Don Chisciotte a Flossembürg

Recensione de “L’impostore” di Javier Cercas

Javier Cercas, L’impostore, Guanda

Chi è davvero Enric Marco? Un meschino impostore che per decenni ha indossato un passato tragico che non gli apparteneva al solo scopo di acquisire notorietà, farsi benvolere da quante più persone possibile, ottenere importanti incarichi in istituzioni altrettanto importanti ed essere considerato un eroe? O forse, come l’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, non è altro che un uomo, un anonimo Alonso Chisciano che un bel giorno, toccati i cinquant’anni, decide di reinventare il proprio passato non solo per poter scrivere in piena libertà quello che sarà il suo futuro ma soprattutto perché stanco del baratro di uniforme grigiore nel quale sono sprofondati i suoi anni migliori? E se invece di essere Alonso Chisciano Marco fosse addirittura Cervantes? Se fosse un romanziere, il più ardito dei romanzieri, il più coraggioso dei sognatori, colui che non si accontenta di costruire una finzione ma compie il passo decisivo e decide, quella finzione, di viverla, di farla sua, di trasformarla in verità? Continua a leggere Don Chisciotte a Flossembürg

Il cinema e la svastica

Recensione de “La violetta del Prater” di Christopher Isherwood

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi

Isherwood è «leggero», con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude, si mostra costantemente distratto, dimentico, e tuttavia è attento, crudelmente, minutamente attento alle rapide apparizioni che attraversano la sua arguta distrazione. Trascrittore di voci, Isherwood ama i dialoghi veloci e insensati, le conversazioni un po’ sciocche, ma dense di allusioni frivole e inquietanti: comiche tragedie. La violetta del Prater si apre con una serie di incantevoli conversazioni, in primo luogo telefoniche; nelle quali il telefono collabora con il suo gusto perverso per l’equivoco, le battute vuote, le stizze irragionevoli; ciarle che corteggiano il nonsense, forse inutili, forse colme di una drammatica intensità, forse non succederà niente, forse da quelle battute mal giustapposte nascerà una storia, una esile trama […]. La violetta del Prater è il titolo di un film, di cui, in modo discontinuo, apprenderemo la trama; si potrebbe dire che il romanzo è il racconto del farsi del film, ma sarebbe una definizione troppo didascalica; diciamo che il racconto è ambientato negli studi di una società cinematografica inglese, e che è in corso la lavorazione di un film di quel titolo sotto la regia di un «Socrate ebreo», il tedesco Bergmann. L’insieme degli studi, dal punto di vista del narratore, potrebbe definirsi «apparato tecnico inteso alla produzione di allucinazioni di durata limitata e acquistabili a prezzo ragionevole»”. Continua a leggere Il cinema e la svastica

Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

La lanterna magica e l’abisso

Recensione de “Il tamburo di latta” di Günter Grass

Gunter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli
Gunter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli

Nano per scelta (perché la statura significa età adulta, e l’età adulta implica responsabilità, e la responsabilità è sempre e inevitabilmente colpa), Oskar Matzerath, protagonista de Il tamburo di latta, folgorante romanzo d’esordio dello scrittore tedesco Günter Grass (premio Nobel per la letteratura nel 1999), è la coscienza inquieta di un Paese intero, lo specchio della sua follia, della sua deriva, del suo naufragio, il simbolo della sua discesa agli inferi. Nano per scelta, Oskar Matzerath è allo stesso tempo anche l’iconica rappresentazione di una sconfitta, di una ribellione abortita, di un’impossibile redenzione, di una diversità macroscopica, abnorme eppure non essenziale, e che in ultima analisi si rivela come una forma di omologazione tra le tante.

I suoi trent’anni di vita, narrati a ritroso in pagine di fiammeggiante iperrealismo, in un continuo mutare di ritmo narrativo, nel respiro possente di uno stile ricchissimo, nel tumultuare di una prosa barocca, satura di dettagli descrittivi, labirintica nella costruzione dei caratteri e nell’esplorazione delle psicologie, ferocemente grottesca nel racconto delle tragedie di popoli interi e singole anime perdute e ostinatamente distante da ogni possibile consolazione, sono insieme testimonianza e confessione: spettatore neutrale dell’atroce notte nazista, il piccolo Oskar non si oppone al sanguinario delirio di onnipotenza hitleriano se non nella misura in cui le adunate, i riti di massa e le persecuzioni ai danni delle minoranze a più riprese organizzate dal regime sono d’intralcio ai suoi disegni.

