Nessuno ci ha insegnato

Recensione di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque

Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori

“‘Mi parli degli elementi drammatici nel Guglielmo Tell!’ ricorda Kropp, e mugghia contento.
‘Quali scopi si prefissero i poeti di Gottinga?’ incalza Müller, a un tratto severo.
‘Quanti figli ebbe Carlo il Temerario?’ replico io freddamente.
‘Lei, Bäumer, non concluderà mai nulla nella vita’ guaisce Müller.
Kropp vuol sapere ‘la data della battaglia di Zama’ ma io ribatto: ‘A Lei manca ogni serietà morale signor Kropp. Sieda: le do un tre’.
‘Quali erano secondo Licurgo i principali doveri del cittadino?’ mormora Müller, aggiustandosi sul naso un paio di lenti immaginarie.
‘Quanti abitanti fa Melbourne?’ replico pronto io. ‘ Come si può vivere senza sapere di queste cose?’.
‘Che cosa si intende per coesione?’ ricomincia lui.
Di tutta codesta roba molto non ricordiamo. Vero è che non ci è servita a nulla. Nessuno invece ci ha insegnato a scuola come si accenda una sigaretta sotto la pioggia e il vento, come si faccia prendere fuoco a un fascio di legna bagnata; oppure anche come convenga cacciare ad uno la baionetta nella pancia, perché se si pianta tra le costole, vi rimane conficcata”.
La risposta impossibile alla domanda che cosa è la guerra? riposa qui, in questo brevissimo, tragico dialogo che si svolge tra i giovani protagonisti di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. L’opera più nota dello scrittore tedesco di origine francese, apologo commovente e durissimo atto di accusa rivolto, prima ancora che al conflitto in sé, alla criminale retorica che da sempre lo alimenta, infiammando i cuori dei giovani (che spesso, senza che loro stessi ne siano consapevoli, palpitano di purezza e anelano a qualcosa in cui credere davvero, da amare appassionatamente, al quale votarsi) e precipitandoli nel più oscuro degli abissi, in un deserto etico assoluto dove la nobiltà dei sentimenti appassisce nella concretezza volgare e immediata del cameratismo e ogni conoscenza che non sia immediatamente traducibile in azione sul campo di battaglia non solo perde qualsiasi valore ma si svuota totalmente di senso. Il romanzo di Remarque è la cronaca di un disastro, della peggiore delle sconfitte, perché quel che narra è la perdita definitiva delle illusioni di una generazione, cinicamente condotta alla rovina dalla criminale retorica di cattivi maestri. La Grande Guerra, da cui la Germania uscì vinta sul campo e spezzata nello spirito, fa da sfondo al terribile destino cui va incontro un gruppo di studenti arruolatisi volontari, nella convinzione (indotta e menzognera) che il fronte, le trincee, le bombe, la fame, i pidocchi e il progressivo, fatale abbandono a uno stato di ferinità – cioè tutto ciò che, nei fatti, è la guerra, qualsiasi guerra – nulla avessero a che vedere con l’amor di patria e il dovere assoluto di manifestarlo.   

