Lo sterminio a processo

Recensione di “La banalità del male” di Hannah Arendt

Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli

1961. Adolf Eichmann, burocrate nazista “esperto” di questioni ebraiche e attivamente coinvolto nell’organizzazione delle operazioni di sterminio degli ebrei, viene processato a Gerusalemme. Era stato catturato in Argentina quasi un anno prima da un gruppo di agenti segreti israeliani. Queste le accuse a suo carico: aver commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale. Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca di origini ebraiche, segue tutte le udienze in qualità di corrispondente del New Yorker e dai suoi resoconti nasce un saggio, La banalità del male. Per il giovanissimo Stato di Israele, sorto dallo sterminio degli ebrei, dall’incubo feroce della Shoah, e per il Primo Ministro David Ben Gurion, Eichmann alla sbarra è un simbolo e un pericolo. Simbolo della resistenza del popolo ebraico, falcidiato ma non annientato dalla chirurgica volontà di distruzione del regime hitleriano, e pericolo di scivolare in quel cono d’ombra dove tutte le differenze si annullano, dove vittime e carnefici sono indistinguibili, dove la giustizia si fa vendetta e la vendetta diviene la sola forma possibile di giustizia (o peggio, la più efficace).
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La fedeltà consegnata alla letteratura

Recensione di “Una storia di amore e di tenebra” di Amos Oz

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli

“Lo squallore che assediava la vita dei miei genitori. Il debole odore di colla fatta in casa misto a quello di pesce in salamoia che accompagnava sempre i coniugi Krokmal, gli aggiustatori di giocattoli e medici di bambole. La tinta bruna […] della casa della maestra Zelda, la credenza di formica spelata. E la casa dello scrittore signor Zarchi malato di cuore, la cui moglie Ester soffriva di emicranie. La cucina fuligginosa di Tserta Abramsky, i due canarini che Stashek e Mala Rodintzky tenevano dentro la gabbia in camera loro, quello vecchio e spelacchiato e quello fatto con una pigna. E il branco di gatti domestici della maestra Isabela Nachlieli, e Getzel, il marito della maestra Isabela, il cassiere della cooperativa sempre a bocca aperta. E anche Stach, il vetusto, mogio cane di stracci di mia nonna Shlomit, quel cane con i malinconici occhi di bottone, cui s’infilavano dentro le palline di naftalina per timore delle tarme quando non lo si batteva furiosamente per levar via la polvere, finché un giorno se n’ebbe abbastanza, fu avvolto in carta di giornale e scaraventato nella spazzatura. Avevo dunque capito donde venivo”.

Così Amos Oz, quasi al termine del suo autobiografico romanzo-fiume intitolato Una storia di amore e di tenebra, racconta il senso del suo narrare, il lento mulinare della sua prosa, il ruotare, come di pianeti, di situazioni e personaggi che più e più volte fanno la loro comparsa per poi eclissarsi e di nuovo tornare e ancora scolorire in un arco di oltre trent’anni (dal 1930 fino alla prima metà degli anni cinquanta), l’intrecciarsi dell’incerto destino del nascente stato di Israele e delle vite dei singoli. All’ombra del Mandato Britannico in Palestina, giunto ormai alla fine dei suoi giorni, e dei sanguinosi, terribili ed esaltanti rivolgimenti scatenati dal suo esaurirsi, Oz si narra alternando testimonianza e confessione.

Il suo lucido sguardo scivola sulle amate figure genitoriali con pietà sincera, ma la sua fedeltà, consegnata alla letteratura e non agli affetti (a quella letteratura che lo ha insistentemente braccato negli anni della fanciullezza, segnati dagli studi del padre, dall’ingombrante presenza del prozio Yosef Klausner, storico di fama, dalle frequentazioni colte della famiglia, che comprendevano anche il celebre scrittore Shmuel Yosef Agnon, a quella letteratura cui adolescente cercò di sottrarsi rifugiandosi nella vita contadina di un kibbutz), lo porta a illuminare anche gli aspetti caratteriali più oscuri e torbidi dei suoi cari.