Armato soltanto di un tamburo di latta (ricevuto in regalo al compimento del terzo anno di età in mantenimento di una promessa fattagli dalla madre al momento della nascita) su cui riproduce, suonando, ogni evento vissuto, ogni stato d’animo, ogni desiderio, ogni fallimento, il nano Matzerath, lo gnomo Matzerath, l’indefinibile “creatura” di nome Matzerath, il satanico Matzerath, venuto al mondo privo d’innocenza, carico di disgusto, capace quasi soltanto d’odio (o di forme d’amore monche, mostruose, paranoiche, ossessive) e con il solo, distruttivo e perverso dono di una voce talmente acuta da riuscire a mandare in frantumi qualsiasi genere di vetro in un raggio di centinaia di metri, tesse paziente la sua tela di ragno di inganni, costruisce, indifferente a tutto, la sua sordida cittadella fortificata di interessi personali.

Adulto e bambino a piacimento, Oskar rimane (per quanto glielo concede il suo animo, segnato in egual misura da meschinità e da un delirio d’onnipotenza che lo porterà a identificarsi con Gesù Cristo e a convincersi di essere in qualche modo il continuatore della sua opera) legato alla madre, si fa complice dei suoi ripetuti tradimenti coniugali, e quando lei, scopertasi incinta dell’amante, decide di darsi la morte nutrendosi soltanto di pesce, egli si vendica di coloro che più disprezza al mondo: dapprima l’affascinante e imbelle Jan Bronski, amore clandestino della mamma e suo probabile padre, che viene fatto prigioniero e poi fucilato dai nazisti nel corso dell’assedio all’edificio delle poste polacche (dove Oskar si trovava, proprio in compagnia di Jan, alla ricerca di qualcuno che potesse rimettere in sesto il suo tamburo, malridotto dall’uso eccessivo), poi il cuoco provetto (e convinto nazista) Alfred Matzerath, ufficialmente il padre del nano (e poi genitore anche del suo fratellastro – o forse di suo figlio – Kurt, concepito con Maria, la prima amante di Oskar, che l’uomo dopo aver conquistato decide di sposare), che, a un passo dalla capitolazione della Germania, viene ucciso da un soldato russo mentre cerca di far scomparire, ingoiandola, la spilla del partito.

Nel racconto doloroso e volutamente semiserio delle peripezie di Oskar Matzerath, nella rappresentazione degli episodi chiave della sua esistenza (su tutti, l’incontro con il suo mentore e maestro Bebra, un altro nano per scelta), nella teoria di miserie e pazzie di cui è attore principale e che Grass affresca con la sua scrittura vibrante, eccessiva, multiforme e misteriosamente inafferrabile nella sua incisività, prende vita un romanzo-apologo, un romanzo-denuncia, un romanzo atrocemente reale e bizzarramente fantastico, dove l’incredibile e l’assurdo altro non significano se non l’insopprimibile bisogno di lasciare, anche solo per un momento, anche soltanto con l’immaginazione, una realtà troppo corrotta, compromessa e ingiusta per poter essere accettata, sopportata, giustificata.

Nella voce “vetricida” del nano per scelta Oskar risuona dunque l’urlo di sdegno del suo creatore, un urlo modulato in forma di filastrocca, di fiaba, mascherato da pièce teatrale, strozzato in una spirale di domande retoriche e infine liberato in un torrente di immagini, nei colori saturi e nelle fantasmagorie indimenticabili e inquiete di una lanterna magica gettata in un abisso.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Feltrinelli, è di Lia Secci (rivista nel 1991 da Vittoria Ruberl). Buona lettura.

Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti. Il mio infermiere non può dunque essermi nemico.