Continua a leggere Nessuno ci ha insegnato

L’irraggiungibile prossimo tuo

Recensione di “E non disse nemmeno una parola” di Heinrich Böll

Heinrich Böll, E non disse nemmeno una parola, Mondadori

Un uomo consumato dalla guerra. Una città devastata dalle bombe. Un donna, una madre, stravolta dalla fatica, dal dolore, dall’amore. E un labirinto di solitudini, di voci sussurrate, di pensieri che si rincorrono tra vicoli sudici, sfilacciano come fumo di sigaretta nell’uniforme grigiore del cielo, affogano nello stordimento a buon mercato assicurato dall’acquavite. Ovunque la tirannia disperata della povertà, l’esasperazione di chi, costretto all’umiliazione della mendicità, ricorre alla violenza verso coloro che maggiormente ama, la sola possibile, la sola praticabile all’indomani di un conflitto che ha svelato all’uomo la più crudele e intollerabile delle verità: che non c’è alcuna ragione per annientare coloro che ti è stato ordinato di odiare, uomini e donne in cui senza difficoltà potresti riconoscerti ma che qualcun altro ha eletto al rango di tuoi nemici. Nel romanzo E non disse nemmeno una parola (in Italia edito da Mondadori nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano), Heinrich Böll mette in scena lo smarrimento di una Germania violentata dalla barbarie nazista attraverso il naufragio di due coniugi, Fred e Käte, i quali, pur amandosi ancora, vivono divisi, lontani l’uno dall’altra, e si incontrano solo di tanto in tanto, quando le precarie condizioni economiche lo consentono, in squallide camere d’albergo per trascorrere assieme qualche ora. Il romanzo, i cui capitoli riflettono alternativamente i punti di vista della coppia protagonista, è un continuo interrogarsi senza risposta su un presente cresciuto dentro le persone come una cellula tumorale, un tempo amaro, dove a dominare sono le macerie materiali degli edifici e delle strade e quelle spirituali di un’infelicità diffusa, di una resa che riecheggia nelle vuote formule di messe e preghiere ripetute nella penombra di chiese semideserte, nel conversare stentato degli avventori di un bar, nel chiasso forzato di una fiera, nell’ordinato avanzare di una processione religiosa che in marcia verso la misericordia di un Dio invisibile e irraggiungibile ricorda la squadrata, illusoria bellezza di battaglioni lanciati alla conquista di una vittoria intangibile forse più della divinità. “[…] Poi vennero i singoli parroci della città, fiancheggiati da grandi lampade portatili barocche, e mi accorsi di quanto fosse difficile avere un bell’aspetto nella veste secentesca del clero secolare. La maggioranza dei parroci non aveva la fortuna di possedere un volto ascetico, molti erano grassi e sembravano scoppiare di salute. Quasi tutti quelli che stavano sui marciapiedi, invece, erano malridotti, con un’aria esausta e un tantino smarrita […]. Fui attirato nel vortice della massa, che ora si stava accodando affannosamente per assistere alla funzione conclusiva in duomo. Tentai invano, per qualche tempo, di sgattaiolare a destra o a sinistra. Ma ero troppo stanco per farmi largo […]. Tutta quella gente mi faceva schifo e cominciai a odiarla. Fin dove arrivano i miei ricordi, so che ho sempre avuto una […] repulsione per i castighi corporali […]. Anche con i prigionieri di guerra. Ma da qualche mese […] provo spesso il desiderio di percuotere qualcuno in pieno viso, e talvolta ho picchiato i miei bambini, perché il loro chiasso mi irritava quando tornavo stanco dal lavoro. Li picchiavo forte, molto forte, ben sapendo che non era giusto ciò che stavo loro facendo, e mi spaventavo vedendo che perdevo il controllo di me stesso”. 
Continua a leggere L’irraggiungibile prossimo tuo

“La presente per comunicarle…”

