Munari e le donne

Recensione di “Le ragazze nello studio di Munari” di Alessandro Baronciani

Alessandro Baronciani, Le ragazze nello studio di Munari, Bao Publishing

Bruno Munari (1907-1998) è un vero e proprio punto di riferimento per generazioni di artisti, con opere divenute un esempio fisso e costante per grafici, illustratori e designer, oltre che per scultori, registi, disegnatori industriali… In una parola: un maestro. Difficile però pensare che il grande Munari, nonostante tutta la sua genialità, potesse anche solo immaginare che il suo metodo di lavoro venisse seguito per… gestire i rapporti di coppia! Eppure è proprio questo che fa Fabio, protagonista del graphic novel Le ragazze nello studio di Munari: un giovane milanese, un po’ con la testa fra le nuvole, che riesce a incartarsi in un complicatissimo rapporto sentimentale con tre ragazze quasi in contemporanea, Fedra, Chiara e Sonia. Come uscirne? Semplice: attraverso il metodo Munari! Il diagramma di flusso che parte da P, il problema, e arriva a S, la soluzione, passando per DP (definizione del problema), RD (raccolta dei dati), A (analisi) e C (creatività). Certo, Munari si riferiva al processo creativo di un progetto di design, ma Fabio ci si trova molto bene anche in quest’altro ambito. D’altra parte, anche lui è a suo modo un artista, innamorato dei libri antichi che vende nella sua bottega – che è anche la sua peculiare abitazione – nel pieno di Milano, negli stessi luoghi che furono del Maestro. Per 250 pagine, così, seguiamo Fabio nelle sue meditazioni autobiografiche, ricche di molti riferimenti alla storia dell’arte, al cinema, alla letteratura, in un fumetto-non-fumetto che usa pochissimo la classica nuvoletta: l’intera storia passa attraverso la voce fuori campo del protagonista, come in un film… “impegnato”. Continua a leggere Munari e le donne

Emozioni a fumetti

Recensione di “Opono”, “Un’estate in montagna” e “Rapa & Nui” di Ilaria “Zim” Facchi, Vince Ricotta, Augusto Rasori, Giorgio Sommacal e Laura Stroppi

Ilaria “Zim” Facchi, Opono, Sbam Libri

Una ragazzina perseguitata dalla propria ombra, che escogita modi sempre nuovi per ucciderla; una coppia di giovani che scopre se stessa l’11 luglio del 1982, il giorno in cui la Nazionale italiana di calcio, a Madrid, si laurea per la terza volta campione del mondo di calcio battendo per 3-1 la Germania sotto lo sguardo esultante del Presidente della Repubblica Sandro Pertini; infine due moai dell’Isola di Pasqua, due enigmatici, imperscrutabili volti scavati nel tufo vulcanico che in realtà di imperscrutabile non hanno proprio nulla e che passano i giorni commentando quel che succede tanto nel loro piccolo fazzoletto di terra sperduto nel Pacifico (poco, ma non così poco come potrebbe apparire a prima vista) quanto nel resto del mondo. Debutta con queste prime tre storie, scritte rispettivamente da Ilaria “Zim” Facchi, Vince Ricotta e dal terzetto composto da Augusto Rasori, Giorgio Sommacal e Laura Stroppi, la nuova collana Sbam! Libri, agili volumi a fumetti frutto della felice intuizione di Antonio Marangi, tra i massimi esperti italiani della Nona Arte nonché ideatore e creatore della rivista digitale a fumetti e sui fumetti Sbam! Comics (che trovate qui). Continua a leggere Emozioni a fumetti

2 marzo 1953

Recensione di “La morte di Stalin” di Fabien Nury e Thierry Robin

Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics
Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics

Abbiamo di recente parlato dell’opera di Li Kunwu dedicata a Mao Zedong, della cui epoca l’autore stesso fu testimone oculare. Non è la stessa cosa per Fabien Nury e Thiery Robin, ma ciò non ha loro impedito di realizzare questa cronistoria a fumetti delle ore immediatamente precedenti e successive alla morte di Stalin, l’altro grande dittatore comunista del Novecento, che anzi di Mao fu ispiratore e modello. I due autori francesi (grande sceneggiatore il primo, già premiato ad Angouleme, disegnatore di successo il secondo) prendono le mosse dalla notte del 2 marzo 1953, quando Stalin fu colpito da ictus: venne soccorso in ritardo, perché nessuno volle prendersi la responsabilità di chiamare un medico senza l’avallo del Comitato del Partito. Continua a leggere 2 marzo 1953

Il grande Bagonghi

Andrea Campanella, Sonia Aloi, Il Piccolo Re, Tunuè
Andrea Campanella, Sonia Aloi, Il Piccolo Re, Tunuè