Le misure spezzate

Lion Feuchtwanger, I fratelli Oppermann, Skira editore
Lion Feuchtwanger, I fratelli Oppermann, Skira editore

Ieri è la Germania del 1932. Un Paese economicamente in ginocchio, umiliato dalle durissime, inique condizioni di pace imposte dal Trattato di Versailles all’indomani della fine del primo conflitto mondiale. Un Paese prostrato, nel cui grembo cresce furiosa l’ansia di vendetta; uno stato scosso dal desiderio di rivincita, ammalato d’odio ma ancora saldo nel diritto. Oggi è la Germania del 30 gennaio 1933, giorno in cui Adolf Hitler viene nominato Cancelliere. Oggi è il momento in cui un intero popolo viene sedotto e travolto da un’ideologia esasperata e folle, da un nazionalismo cieco e furibondo, da parole d’ordine tanto semplici quanto violente, da reiterati appelli a tutto ciò che meno ci contraddistingue come esseri umani ma che pure profondamente ci appartiene: la sete di rivincita, la meschina seduzione dell’interesse personale, l’abitudine a responsabilizzare il prossimo per i nostri fallimenti, l’elogio svergognato della menzogna sistematicamente contrabbandata per verità, la scandalosa perversione della scienza, ridotta a mero strumento propagandistico. Oggi è il tempo di tutto ciò che è immediato, è l’esaltante stagione dell’impetuosità, dell’azione, e soprattutto della definitiva eliminazione di ogni superfluo ostacolo all’esplosione delle “energie vitali” dell’uomo: il pensiero, la coscienza, la colpevole debolezza insita nell’esitare. Domani è il compiersi dell’età nuova e il maturare in essa dell’uomo nuovo, è il miracoloso crescere e moltiplicarsi della razza pura e superiore, è lo straripare della “giusta collera del popolo germanico” nei confronti di tutti coloro che lo hanno vessato, è la punizione finalmente comminata ai traditori che hanno “assassinato la nazione pugnalandola alle spalle”: gli ebrei, genia di corrotti e corruttori, mortale infezione del sangue tedesco. Ieri, oggi e domani, tappe della progressiva e inarrestabile discesa agli inferi di persecutori e perseguitati, sono i capitoli, tematici e cronologici, in cui è diviso I fratelli Oppermann di Lion Feuchtwanger, in parte cronaca (il romanzo venne pubblicato nel 1933) e in parte impressionante, lucidissima anticipazione degli orrori del regime hitleriano. Feucthwanger racconta l’irrompere dell’incubo nazista guardando all’anima di un popolo, alla sua saldezza etica, alla sua dirittura morale, al suo spirito, ed è con disincanto, con pietà e turbamento prima che con indignazione che è costretto a constatarne il naufragio, la deriva, il brutale imbarbarimento. La sua voce, di cristallina chiarezza e nonostante ciò isolata, impotente, è quella dei morti e dei sopravvissuti: di coloro che sono caduti vittime del sanguinario delirio nazionalsocialista e di coloro che, per caso, fortuna o astuto calcolo, sono riusciti a sfuggirgli. Protagonisti del suo lavoro, sullo sfondo di una Berlino che è immagine della Germania tutta e di un’organizzazione sociale che è impietoso specchio dell’“umanità tedesca”, sono tre fratelli ebrei (gli Oppermann del titolo). Nati e cresciuti in Germania, dove hanno contribuito ad aumentare la fortuna dei propri padri (uno è un celebre chirurgo, uno il responsabile della prospera azienda di famiglia, un mobilificio, il terzo un agiato borghese che trascorre il proprio tempo interessandosi di filosofia, in particolar modo di Lessing, di cui sta scrivendo una biografia), padri a loro volta, gli Oppermann assistono dapprima con ironica incredulità, poi con sgomento, infine con dignitoso fatalismo al calare delle tenebre: ciascuno di loro resiste, come può, al ribaltamento dell’ordine voluto dai “nuovi padroni” della Germania, ma quel che è in gioco in questo tragico momento storico, spiega Feuchtwanger con un’intensità d’accenti che lascia senza fiato, non è tanto la salvezza di alcuni, o di moltissimi, quanto l’empietà cui deliberatamente si condanna un popolo ribattezzato razza nel sangue.