Recensione di “Un regalo del Führer” di Charles Lewinsky

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer, Einaudi

La presente per comunicarle che lei è stato inserito nei ranghi del trasporto. La neutralità apparente del linguaggio burocratico, la sua impersonale lontananza e la calcolata freddezza che vanno in frantumi dinanzi alla tragedia e loro malgrado svelano (addirittura denunciandolo, seppur non consapevolmente, bensì per una sorta di riflesso involontario) l’orrore dello sterminio pianificato in tutti i suoi dettagli, la perfezione assassina del lucido delirio antisemita nazista. La presente per comunicarle che deve tenersi pronto a partire per Auschwitz, l’ultima tappa dell’inferno della deportazione, della sistematica umiliazione dei campi di concentramento, dell’oscena finzione di Theresienstadt, il “fiore all’occhiello” dell’architettura concentrazionaria hitleriana, la “struttura di internamento” destinata a ospitare i più eminenti tra gli artisti e gli intellettuali mitteleuropei”. I più eminenti tra gli ebrei, la razza maledetta. Ed è questa comunicazione, questa convocazione che un giorno, a guerra purtroppo solo quasi terminata, con il “glorioso” esercito del Reich decimato ma non ancora completamente sconfitto, giunge al celebre prigioniero, all’illustre “sporco ebreo” Kurt Gerron, in arte Gerson, cantante, attore e regista di fama, autentica stella di prima grandezza nella Germania degli anni venti. Una stella, sfortunatamente per lui, giudaica, una stella gialla, come quella che il regime gli impone di portare cucita addosso, e che segnerà, oltre al suo destino, quello della moglie Olga. A raccontare la storia di Gerson, il suo internamento a Theresienstadt e soprattutto il dilemma morale cui lo sottopone il comandante del campo, è lo scrittore svizzero Charles Lewinsky nello splendido romanzo intitolato Un regalo del Führer (in Italia edito da Einaudi nella traduzione di Valentina Tortelli). Continua a leggere “La presente per comunicarle…”

Gli ordinari abiti di Satana

Recensione di “L’eterno filisteo” di Ödön von Horváth

Ödön von Horváth, L’eterno filisteo, Bompiani

Ödön von Horváth è stato abbattuto prima di essersi raccolto per l’ultima impresa. Ma la sua opera, pur frammentaria, basta già per farci presentire che questo poeta era nato come nessun altro per donare al romanzo tedesco un’esauriente ‘Demonologia del piccolo-borghese’. Gioventù senza Dio e Un figlio del nostro tempo sarebbero forse stati i primi volumi di questa Demonologia. Il piccolo-borghese, così come Horváth ce lo presenta, è meno il membro di una classe che l’uomo impietrito, l’uomo sordo e opaco che resiste allo spirito. Mentre l’uomo che sta all’ultimo o anche al primo gradino […] della scala sociale, si apre alla verità, l’incallito uomo medio lotta per la conservazione della menzogna, perché senza la menzogna affoga. È il luogotenente del diavolo sulla terra, è, anzi, lo stesso diavolo. In antitesi al Satana di Dostoevskij, che appare a Ivàn Karamazov, manca al diavolo di Horváth ogni sfondo spirituale romantico: è un piccolo, comune diavolo. Ma la sua capacità inventiva nel regno del malvagio-senzasenso è inesauribile. La volontà di far del male è il suo impulso determinante. Egli compie un assassinio nel momento stesso in cui pretende di piangere su un perduto amore”. Così Franz Werfel inquadra, nella prefazione al romanzo Un figlio del nostro tempo, scritta nel giugno del 1938, poche settimane dopo la prematura scomparsa del suo autore, il senso complessivo dell’opera di Ödön von Horváth, la sua chirurgica analisi politico-sociale di una Germania smarrita, consumata dall’umiliazione per la Grande Guerra perduta, devastata da un trattato di pace che l’ha privata finanche della dignità e pronta a concedere se stessa e il proprio lacerato onore a chiunque prometta di risollevarne le sorti, costi quel che costi. Continua a leggere Gli ordinari abiti di Satana

Don Chisciotte a Flossembürg

Recensione de “L’impostore” di Javier Cercas

Javier Cercas, L’impostore, Guanda

Chi è davvero Enric Marco? Un meschino impostore che per decenni ha indossato un passato tragico che non gli apparteneva al solo scopo di acquisire notorietà, farsi benvolere da quante più persone possibile, ottenere importanti incarichi in istituzioni altrettanto importanti ed essere considerato un eroe? O forse, come l’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, non è altro che un uomo, un anonimo Alonso Chisciano che un bel giorno, toccati i cinquant’anni, decide di reinventare il proprio passato non solo per poter scrivere in piena libertà quello che sarà il suo futuro ma soprattutto perché stanco del baratro di uniforme grigiore nel quale sono sprofondati i suoi anni migliori? E se invece di essere Alonso Chisciano Marco fosse addirittura Cervantes? Se fosse un romanziere, il più ardito dei romanzieri, il più coraggioso dei sognatori, colui che non si accontenta di costruire una finzione ma compie il passo decisivo e decide, quella finzione, di viverla, di farla sua, di trasformarla in verità? Continua a leggere Don Chisciotte a Flossembürg

