Prim’attore e Deus ex machina

Recensione di “Fer-de-lance” di Rex Stout

Rex Stout, Fer-de-lance, Neri Pozza

“Lo si confessi: tutti hanno letto prima o poi dei ‘gialli’, e proprio quelli del settimanale mondadoriano per lunghi anni dedito ai modelli più ‘classici’, da Edgar Wallace ad Agatha Christie e oltre, dai meccanismi limati e riconoscibili, presto familiari. Ho conosciuto fior di intellettuali e austeri professionisti che confessavano, in verità senza vergogna, di rilassarsi leggendo gialli. Anche militanti politici di sinistra e di estrema sinistra […]. E lo scopo era quasi sempre raggiunto: distrarre e divertire, ma tenendo tuttavia attivi i meccanismi della mente, un po’ come succedeva con le parole crociate, un surrogato del vero pensiero, un riposo dal vero pensiero. Veniva di qui il fascino del giallo classico, romanzo da treno e romanzo da dopo il lavoro o da pomeriggio domenicale, e senza offesa, da sala da bagno […]. Ma nei gialli si moriva asetticamente, igienicamente, con poco sangue e con pochi rantoli. Poi il pubblico si è smaliziato, ha chiesto di più e ha ottenuto più di quel che chiedeva […]. La rottura, l’irruzione della modernità nel giallo, è avvenuta con gli americani – come sempre rozzi ma efficacissimi pedagoghi della società capitalista – con i private eyes Sam Spade e Philip Marlowe, più duro il primo, più tenero il secondo […]. Si era parzialmente rinunciato alle vecchie signore e ai bizzarri curiosi nell’arte di scoprire e raccontare il delitto, anche se non ci si era rinunciato nella realtà. Nero Wolfe, per esempio, nacque nel 1934 con il romanzo che avete in mano, già perfettamente munito di una grandissima pancia e sapientemente definito in tutti i suoi vizi e nelle sue virtù. I vizi erano principalmente due, insieme all’amore per il denaro che poteva sorreggerli: un vizio che il lettore può sempre condividere, l’amore per la buona cucina e uno più raro e che oggi si direbbe ‘esclusivo’, e che tanto più lo era in quell’anno lontano, la coltivazione delle orchidee. Le virtù erano in definitiva una sola ma immensa: una formidabile intelligenza analitica e deduttiva che il creatore di Nero Wolfe non esitò, un tantino di corsa, a chiamare genio”. Così, elencando pregi e difetti del protagonista (che non differiscono poi molto dalle virtù e dai vizi del romanzo costruito attorno a questo originalissimo personaggio), Goffredo Fofi introduce il lettore a Fer-de-lance, prima avventura dell’impareggiabile, irritante e mastodontico Nero Wolfe (in Italia edita da Neri Pozzi nella traduzione di Clara Vela – a cura di Massimo Bocchiola), non proprio un detective, un investigatore privato, quanto un “filosofo della natura umana”, un esteta del vivere e dell’agire criminale, che egli osserva con gelido distacco e metafisica purezza, attento solo a cogliere i meccanismi del fatto delittuoso, a svelarne i modi del suo compimento e, con essi, le ragioni che ne hanno sostenuto l’esecuzione. Continua a leggere Prim’attore e Deus ex machina

Cinquemila anni più le spese

Recensione di “Un destino ridicolo” di Fabrizio De André e Alessandro Gennari

Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi
Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi

