apparizioni che attraversano la sua arguta distrazione. Trascrittore di voci, Isherwood ama i dialoghi veloci e insensati, le conversazioni un po’ sciocche, ma dense di allusioni frivole e inquietanti: comiche tragedie. La violetta del Prater si apre con una serie di incantevoli conversazioni, in primo luogo telefoniche; nelle quali il telefono collabora con il suo gusto perverso per l’equivoco, le battute vuote, le stizze irragionevoli; ciarle che corteggiano il nonsense, forse inutili, forse colme di una drammatica intensità, forse non succederà niente, forse da quelle battute mal giustapposte nascerà una storia, una esile trama […]. La violetta del Prater è il titolo di un film, di cui, in modo discontinuo, apprenderemo la trama; si potrebbe dire che il romanzo è il racconto del farsi del film, ma sarebbe una definizione troppo didascalica; diciamo che il racconto è ambientato negli studi di una società cinematografica inglese, e che è in corso la lavorazione di un film di quel titolo sotto la regia di un «Socrate ebreo», il tedesco Bergmann. L’insieme degli studi, dal punto di vista del narratore, potrebbe definirsi «apparato tecnico inteso alla produzione di allucinazioni di durata limitata e acquistabili a prezzo ragionevole»”. Continua a leggere Il cinema e la svastica

L’archeologia del riscatto

Recensione di “Tra donne sole” di Cesare Pavese

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

Un ritratto psicologico intriso di dolore e risentimento e nello stesso tempo un affresco sociale di impressionante durezza. E una filosofia archeologia del riscatto, l’esplorazione audace di un’anima in tumulto che si conclude con una sconfitta, con un’incondizionata resa all’assenza di senso. Un romanzo breve interamente giocato sulla vita dello spirito, sui sussulti emotivi, sui desideri, le illusioni, le rinunce, su quella trama di sogno di bisogni e fantasie che precipita come pioggia sulle delusioni e i compromessi della vita vissuta, della realtà quotidiana. Una narrazione in prima persona che rinuncia a qualsiasi superflua ricchezza stilistica, a ogni inutile sovrabbondanza, che non si preoccupa di cedere il passo all’eleganza formale; uno scrivere secco, diretto, un artigliare l’attimo dal sapore quasi animalesco, che svela un’urgenza di verità sentita prima di tutto come una necessità etica, e una protagonista impegnata più a celarsi che a mostrarsi, più a nascondere la propria saggezza, il proprio sapere di uomini e cose, imparato sulla propria pelle come si impara la fatica, nello stesso modo in cui si fa esperienza della cattiveria, collezionando cicatrici la cui memoria non teme il passare del tempo, che a parteciparla, una donna che torna là dove era stata bambina, e da dove, bambina, era fuggita per dimenticare umiliazioni e stenti, a incontrare un destino cui credeva di aver voltato le spalle per sempre. Continua a leggere L’archeologia del riscatto

Perché i bambini soffrono? E muoiono?