Il cinema e la svastica

Recensione de “La violetta del Prater” di Christopher Isherwood

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi

Isherwood è «leggero», con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude, si mostra costantemente distratto, dimentico, e tuttavia è attento, crudelmente, minutamente attento alle rapide apparizioni che attraversano la sua arguta distrazione. Trascrittore di voci, Isherwood ama i dialoghi veloci e insensati, le conversazioni un po’ sciocche, ma dense di allusioni frivole e inquietanti: comiche tragedie. La violetta del Prater si apre con una serie di incantevoli conversazioni, in primo luogo telefoniche; nelle quali il telefono collabora con il suo gusto perverso per l’equivoco, le battute vuote, le stizze irragionevoli; ciarle che corteggiano il nonsense, forse inutili, forse colme di una drammatica intensità, forse non succederà niente, forse da quelle battute mal giustapposte nascerà una storia, una esile trama […]. La violetta del Prater è il titolo di un film, di cui, in modo discontinuo, apprenderemo la trama; si potrebbe dire che il romanzo è il racconto del farsi del film, ma sarebbe una definizione troppo didascalica; diciamo che il racconto è ambientato negli studi di una società cinematografica inglese, e che è in corso la lavorazione di un film di quel titolo sotto la regia di un «Socrate ebreo», il tedesco Bergmann. L’insieme degli studi, dal punto di vista del narratore, potrebbe definirsi «apparato tecnico inteso alla produzione di allucinazioni di durata limitata e acquistabili a prezzo ragionevole»”. Continua a leggere Il cinema e la svastica

Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

La lanterna magica e l’abisso

Recensione de “Il tamburo di latta” di Günter Grass

Gunter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli
Gunter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli

Nano per scelta (perché la statura significa età adulta, e l’età adulta implica responsabilità, e la responsabilità è sempre e inevitabilmente colpa), Oskar Matzerath, protagonista de Il tamburo di latta, folgorante romanzo d’esordio dello scrittore tedesco Günter Grass (premio Nobel per la letteratura nel 1999), è la coscienza inquieta di un Paese intero, lo specchio della sua follia, della sua deriva, del suo naufragio, il simbolo della sua discesa agli inferi. Nano per scelta, Oskar Matzerath è allo stesso tempo anche l’iconica rappresentazione di una sconfitta, di una ribellione abortita, di un’impossibile redenzione, di una diversità macroscopica, abnorme eppure non essenziale, e che in ultima analisi si rivela come una forma di omologazione tra le tante.

I suoi trent’anni di vita, narrati a ritroso in pagine di fiammeggiante iperrealismo, in un continuo mutare di ritmo narrativo, nel respiro possente di uno stile ricchissimo, nel tumultuare di una prosa barocca, satura di dettagli descrittivi, labirintica nella costruzione dei caratteri e nell’esplorazione delle psicologie, ferocemente grottesca nel racconto delle tragedie di popoli interi e singole anime perdute e ostinatamente distante da ogni possibile consolazione, sono insieme testimonianza e confessione: spettatore neutrale dell’atroce notte nazista, il piccolo Oskar non si oppone al sanguinario delirio di onnipotenza hitleriano se non nella misura in cui le adunate, i riti di massa e le persecuzioni ai danni delle minoranze a più riprese organizzate dal regime sono d’intralcio ai suoi disegni.