Avete presente Little Nemo? Il proto-eroe del Fumetto, il bambino che ogni sera, agli inizi del Novecento, sulle meravigliose tavole liberty di Winsor McCay, si addormentava nel suo lettino per vivere meravigliose avventure nel mondo dei suoi sogni? Ecco, proprio lui. Anche Giuseppe Bignoli è piccolo, davvero piccolo, decisamente Little. Piccolo d’età – è l’ultimo di quattro fratellini – e piccolo di statura: Giusepìn, come lo chiamano tutti, è infatti un nano. Anche lui vive a inizio Novecento, ma ben lontano dagli States di Nemo: lui è di Galliate, nella campagna novarese, abita in una cascina con la sua famiglia, con i tempi scanditi dalla vita agreste. Tutti lo prendono in giro, povero Giusepìn: i compagni di scuola sono spietati con chi ha un difetto fisico evidente come il suo. Ma lui non si scompone più di tanto: lui è sempre contento, ama leggere, sogna grandi avventure, lontane dal paesello. E di notte sogna ancora meglio, il suo letto comincia a volare e raggiunge la luna, con cui Giusepìn ama chiacchierare. Poi si sveglia, cade dal letto, come Little Nemo, ma resta contento e i suoi fratelli lo adorano. Ma non è tutto qui: il piccolo Giuseppe è un incredibile acrobata, riesce a fare cose che nessun altro sa fare, pare addirittura volare. Il suo papà è terrorizzato da queste evoluzioni, ma Giusepìn non può farne a meno: così si sente davvero libero e felice. Quando poi a Galliate arriva un circo, il ragazzo ne resta estasiato: ecco qual è la sua strada, ecco chi è davvero come lui…

Da qui comincia la grande storia (vera) di Giuseppe Bignoli, meglio noto al mondo come il grande Bagonghi, uno dei più incredibili artisti dell’arte circense di tutti i tempi. Andrea Campanella e Sonia Aloi ne hanno fatto una graphic novel tenera e divertente (cambiando il finale: nella realtà Bignoli è morto tragicamente nel 1939, annegato a 47 anni d’età), dalle molteplici chiavi di lettura: i lettori più giovani – cui la serie Tunuè dei Tipitondi è dedicata – potranno leggerla come una fiaba, tra gli animali e gli artisti del circo; i più grandi potranno facilmente scorgere anche i tanti approfondimenti storici e morali. D’altra parte, «Il mondo del Circo è una sorta di “realtà parallela”», come scrive nell’introduzione al volume Livio Togni, erede di una grande dinastia di circensi. «Quando si entra sotto quel tendone tutto il resto lo si lascia alle spalle, è come una porta dimensionale che ti catapulta in un sogno a occhi aperti fatto di felicità. È per questo motivo che molti artisti, scrittori, registi, musicisti, si sono ispirati al nostro lavoro per le loro opere».

Non mancano – infine – varie citazioni: applausi vivissimi agli autori per l’apparizione sulle piste del circo di due “acrobati” ben noti ai lettori di fumetti, tali Matthew e Dick, alias… Devil e Robin! Ma anche di un terzo artista, un esperto di savate che ai marvelliani più agée ricorderà subito Batroc, storico nemico di Capitan America.

(Antonio Marangi)

Nuvolette infernali

Marcello Toninelli, Dante La Divina Commedia a fumetti, Shockdom
Marcello Toninelli, Dante La Divina Commedia a fumetti, Shockdom

I cultori della letteratura classica valutano – giustamente – il Poema dantesco con i superlativi più assoluti. Ma nella maggior parte dei casi, al nome Divina Commedia cosa viene in mente? Incubi, interrogazioni, ore scolastiche formato incudine-su-zone-erogene, versi criptici da tenere a memoria… Qualcosa di positivo? Bisogna pensarci su. Certo, tutti d’accordo nel definirla uno dei massimi capolavori dell’umanità di tutti i tempi, ma subito dopo si aggiunge sempre un “però…”. Ecco la base di partenza del monumentale lavoro di Marcello Toninelli (o solo Marcello, come abitualmente si firma), giornalista, romanziere, scrittore, ma soprattutto fumettista, con un passato su Zagor, Dylan Dog, il Giornalino… «Non voglio mica farmi odiare per l’eternità dagli studenti di ogni scuola italiana!» dice il “suo” Dante quando gli viene chiesto se intende narrare la sua storia in poesia. Certo che no, anzi: «Lo farò a fumetti!». Ed è a fumetti che l’autore ripercorre tutta – proprio tutta! – la Divina Commedia, utilizzando l’antica, ma sempre meravigliosamente funzionale, formula della strip umoristica. Così, visto che i dannati dell’Inferno sono puniti secondo la severa legge del contrappasso, da autore ad autore, anche Marcello infligge la stessa pena all’Alighieri: hai approfondito i più reconditi anfratti dell’animo umano, hai trattato in perfetti endecasillabi in rima la più alta di tutte le scienze, quella teologica, hai rivisitato le vicende dei grandissimi della storia? E io riprendo il tutto con l’umorismo, con disegni spiritosi, con strisce a fumetti, proprio come quelle che per decenni sono state trattate come “roba da bambini”! Tiè! A pensarci bene, siamo certi che Dante stesso avrebbe apprezzato: in fondo, la sua non è una… Commedia? Divina finché vuoi (Boccaccio dixit), ma pur sempre Commedia! (Sì, sì, lo sappiamo: col termine “commedia” nel Medioevo non si intendeva un’opera umoristica, ma il gioco di parole era troppo appetitoso). Marcello fa tutto questo rispettando nei dettagli la trama e i personaggi del Poema, di cui anzi cita spesso e volentieri alcuni versi, senza scostamenti o licenze. Al massimo, inserisce qua e là riferimenti all’attualità di oggi, che rendono più gustosa la lettura. Inserimenti che talvolta riguardano personaggi dei fumetti o del cinema, originando così sequenze di metafumetto: Niccolò II degli Orsini riceve la visita di Yoghi e Bubu, l’omino Michelin si offre come… guida, in alternativa a Virgilio, il lupo di Gubbio ha le fattezze del disneyano Ezechiele (completo di porcellini), e poi ci sono Diabolik, i Ghostbusters, Robocop, Freddy Krueger, e perfino Sailor Moon e Gatto Silvestro! Il risultato è grandioso: centinaia di strisce umoristiche, dal disegno pulito ed essenziale, ma decisamente efficace, trovate riuscite (oddio, di quando in quando qualcuna è un po’ scontata, ma solo in modica quantità) e lettura scorrevole.