Dennis Lehane, La casa buia, Piemme
Dennis Lehane, La casa buia, Piemme

Un interrogativo radicale. Una domanda spietata, inevitabile, che ti costringe a fare i conti con le tue certezze, a ripensare i tuoi imperativi morali, a ridiscutere l’idea stessa di ciò che ritieni sia buono, e soprattutto di ciò che credi sia giusto. Perché i bambini soffrono? Perché muoiono? Cosa fare per proteggerli quando le leggi e le regole del vivere sociale non riescono a farlo? Fino a che punto spingersi? Quando e dove fermarsi? Ancora una volta, dopo lo splendido La morte non dimentica (di cui ho già scritto in questo blog), Dennis Lehane, celebrato autore di romanzi gialli, torna, con La casa buia (a mio parere il suo lavoro migliore insieme a Quello era lanno) al “thriller etico” e racconta, nel pieno rispetto dei canoni letterari del genere, una storia che colpisce al cuore, ferisce, disorienta e sgomenta. Una storia tragica e sordida, che trascina il lettore nelle più cupe profondità della natura umana e nello stesso tempo gli parla d’amore, e di sacrificio, e di tenacia, e di un senso di ribellione all’ingiustizia del mondo che non vuole e non può esaurirsi nel dolore impotente di un’anima, e che perciò reclama, pretende, qui e ora, riparazione. Una storia che sembra ricominciare proprio quando giunge al termine, perché è allora che ciascuno degli attori coinvolti è chiamato a rispondere al dettato della propria coscienza. Scrittore di indubbio talento, impeccabile tanto nei disegni d’ambiente quanto nella caratterizzazione dei personaggi, Lehane si cala nel mondo oscuro e terribile della pedofilia: a Dorchester, quartiere degradato di Boston (e scenario di quasi tutte le sue opere), una bambina di soli quattro anni, Amanda McCready, scompare misteriosamente. La madre, Helene, è un’alcolizzata e una drogata, una donna perduta, che non si è mai occupata, perché non è mai stata in grado di farlo, di sua figlia; ma ora la piccola è sparita, con ogni probabilità è stata rapita ed è in pericolo di vita, e questo cambia tutto, persino per una poco di buono come sua madre. Del caso, oltre alla polizia di Boston, si occupano, ingaggiati dagli zii della piccola, gli investigatori privati Patrick Kenzie ed Angie Gennaro (già protagonisti di altri romanzi dell’autore americano), che decidono di concentrarsi sul traffico di stupefacenti gestito da un boss locale (in cui Helene è coinvolta), e in particolare su una consegna non andata a buon fine. Ma l’indagine è complessa, riserva continui colpi di scena, e la verità dei fatti sembra sfuggire continuamente di mano a detective e polizia; tra false piste, ipotesi, sospetti e teorie rinnovate di continuo, Lehane si muove con magistrale efficacia, giocando su differenti registri narrativi e lasciando ampio spazio ai dialoghi, spesso rivelatori della personalità dei suoi personaggi.

Come è lecito attendersi, è nelle pagine dense e avvincenti dell’inchiesta che il romanzo giallo vive e si esaurisce. La vicenda, pur tra mille difficoltà (e una parentesi difficile da dimenticare, che porta Kenzie a tu per tu con una “famiglia” di pedofili torturatori e assassini ingiustamente sospettata di aver sequestrato Amanda ma colpevole di altri rapimenti di bambini, tutti orribilmente torturati e poi uccisi), prosegue, e poco alla volta segreti gelosamente custoditi vengono a galla, finché non si scopre (una scoperta che il lettore e gli investigatori Kenzie e Gennaro fanno assieme, nello stesso momento), cosa è davvero accaduto ad Amanda McCready, chi sono i responsabili del suo rapimento e qual è la ragione che li ha spinti a sottrarre una bambina di quattro anni a sua madre. È allora, alla sua conclusione, che il romanzo di Dennis Lehane cessa di essere un semplice thriller (per quanto esaltante, solidissimo nellarchitettura e scritto magnificamente) per diventare qualcosa di ben più profondo, scomodo e terribile. È allora, nel momento in cui ogni tassello del puzzle va al posto giusto che il lettore si rende conto che la storia nella quale è stato coinvolto non finisce né bene né male, perché semplicemente non può finire. Perché, sembra dirci Lehane richiamandosi all’eternità dei temi della tragedia greca, non c’è fine alle nostre scelte, e alle conseguenze che generano. Perché dunque i bambini soffrono? Perché muoiono? E cosa siamo disposti a fare perché tutto ciò non accada? Domande che forse non hanno risposte possibili, o per le quali nessuna risposta suonerebbe adeguata, ma che comunque non possono essere ignorate. Domande che Lehane ci pone guardandoci dritto negli occhi, affascinandoci con un romanzo di rara perfezione, sublime nell’amore come nel dolore, scintillante di dolcezza e d’orrore, che avvince per oltre 400 pagine e una volta chiuso ci pesa sulle spalle come un’eredità, come una responsabilità, come una promessa da mantenere.