Armato soltanto di un tamburo di latta (ricevuto in regalo al compimento del terzo anno di età in mantenimento di una promessa fattagli dalla madre al momento della nascita) su cui riproduce, suonando, ogni evento vissuto, ogni stato d’animo, ogni desiderio, ogni fallimento, il nano Matzerath, lo gnomo Matzerath, l’indefinibile “creatura” di nome Matzerath, il satanico Matzerath, venuto al mondo privo d’innocenza, carico di disgusto, capace quasi soltanto d’odio (o di forme d’amore monche, mostruose, paranoiche, ossessive) e con il solo, distruttivo e perverso dono di una voce talmente acuta da riuscire a mandare in frantumi qualsiasi genere di vetro in un raggio di centinaia di metri, tesse paziente la sua tela di ragno di inganni, costruisce, indifferente a tutto, la sua sordida cittadella fortificata di interessi personali.

Adulto e bambino a piacimento, Oskar rimane (per quanto glielo concede il suo animo, segnato in egual misura da meschinità e da un delirio d’onnipotenza che lo porterà a identificarsi con Gesù Cristo e a convincersi di essere in qualche modo il continuatore della sua opera) legato alla madre, si fa complice dei suoi ripetuti tradimenti coniugali, e quando lei, scopertasi incinta dell’amante, decide di darsi la morte nutrendosi soltanto di pesce, egli si vendica di coloro che più disprezza al mondo: dapprima l’affascinante e imbelle Jan Bronski, amore clandestino della mamma e suo probabile padre, che viene fatto prigioniero e poi fucilato dai nazisti nel corso dell’assedio all’edificio delle poste polacche (dove Oskar si trovava, proprio in compagnia di Jan, alla ricerca di qualcuno che potesse rimettere in sesto il suo tamburo, malridotto dall’uso eccessivo), poi il cuoco provetto (e convinto nazista) Alfred Matzerath, ufficialmente il padre del nano (e poi genitore anche del suo fratellastro – o forse di suo figlio – Kurt, concepito con Maria, la prima amante di Oskar, che l’uomo dopo aver conquistato decide di sposare), che, a un passo dalla capitolazione della Germania, viene ucciso da un soldato russo mentre cerca di far scomparire, ingoiandola, la spilla del partito.

Nel racconto doloroso e volutamente semiserio delle peripezie di Oskar Matzerath, nella rappresentazione degli episodi chiave della sua esistenza (su tutti, l’incontro con il suo mentore e maestro Bebra, un altro nano per scelta), nella teoria di miserie e pazzie di cui è attore principale e che Grass affresca con la sua scrittura vibrante, eccessiva, multiforme e misteriosamente inafferrabile nella sua incisività, prende vita un romanzo-apologo, un romanzo-denuncia, un romanzo atrocemente reale e bizzarramente fantastico, dove l’incredibile e l’assurdo altro non significano se non l’insopprimibile bisogno di lasciare, anche solo per un momento, anche soltanto con l’immaginazione, una realtà troppo corrotta, compromessa e ingiusta per poter essere accettata, sopportata, giustificata.

Nella voce “vetricida” del nano per scelta Oskar risuona dunque l’urlo di sdegno del suo creatore, un urlo modulato in forma di filastrocca, di fiaba, mascherato da pièce teatrale, strozzato in una spirale di domande retoriche e infine liberato in un torrente di immagini, nei colori saturi e nelle fantasmagorie indimenticabili e inquiete di una lanterna magica gettata in un abisso.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Feltrinelli, è di Lia Secci (rivista nel 1991 da Vittoria Ruberl). Buona lettura.

Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti. Il mio infermiere non può dunque essermi nemico.