La bellezza silenziosa dei luoghi, lo scintillare del mare e il respiro quieto della terra; quella città unica che è Genova, stretta attorno al segreto brulicare di vita dei suoi vicoli, affacciata sull’acqua con lo stesso innocente trasporto con il quale il volto acceso di gioia di un fanciullo accoglie una promessa mantenuta, e la vergine meraviglia della Sardegna, il suo spirito selvaggio e senza tempo, la sua voce arcaica, primordiale. Qui, tra strade intricate come foreste e boschi fitti di alberi secolari che così tanto, e così sorprendentemente, richiamano l’occasionale dedalo dei quartieri poveri, dove “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, un pugno di uomini e donne, cuori e anime gravati in egual modo dalla tragedia e dalla commedia, si affannano alla vita, artigliano i giorni con la stessa voracità con cui i neonati appena espulsi dal grembo materno bramano aria e luce. Non si tratta di eroi, né di gigli, nonostante ciò queste persone sono, forse più di tante altre, “figli di questo mondo” (e magari ne sono anche le prime vittime) ed esattamente così li disegna il suo autore, restituendoci, tra le pagine di un romanzo giallo carico d’ironia (e soprattutto d’umana pietà) caratteri protagonisti di indimenticabili canzoni. In Un destino ridicolo, opera prima (e purtroppo anche ultima) di Fabrizio De André, scritta a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicata da Einaudi, l’eco delle note e delle strofe, dei versi del grande cantautore ligure risuona limpida; impossibile non immaginarsi, nelle descrizioni cariche d’amore e d’angoscia di Genova, quella “città vecchia” i cui abitanti, se giudicati con il solido buon senso borghese, dovrebbero venir condannati a “cinquemila anni più le spese”, così come riesce semplice e immediato riscoprire nella Sardegna ritratta con passione d’amante la culla di tradizioni, suoni, miserie e splendori celebrata in brani quali Zirichiltaggia, Monti di Mola, Disamistade. E tuttavia il romanzo, che sembra insistere più del necessario sulla continuità con la musica (non a caso, nel novero dei personaggi ci sono anche un cantautore, Fabrizio, uno scrittore, Alessandro, e una ragazza che ispira a Fabrizio una indimenticabile canzone), non è soltanto lo specchio della luminosa carriera artistica di De André, né il raffinato divertimento di un intellettuale; Un destino ridicolo, infatti, è prima di tutto un ottimo romanzo, un lavoro che senza dubbio ha divertito i suoi demiurghi, ma nel quale, oltre alla spensieratezza, oltre al riso liberatorio e strafottente che finisce sempre per aver la meglio sulle lacrime, e al di là degli odiosi ostacoli della violenza e della morte, rughe e inciampi dell’ininterrotta, infinita linea della vita, si intravede uno sguardo sulle cose, un’idea del mondo, una visione dell’uomo. De André e Gennari raccontano con accenti picareschi le avventure (che hanno l’agrodolce sapere della sconfitta, di un fallimento che, certo, genera rabbia e frustrazione, ma a conti fatti quel che scatena davvero è uno sberleffo, un ghigno, un’alzata di spalle) di un pugno di emarginati, le cui esistenze, però, traboccano d’emozioni, di sincerità, e si consumano in una purezza d’intenti che nulla ha a che vedere con ciò che è lecito e ciò che non lo è, con i confini etici tracciati dalla legge (“Di respirare la stessa aria d’un secondino non mi va/perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà”, ecco cos’altro sembra di sentire leggendo Un destino ridicolo), danno al romanzo una struttura ordinata e un ritmo ben scandito e nello stesso tempo frenetico, sparigliano le carte mettendo in scena cupi misteri e scambi di persona, e più di tutto vestono d’una prosa esuberante e deliziosamente vanesia il loro amore disinteressato per quegli ultimi che non saranno mai primi.

Così, Un destino ridicolo finisce per rivelarsi molto più di una gradevolissima lettura; pagina dopo pagina germoglia, cresce, porta con sé il lettore in un viaggio quasi di sogno sospeso tra paradiso e inferno; e ancora una volta, seminascosta tra prostitute, lenoni, mascalzoni da quattro soldi, sequestratori improvvisati e psichiatri prestati al crimine, a emergere è quella verità pallida e indistruttibile che non si stanca di ripeterci che dai diamanti non nasce niente mentre “dal letame nascono i fior”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Li aveva sognati tante volte, in quegli anni, senza capirne il motivo, con maschere azzurre come il cielo di luglio e mantelli di vento che gli vorticavano intorno e lo facevano ansimare nel sonno. Poi d’improvviso si faceva notte e un ragazzo più grande compariva nel cortile di un carcere ballando in controfuoco una danza scomposta; incoronato d’aglio si proclamava re dei braccianti e reggeva tra le mani una testa di cane tagliata a metà.

