C’è un modo di guardare la cavezza

Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Garzanti
Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Garzanti

La primordialità della terra, la tirannia spietata e tuttavia nobile (perché incorrotta) della vita, degli istinti che bramano soddisfazione, del corpo che soffoca la coscienza, zittisce i pensieri, ignora ogni principio, ogni morale, ogni scrupolo. L’essenza, la prima scintilla della creazione, l’esistere che precede il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, che è soltanto respiro, e sguardo, e appetito, e che è infinito, e neutro, come il mondo, le cui uniche leggi sono la luce del sole e le tenebre d’inchiostro, e la sopravvivenza, a qualunque costo. “Non c’è paura che tenga davanti alla fame, non c’è pazienza che la plachi, e, dove c’è fame, il disgusto semplicemente non esiste. Quanto alle superstizioni, alle credenze, a quelli che voi chiamereste principi, pesano meno di un fuscello al vento. Conoscete l’inferno del digiuno prolungato, il suo tormento esasperante, i suoi neri pensieri, la tetra ferocia che si alimenta di nascosto? […]. Un uomo deve fare appello a tutta la sua forza innata, per combattere adeguatamente la fame. È molto più facile affrontare un lutto, il disonore, la perdita della propria anima che questo genere di fame protratta”. Nel racconto-confessione del marinaio Marlow, voce narrante di Cuore di tenebra, riconosciuto capolavoro letterario di Joseph Conrad, echeggia maestoso – amplificato da una prosa magnetica e di rara potenza espressiva, capace di restituire in descrizioni brevi e perfette il ritmo vitale, incessante ed eterno, dell’aria e dell’acqua, il mistero impenetrabile della terra, alla quale, come a un dio senza nome, ci si accosta soltanto per fede, la verità inevitabile degli elementi, il loro palpitare, la loro sovrumana invincibilità: “Alberi, alberi, milioni di alberi, massicci, immensi, svettanti; e ai loro piedi, rasentando la sponda per vincere la corrente, arrancava il piccolo battello fuligginoso, come un indolente scarafaggio che si trascini sul pavimento di un ampio e nobile porticato – il conflitto, connaturato all’uomo, tra la violenza del diritto, della civiltà, e la resistenza passiva, testarda, di una natura silenziosa, incosciente, eppure in qualche misura senziente, vigile, inquieta, minacciosa: “La corrente fluiva liscia e veloce ma sulle sponde pesava una muta immobilità. Sembrava che tutti quegli alberi vivi, allacciati gli uni agli altri da liane e rampicanti, che ogni arbusto di quella viva boscaglia, fossero stati tramutati in pietra, dal rametto più sottile, alla foglia più leggera […]. Non si sentiva il più debole suono, di nessuna specie […]. Verso le tre del mattino, un grosso pesce saltò sull’acqua con un tonfo così sonoro che mi fece sobbalzare come se fosse stato sparato un colpo di arma da fuoco. Al sorgere del sole ci trovammo immersi in una nebbia bianca, calda e gommosa, più accecante ancora della notte. Non si spostava, né verso riva né in avanti: stava lì immobile intorno a noi, come una cosa solida. Si aprì uno spiraglio sulla torreggiante foresta d’alberi, sull’immenso intrico della giungla su cui dardeggiava la piccola palla del sole […] e poi la bianca saracinesca si riabbassò senza intoppi, come scivolando su guide ben oliate”.