Le misure spezzate

Lion Feuchtwanger, I fratelli Oppermann, Skira editore
Lion Feuchtwanger, I fratelli Oppermann, Skira editore

Ieri è la Germania del 1932. Un Paese economicamente in ginocchio, umiliato dalle durissime, inique condizioni di pace imposte dal Trattato di Versailles all’indomani della fine del primo conflitto mondiale. Un Paese prostrato, nel cui grembo cresce furiosa l’ansia di vendetta; uno stato scosso dal desiderio di rivincita, ammalato d’odio ma ancora saldo nel diritto. Oggi è la Germania del 30 gennaio 1933, giorno in cui Adolf Hitler viene nominato Cancelliere. Oggi è il momento in cui un intero popolo viene sedotto e travolto da un’ideologia esasperata e folle, da un nazionalismo cieco e furibondo, da parole d’ordine tanto semplici quanto violente, da reiterati appelli a tutto ciò che meno ci contraddistingue come esseri umani ma che pure profondamente ci appartiene: la sete di rivincita, la meschina seduzione dell’interesse personale, l’abitudine a responsabilizzare il prossimo per i nostri fallimenti, l’elogio svergognato della menzogna sistematicamente contrabbandata per verità, la scandalosa perversione della scienza, ridotta a mero strumento propagandistico. Oggi è il tempo di tutto ciò che è immediato, è l’esaltante stagione dell’impetuosità, dell’azione, e soprattutto della definitiva eliminazione di ogni superfluo ostacolo all’esplosione delle “energie vitali” dell’uomo: il pensiero, la coscienza, la colpevole debolezza insita nell’esitare. Domani è il compiersi dell’età nuova e il maturare in essa dell’uomo nuovo, è il miracoloso crescere e moltiplicarsi della razza pura e superiore, è lo straripare della “giusta collera del popolo germanico” nei confronti di tutti coloro che lo hanno vessato, è la punizione finalmente comminata ai traditori che hanno “assassinato la nazione pugnalandola alle spalle”: gli ebrei, genia di corrotti e corruttori, mortale infezione del sangue tedesco. Ieri, oggi e domani, tappe della progressiva e inarrestabile discesa agli inferi di persecutori e perseguitati, sono i capitoli, tematici e cronologici, in cui è diviso I fratelli Oppermann di Lion Feuchtwanger, in parte cronaca (il romanzo venne pubblicato nel 1933) e in parte impressionante, lucidissima anticipazione degli orrori del regime hitleriano. Feucthwanger racconta l’irrompere dell’incubo nazista guardando all’anima di un popolo, alla sua saldezza etica, alla sua dirittura morale, al suo spirito, ed è con disincanto, con pietà e turbamento prima che con indignazione che è costretto a constatarne il naufragio, la deriva, il brutale imbarbarimento. La sua voce, di cristallina chiarezza e nonostante ciò isolata, impotente, è quella dei morti e dei sopravvissuti: di coloro che sono caduti vittime del sanguinario delirio nazionalsocialista e di coloro che, per caso, fortuna o astuto calcolo, sono riusciti a sfuggirgli. Protagonisti del suo lavoro, sullo sfondo di una Berlino che è immagine della Germania tutta e di un’organizzazione sociale che è impietoso specchio dell’“umanità tedesca”, sono tre fratelli ebrei (gli Oppermann del titolo). Nati e cresciuti in Germania, dove hanno contribuito ad aumentare la fortuna dei propri padri (uno è un celebre chirurgo, uno il responsabile della prospera azienda di famiglia, un mobilificio, il terzo un agiato borghese che trascorre il proprio tempo interessandosi di filosofia, in particolar modo di Lessing, di cui sta scrivendo una biografia), padri a loro volta, gli Oppermann assistono dapprima con ironica incredulità, poi con sgomento, infine con dignitoso fatalismo al calare delle tenebre: ciascuno di loro resiste, come può, al ribaltamento dell’ordine voluto dai “nuovi padroni” della Germania, ma quel che è in gioco in questo tragico momento storico, spiega Feuchtwanger con un’intensità d’accenti che lascia senza fiato, non è tanto la salvezza di alcuni, o di moltissimi, quanto l’empietà cui deliberatamente si condanna un popolo ribattezzato razza nel sangue.