La parte più appetitosa è la prima, ovviamente: da sempre, per gli studenti, la parte “migliore” della Divina Commedia è l’Inferno, e la versione marcelliana non fa eccezione. Ed è ovvio che è l’inizio della lettura a colpire e sorprendere di più, tale è la leggerezza con cui Toninelli tratta le cupissime situazioni di Paolo e Francesca, di Ciacco Fiorentino, di Cavalcante Cavalcanti… Proseguendo nello scorrere le pagine, invece, l’effetto-sorpresa diminuisce un po’ e, forse, anche lo stesso autore si è “divertito” di meno trattando il Paradiso, pieno di temi e situazioni più difficili da rivedere umoristicamente. Eppure, state tranquilli: anche in cima all’Empireo troverete di che sorridere.

Durante gli anni, Toninelli ha lavorato e rivisto più volte il suo Dante: dopo la fugace apparizione sull’effimero Off-Side nel 1969, è stato ospite per anni sulle pagine del Giornalino, finché l’autore ha ben pensato di ripercorrere organicamente l’intero Poema (cosa non nuova per lui, che ha rivisitato con la stessa logica anche Odissea, Eneide, Gerusalemme liberata e Promessi Sposi!). L’opera che ne è risultata è stata pubblicata in varie forme editoriali da altri marchi fino a questo volume, con cui Shockdom la propone in un’unica soluzione e a colori. In appendice, c’è pure la biografia del Sommo Poeta, sempre in strip umoristiche. Se non l’avete mai letta, resterete sorpresi. Ma anche se la conoscete già, la Commedia di… Dante & Marcello è tale che sarete obbligati a rivedere i vostri ricordi scolastici. Perché come esorta Toninelli «Fatti non foste a legger comics bruti, ma per seguir storielle di valenza». Clap, clap, clap.

(Antonio Marangi)

Il secolo della libertà

Max Bunker, Paolo Piffarerio, Fouché, Mondadori Comics
Max Bunker, Paolo Piffarerio, Fouché, Mondadori Comics

La storia è ben nota, di quelle che si studiano a scuola a più riprese: siamo alla fine del Settecento, in Francia. La sfarzosissima reggia di Luigi XVI e della altezzosa consorte Maria Antonietta stride violentemente con la miserabile condizione delle masse popolari, ridotte alla fame. Ma sono anche – e soprattutto per lo sviluppo degli eventi – i privilegi feudali di cui godono nobiltà e clero a urtare la suscettibilità della classe emergente, la nuova borghesia, ormai depositaria della ricchezza “vera” nel regno. Una situazione esplosiva comunque la si guardi, della quale solo i monarchi, assisi tra i marmi di Versailles, non sembrano rendersi conto. Almeno finché non sarà troppo tardi e scoppierà la Rivoluzione Francese… Dalla convocazione degli Stati Generali al rapido degenerare della situazione, dall’emergere di figure nuove – quali Robespierre, Danton, Lafayette, Talleyrand, Madame de Staël… – in luogo di quelle tradizionali, dalla presa della Bastiglia fino alla nascita della nuova bandiera: con Fouché, un uomo nella Rivoluzione, Max Bunker (o Luciano Secchi se preferite) ripercorre per filo e per segno la vicenda storica, con largo utilizzo di documenti dell’epoca (alcuni dei quali riprodotti in intermezzi del volume) e un accurato lavoro di ricerca. È una pura presentazione dei fatti, senza opinioni o interpretazioni, praticamente un libro di storia, dalla lettura intrigante e godibile. Bunker affida il ruolo di osservatore esterno e di commentatore dei fatti a Fouché, figura marginale nell’ambito della Rivoluzione Francese, e qui protagonista del titolo dell’opera: un frate degli Oratoriani di Gesù, studioso, scienziato, di grande cultura, che osserva freddo e distaccato i fatti, elaborandoli e commentandoli con i suoi vari interlocutori.