Ecco dunque il profilo del padre, cattedratico mancato, ritto sulle fragilissime fondamenta della sua frustrazione a combattere le delusioni con squillante logorrea (a più riprese Oz sottolinea come quelluomo odiasse il silenzio, se ne sentisse responsabile e facesse di tutto, sempre, per sostituire a esso la conversazione, lo scambio di battute) e l’ombra della madre, donna bellissima e misteriosa immancabilmente colta nel frusciare delle vesti, nella concentrazione di uno sguardo, in un parere espresso con cortese fermezza, colma di un’infelicità innominabile, incapace di trovare un punto d’equilibrio tra il suo tempo di ragazza a Rovno, in quell’angolo di mondo travolto dalla furia sterminatrice nazista, e la sua quotidianità adulta nella polvere e nella povertà di una Gerusalemme in cerca di identità, sorvegliata dai britannici, morsa dalla paura e dalla rabbia degli arabi, rivendicata in modi opposti e con voci diverse (da Ben Gurion, da Begin) dagli ebrei vogliosi di rinascita, gonfi d’orgoglio; quella madre quasi di sogno, che nel 1952 (quando Oz aveva soltanto 13 anni) scelse il suicidio. E i nonni, gli altri parenti, le riunioni di famiglia, e la storia che sussulta nelle strade, proprio fuori di casa: lo Stato di Israele che prende vita, finalmente, e il padre dell’autore che si lascia andare alle lacrime, a letto accanto al figlio, al quale sussurra che mai più, mai più qualcuno gli farà del male perché è ebreo, la rivolta araba, l’assedio di Gerusalemme (cui Oz dedica pagine magnifiche, indimenticabili) e la risposta israeliana, e infine la tregua, un filo elettrico di silenzio teso a separare un odio che non può estinguersi.

E ovunque, in questo mosaico, la nudità, forse non innocente ma per certo neppure ingannevole, dell’autobiografia, della prima persona che si svela raccontando, ma che in questa rivelazione mostra anche altro, altro oltre sé e soprattutto altro da sé. “Tutto è autobiografia”, scrive a questo proposito Oz, ma “il cattivo lettore”, travisando il significato letterario, romanzesco del termine, confonde l’autobiografia con la verità estrinseca, con la concretezza immediata del fatto, ed “esige di sapere, subito e immediatamente, ‘cosa è successo in realtà’ […]. Il cattivo lettore è una sorta di amante psicopatico che aggredisce e strappa i vestiti della donna capitatagli a tiro, e quando quella è completamente nuda continua, scorticandola, poi scartando con impazienza la carne, smontando lo scheletro, finché alla fine […] è soddisfatto: ecco. Adesso sono proprio dentro. Sono arrivato. Dove, è arrivato? […] Ma certo, i personaggi del libro sono in fondo nient’altro che lo scrittore in persona, i suoi vicini, e lo scrittore o i suoi vicini di casa, ovviamente, per quanto brave persone, dopo tutto sono sozzi come tutti noi. Prova a spellarli e arrivare al dunque, troverai sempre che ‘uno vale l’altro’”.

Una storia di amore e di tenebra è un romanzo di delicata bellezza e sofferenza struggente, un romanzo ricco d’umanità, di sentimento, di dolcezza. Un prezioso scrigno di memorie. Leggetelo, vi porterà con sé in un viaggio che diverrà parte di voi. 

Eccovi l’incipit. La traduzione , per Feltrinelli, è di Elena Loewenthal. Buona lettura.

Sono nato e cresciuto in un minuscolo appartamento al piano terra, forse trenta metri quadri sotto un soffitto basso: i miei genitori dormivano su un divano letto che la sera, quando s’apriva, occupava quasi tutta la stanza, da una parete all’altra. La mattina presto ripiegavano il divano comprimendolo per bene, nascondevano lenzuola e coperte nel buio del cassetto che stava lì sotto, rivoltavano il materasso, chiudevano, sistemavano, stendevano su tutto un rivestimento grigio chiaro e infine disponevano qualche cuscino ricamato in stile orientale, occultando con ciò ogni traccia del loro sonno notturno. E così, la stanza fungeva da camera da letto, studio, biblioteca, tinello e persino salotto.