P.S. Come da La morte non dimentica è stato tratto il bellissimo film Mystic River, diretto da Clint Eastwood, anche da La casa buia è stato tratto un film, altrettanto intenso e riuscito, Gone Baby Gone, diretto da ben Affleck e interpretato dal fratello Casey. Li consiglio entrambi.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Piemme, è di Francesco Chiari. Buona lettura.
Assai prima che il sole trovi il golfo, le barche da pesca s’avventurano nel buio. Sono quasi tutte barche per la pesca ai gamberetti e gli equipaggi sono esclusivamente maschili. Le poche donne che lavorano sulle barche se ne stanno per conto loro. Questa è la costa del Texas, dove gli uomini ritengono che le fatiche e i sacrifici dei loro predecessori giustifichino pienamente i pregiudizi, l’odio per i concorrenti vietnamiti e la diffidenza verso qualunque donna disposta a fare questo orrendo lavoro, a pasticciare nel buio con cavi pesanti e con gli ami che ti trapassano le nocche. Le donne, dice un pescatore mentre il capitano riduce i giri del motore a un basso brontolio e il mare di ardesia si mette a rollare, dovrebbero essere come Rachel. Quella sì che è una donna.

Dove perfino i carnefici finiscono per essere vittime

Recensione di “La morte non dimentica” di Dennis Lehane

Dennis Lehane, La morte non dimentica, Piemme

Un romanzo giallo che ha lo spessore di una tragedia greca; il destino di un uomo che, simile a quello d’Edipo, porta in sé un’inevitabile sciagura; una colpa terribile (la reiterata violenza sessuale su un ragazzino) che distrugge una vita e, come la peggiore delle maledizioni, ne sconvolge irrimediabilmente altre fino a farsi eredità d’incubo. La morte non dimentica di Dennis Lehane è un libro di lacerante bellezza, complesso come un mosaico, imprevedibile come un labirinto; del thriller puro ha le atmosfere e l’immancabile crescendo di tensione, del dramma ha le coloriture della prosa e la minuziosa descrizione d’ambiente, ma a colpire davvero il lettore sono la precisione e l’acutezza della riflessione psicologica, a lasciare senza fiato è quella capacità unica di raccontare il dolore, di dar limpida voce all’urlo inarticolato del trauma, di rappresentare con verità, con autenticità, l’esplodere di una tragedia.