Nell’elencare le nefandezze delle milizie nazionalsocialiste, nella descrizione puntuale, burocratica persino, dei soprusi dell’uomo sull’uomo, della regressione a bestia di chi è stato creato a immagine somiglianza di Dio, Feuchtwanger ragiona sub specie aeternitatis: riesce a guardare oltre il momento presente, a porsi in una prospettiva più grande. E da questo punto di osservazione, la tragedia che racconta non si esaurisce in ciò che accade, si fa eco di un’amputazione radicale, eredità maligna che ci portiamo addosso come un peccato originale. “Si sentiva tedesco nell’anima”, egli scrive a proposito di un giurista che confessa a uno degli Oppermann le atrocità di cui è stato testimone, “[…] ma era giurista fin nelle più intime fibre. Che in un popolo di sessantacinque milioni ci fossero dei violenti, dei degenerati, era spiegabile: ma da buon tedesco si vergognava che si proclamasse come norma della nazione e si fissasse per legge il non-diritto, la non-educazione dell’uomo delle foreste. Le fredde persecuzioni di lavoratori e di ebrei, la stupidaggine antropologica e zoologica fissata nella legislazione, il sadismo legalizzato, ecco che cosa lo indignava […]. Non sapeva che farsene di quel diritto tedesco che i suoi governanti avevano introdotto al posto di quello romano, basandolo sul principio che gli uomini non solo uguali tra loro, ma l’uomo nazionalsocialista è per natura il padrone e quindi superiore a tutti gli altri e da giudicarsi secondo principi di diritto diversi da quelli che si dovevano osservare verso i non nazisti […]. La Germania non era più uno stato costituzionale […]. ‘Hanno spezzato le misure del mondo civile’, disse, disperato, furibondo, a denti stretti”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Skira editore, è di Ervino Pocar. Buona lettura.

Quando il dottor Gustav Oppermann si destò – era il 16 di novembre, il suo cinquantesimo compleanno – mancava parecchio al levar del sole. Ciò gli dispiacque. La giornata infatti sarebbe stata faticosa ed egli si era proposto di fare una bella dormita. Dal suo letto si distinguevano le cime sparute di qualche albero e un lembo di cielo. Il cielo era limpido e sereno, senza nebbia, come avveniva di rado nel mese di novembre.

All’incrocio di due mondi estranei

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi
Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi

“Sii un ebreo in casa tua e un uomo quando ne esci” afferma David Karnowski rivolto al figlio neonato al termine della cerimonia di circoncisione. Resta fedele, con l’intelletto e il cuore, al tuo mondo, al tuo credo, alla verità, e vivi tra gli altri, allo stesso modo degli altri, in tutto ciò che, pur senza essere essenziale, non è privo d’importanza: l’istruzione, la lingua, il lavoro. Adoperati affinché due mondi, destinati a essere estranei l’uno all’altro, trovino in te un punto di contatto, un equilibrio, un’ombra di pace. La benedizione pronunciata da David Karnowski, e la speranza che riverbera in essa, sono il filo conduttore e la chiave interpretativa del romanzo La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (fratello maggiore del più noto Isaac, premio Nobel per la Letteratura nel 1978), imponente saga familiare che, nel raccontare le vicissitudini di tre generazioni, copre un arco di tempo che va dalla fine dell’Ottocento fino ai primi, drammatici anni della dittatura nazista. La prosa severa di Singer evoca inquietudine, spaesamento, precarietà; nelle sue pagine risuonano tanto il flebile sussurro della speranza, della preghiera e della supplica quanto la voce limpida e chiara della volontà, della fierezza, della dignità. In questi estremi opposti, nella quiete apparente carica di ansie e di tormenti delle donne, dei rabbini e degli studiosi, e nella lotta tenace, testarda degli uomini per l’affermazione, il prestigio, l’assimilazione e il riconoscimento, risuona l’eco di un’unica, amara consapevolezza: quella di essere ebreo, dunque straniero, sempre, in ogni tempo e in qualsiasi luogo. E’ una genealogia del dolore e dell’umiliazione quella cui dà vita e sostanza Israel J. Singer; egli dipinge in tutte le possibili sfumature di colore l’affresco tragico di un riscatto mancato (o meglio, di un riscatto impossibile), mostra senza reticenze l’intollerabile vergogna dell’identità sistematicamente violata, descrive, con disillusa onestà, il quotidiano martirio di chi, senza ragione, viene privato del diritto di essere se stesso. E nel trascorrere degli anni e nell’alternarsi delle generazioni, l’autore racconta, attraverso la vita di tre protagonisti – il capostipite David, razionalista, ammiratore di Moses Mendelssohn e seguace del suo approccio illuminista alla fede, che decide di abbandonare la natia Polonia e la soffocante ritualità superstiziosa della comunità hassidica d’appartenenza in favore della colta e aperta Berlino; il figlio Georg, che proprio a Berlino, dopo un’adolescenza turbolenta, diverrà medico di successo e sposerà, suscitando non poco scandalo, una gentile, una donna tedesca; e infine il nipote Jegor, a un tempo goy (non ebreo) ed ebreo, puro e impuro, ariano solo in parte, perseguitato allo stesso modo dall’orgoglio del padre e del nonno e dalle dementi teorie razziali del nazismo nascente, che individuano in lui un facile bersaglio – la fatica d’esistere di chi è costretto, con ogni mezzo, a guadagnarsi la sopravvivenza, il respiro, lo schiudersi degli occhi al giorno.