Nelle vesti di Marlow, il grande scrittore polacco naturalizzato britannico trae ispirazione da una propria personale esperienza (un viaggio lungo il fiume Congo a bordo di uno scalcinato battello fluviale) e la stravolge colorandola d’incubo; il suo lucidissimo delirio stilistico incanta e terrorizza il lettore trascinandolo nel vortice di un’avventura, o meglio di un cammino iniziatico che si risolve in un’atroce discesa agli inferi. Al bellicoso tacere di una natura violentata e nonostante ciò intangibile, superiore, si contrappone il disordine dell’organizzazione coloniale, la voracità degli stranieri (degli europei tutti, denuncia Conrad), giunti in Africa al solo scopo di depredarne i tesori e fiaccati dall’immobile frenesia delle foreste, dal caldo, dalle malattie, dal tempo sempre uguale a se stesso, dal dilatarsi degli anni nel continuo ritorno di un unico giorno, dagli sguardi enigmatici degli abitanti di quei luoghi, asserviti ma non conquistati, mentre la sua eco distorta riverbera nella folle volontà di potenza di Kurtz, “uomo notevole”, agente della compagnia commerciale che in quel cuore di tenebra d’Africa era andata a cercare avorio e che più di chiunque altro si era spinto fin quasi al centro del cuore e fin quasi al punto più oscuro della tenebra, recuperando (con ogni mezzo, ricorrendo a ogni sorta di atrocità) più avorio di tutti, guadagnandosi la lealtà assoluta (di più, la loro devozione, il sacrificio delle loro vite) degli indigeni ma perdendo se stesso, tradendosi e consegnandosi all’orrore, arrendendosi al prezzo da pagare per mantenere in vita i suoi sogni, i suoi progetti, la sua megalomane utopia. Antieroe (eppure unico personaggio autentico tra i tanti “Mefistofele di cartapesta” che Marlow incontra nel procedere verso la sua meta, il luogo in cui Kurtz si è rifugiato), quest’uomo così diverso da tutti gli altri, malato e ormai vicino alla morte, è il simbolo della sconfitta di un’umanità intera, della sua corruzione, della sua perversione, e nonostante ciò ne costituisce in qualche misura anche un esempio, perché egli, pur nella sua pazzia, non fugge da quel che è, non rinnega i suoi atti, né si sottrae alle responsabilità che ne derivano. “Non è poi così irragionevole”, scrive Conrad, “che a un uomo il mondo lasci rubare un cavallo, mentre a un altro non permetta neanche di guardare la cavezza. Rubare un cavallo con decisione. Benissimo. L’ha fatto. Forse è anche capace di cavalcare. Ma c’è un modo di guardare la cavezza che farebbe menar le mani anche a un santo”.

Apologo, racconto di viaggio, storia d’avventura, j’accuse, Cuore di tenebra è un’opera splendida, trascinante e terribile; è una scintillante gemma letteraria, un classico, qualcosa di immortale, come le foreste, le acque e i cieli che dipinge.

Eccovi l’incipit; la traduzione, per Garzanti, è di Luisa Savaral. Buona lettura.

La Nellie ruotò sull’ancora senza far oscillare le vele, e restò immobile. La marea si era alzata, il vento era quasi caduto e, dovendo ridiscendere il fiume, non ci restava che ormeggiare aspettando il flusso. L’estuario del Tamigi si apriva davanti a noi, simile all’imbocco di un interminabile viale. Al largo, il cielo e il mare si univano confondendosi e, nello spazio luminoso, le vele color ruggine delle chiatte che risalivano il fiume lasciandosi trasportare dalla marea, sembravano ferme in rossi sciami di tela tesa tra il luccichio di aste verniciate. Una bruma riposava sulle sponde basse, le cui sagome fuggenti si perdevano nel mare, L’aria era cupa sopra Gravesend, e più indietro ancora sembrava addensarsi in una desolata oscurità che incombeva immobile sulla più grande, e la più illustre, città del mondo.