Il mondo di Lehane è quello degradato ma ostinatamente dignitoso della periferia cittadina (tutti i suoi lavori sono ambientati a Boston, città nella quale lo scrittore di origine irlandese vive); i suoi personaggi lottano, sopravvivono, inseguono un riscatto che per molti di loro ha la consistenza illusoria di un miraggio. Privi di illusioni, essi non mancano tuttavia d’innocenza, perché anche chi domani sarà uomo un tempo è stato bambino, e i bambini credono a ciò che vedono. Quel che vedono Jimmy, Dave e Sean in un giorno del 1975 all’apparenza identico a qualsiasi altro, quel che d’improvviso appare dinanzi ai loro occhi mentre, nel bel mezzo di una strada, stanno litigando, è una macchina “lunga e squadrata come quelle degli investigatori di polizia” con due uomini a bordo.
Dall’auto ne scende uno, quello che stava al volante. “Aveva l’aspetto tipico del poliziotto”, scrive Lehane amplificando, sottolineando quella sottile, insistente, maligna linea di continuità tra apparenza e realtà che scintilla nello sguardo spaventato dei bambini, “capelli biondi e corti, viso paonazzo, camicia bianca, cravatta sintetica nera a strisce gialle, la pancia pesante che ricadeva sulla fibbia della cintura come un sacco di patate. L’altro aveva un’aria poco sana: magro e sciupato, rimase seduto al suo posto, con una mano tra i capelli unti e scuri e lo sguardo fisso nello specchietto laterale per seguire i movimenti dei tre ragazzi”.
I finti poliziotti (in realtà una coppia di pedofili) portano via Dave; lo terranno sequestrato quattro giorni, rubandogli per sempre i suoi anni, il suo futuro. Questo l’antefatto del romanzo, che è anche il filo conduttore di quel che accade venticinque anni dopo, quando i tre ragazzi, ora adulti, ciascuno con una propria vita, vengono investiti da un nuovo, terribile evento: l’uccisione di Katie, la figlia di Jimmy. La responsabilità del caso tocca a Sean, diventato poliziotto, e la sua ricerca della verità è una lenta, inesorabile discesa nell’abisso; Lehane la narra magistralmente, mescolando alla perfezione gli elementi concreti dell’investigazione (il faticoso procedere di scoperta in scoperta, i pericoli rappresentati dalle false piste, il formarsi dei sospetti, il prendere corpo delle ipotesi) e quelli tormentosi della memoria, dei ricordi seppelliti a viva forza in un oscuro recesso della mente (il ritorno a un tempo perduto per sempre, la rievocazione malinconica e impotente di sodalizi d’infanzia, scoloriti chissà come nell’indifferenza oppure divenuti inimicizie palesi), e dà vita a una storia di impressionante cupezza, dove tutti, perfino i carnefici, finiscono per essere vittime, e dove anche la verità si rivela nient’altro che il beffardo rovescio della medaglia della finzione.
Dave, il ragazzino violentato che ora è marito e padre, si ritrova suo malgrado al centro delle indagini: il suo alibi è lacunoso e la sera dell’omicidio è successo qualcosa, qualcosa di brutto, che lui si ostina a non rivelare a nessuno, neppure alla moglie. Intanto Jimmy non sa darsi pace, vuole a tutti costi che sia fatta giustizia; di più, vuole vendetta, la pretende…
Dell’epilogo naturalmente taccio, mi limito solo a dire che non manca la sorpresa (peraltro ottimamente congegnata).
La morte non dimentica, da cui è stato tratto un bellissimo film, Mystic River, diretto da Clint Eastwood, è un romanzo impossibile da dimenticare; il suo palpitante respiro noir si fonde nell’inquieto procedere di un storia che ha la dimensione quasi superumana della letterarietà tragica e la sconvolgente realtà del fatto di cronaca.
Eccovi l’incipit (la traduzione per Piemme è di Francesca Stignani). Buona lettura.
Quando Sean Devine e Jimmy Marcus erano bambini, i loro padri lavoravano nella stessa fabbrica di dolci Coleman e rincasando portavano con sé l’odore del cioccolato caldo. Era un marchio indelebile sugli abiti, sulle lenzuola, sugli schienali dei sedili delle loro auto. La cucina di Sean sapeva di barretta al caramello, il bagno di cioccolato alle nocciole. A undici anni, Sean e Jimmy avevano sviluppato un tale odio nei confronti dei dolci, che avrebbero preso il caffè senza zucchero e rifiutato il dessert per tutto il resto della loro vita. Al sabato, il padre di Jimmy passava dai Devine per farsi una birra con il padre di Sean. Portava con sé anche il figlio, e mentre le birre diventavano sei, seguite da due o tre bicchierini di whisky, Jimmy e Sean giocavano nel cortile sul retro, qualche volta insieme a Dave Boyle. Dave era un ragazzino dai polsi sottili e dagli occhi spenti, che raccontava barzellette imparate dai suoi zii. Attraverso la finestra della cucina i ragazzi udivano il sibilo delle lattine di birra appena stappate, improvvisi scoppi di risa e lo scatto secco degli accendini quando il signor Devine e il signor Marcus si mettevano a fumare.

La sterile verità dell’ispettore Sejer

Recensione di “La ragazza del lago” di Karin Fossum


Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer
Karin Fossum, La ragazza del lago, Sperling & Kupfer

Il pregio maggiore dei romanzi gialli di Karin Fossum, celebrata autrice norvegese sfortunatamente ancora poco nota in Italia, sta nella loro singolarità; in alcune particolarità che, pur nel pieno rispetto dei canoni stilistici e narrativi del genere, evidenziano il carattere originalissimo delle sue opere. La prima di esse è la prosa, che, agile, equilibrata ed elegante, introduce il lettore alla vicenda e subito si fa da parte; lo invita, verrebbe quasi da dire che lo seduce grazie al suo aggraziato scorrere e a creazioni di superba fattura, poi è come se lo risvegliasse da un incantesimo, lasciandolo, completamente disorientato, alle prese con l’inquietudine, il sospetto, e con un mistero da risolvere. La seconda è l’eccezionale abilità di Karin Fossum a elaborare paradossi; forte dell’assoluto nitore della sua scrittura, l’autrice ne fa una tela di ragno dentro la quale avvolge ogni cosa rendendola irriconoscibile (ma attenzione; la complessità e  la contraddittorietà sono attributi della realtà; alla Fossum va il merito, non comune, di vederli e restituirli intatti).