Tra gioie e sofferenze, rovesci e fortune, i Karnowski, e con loro migliaia di altri ebrei tedeschi, insediati in Germania da generazioni oppure immigrati da poco dallest, alimentano con coraggio, disciplina, qualche volta persino con astuzia (è il caso dell’acuto commerciante Solomon Burak, uno dei caratteri più riusciti del romanzo, consapevole del fatto che agli occhi del mondo “l’ebreo è impuro ma i suoi soldi sono kasher” e pronto a sfruttare a proprio favore la seduzione irresistibile del denaro) il sogno ingenuo della patria, della condivisione. Tedeschi tra i tedeschi, gli ebrei si danno da fare per la prosperità della nazione, allo scoppio del primo conflitto mondiale combattono nelle trincee, muoiono, sopportano gli stenti dei durissimi anni del dopoguerra e infine si arrendono alla retorica distorta ma piena di fascino della “patria rinascente”, che, bisognosa di un nemico, di qualcuno cui addossare la responsabilità delle proprie sventure, decide di nutrire il proprio popolo (gli ariani, il puro sangue tedesco) d’odio e di cieco desiderio di vendetta. Ricomincia allora, per coloro che per tempo riescono a salvarsi dagli aguzzini saliti al potere, l’eterno peregrinare, questa volta al di là dell’oceano, nell’immensa, accogliente e misteriosa terra d’America, dove, spogliati di tutto tranne del loro essere ebrei, giungono i Karnowski. Di nuovo poveri, di nuovo miseri, di nuovo alla ricerca di un angolo dove essere, senza vergogna né colpa, ciò che sono dalla nascita: ebrei.

Romanzo partigiano ma mai insincero, potente nella prosa, incisivo nella capacità d’analisi, colto e di grande lucidità nella concezione della storia, dell’uomo, del male e del bene, frutto di un pessimismo deterministico che convince tanto quanto spaventa, La famiglia Karnowski è un’opera di notevole spessore. Il lavoro, magnifico (l’ultimo), di un grande scrittore.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Anna Linda Callow. Buona lettura.

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante. La genialità era inscritta nelle alte fronti da studioso e negli occhi profondi e inquieti, neri come il carbone. Ostinazione e sfida si leggevano sui nasi forti e sproporzionati che spiccavano beffardi e arroganti nei loro volti scarni: poche confidenze! E’ per via di questa testardaggine che nessuno in famiglia era diventato rabbino, anche se non sarebbe stato difficile, e tutti avevano intrapreso la via del commercio.