Nell’elencare le nefandezze delle milizie nazionalsocialiste, nella descrizione puntuale, burocratica persino, dei soprusi dell’uomo sull’uomo, della regressione a bestia di chi è stato creato a immagine somiglianza di Dio, Feuchtwanger ragiona sub specie aeternitatis: riesce a guardare oltre il momento presente, a porsi in una prospettiva più grande. E da questo punto di osservazione, la tragedia che racconta non si esaurisce in ciò che accade, si fa eco di un’amputazione radicale, eredità maligna che ci portiamo addosso come un peccato originale. “Si sentiva tedesco nell’anima”, egli scrive a proposito di un giurista che confessa a uno degli Oppermann le atrocità di cui è stato testimone, “[…] ma era giurista fin nelle più intime fibre. Che in un popolo di sessantacinque milioni ci fossero dei violenti, dei degenerati, era spiegabile: ma da buon tedesco si vergognava che si proclamasse come norma della nazione e si fissasse per legge il non-diritto, la non-educazione dell’uomo delle foreste. Le fredde persecuzioni di lavoratori e di ebrei, la stupidaggine antropologica e zoologica fissata nella legislazione, il sadismo legalizzato, ecco che cosa lo indignava […]. Non sapeva che farsene di quel diritto tedesco che i suoi governanti avevano introdotto al posto di quello romano, basandolo sul principio che gli uomini non solo uguali tra loro, ma l’uomo nazionalsocialista è per natura il padrone e quindi superiore a tutti gli altri e da giudicarsi secondo principi di diritto diversi da quelli che si dovevano osservare verso i non nazisti […]. La Germania non era più uno stato costituzionale […]. ‘Hanno spezzato le misure del mondo civile’, disse, disperato, furibondo, a denti stretti”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Skira editore, è di Ervino Pocar. Buona lettura.

Quando il dottor Gustav Oppermann si destò – era il 16 di novembre, il suo cinquantesimo compleanno – mancava parecchio al levar del sole. Ciò gli dispiacque. La giornata infatti sarebbe stata faticosa ed egli si era proposto di fare una bella dormita. Dal suo letto si distinguevano le cime sparute di qualche albero e un lembo di cielo. Il cielo era limpido e sereno, senza nebbia, come avveniva di rado nel mese di novembre.

All’incrocio di due mondi estranei

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi
Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi

“Sii un ebreo in casa tua e un uomo quando ne esci” afferma David Karnowski rivolto al figlio neonato al termine della cerimonia di circoncisione. Resta fedele, con l’intelletto e il cuore, al tuo mondo, al tuo credo, alla verità, e vivi tra gli altri, allo stesso modo degli altri, in tutto ciò che, pur senza essere essenziale, non è privo d’importanza: l’istruzione, la lingua, il lavoro. Adoperati affinché due mondi, destinati a essere estranei l’uno all’altro, trovino in te un punto di contatto, un equilibrio, un’ombra di pace. La benedizione pronunciata da David Karnowski, e la speranza che riverbera in essa, sono il filo conduttore e la chiave interpretativa del romanzo La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (fratello maggiore del più noto Isaac, premio Nobel per la Letteratura nel 1978), imponente saga familiare che, nel raccontare le vicissitudini di tre generazioni, copre un arco di tempo che va dalla fine dell’Ottocento fino ai primi, drammatici anni della dittatura nazista. La prosa severa di Singer evoca inquietudine, spaesamento, precarietà; nelle sue pagine risuonano tanto il flebile sussurro della speranza, della preghiera e della supplica quanto la voce limpida e chiara della volontà, della fierezza, della dignità. In questi estremi opposti, nella quiete apparente carica di ansie e di tormenti delle donne, dei rabbini e degli studiosi, e nella lotta tenace, testarda degli uomini per l’affermazione, il prestigio, l’assimilazione e il riconoscimento, risuona l’eco di un’unica, amara consapevolezza: quella di essere ebreo, dunque straniero, sempre, in ogni tempo e in qualsiasi luogo. E’ una genealogia del dolore e dell’umiliazione quella cui dà vita e sostanza Israel J. Singer; egli dipinge in tutte le possibili sfumature di colore l’affresco tragico di un riscatto mancato (o meglio, di un riscatto impossibile), mostra senza reticenze l’intollerabile vergogna dell’identità sistematicamente violata, descrive, con disillusa onestà, il quotidiano martirio di chi, senza ragione, viene privato del diritto di essere se stesso. E nel trascorrere degli anni e nell’alternarsi delle generazioni, l’autore racconta, attraverso la vita di tre protagonisti – il capostipite David, razionalista, ammiratore di Moses Mendelssohn e seguace del suo approccio illuminista alla fede, che decide di abbandonare la natia Polonia e la soffocante ritualità superstiziosa della comunità hassidica d’appartenenza in favore della colta e aperta Berlino; il figlio Georg, che proprio a Berlino, dopo un’adolescenza turbolenta, diverrà medico di successo e sposerà, suscitando non poco scandalo, una gentile, una donna tedesca; e infine il nipote Jegor, a un tempo goy (non ebreo) ed ebreo, puro e impuro, ariano solo in parte, perseguitato allo stesso modo dall’orgoglio del padre e del nonno e dalle dementi teorie razziali del nazismo nascente, che individuano in lui un facile bersaglio – la fatica d’esistere di chi è costretto, con ogni mezzo, a guadagnarsi la sopravvivenza, il respiro, lo schiudersi degli occhi al giorno.