L’inconfondibile impronta di Smilla

Recensione de “Il senso di Smilla per la neve” di Peter Høeg

Peter Hoeg, Il senso di Smilla per la neve, Mondadori
Peter Hoeg, Il senso di Smilla per la neve, Mondadori

Nascere in una storia e sopravviverle. Essere il centro di un racconto ed esistere al di là di esso. Far parte di una serie di eventi e nello stesso tempo trascenderli, procedere oltre, perdurare nel tempo. Un nobile destino letterario (o se si vuole una preziosa forma d’eternità) toccato a un pugno di indimenticabili personaggi, magistrali creazioni dei grandi romanzieri d’ogni tempo: eroi tragici e oscuri come il dostoevskijano Raskol’nikov (l’assassino di Delitto e castigo), fiere figure femminili come Tess (protagonista dell’omonimo romanzo di Thomas Hardy), Anna Karenina, o la contessa Olenska disegnata da Edith Wharton nello splendido L’età dell’innocenza, simboli delle grandezze e delle miserie di ogni tempo e ogni luogo come il Dorian Gray di Oscar Wilde, e ancora ombre delle nostre più profonde inquietudini, come lo Winston Smith di 1984 di George Orwell, o il pompiere-piromane Montag immaginato da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, e l’elenco potrebbe continuare.

Ma se, a ben guardare, non stupisce individuare, nella magnifica architettura narrativa di romanzi immortali, caratteri che abbiano la grandezza, il respiro e la profondità delle vicende narrate, che sappiano portare sulle spalle il peso dei dilemmi e delle riflessioni (sociali, politiche, etiche, religiose) che incarnano, può accadere di incontrare, tra le pagine di opere senza dubbio piacevoli, riuscite, e tuttavia limitate quanto a valore intrinseco, protagonisti in grado di brillare di luce propria, talmente forti e affascinanti da riassumere in sé l’intero impianto della narrazione e decidere della sua qualità. Così è, per esempio, per Smilla Jaspersen, l’ombrosa eroina de Il senso di Smilla per la neve, atipico e coinvolgente thriller dello scrittore danese Peter Høeg che al suo apparire, nell’ormai lontano 1992, venne salutato come il caso editoriale dell’anno.

Smilla (che fin dall’indovinato titolo del romanzo di Høeg calamita l’attenzione del lettore), inuit groenlandese per parte di madre (prematuramente perduta) e danese per parte di padre, vive a Copenhagen come un animale in forzata cattività. La sua marginalità sociale, rivendicata e difesa in ogni occasione, è espressione non tanto di un personale disordine quanto di un insopprimibile bisogno di indipendenza; Smilla vive soltanto alle sue condizioni, e a quelle stesse condizioni ama (non a caso è sola), si rapporta con gli altri, sceglie a chi dispensare la propria considerazione e il proprio affetto. Nata dal ghiaccio, del ghiaccio ha la lucente trasparenza, la durezza e l’imprevedibilità; nasconde le sue numerose fragilità in un’ostinata volontà di ribellione alle regole, a tutto ciò che il corpo sociale raccomanda e apprezza, ed è nella neve, nel suo elemento, e nelle tracce che gli uomini vi lasciano che lei legge (come gli psicologi nella gestualità, negli sguardi e nelle parole) i loro cuori, penetra nelle loro anime.

Così, quando la neve sembra rubricare la tragica morte del piccolo Esajas, figlio della vicina di casa di Smilla, vedova con problemi di alcolismo, come un incidente, la giovane e caparbia groenlandese, sconvolta da quel terribile avvenimento, interroga le impronte e giunge a una conclusione diametralmente opposta a quella risultante dalla superficiale indagine fatta dalla polizia: non di una fatalità si è trattato, non di un’accidentale caduta dal tetto di un palazzo ma di un omicidio, perché Esajas, quando è scivolato, stava disperatamente cercando di sfuggire a qualcuno, qualcuno intenzionato a fargli del male. La scoperta è per Smilla un’assunzione di responsabilità, la impegna come una promessa, e a essa, alla promessa di rendere giustizia alla memoria del suo piccolo amico e al dolore di sua madre, ella giura fedeltà, impegnandosi in una caccia al colpevole che la condurrà alla scoperta di una verità sconvolgente.

Non serve aggiungere altro a una trama notissima, che l’autore dipana con buon ritmo, sfoggiando una prosa ricca, suggestiva ed emotivamente intensa, di particolare incisività nelle descrizioni d’ambiente e, non ultimo, diretta ed efficace nei dialoghi diretti. Al di là di questi indubbi meriti, tuttavia, Il senso di Smilla per la neve resta semplicemente un buon romanzo, nulla di più, anche se, una volta conclusa la lettura, è impossibile non provare una punta di nostalgia per Smilla, e pensare, credere, sperare, augurarsi di poterla incontrare ancora, caparbia, disillusa, sofferente, coraggiosa, viva. E autentica.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Bruno Berni. Buona lettura e buone vacanze a tutti. Starò via anche io qualche giorno. Ci rivedremo nella seconda metà di agosto.