Così, le rigorose descrizioni d’ambiente si limitano a restituire a chi cerca la verità – il lettore, così come i poliziotti incaricati delle indagini, e nel caso specifico l’ispettore Sejer, protagonista di una serie di romanzi – lo scontato panorama che appare a un primo sguardo, la superficie del reale, al di sotto del quale, tuttavia, si intuisce l’esistenza di una materia oscura che è necessario portare alla luce ma che, quasi vivesse di vita propria, lotta con ogni mezzo per rimanere nell’ombra e nel silenzio; e ugualmente, quel che si scopre attraverso la costruzione dei personaggi e la conduzione dei dialoghi è quasi sempre irrilevante, oppure un’informazione che conduce a una falsa pista, o ancora un indizio sterile.
Nel labirintico La ragazza del lago, da cui è stato tratto un ottimo film (titolo omonimo) con Toni Servillo, è lo stesso crimine a non essere ciò che sembra: la polizia, infatti, si precipita in un placido villaggio convinta di doversi occupare della scomparsa di una bambina di sei anni, ma quel che invece si ritrova ad affrontare è l’omicidio di una ragazza, abbandonata nuda sulle rive di un lago, il corpo sistemato in perfetto ordine, composto come a mimare un rassicurante abbandono al sonno. La terribile notizia raggiunge quasi immediatamente i pochi abitanti del luogo (la gran parte dei quali conosce personalmente la ragazza) e Sejer comincia la sua inchiesta parlando con ognuno di loro. L’indagine però non decolla; malgrado gli sforzi dell’ispettore e dei suoi colleghi, il lavoro della polizia produce solo dettagli contraddittori, e come se non bastasse le dichiarazioni raccolte sembrano avere un sinistro denominatore comune, sono timide, reticenti, come se tutti in quel minuscolo angolo di mondo, indipendentemente dall’assassinio, avessero qualcosa da nascondere, colpe e segreti di cui vergognarsi. E in qualche modo è esattamente così che stanno le cose, perché le tragedie narrate da Karin Fossum vestono gli abiti comuni dei giorni che compongono il vissuto di ciascuno di noi.
Lontana da qualsiasi soluzione a effetto come da freddi artifici costruiti a tavolino, la scrittrice norvegese dipinge i suoi quadri con i colori chiari della sincerità e racconta ciò che vede; non necessariamente quel che accade davvero – non è il realismo l’ingrediente fondamentale del suo lavoro, i suoi romanzi non sono cronaca, sono opere di fantasia – ma quel che potrebbe ragionevolmente accadere date certe condizioni (in questo caso un villaggio in apparenza tranquillo, un certo numero di persone con un passato non proprio limpido alle spalle, una ragazza sfortunata e uno sgambetto del destino, o il puro verificarsi di una coincidenza, di un caso). E per prima cosa il suo sguardo si fissa sull’inestricabile groviglio di luce e oscurità che abita l’anima di tutti, e che evolve in un senso oppure nell’altro obbedendo a logiche sconosciute (o più probabilmente a nessuna logica), per concentrarsi, immediatamente dopo, sulla meccanica inevitabilità di quasi tutto quel che accade.
Per dipanare il filo della narrazione non serve altro. La vita, suggerisce Fossum, non ha un principio ordinatore, e il fatto che Sejer, con acume, perseveranza e coraggio ricostruisca i fatti, individui il colpevole e porti alla luce il movente non fa che provare l’esattezza di questa tesi; nell’indagare è come se compilasse un rapporto del tutto simile a quello che stila a cose fatte; la sola differenza tra i due documenti è che la prima stesura è più complessa di quella finale, contiene tutti i passaggi, le intuizioni corrette e quelle sbagliate; è l’accidentato percorso di una dimostrazione matematica: quella che sostiene che la vita è un’equazione per la quale non ci sono soluzioni definitive, solo tentativi di arginare l’imprevedibile irrompere del caos.
Eccovi l’inizio del romanzo (traduzione di Pierina M. Marocco). Buona lettura.
Ragnhild aprì lentamente la porta e guardò fuori. Sulla strada tutto appariva tranquillo; il vento, che per tutta la notte aveva sibilato fra le case, si era finalmente placato. Si voltò e trainò la carrozzina della bambola oltre la soglia.
«Non abbiamo nemmeno fatto colazione», protestò Marthe, dando una lieve spinta alla carrozzina per facilitarne l’avvio.
«A casa mi aspettano. Dobbiamo andare a fare la spesa», rispose Raghnild.
«Vuoi che venga da te più tardi?».
«Vieni pure se ne hai voglia. Quando saremo tornati dal negozio».
Era scesa sull’acciottolato e spingeva con difficoltà la carrozzina su per la salita che conduceva al cancello. La stradina era ripida; si voltò e cominciò a trainarsi dietro la carrozzina.
«A presto, Ragnhild».
La porta si chiuse con un rumore di legno e metallo. Ragnhild ebbe qualche difficoltà al momento della chiusura del cancello, ma non osò lasciarlo accostato; il cane di Marthe sarebbe potuto scappare. Accucciato sotto il tavolo del giardino, l’animale la seguiva attentamente con gli occhi. Assicuratasi di aver chiuso per bene, si avviò in direzione dei garage. Avrebbe potuto prendere la scorciatoia tra le case, ma aveva scoperto che con la carrozzina sarebbe stato troppo complicato.
Un vicino stava richiudendo la porta del garage. Le sorrise, abbottonandosi un po’ goffamente il soprabito con una sola mano. Lo stava aspettando, con un gradevole ronzio, una grossa Volvo nera.
«Ciao, Ragnhild, sei già qui? Forse Marthe non si è ancora svegliata?».
«Questa notte ho dormito da lei», spiegò la bambina. «Per terra, sul materasso».
«Ah, adesso capisco».