Tra gioie e sofferenze, rovesci e fortune, i Karnowski, e con loro migliaia di altri ebrei tedeschi, insediati in Germania da generazioni oppure immigrati da poco dallest, alimentano con coraggio, disciplina, qualche volta persino con astuzia (è il caso dell’acuto commerciante Solomon Burak, uno dei caratteri più riusciti del romanzo, consapevole del fatto che agli occhi del mondo “l’ebreo è impuro ma i suoi soldi sono kasher” e pronto a sfruttare a proprio favore la seduzione irresistibile del denaro) il sogno ingenuo della patria, della condivisione. Tedeschi tra i tedeschi, gli ebrei si danno da fare per la prosperità della nazione, allo scoppio del primo conflitto mondiale combattono nelle trincee, muoiono, sopportano gli stenti dei durissimi anni del dopoguerra e infine si arrendono alla retorica distorta ma piena di fascino della “patria rinascente”, che, bisognosa di un nemico, di qualcuno cui addossare la responsabilità delle proprie sventure, decide di nutrire il proprio popolo (gli ariani, il puro sangue tedesco) d’odio e di cieco desiderio di vendetta. Ricomincia allora, per coloro che per tempo riescono a salvarsi dagli aguzzini saliti al potere, l’eterno peregrinare, questa volta al di là dell’oceano, nell’immensa, accogliente e misteriosa terra d’America, dove, spogliati di tutto tranne del loro essere ebrei, giungono i Karnowski. Di nuovo poveri, di nuovo miseri, di nuovo alla ricerca di un angolo dove essere, senza vergogna né colpa, ciò che sono dalla nascita: ebrei.

Romanzo partigiano ma mai insincero, potente nella prosa, incisivo nella capacità d’analisi, colto e di grande lucidità nella concezione della storia, dell’uomo, del male e del bene, frutto di un pessimismo deterministico che convince tanto quanto spaventa, La famiglia Karnowski è un’opera di notevole spessore. Il lavoro, magnifico (l’ultimo), di un grande scrittore.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Anna Linda Callow. Buona lettura.

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante. La genialità era inscritta nelle alte fronti da studioso e negli occhi profondi e inquieti, neri come il carbone. Ostinazione e sfida si leggevano sui nasi forti e sproporzionati che spiccavano beffardi e arroganti nei loro volti scarni: poche confidenze! E’ per via di questa testardaggine che nessuno in famiglia era diventato rabbino, anche se non sarebbe stato difficile, e tutti avevano intrapreso la via del commercio.