C’è un freddo straordinario, 18 gradi Celsius sotto zero, e nevica, e nella lingua che non è più la mia la neve è qanik, grossi cristalli quasi senza peso che cadono in grande quantità e coprono la terra con uno strato di bianco gelo polverizzato.

Un’illimitata geografia di possibilità

Recensione di “Sei problemi per Don Isidro Parodi” di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Sei problemi per don Isidro Parodi, Adelphi
Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Sei problemi per don Isidro Parodi, Adelphi

Nel mondo chiuso e nello stesso tempo privo di confini della letteratura; in un’erudizione vastissima, capace di contenere in sé il vero e il suo opposto, di dare alla finzione la medesima sostanza di ciò che è reale e di far scivolare il consueto in un’invenzione fantastica perfettamente plausibile; nella rivisitazione curiosa, colta e originale dei generi; nella geniale costruzione di labirinti narrativi. E poi nell’intrecciarsi di inesistenti biografie, nella continua ricerca di un libro che senza essere mai nato è tutti i libri che sono già stati scritti e tutti quelli che ancora devono essere immaginati, nell’elaborazione di una storia che sia universale e insieme esploda, come un fuoco d’artificio, in mille e mille particolarismi, nella moltiplicazione degli specchi e nell’eternità, illusorio sussurro del tempo degli uomini.

Abita qui, in questo crocevia filosofico-letterario, il senso della scrittura di Jorge Luis Borges, uno degli autori più significativi del Novecento; qui hanno le loro radici lo stile raffinatissimo e inimitabile, il respiro della prosa, quieto come la superficie di un lago e misterioso, abissale, quasi incommensurabile nell’elaborazione dei temi e degli argomenti, lo sperimentalismo che sembra caratterizzare ogni opera ma che in realtà non è che la manifestazione di un talento particolare, meglio ancora, unico: quello di trovare nelle parole, in tutte le parole e in ogni loro possibile combinazione, una sorgente inesauribile di significati, una illimitata geografia di possibilità.

In questo sorprendente, spiazzante, irresistibile spazio dell’anima e della mente, la voce di Borges non soltanto risuona inconfondibile, perfino stentorea nella sua garbata pacatezza; sa anche, quando si presenta la giusta occasione, mescolarsi ad altre, espandersi in un’eco, allargarsi in cerchi concentrici: accade, per esempio, nell’affascinante e grottesco Sei problemi per don Isidro Parodi, scritto con Adolfo Bioy Casares. Compongono quest’opera ingegnosa e intrigante, un magnifico esercizio di stile, un divertissement prezioso, un riuscitissimo scherzo dalle palpitanti atmosfere noir presentato e raccontato da una “penna” inventata eppure più che verosimile – quella del dottor Honorio Bustos Domecq, nato “nella località di Pujato (provincia di Santa Fe) nell’anno 1893”, che scrisse questi racconti per “combattere il freddo intellettualismo in cui hanno sprofondato questo genere letterario [il giallo] Sir Conan Doyle, Ottolenghi, ecc.” -, sei intricati casi che vengono sottoposti all’acuto vaglio deduttivo di un investigatore tanto infallibile quanto improbabile. Perché il protagonista di queste storie agili e dense, ricchissime e polverose come magazzini abbandonati, ironiche e leggere, l’Isidro Parodi del titolo, è un carcerato, condannato (ingiustamente, va da sé) nientemeno che per omicidio. E forse è per questo, per il fatto di sangue di cui è stato ritenuto responsabile, che questo detenuto tranquillo, che senza patema né preoccupazione alcuna consuma i suoi giorni nella cella 273 del penitenziario nazionale di Buenos Aires, riesce a risolvere, semplicemente ascoltando gli affannati resoconti dei suoi “clienti”, i complicatissimi affari che li riguardano, e che sempre hanno a che fare con misteriosi delitti.