Benvenuti in Wyoming

È la natura a dominare la scena nei racconti di Annie Proulx contenuti nel volume Distanza ravvicinata. Una natura dura, feroce, inospitale. Gli uomini e le donne che la abitano, in qualche modo le assomigliano. I loro corpi hanno la resistenza delle cortecce degli alberi e i loro caratteri esplodono in cortocircuiti di violenza quasi fossero uragani. Così resistono, tirano avanti, vivono. Mentre la fragilità, la debolezza, la paura, e i sogni, le speranze, i desideri, le sfumature d’arcobaleno dell’amore e dell’odio, in un frenetico brulicare d’insetti, respirano nell’oscurità delle anime, custodi dimenticate di quel che resta della loro umanità. I personaggi dei racconti di Annie Proulx esistono nella sconfitta, nella deriva, nella rinuncia; sono dei vinti. Hanno il dolore riflesso negli occhi e la fatica di vivere incisa nella piega amara delle labbra. Eppure si ostinano a vivere, a dare un senso ai propri giorni, e con forza, con l’esausto eroismo degli invisibili, urlano addosso alla terra il loro diritto di esistere. Quella terra che li ha visti nascere e un attimo dopo si è già dimenticata di loro: il Wyoming.
Distanza ravvicinata è un libro splendido; Proulx ritrae i suoi eroi con commovente pietà laica; la sua scrittura è aperta, sincera, piena, stilisticamente perfetta. È un atto d’amore.
P.S. Da uno dei racconti del libro è stato tratto il bellissimo film di Ang Lee I segreti di Brokeback Mountains. Spero sia un incentivo in più per leggere Distanza ravvicinata.
Ora la parola ad Annie Proulx e alla sua fulminante “presentazione” del Wyoming.
Terra minacciosa e indifferente: per quella sua immutabilità le tragedie della gente non contano nulla, anche se i segni della sventura sono visibili ovunque […]. Altre culture hanno piantato le tende qui e sono scomparse. Soltanto cielo e terra contano. Soltanto il diffondersi della luce mattutina ripetuto all’infinito. Cominci ad accorgerti che Dio non ci deve molto, oltre a questo.