Gli spettacolari disegni sono di Paolo Piffarerio, maestro recentemente scomparso: in molti ritengono Fouché il suo capolavoro grafico, per quanto l’artista – dai Promessi Sposi a La maschera di Ferro – abbia proprio nei graphic novel di genere storico e di costume la sua specialità (anche se poi la sua fama è dovuta ad Alan Ford, ma non divaghiamo…). La cura del dettaglio, la ricostruzione dei costumi, degli arredi, delle armi, le scene d’insieme con le folle nelle piazze: le tavole di Piffarerio riempiono gli occhi, con una eccellente scelta delle inquadrature e con un colore tenue, anticato, mai aggressivo, perfetto alla bisogna. Eppure, tempo fa, quando avemmo la grande fortuna di incontrare Paolo Piffarerio per un’intervista (Sbam! nr. 9), a proposito di Fouché, l’artista volle prima di tutto riconoscere i meriti di Max Bunker nella resa del lavoro: «Quella di Fouché è una signora sceneggiatura», ci disse, «curata e documentata: Max Bunker era andato in Francia per cercare i testi originali dei discorsi di Robespierre e riportarli fedelmente nel suo testo».

Fouché, un uomo nella rivoluzione è meritoriamente riproposto da Mondadori Comics in volume cartonato nella serie Historica, collana dedicata appunto ai fumetti di genere storico. Dallo scorso settembre è disponibile in fumetteria e libreria. Applausi.

(Antonio Marangi)

L’enigma Batman

Sergio Badino, Uccidete il pipistrello! Liberodiscrivere edizioni
Sergio Badino, Uccidete il pipistrello! Liberodiscrivere edizioni

Non c’è appassionato che non creda, pensi, o per dir con maggior esattezza si convinca che il proprio forte interesse (esclusivo il più delle volte) verso qualcosa non sia semplicemente un particolare aspetto del carattere ma possa, magari complice il verificarsi di qualche fatto inaspettato, rivelarsi utile, in qualche caso addirittura indispensabile, o quasi. Non a caso, è proprio su questo strategico meccanismo di autogiustificazione che Sergio Badino, giovane e talentuoso sceneggiatore disneyano, ha costruito l’intreccio del suo romanzo Uccidete il pipistrello!, omaggio di un fan accanito a uno degli eroi di carta più celebri di sempre: Batman. Per questo esordio letterario, Badino sceglie le atmosfere torbide e violente del giallo, raccontando una serie di feroci delitti che si susseguono in diverse parti d’Italia, all’apparenza senza movente e senza nessun legame tra loro. Da un capitolo all’altro, la scena dell’azione si sposta con una sorta di frenesia, accompagnata da uno stile di scrittura semplice, ordinato, diretto, quasi la pagina fosse una macchina da presa fissata soltanto su ciò che accade, finché non emerge il personaggio principale della vicenda, l’anziano Roberto Canis, padre di famiglia alle prese con un bilancio esistenziale non proprio in attivo (è divorziato, e ha un figlio ormai adulto che ama moltissimo ma con il quale ha un rapporto difficile), che fin da giovanissimo ha amato incondizionatamente l’Uomo Pipistrello e il suo mondo. È Canis, che nel tentativo di riempire i suoi lunghi giorni da pensionato oltre a seguire on line tutto ciò che ha a che fare con il suo idolo (il romanzo è ambientato nel 2011, alla vigilia dell’uscita al cinema dell’ultimo film della trilogia di Christopher Nolan dedicata a Batman), comincia a interessarsi anche di cronaca nera locale, il primo a rendersi che gli efferati omicidi che qualcuno sta commettendo lungo la penisola potrebbero avere un denominatore comune… se non fosse che ciò che sembra unirli è qualcosa di assolutamente folle, per chiunque: la dettagliata riproposizione di alcune scene dei film dedicati al giustiziere di Gotham City, citati in rigoroso ordine cronologico. Possibile che le cose stiano davvero così? si chiede Canis, indeciso se confidare a qualcuno la sua intuizione o se tenerla per sé. Possibile che proprio nel segno di Batman, l’eroe per antonomasia, qualcuno abbia deciso di uccidere? La risposta a questi laceranti dubbi colpisce Canis con la fredda imperturbabilità del fatto compiuto, della realtà non eludibile, nel momento in cui è proprio lui a risolvere un indovinello e a salvare in extremis la vita a un gruppo di sindaci finiti in una diabolica trappola.