Il delizioso rincorrersi delle personalità degli autori, così simile al perfetto splendore della danza, al suo equilibrio miracoloso e fragile, dà vita a pagine indimenticabili, fitte di dialoghi arguti, abitate da personaggi meravigliosamente folli – valga per tutti il Molinari del primo racconto del libro, intitolato I dodici segni dello Zodiaco, che al cospetto di Parodi così si descrive: “Mi creda, io sono un giovane moderno, uno che vive al passo coi suoi tempi; mi piace divertirmi, ma mi piace anche meditare. Mi rendo conto che abbiamo ormai superato la fase del materialismo; le comunicazioni e le sedute del Congresso eucaristico mi hanno colpito profondamente […]. Io, come cattolico, ho rinunciato al centro spiritico Onore e patria, ma ho capito che i drusi formano una comunità progressista e sono più vicini al mistero di molti di quelli che vanno a messa la domenica” – colme di entusiasmanti colpi di scena.

Il rispetto del meccanismo narrativo del giallo classico e il suo patente tradimento (nella pressoché totale assenza di azione, nella brillante inverosimiglianza delle situazioni descritte, nella messe di rimandi letterari, nell’ordinata, quasi militaresca indistinzione di vero e falso) costituiscono, in aperta sfida al principio di non contraddizione, i pregi maggiori di un autentico, purissimo gioiello letterario.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Lucia Lorenzini. Buona lettura.

Il Capricorno, l’Acquario, i Pesci, l’Ariete, il Toro, meditava Achille Molinari, nel dormiveglia. Poi ebbe un attimo di incertezza. Vide la Bilancia, lo Scorpione. Capì di essersi sbagliato; si risvegliò tremando. Il sole gli aveva scaldato la faccia. Sul tavolino da notte, sopra l’Almanacco Bristol e alcuni numeri di La Fija, la sveglia Tic Tac segnava le dieci meno venti. Sempre ripetendo i segni, Molinari si alzò. Guardò fuori dalla finestra. All’angolo c’era lo sconosciuto.

Lo scacco al re dell’ultima parola

Raymond Chandler, Il grande sonno, Feltrinelli
Raymond Chandler, Il grande sonno, Feltrinelli

“Non credo che il mio amico Philip Marlowe sia molto preoccupato di accertare se possieda o non una mente matura. Debbo riconoscere un’uguale mancanza di preoccupazioni per quanto mi riguarda. Se essere in rivolta contro una società corrotta vuol dire essere immaturo, allora Philip Marlowe è estremamente immaturo. Se vedere lo sporco dove c’è costituisce un’inadeguatezza di adattamento sociale, allora Philip Marlowe soffre di un’inadeguatezza di adattamento sociale. Naturalmente, Marlowe è un fallito, e lo sa. È un fallito perché non ha denaro. Un uomo che, senza avere un handicap fisico, non guadagna abbastanza da potersi mantenere decentemente, è sempre un fallito, e di solito un fallito sul piano morale. Ma una quantità di uomini ottimi sono stati dei falliti perché i loro particolari talenti non si adattavano all’epoca e al luogo in cui gli è toccato vivere. A lungo andare immagino che siamo tutti dei falliti o non ci sarebbe il mondo che c’è”. Così lo scrittore americano Raymond Chandler, nel 1951, descriveva il proprio eroe letterario, il cinico, disilluso e vinto detective privato Philip Marlowe. Riconosciuto maestro del “poliziesco realistico”, genere letterario il cui senso (e la cui dignità, mi sento di aggiungere), riposa nel non sottomettere l’intreccio alla tirannia affascinante ma tragicamente sterile della pura azione, Chandler presenta Marlowe quasi per sottrazione, traendone i tratti distintivi da un impietoso paragone con la realtà in cui vive e opera, con il suo mondo. “Marlowe”, egli scrive, non disdegnando di sovrapporre, dal punto di vista etico, e perciò anche da quello politico, la figura della creatura a quella del suo creatore, “ha tanta coscienza sociale quanta ne ha un cavallo. Ha una coscienza personale, che è una faccenda totalmente diversa […]. A Marlowe non importa un cavolo di chi sia il presidente degli Stati Uniti. E neppure a me importa, dato che sarà sempre un politicante […]. Marlowe e io non disprezziamo le classi superiori perché fanno il bagno e possiedono denaro, le disprezziamo perché sono fasulle”. Chi è dunque, Philip Marlowe? È un Don Chisciotte che si è strappato di dosso il sogno, un uomo il cui sguardo ha la capacità di cogliere con particolare acutezza quel che la maggior parte della gente finge di non vedere, o peggio, cerca in ogni modo di nascondere, di dissimulare: gli inganni, i tradimenti, i compromessi più ignobili, le viltà. Philip Marlowe potrebbe essere un cavaliere se non sapesse che il tempo dei cavalieri, come qualsiasi altro tempo nel quale l’uomo è stato qualcosa di diverso da quel che è ora, non è che è leggenda, fiaba, illusione: non a caso, è proprio nella raffigurazione (tanto raffinata quanto inutile, patetica addirittura) di un cavaliere, nell’iconografia classica di un eroismo d’accademia, che si imbatte al principio della sua prima avventura (in realtà la quarta, come spiega Oreste del Buono nella bella postfazione al volume edito da Feltrinelli), Il grande sonno, sordida storia di ricatti, commercio clandestino di materiale pornografico e brutali omicidi: “Al di sopra dei portoni d’ingresso abbastanza ampi da lasciar passare un branco d’elefanti indiani, un gran pannello di vetro rappresentava un cavaliere dall’oscura armatura intento a liberare una dama legata a un albero e coperta solo dai lunghi capelli comunque strategicamente disposti. Il cavaliere aveva tirato indietro la visiera dell’elmo per darsi un aspetto più socievole, e armeggiava con i nodi delle funi senza combinare un tubo. Mi fermai un attimo a meditare che, se avessi abitato in quella bicocca, mi sarei prima o poi arrampicato a dargli una mano. Non dava l’impressione di mettercela tutta”.