In uno straripare di bellezza e verità

Cormac McCarthy, Sutree, Einaudi
Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi

Tra polvere, e rovine, e miseria. Tra detriti, memoria di un tempo che nessuno ricorda più e cui nessuno più appartiene, e una natura incoerente, selvaggia e malata, eco di un mondo disordinato e folle, cresciuto come un tumore negli oscuri labirinti dell’immaginazione di un dio infantile e capriccioso, ed esistenze amputate, monche, abbozzate, e anime squarciate e coperte di piaghe, l’uomo sopravvive a se stesso, disperatamente aggrappato alla propria dignità di persona viva, specchio dell’indecifrabile mistero del nascere e del morire, principe derelitto di un’incessante parabola di peccato, abiezione, dolore e resurrezione. Di quest’uomo, miliziano di una crociata dei pezzenti che affolla, invisibile e ignorata, ogni angolo di terra, racconta Cormac McCarthy in Suttree, romanzo di sublime perfezione, elegia romantica e sprezzante di quell’irripetibile stagione di luce e ombra che affrontiamo senza conoscere e consumiamo senza capire. Quest’uomo, che è insieme uno e tutti, è Cornelius “Buddy” Suttree, un clandestino in fuga da se stesso che ha trovato fragile riparo in una fatiscente baracca galleggiante lungo il fiume Tennessee, non lontano da Knoxville, e si mantiene lavorando come pescatore. Le sue albe e i suoi tramonti, limacciosi e liquidi come il nastro d’acqua lurido che lo consuma e lo nutre, si sfilacciano in gesti ordinari e scelte dissennate, in colossali sbronze in compagnia di sfaccendati e buoni a nulla e in parentesi d’umanità commovente e autentica, in attimi di pietà che odorano d’eterno, nel soffio timido ma testardo di una solidarietà che è la sostanza stessa dell’essere uomo tra gli uomini. E la prosa – immaginifica e potente e ancorata alla terra come lo sono il cuore e il pensiero di chi di quella terra è figlio – che McCarthy regala alle pagine di questo capolavoro ribollente d’emozione e straripante di bellezza e di verità, come un alfabeto antichissimo ed esoterico annulla ogni confine tra i mondi, precipita al suolo cielo e stelle, disarticola orbite di pianeti, scava fin nel midollo di tutto ciò che è vivo, e in questo suo viaggio che somiglia al delirio allucinato di uno sciamano e che pure non perde mai, nemmeno per un istante, contatto con la cruda sofferenza che è l’eredità di ogni giorno trascorso dai vivi tra i vivi, disegna, con affilata precisione, quell’atroce, insopportabile assenza di significato che riposa nei battiti dei cuori e nella sorda, meccanica inconsapevolezza del respiro. “Buongiorno mamma, disse. Il suo doppio mento si increspò e iniziò a tremare. Buddy, disse, Buddy… Guarda la mano che ha allevato il serpente. I sottili condotti cavi delle sue falangi. La pelle chiazzata e piena di cisti. Le vene bulbose di un azzurro latteo. Un sottile anello d’oro incrostato di diamanti. La mano che ha educato il suo cuore di bambina ai tormenti della passione prima che io venissi al mondo. Questo è il supplizio dei mortali. Speranze distrutte, amore naufragato. Guarda il dolore di una madre. Come tutto ciò su cui mi avevano messo in guardia è accaduto. Suttree iniziò a piangere senza riuscire a smettere. La gente guardava. Si alzò. La stanza oscillava”.

È il peccato originale dell’aprire gli occhi al mondo e alla sua tragicomica deformità quello che McCarthy narra in questo suo magistrale romanzo, che al lettore offre, con la medesima onnipotenza che possiede l’arbitrio della sorte, tanto l’arrendevole sincerità del sogno quanto una lucidità ruvida e sconvolgente; egli muove al riso, al pianto, alla disperazione e all’esaltazione semplicemente seguendo le tracce di una pattuglia di emarginati il cui unico scopo è ingannare la morte, dilatare di un’ora ancora, di un giorno in più, la caccia: “Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo”. Una pattuglia che forma una galleria di indimenticabili personaggi, destinati alla zoppicante immortalità del ricordo amaro, della rabbia, del rimpianto, del gelido tocco del rimorso.

Suttree è uno scrigno colmo di tesori, un romanzo che conquista e incanta a ogni parola, un purissimo palpito di meraviglia.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Maurizia Balmelli.
Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoinnaffiatrici e adesso che l’ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo di muri nei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all’infuori di te.