È a questo punto che alle cadenze thriller del romanzo (che l’autore comunque mantiene nei capitoli in cui descrive la spirale sempre più sanguinosa di delitti, la cui conclusione coincide con quella del libro) si sostituisce il ritmo più dilatato ma anche più denso dell’indagine vera e propria, dove a dominare è il girotondo incessante delle ipotesi che si moltiplicano, si sovrappongono e infine vengono scartate, in una corsa contro il tempo che somiglia a un salto nel buio, al brancolare cieco di un topo in un labirinto. Perché se è ben chiaro a Canis e a suo figlio (e a un certo punto anche alla polizia) che gli omicidi sono legati a doppio filo alle trasposizioni cinematografiche di Batman, tutto il resto, a partire dal movente dell’assassino, resta avvolto nel più assoluto mistero. Ma anche il più intricato dei puzzle ha in sé la sua soluzione, a condizione, naturalmente, che all’appello non manchi neppure un tassello; e allora ecco che Canis (cui Badino “dona” con evidente piacere tutto il proprio vasto sapere su Batman e il suo mondo, unica chiave di lettura possibile per risolvere l’enigma), aiutato dal figlio e dalla fidanzata del ragazzo – che rivela ottime doti investigative – riesce, al termine di un estenuante inseguimento condotto come una partita a scacchi, a comprendere quale sarà la prossima mossa quello che ormai è a tutti gli effetti il suo avversario, proprio come se lui fosse davvero un’incarnazione di Batman e l’assassino quella di uno dei suoi tanti nemici (tutti citati con l’ammirazione l’affetto che soltanto un appassionato può avere), e finalmente a fermarlo. Gettando luce su una realtà mille volte più sordida e oscura di qualsiasi sceneggiatura.

Uccidete il pipistrello! è il godibile divertimento di un cultore, che ha scelto, nel settantacinquesimo anniversario della prima pubblicazione a fumetti di Batman, di dire grazie a un compagno di sogni e di avventure attraverso un romanzo. Dedicato, dalla prima all’ultima riga, alla foltissima schiera dei seguaci dell’Uomo Pipistrello.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Oristano, 20 ottobre 2011. Ore 20.19. Loredana aveva fretta. Voleva tornare a casa a cucinare qualcosa prima che il figlio, in licenza, schizzasse via con gli amici. – Vada tranquilla – aveva sorriso qualche ora prima Matsuhito – so cavarmela anche da solo, sa? – Lo so, lo so… Allora l’aspetto stasera e poi vado. Ce la fa mica a tornare un po’ prima? – Non si preoccupi. Il benestare dell’uomo non aveva attutito il senso di colpa di Loredana. Matsuhito sapeva che lei e Paolo non si vedevano da un mese: non aveva obiettato e la donna era certa che mai l’avrebbe fatto. Eppure lasciare da solo quel vecchietto che tanto l’aveva aiutata – e che era la sua unica risorsa – non la faceva stare tranquilla.

L’assassino e le scarpe da tennis

Davide Barzi, Unico indizio le scarpe da tennis, Renoir Comics
Davide Barzi, Unico indizio le scarpe da tennis, Renoir Comics

Periferia di Milano, una mattina di marzo del 1959. Mancano solo due giorni alla primavera. Riverso nell’erba, il cadavere di uno sconosciuto. Non ha documenti, nessuno conosce il suo nome, ma l’aspetto dimesso non lascia dubbi: era un barbone. Ah già, sì, è quello che ha sempre le scarpe da tennis ai piedi. Tutti lo hanno sempre visto gironzolare in zona, ma nessuno sa davvero chi sia. La polizia, avvisata da uno dei soliti informatori, un elegantone che nel giro chiamano dutùr, interviene. Arriva anche la scientifica, per i consueti controlli. Ma alla fine nessuno è interessato a risolvere il caso. Meglio, molto meglio fare pronostici sul campionato, anche perché tra una settimana ci sarà il derby. Tanto, in fondo, si tratta di un barbone… Solo il maresciallo Vincenzo Mantuano non è d’accordo. Che diamine, almeno a un nome sulla tomba questo povero diavolo avrà pur diritto… È testardo Mantuano, incurante dei sorrisi di sufficienza dei colleghi per i quali il caso è già risolto e archiviato. Così non esita a indagare per conto suo, infilandosi in ambienti sordidi, nei covi della mala, la palestra, il Teatro alle Maschere con la spogliarellista del Crazy Horse, i bordelli. È in questo modo che riscostruisce le ultime ore del barbùn, che incontra chi lo conosceva, che scopre perché quell’uomo si era ridotto a fare il senzatetto, a vivere di espedienti. E di elemosine. E poco alla volta arriva alle domande fondamentali e alle verità che nascondono: chi l’ha ucciso? E perché? In questa sua testarda inchiesta Mantuano non trova che un aiuto: quello della giornalista Lina di Lante, di Grand Hotel. Davide Barzi, sceneggiatore bonelliano e autore di tanti altri interessanti lavori, ci regala un coinvolgente e commovente romanzo a fumetti intitolato Unico indizio le scarpe da tennis, omaggio al grande Enzo Jannacci liberamente (e dichiaratamente) ispirato a una delle canzoni più celebri del cantautore milanese, El portava i scarp del tennis (1964): la storia di un uomo dagli occhi buoni, innamorato e solitario, che viene ritrovato morto, con le sue scarpe da tennis ai piedi, sullo stradone che porta all’Idroscalo: «L’han trovaa sòtta a on mucc de carton, / gh’han guardaa el pareva nissun / gh’han toccaa, el’ pareva ch’el dormiva: / “Lassà stà, che l’è ròba de barbon”». Il suo intenso volume merita più di una lettura. La prima, ovviamente, “per vedere come va a finire”, per scoprire, insieme al maresciallo Mantuano, chi è l’assassino del poveraccio, insomma per gustarsi come merita un classico giallo-noir costruito con indiscutibile maestria. La successiva (o anche, perché no, le successive) per osservarne i dettagli, divertirsi a cogliere i numerosi omaggi alla Milano che fu, ricordare con un pizzico di nostalgia scorci di vie cittadine oggi completamente trasformate, e infine assaporare le battute in dialetto. Ma anche e soprattutto per conoscere i tanti personaggi di contorno che popolano il racconto, poveracci che sbarcano il lunario in tutti i modi, gli ultimi, proprio quelli che stavano tanto a cuore al grande Enzo Jannacci. Tra loro, naturalmente, c’è anche lui, Jannacci, che “vive” da protagonista l’intero dramma: è lui, infatti – o almeno… un suo sosia – il dutùr che ritrova il cadavere, mentre Mantuano è disegnato sulle fattezze dell’attore Enzo Limardi. E non è finita qui, perché le pagine a fumetti sono intervallate da documenti riprodotti nello stile dell’epoca: copertine di Grand Hotel, raccolte di figurine, locandine con i prezzari dei postriboli, annunci pubblicitari, pagine di fotoromanzi (realizzate con la regia di Dario Barezzi). Anche chi non ha vissuto quegli anni, dunque, si ritrova catapultato nell’atmosfera dell’epoca, tutta Cynar e sigarette nei cinema, con il boom economico all’orizzonte, vent’anni prima della Milano da bere che ci ha sedotto e travolto.