Armato soltanto delle proprie convinzioni, tenacemente fedele a un rigoroso universo morale che non conosce deroghe né eccezioni, Marlowe non combatte che per uno scopo: quello della propria personale sopravvivenza. Egli non insegue la giustizia, il bene, o qualsiasi altra categoria del pensiero tanto generica da risultare inconsistente: Philip Marlowe è soltanto un uomo in mezzo ad altri uomini, conosce perfettamente i suoi limiti e soprattutto ha compreso che quel che si trova ad affrontare non ha alcuna grandezza, non merita altro che disprezzo, in qualche raro caso un’amara condiscendenza. Il dolore dentro cui scava, l’orrore che porta alla luce è sempre impastato di fango e miseria, perché fango e miseria sono la materia di cui è fatto l’uomo. E Chandler ne racconta le discese agli inferi con un’ironia implacabile e furente, chirurgico strumento d’indagine e “di verità”; egli osserva e descrive, le persone come le cose, astenendosi da ogni giudizio, conscio del fatto che è sufficiente l’aderenza dei fatti per muovere l’indignazione del lettore e il contemporaneo, beffardo atteggiamento di Marlowe, che nel sarcasmo pungente, nella battuta, nello “scacco al re” dell’ultima parola riafferma se stesso e insieme nega la propria appartenenza al mondo che vive e abita.

La prosa secca, essenziale di Chandler, che sembra non lasciare spazio a nulla di letterario, non è tuttavia mero strumento al servizio di una storia. Se l’autore sembra mantenersi neutrale rispetto a quel che descrive (lasciando la responsabilità della presa di posizione al sapido motteggiare di Marlowe), è semplicemente perché le sue descrizioni contengono già una scelta di campo, che il detective esplicita da par suo; allo stesso modo, Chandler non dimentica le regole del noir e costruisce trame solide, piene di colpi di cena, sorprese, false piste e verità sconvolgenti. Così, i suoi romanzi polizieschi “che si leggono tutti d’un fiato”, continuano a vivere anche dopo l’ultima pagina; nelle riflessioni del suo eroe, eco di quelle dell’autore, nel disegno di una società perduta di cui siamo parte, e, non ultimo, nell’ammonimento a non dimenticare quanto costa, a ciascuno di noi, questo diritto di cittadinanza.

Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.

Erano pressappoco le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu polvere, con camicia blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.

L’enigma Batman

Sergio Badino, Uccidete il pipistrello! Liberodiscrivere edizioni
Sergio Badino, Uccidete il pipistrello! Liberodiscrivere edizioni