Hammerstein: il nobile eroismo della ragione

Recensione di “Hammerstein, o dell’ostinazione” di Hans Magnus Enzensberger

 

Hans Magnus Enzensberger, Hammerstein o dell'ostinazione, Einaudi
Hans Magnus Enzensberger, Hammerstein o dell’ostinazione, Einaudi

Berlino, 3 febbraio 1933. Adolf Hitler, da poco nominato cancelliere della Germania, incontra a cena i vertici dell’esercito ed espone loro, con agghiacciante chiarezza, i fondamenti del suo “programma di governo”: costruzione di una ferrea dittatura interna e progressiva conquista di un “spazio vitale” a oriente. Sarà quell’esposizione, allo stesso tempo lucida, malata e tragicamente profetica a convincere uno degli astanti, il generale Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord (cui era toccato anche il delicato ruolo di anfitrione), capo di stato maggiore dell’esercito, della pericolosità di quel politicante arruffato e confuso che era riuscito a conquistare il Paese e che lui aveva senza alcun dubbio sottovalutato. E della necessità di fermarlo. Di ascendenze nobili ma privo di risorse, von Hammerstein-Equord era un conservatore, un uomo di destra (come lo erano tutti nel suo ambiente) e un nazionalista, tuttavia per educazione, formazione e temperamento rifuggiva ogni eccesso ideologico; riconosceva che le difficilissime condizioni economiche e sociali in cui versava la Germania dipendevano in gran parte dalle umilianti condizioni di pace imposte al Paese, al termine del primo conflitto mondiale, dalle potenze vincitrici e stabilite dal Trattato di Versailles, ma sapeva che esistevano anche altre responsabilità, e non era disposto a tacerle (“Ideologicamente siamo tutti di destra, ma dobbiamo tenere presente di chi è la colpa se l’attuale politica interna è in rovina. Sono stati i vertici dei partiti di destra. Sono loro i colpevoli”). Per questo fin dalla prima ora l’alto ufficiale si arruolò in quella ridotta e clandestina schiera di oppositori del nazismo che non cessò mai di attraversare, come una corrente sotterranea, gli anni d’incubo del “glorioso Reich millenario” ma che non ebbe mai forza sufficiente, o volontà bastante (o forse entrambe le cose), per cambiare davvero le cose e porre fine al regime. Di questa resistenza testarda eppure in qualche misura trattenuta, insicura, eccessivamente cauta racconta Hans Magnus Enzensberger in Hammerstein o dell’ostinazione, documentato resoconto di una delle stagioni più buie della nostra storia recente e insieme intenso omaggio (umano e politico) all’eroismo nobile della ragione. Nel 1934 Hammerstein rassegna le proprie dimissioni e si ritira a vita privata; un gesto simbolico di grande significato, che sottolinea la radicale contrarietà dell’uomo nei confronti di chi allora deteneva il potere e ne rafforza il ruolo di “punto di riferimento” della dissidenza. In famiglia (è padre di sette figli, tutti avversari del nazionalsocialismo) come nelle alte schiere dell’esercito, l’ex capo di stato maggiore è una sorta di involontario modello; l’autore, mescolando con intelligenza e raffinato gusto letterario dati ufficiali, informazioni e testimonianze e aggiungendo, per tutti i protagonisti citati nel volume, vivaci conversazioni postume costruite in forma di intervista e tese a illuminare, volta a volta, particolari lati del carattere delle persone o episodi drammatici e controversi, ci consegna il profilo di un uomo pigro e gaudente, lontanissimo dalla rigida efficienza tedesca e ancor più distante dal cieco fanatismo delle milizie hitleriane, un ufficiale che al rispetto per l’uniforme antepone quello per la propria umanità e all’incondizionata fedeltà alla patria il dovere di non tradire le proprie idee, quale che sia il prezzo di pagare. Ed è proprio questa semplice (ma niente affatto scontata) coerenza a fare del barone von Hammerstein-Equord un padre imperfetto, sbadato ma sufficientemente liberale da permettere ai propri figli di osservare la realtà con i propri occhi, di contestarlo, di allontanarsi da lui, di scegliere strade in qualche caso opposte alla sua (come per esempio fecero le figlie, che aderirono al partito comunista tedesco e si impegnarono in delicate e pericolose attività di spionaggio), sempre però condividendone la presa di posizione fondamentale, quella del totale, irremovibile rifiuto della deriva nazionalsocialista. Ed è sempre questa volontà di non piegarsi, di non accettare come giusto, o solo come inevitabile, quel che un intero popolo ha scelto (o creduto di scegliere) a fare di quell’uomo, morto prima di assistere a ciò che sapeva sarebbe accaduto (la sconfitta del nazismo, l’insensata devastazione d’Europa, il genocidio degli ebrei), il centro di gravità del fallito attentato al führer del luglio 1944, che peraltro Hammerstein non condivise mai, sostenendo che per i tedeschi fosse necessario “bere fino in fondo l’amaro calice” per comprendere cosa fosse veramente il nazismo.