Per i disegni si è messa all’opera una squadra di tutto rispetto: oltre a Marco “Will” Villa (con la collaborazione di Riccardo Nunziati) e Sergio Gerasi – autori rispettivamente della trama portante e delle parti in flashback – sono intervenuti anche i disegnatori di Pseudostudio. Il risultato finale, ottimo, si può considerare una piccola, deliziosa antologia di generi e stili diversi della Nona Arte.

Il volume è edito da Renoir Comics, 160 pagine in b/n per € 14,90 ben spesi. C’è anche una versione cartonata in tiratura limitata (€ 19,90), i cui proventi contribuiranno a sostenere la rivista della Caritas Ambrosiana Scarp de’ tenis (appunto), realizzata e venduta in strada da persone senza fissa dimora.
(Antonio Marangi)

Nel girone infernale dei buoni

 

Autori vari, Geppo, il buon diavolo, Lineachiara
Autori vari, Geppo, il buon diavolo, Lineachiara

Eccolo finalmente! Dopo gli annunci della scorsa estate e le anticipazioni di Leo Ortolani eccolo nelle nostre mani, il volume della collana Lineachiara edito da RW Edizioni, il primo – nelle intenzioni dell’editore – di una serie dedicata ai grandi personaggi umoristici italiani. Serie che non poteva cominciare meglio di così, visto che il volume è dedicato a Geppo, il leggendario diavolo buono di bianconiana memoria.
Con la fine dell’era Bianconi – l’editore che tra gli anni Cinquanta e Ottanta riempì le edicole con albi per ragazzi che hanno segnato i ricordi di almeno tre generazioni: da Geppo appunto a Braccio di Ferro, da Chico a Felix, da Nonna Abelarda a Provolino… – , il diavolo buono è scomparso dalle edicole e da lì in poi lo si è potuto reperire solo in qualche edizione libraria (come questa, molto recente, di Sandro Dossi a cura di Andrea Leggeri, o il bellissimo volume Una vita d’inferno edito da IF nel 2002), oltre che naturalmente sulle bancarelle di antiquariato. Ma rispetto ai precedenti questo volume non vuole semplicemente proporre una selezione di avventure del personaggio: è un vero e proprio “libro di storia”, che passa in rassegna tutti gli autori che hanno prestato i loro pennelli a parodiare l’inferno dantesco, arricchito da schede di presentazione curate da Luca Boschi.