Non c’è appassionato che non creda, pensi, o per dir con maggior esattezza si convinca che il proprio forte interesse (esclusivo il più delle volte) verso qualcosa non sia semplicemente un particolare aspetto del carattere ma possa, magari complice il verificarsi di qualche fatto inaspettato, rivelarsi utile, in qualche caso addirittura indispensabile, o quasi. Non a caso, è proprio su questo strategico meccanismo di autogiustificazione che Sergio Badino, giovane e talentuoso sceneggiatore disneyano, ha costruito l’intreccio del suo romanzo Uccidete il pipistrello!, omaggio di un fan accanito a uno degli eroi di carta più celebri di sempre: Batman. Per questo esordio letterario, Badino sceglie le atmosfere torbide e violente del giallo, raccontando una serie di feroci delitti che si susseguono in diverse parti d’Italia, all’apparenza senza movente e senza nessun legame tra loro. Da un capitolo all’altro, la scena dell’azione si sposta con una sorta di frenesia, accompagnata da uno stile di scrittura semplice, ordinato, diretto, quasi la pagina fosse una macchina da presa fissata soltanto su ciò che accade, finché non emerge il personaggio principale della vicenda, l’anziano Roberto Canis, padre di famiglia alle prese con un bilancio esistenziale non proprio in attivo (è divorziato, e ha un figlio ormai adulto che ama moltissimo ma con il quale ha un rapporto difficile), che fin da giovanissimo ha amato incondizionatamente l’Uomo Pipistrello e il suo mondo. È Canis, che nel tentativo di riempire i suoi lunghi giorni da pensionato oltre a seguire on line tutto ciò che ha a che fare con il suo idolo (il romanzo è ambientato nel 2011, alla vigilia dell’uscita al cinema dell’ultimo film della trilogia di Christopher Nolan dedicata a Batman), comincia a interessarsi anche di cronaca nera locale, il primo a rendersi che gli efferati omicidi che qualcuno sta commettendo lungo la penisola potrebbero avere un denominatore comune… se non fosse che ciò che sembra unirli è qualcosa di assolutamente folle, per chiunque: la dettagliata riproposizione di alcune scene dei film dedicati al giustiziere di Gotham City, citati in rigoroso ordine cronologico. Possibile che le cose stiano davvero così? si chiede Canis, indeciso se confidare a qualcuno la sua intuizione o se tenerla per sé. Possibile che proprio nel segno di Batman, l’eroe per antonomasia, qualcuno abbia deciso di uccidere? La risposta a questi laceranti dubbi colpisce Canis con la fredda imperturbabilità del fatto compiuto, della realtà non eludibile, nel momento in cui è proprio lui a risolvere un indovinello e a salvare in extremis la vita a un gruppo di sindaci finiti in una diabolica trappola.

È a questo punto che alle cadenze thriller del romanzo (che l’autore comunque mantiene nei capitoli in cui descrive la spirale sempre più sanguinosa di delitti, la cui conclusione coincide con quella del libro) si sostituisce il ritmo più dilatato ma anche più denso dell’indagine vera e propria, dove a dominare è il girotondo incessante delle ipotesi che si moltiplicano, si sovrappongono e infine vengono scartate, in una corsa contro il tempo che somiglia a un salto nel buio, al brancolare cieco di un topo in un labirinto. Perché se è ben chiaro a Canis e a suo figlio (e a un certo punto anche alla polizia) che gli omicidi sono legati a doppio filo alle trasposizioni cinematografiche di Batman, tutto il resto, a partire dal movente dell’assassino, resta avvolto nel più assoluto mistero. Ma anche il più intricato dei puzzle ha in sé la sua soluzione, a condizione, naturalmente, che all’appello non manchi neppure un tassello; e allora ecco che Canis (cui Badino “dona” con evidente piacere tutto il proprio vasto sapere su Batman e il suo mondo, unica chiave di lettura possibile per risolvere l’enigma), aiutato dal figlio e dalla fidanzata del ragazzo – che rivela ottime doti investigative – riesce, al termine di un estenuante inseguimento condotto come una partita a scacchi, a comprendere quale sarà la prossima mossa quello che ormai è a tutti gli effetti il suo avversario, proprio come se lui fosse davvero un’incarnazione di Batman e l’assassino quella di uno dei suoi tanti nemici (tutti citati con l’ammirazione l’affetto che soltanto un appassionato può avere), e finalmente a fermarlo. Gettando luce su una realtà mille volte più sordida e oscura di qualsiasi sceneggiatura.