“[…] questo libro […] non è un romanzo” scrive Enzensberger a conclusione della sua opera. “Per fare un paragone audace, procede in maniera più analoga alla fotografia che alla scrittura. Ho voluto separare quello che potevo documentare con l’ausilio di fonti scritte e orali dai miei giudizi soggettivi, che compaiono sotto forma di glosse. Per integrarlo, sono ricorso all’antico genere letterario del dialogo dei morti. Queste chiacchierate postume permettono di instaurare un rapporto tra coloro che vivono oggi e chi li ha preceduti – un confronto che, notoriamente, deve fare i conti con molteplici difficoltà di comprensione, perché chi si è salvato crede spesso di sapere le cose meglio di coloro che hanno vissuto in un permanente stato d’emergenza, rischiando sulla propria pelle. Il rifiuto della forma romanzesca non significa che questo lavoro accampi pretese di scientificità. Anche solo per questo motivo, qui si rinuncia alle note […]. Chi vuole saperne di più, può far riferimento alla bibliografia […]. Tutti, anche gli scrittori, devono fare il proprio lavoro nel miglior modo possibile”.

Prima di concludere, permettetemi di ringraziare l’amica scrittrice Nicoletta Sipos, cui devo la lettura di questa magnifica opera.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Valentina Tortelli. Buona lettura.
Come ogni mattina, il 3 febbraio 1933 alle sette in punto il generale lasciò il suo appartamento nell’ala est del Bendlerblock. Non doveva fare molta strada per raggiungere gli uffici. Si trovavano al piano di sotto, dove quella sera stessa si sarebbe seduto a tavola con un uomo di nome Adolf Hitler. Quante volte l’aveva visto prima di allora? Pare che l’avesse incontrato già nell’inverno 1924-25 a casa di un vecchio conoscente, il fabbricante di pianoforti Edwin Bechstein. È quanto dice suo figlio Ludwig, secondo il quale Hitler non aveva fatto una grande impressione sul padre. Allora lo aveva definito un confusionario, anche se abile.

La carta è stanca

Louis-Ferdinand Céline, Rigodon, Einaudi
Louis-Ferdinand Céline, Rigodon, Einaudi