Si parte dalle origini più remote del personaggio: dapprima uno strampalato demonietto chiamato Gep che irrompe in una storia di Robin Hood del grande Luciano Bottaro (eravamo nel 1950), poi un personaggio che più si avvicina a quello che tutti conosciamo, realizzato da Giulio Chierchini nel 1954 e chiaramente influenzato dal coevo – meraviglioso – Inferno di Topolino di Angelo Bioletto, come anche dal tratto del mitico Jacovitti. Ma la prima storia che vedrà Geppo protagonista assoluto è Vita nuova all’inferno di Giovan Battista Carpi, riportata sul volume: un Geppo che si avvicina ulteriormente a quello “moderno”, ma ancora non ben definito, nell’aspetto come nel carattere. Saranno gli autori seguenti a portarlo gradualmente alla sua versione definitiva: Luciano Gatto – disegnatore che poi ha legato il suo nome a migliaia di produzioni Disney (come ci ha raccontato lui stesso qui) -, Pierluigi Sangalli – autore bianconiano dalla sterminata produzione su molteplici personaggi -, Alberico Motta – disegnatore ma soprattutto autore dei testi di centinaia di avventure per Bianconi e non solo -, e soprattutto Sandro Dossi, la cui matita ha condotto Geppo ai giorni nostri attraverso trent’anni di pagine, precisandone l’aspetto e il carattere definitivo e ben conosciuto da chiunque sia stato ragazzino dalla fine degli anni Sessanta in poi. E non solo di Geppo, ma anche di tutti i personaggi di contorno, da sua maestà Satana a Belzebù (l’esatto opposto di Geppo: è il diavolo cattivissimo per antonomasia), dal gattaccio Caligola a Salvatore il serpente tentatore, da Cerbero, il cane a tre teste, alla dolce Fiammetta, figlia di Satana e amata da Geppo, unica femminuccia “fissa” della saga. Motta e Dossi sono gli autori della storia più interessante del volume, Adamo ed Eva, rivisitazione del brano della Genesi del Peccato Originale (!) in chiave geppesca, mentre Fiammetta è raffigurata da Leo Ortolani sulla cover variant del volume. 

In chiusura, consentitemi una nota personale: questa per me è una recensione difficilissima da scrivere. Non riuscirò mai a guardare “freddamente” una storia, una vignetta, una qualsiasi cosa pur minima che riguardi Geppo. È come se pretendessi di parlare asetticamente di un fratello o di un amico fondamentale. Il diavoletto in corna, alucce da pipistrello (davvero troppo piccole per sorreggere in volo la sua rotondità!) e cravattino, è uno dei miei più cari ricordi d’infanzia: comprare un albo di Geppo era sempre una grande gioia, ricevere in premio per qualche evento scolastico il Super Geppo – più grosso, con più pagine – era l’apoteosi. All’epoca non percepivo l’incredibile “crudezza” di tante immagini, con i dannati urlanti nella pece bollente, frustati dai diavoli, arsi tra le fiamme… Scene tragiche, ma rese con una leggerezza incredibile, tali da poter essere appunto apprezzate da un bambino. Bambino che infatti si divertiva a leggerlo. Ancor meno percepivo la direttissima satira politica di alcune storie: memorabile per esempio Il petrolio del sultano, storia in cui Satana si trova ad avere a che fare con la crisi energetica e non ha più petrolio per alimentare il fuoco eterno! Tutti fattori che rendono molte delle “storielle” di Geppo – e il discorso può essere esteso a molti altri dei personaggi editi da Bianconi – dei veri capolavori, dalle molteplici chiavi di lettura e dall’indiscutibile attualità. Ben vengano volumi come questo, che rendono giustizia a un’epoca intera della Nona Arte.  

(Antonio Marangi)

 

Il disegno indelebile dello sterminio

 

MausOgni tanto è bello rileggersi anche i classici. Va benissimo Marvel Now!, da non perdere il nuovo corso di Dylan Dog, così come la novità Orfani. Fondamentale seguire The Walking Dead, e come pensare di non aggiornarsi sulle prossime uscite di Batman o – che so – sull’ultimo numero di Long Wei? Tutto giusto. Ma poi lanci uno sguardo alla tua biblioteca, così, distrattamente, mentre ci transiti davanti pensando che non hai nessuna voglia di fare un tubo, in questo periodo di limbo post-natalizio, e noti qualcosa di diverso. Ti cade l’occhio su quel volume, un po’ nascosto in un angolo, sotto la catasta dei volumi di Diabolik: è l’edizione completa di Maus, quella che – con opera meritoria – Rizzoli lanciò nel 1998. Da quand’è che non lo leggevo? Boh, forse proprio dal 1998, quando lo comprai in un negozietto di (mi pare) Pesaro, durante le vacanze estive. Mi viene voglia di rileggerlo, di ricordare la storia di Art Spiegelman e dei suoi scontri verbali con quel suo padre strampalato, anziano, acciaccato, pieno di fissazioni eppure lucidissimo. È un topone antropomorfo, Art, e così suo padre, e così tutti gli ebrei della storia. Dai papà, raccontami di Auschwitz, raccontami della guerra, raccontami di come hai conosciuto la mamma, che voglio farci un libro a fumetti! Che fine ha fatto la mamma? Già, povera Anja, quante ne ha passate. E il vecchio Vladek racconta. Col suo inglese stentato (ottimamente reso in un italiano altrettanto rudimentale dal traduttore Ranieri Carano), lui, poliglotta polacco di nascita, ora in America con la nuova moglie Mala. Racconta al figlio, americano “moderno”, di quando era un ricco industriale, laggiù in Polonia. Stavano davvero bene, negli anni Trenta, famiglia agiata, soldini. E la cotta per Anja, che non era bella come Lucia, ma a lui piaceva davvero tanto. Poi un viaggio in treno, il transito in una piccola stazione di periferia. Sopra ci sventolava una bandiera con la svastica. Era la prima volta che Vladek vedeva una bandiera del genere, chissà perché gli aveva fatto paura. Povero Vladek. E poi arrivarono i nazisti. Art li disegna come brutti gattacci dall’aspetto feroce. Molto diversi dai polacchi non ebrei, con il loro pacioso aspetto di maiali.  

Da lì cominciò la discesa verso il baratro, in un processo infernale. Le leggi razziali, le discriminazioni, il ghetto, le esecuzioni sommarie, le deportazioni. I campi di sterminio. Vladek si racconta, perfino freddamente, ma interrompe spesso il suo narrare per litigare con Art, rimproverarlo perché fuma, perché non svuota accuratamente il piatto, perché spende troppo. Poi di nuovo torna con la memoria ad Auschwitz, ai forni crematori, alle camere a gas. A tutti i suoi espedienti per salvarsi la vita, per salvarla ad Anja, per procurarsi un pezzetto di pane, il modo per sopravvivere. Gli altri no, non ce l’hanno fatta, i suoi parenti, i parenti di Anja, gli amici, neanche il loro primo figlioletto, Richieu. Ma Vladek era forte, molto forte, ha resistito agli stenti e alla fatica. Ed era astuto: sfruttando la sua innata capacità di apprendere rapidamente qualsiasi mestiere, riusciva a farsi piazzare nel posto giusto, a farsi amico il kapo di turno. Quando alla fine i nazisti capitolarono, il colpo di coda fu terribile: prigionieri deportati con carri bestiame chissà dove, chissà perché. Lasciati a morire nei vagoni, senza poter uscire, senza cibo, senza acqua. Per giorni. Al gelo. Poi il nuovo campo di raccolta. Un amico francese, una rana. I pidocchi. Il tifo. Solo dopo, alla fine, la salvezza, gli americani (raffigurati come cagnoni), cibo, vestiti, il ritorno a casa per vedere cosa ne era stato.
E finalmente, nell’ultimissima pagina del volume, Vladek giunge a raccontare del suo reincontro con Anja. Anche lei era salva. Ricominciarono a vivere. Nacque Art. Sempre insieme, fino alla morte di lei, nel 1968. Ma ora è stanco Vladek, stanco anche di raccontare, di ricordare. “Ferma registratore, ti prego…” dice ad Art. “Sono stanco di parlare, Richieu. E per te basta, per ora…” conclude, confondendo il figlio scomparso tanti anni prima con quello adulto che ha ora davanti…  Povero Art. Come si sente il figlio di un uomo che ha vissuto tutto questo, lui, che è invece un ricco e agiato americano, con la sua bella fidanzata Françoise? Come deve aver vissuto il confronto perenne con quel fratello-fantasma mai conosciuto? 

Un capolavoro, e che lo dico a fare. Il disegno semplice, senza grigi, un puro tratto, bianco/nero, con una carica espressiva incredibile. I continui salti dal passato al presente, dalla tragedia dell’Olocausto al piccolo dramma familiare del difficile rapporto tra un padre e un figlio così diversi. Quel riportare sulle pagine ogni piccolo evento accaduto durante i dialoghi tra i due personaggi, come quando si inceppa il registratore, quando serve una nuova cassetta per proseguire, quando è ora di pranzo. Vladek ha fame, parliamo dopo, ora mangiamo. Deve riparare il tetto, Vladek, non ha tempo di raccontare ora. Deve prendere le sue pillole. Ha mal di cuore. Il lettore è sempre lì con loro, vive la tensione di quel dialogo, si siede a tavola anche lui, ascolta rapito il racconto di Vladek, lo “sente” dalla sua viva voce. Ma che ore sono? Forse è meglio spegnere la luce, è tardi, domani voglio scrivere una recensione di Maus. Una recensione? E come si fa a scrivere una “recensione” di Maus come fosse l’ultimo numero di un qualsiasi serial? Dormiamoci sopra, va, devo riordinare i volumi di Diabolik, così da rimettere Maus in libreria. Però più in alto. In una posizione migliore. Per non dimenticarmelo di nuovo per lustri. 

P.S. Note tecniche varie e doverose. Maus è stato scritto e disegnato da Art Spiegelman tra il 1978 e il 1991. Suo padre Vladek morì nel 1978. L’opera è strutturata in due parti, rispettivamente di 6 e 5 capitoli: la prima dedicata al periodo prima della guerra, la seconda al periodo bellico, per complessive 285 pagine. Con Maus, Art Spiegelman ha vinto uno speciale Premio Pulitzer. In Italia, la prima parte dell’opera è stata pubblicata da Milano Libri nel 1989, la seconda tre anni dopo dallo stesso editore. Il nostro volume (quello riprodotto nelle immagini) è invece una ristampa completa del 1989, edita da Rizzoli nella collana BUR.

(Antonio Marangi)