Sono pagine furenti e spossate, livide e febbrili, schiumanti di impotente indignazione e profetici deliri quelle che compongono Rigodon, romanzo che conclude la Trilogia del Nord di Louis-Ferdinand Céline e insieme ultimo lavoro del grande scrittore francese. Più di ogni altro, Céline ha legato, o per dir più esattamente sovrapposto, il proprio destino personale alla convulsa genialità della sua prosa, trasformato la sincerità in verità, reso l’odio la forma più pura di confessione e l’ossessione nient’altro che la legittima espressione del dolore. Confitti nel tempo, germogliati nella storia, i suoi romanzi vivono in realtà in una dimensione sospesa, che annulla ogni distanza tra passato e presente; le macerie dell’oggi, che l’autore descrive con allucinata precisione – “Vedo bene che Pulet mi tiene il muso… Poulet Robert, condannato a morte… parla mica più di me nelle sue rubriche – sono un pretesto narrativo per agganciarsi a ciò che è accaduto, alle vicende narcisisticamente tragiche di una vita spesa in solitudine, in fuga, alla disperata ricerca di un senso, di un istante di quiete – “Eccoci qui!… omaggio al lettore!… inchino!… ci ritroviamo allo stesso punto… Harras è partito… agire adesso o mai più!… abbiamo l’essenziale, il permesso firmato, timbrato Reichsbevoll…”. Testimone allo stesso tempo lucido e folle del suo tempo, ma soprattutto grande conoscitore della natura umana, Louis-Ferdinand Céline si spinge fino a reinventare il passato (in special modo la guerra e i suoi orrori), affidandogli la responsabilità della memoria, costringendolo alla condivisione del ricordo e infine concedendogli il dono più prezioso, quello della libertà creatrice dell’immaginazione. A tal proposito scrive Henri Godard nella prefazione alla Trilogia del Nord pubblicata da Einaudi-Gallimard (Biblioteca della Pléiade): “… le peripezie della narrazione hanno quasi tutte qualche fondamento «reale», ma […] nessuna è trascritta tale e quale: non c’è nessun aspetto di questo reale che non possa essere modificato […]. Non c’è niente, in questi tre volumi di sedicenti ricordi, che non porti il marchio sia di questo momento da incubo della Storia che, come si suol dire, sorpassa l’immaginazione, sia al tempo stesso dell’immaginazione che se n’è per l’appunto appropriata. Fra i ricordi, senza dubbio numerosi, di quegli otto o nove mesi passati in Germania, l’immaginazione non conserva che quelli sui quali può esercitare la propria azione, e li rimodella secondo delle leggi ch’erano già state le sue in tutti i romanzi precedenti”. Proviamo dunque a considerare Rigodon da questa prospettiva, leggiamolo come un’autobiografia illegittima, in una certa misura perfino apocrifa; lasciamoci guidare dalla continuità tematica e temporale con gli altri due capitoli della Trilogia (gli splendidi Da un castello all’altro e Nord, di cui ho già scritto), scopriamo quel che succede all’autore, alla sua famiglia e ai suoi amici, in cerca di un modo per lasciare la Germania invasa dagli Alleati e prossima al collasso e alla resa definitiva, tuffiamoci in quel “mondo alla rovescia” che Céline dipinge, con maestria impareggiabile, come il peggiore degli incubi senza tuttavia mai smettere di ripeterci che si tratta del mondo vero, dell’unico mondo possibile, quello in cui tutti siamo condannati a vivere, ma non dimentichiamo che questo suo piccolo capolavoro, così estenuato in alcuni passaggi (quasi che l’autore sentisse incombere su di sé la fine; Céline morì poche ore dopo aver comunicato all’editore di aver terminato il libro) ha la medesima, dirompente energia del Viaggio al termine della notte e di Morte a credito, ed è attraversato dalla stessa stravolta, fiammeggiante ironia. “Dal Viaggio alla Trilogia”, scrive ancora Godard, “nonostante il lungo intervallo e la frattura apparente provocata dagli scritti polemici, non c’è rottura. Essendo al contrario, considerata nel suo insieme, il racconto di un’erranza appena interrotta da tappe sempre provvisorie, la Trilogia ritrova forse meglio dei romanzi intermedi quello schema narrativo proprio del Viaggio, in particolar modo nella sua prima metà”.

Colui che più di ogni altro ha fatto coincidere vita e scrittura si consegna, luci e ombre, nei suoi romanzi. Nel primo come nell’ultimo.

P.S. Il titolo del post è un omaggio a Guido Ceronetti, autore di un bellissimo volume, pubblicato da Adelphi (in prima edizione nel 1976) e intitolato appunto La carta è stanca. Nel libro si parla anche di Céline.

Eccovi, invece dell’incipit, uno dei momenti a mio parere più belli del romanzo. L’arrivo del treno che dovrebbe condurre Céline alla salvezza. La traduzione è di Giuseppe Guglielmi. Buona lettura.
Sente qualcosa… è vero! sciutt! sciutt! un treno… ansimante… lontano ancora e pieno di fumo… sciut!… questo deve essere il Berlino-Rostock… da otto giorni che è annunziato… ma i biglietti? chiedo intorno… c’è più biglietti, più sportelli, si sale su così… si pagherà più tardi, che dicono… ma si sale in che modo? qua adesso lo si vede sto accelerato… è tutto di legno… cinque… sei vagoni… così irti direste da tutto quello che spunta dai finestrini… dei bruchi sono a questo modo, ispidi, irti… qua vedete tutto quello che spunta… cento braccia, cento gambe… e delle teste!… e dei fucili!… conosco dei metrò da scoppiare, dei treni così strapieni che ci introdurresti manco un dito, ma qua sto verme di accelerato è così imbottito, così irto di gambe, di braccia, di teste, che sei forzato a ridere.. tutto quello che gli spunta dai vetri… si avvicina… psciutt! psciutt! ma è mica tutto lì!… subito appresso la locomotiva, un pianale, un cannone e degli artiglieri….