Uccidete il pipistrello! è il godibile divertimento di un cultore, che ha scelto, nel settantacinquesimo anniversario della prima pubblicazione a fumetti di Batman, di dire grazie a un compagno di sogni e di avventure attraverso un romanzo. Dedicato, dalla prima all’ultima riga, alla foltissima schiera dei seguaci dell’Uomo Pipistrello.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Oristano, 20 ottobre 2011. Ore 20.19. Loredana aveva fretta. Voleva tornare a casa a cucinare qualcosa prima che il figlio, in licenza, schizzasse via con gli amici. – Vada tranquilla – aveva sorriso qualche ora prima Matsuhito – so cavarmela anche da solo, sa? – Lo so, lo so… Allora l’aspetto stasera e poi vado. Ce la fa mica a tornare un po’ prima? – Non si preoccupi. Il benestare dell’uomo non aveva attutito il senso di colpa di Loredana. Matsuhito sapeva che lei e Paolo non si vedevano da un mese: non aveva obiettato e la donna era certa che mai l’avrebbe fatto. Eppure lasciare da solo quel vecchietto che tanto l’aveva aiutata – e che era la sua unica risorsa – non la faceva stare tranquilla.

Nel cupo, selvaggio splendore d’Islanda

 

Arnaldur Indrioason, Un caso archiviato, Guanda
Arnaldur Indrioason, Un caso archiviato, Guanda

Erlendur Sveinsson è un solitario. Un detective della polizia di Reykjavik taciturno, ostinato, efficiente. E ombroso, tetro e inquieto come la bellezza selvaggia, primitiva e incomprensibile della sua terra. Come ognuno di noi, Sveinsson ha i suoi segreti, che custodisce dentro di sé con gelosia d’amante, convinto che l’unica possibile modalità d’espressione del dolore sia il silenzio. Padre di due figli ormai grandi (che ama sinceramente pur non essendosene mai occupato), divorziato da una donna che non ha mai amato, e che a ragione gli rinfaccia l’infelicità cui le sue scelte l’hanno condannata, Erlendur non divide che una minima parte della sua vita con una nuova compagna; qualche serata trascorsa assieme, rari confronti segnati da un assoluto rispetto reciproco e da una sincerità così piena da sfiorare la brutalità, semplici attimi di pace, di tregua dal mondo e dal suo disordine incessante. Il resto è un’ossessione destinata a non conoscere requie per la morte del fratello, sorpreso da una tempesta, e una composta dedizione al lavoro, che il poliziotto affronta con umana professionalità, evitando per quanto possibile di farsi coinvolgere dalle tragedie che si trova ad affrontare senza tuttavia disdegnare di offrire qualcosa in più di un’educata e concreta disponibilità a coloro che si rivolgono a lui. Specialmente quando a farlo sono persone che devono convivere con la misteriosa scomparsa dei propri cari; genitori che non sanno che fine abbiano fatto i propri figli; mogli che da un giorno all’altro perdono i mariti e alle quali non bastano anni per accettare la realtà di quanto accaduto; fratelli, come lui, divorati dal senso di colpa per essere sopravvissuti a coloro che amavano. A questi casi, frequenti in Islanda, Erlendur dedica particolare attenzione, arriva a farli suoi, a viverli (o meglio a riviverli) in prima persona, nella speranza di poter ritrovare i corpi, di poter offrire a chi è rimasto il solo conforto permesso dalla morte; una tomba dinanzi alla quale piangere. Così, quando gli viene assegnata un’indagine di routine sul suicidio di una donna che aveva da poco perduto la madre, malata di tumore, Sveinsson, forse spinto dalla grave malattia del padre di un ragazzo scomparso oltre trent’anni prima (e che da quel momento non ha mai smesso di presentarsi alla stazione di polizia per chiedere se ci fossero novità), o forse attratto dall’interesse per l’aldilà nutrito dalla persona che aveva deciso di togliersi la vita impiccandosi a una trave del soffitto nella sua casa di vacanza, riprende in mano quel vecchio caso. E scopre un intreccio inaspettato tra le due vicende, che gli rivelerà una verità terribile. Meschina, vergognosa, di barbara vigliaccheria, e proprio per questo impossibile da accettare. E da perdonare. Questa l’architettura narrativa di Un caso archiviato, giallo di pregevolissima fattura del giornalista e scrittore islandese Arnaldur Indrioason.

Sorretto da una prosa matura e di grande suggestione, perfetta sia nei ritratti d’ambiente sia nella descrizione dei caratteri ed eccezionalmente coinvolgente nei dialoghi, cui l’autore affida la soluzione del caso e la progressiva messa a fuoco dei diversi personaggi del romanzo (a partire proprio da Erlendur, protagonista di una serie di romanzi che hanno conosciuto un più che lusinghiero successo di pubblico e si sono guadagnati alcuni importanti riconoscimenti letterari, come il Gold Dagger Award, assegnato annualmente dall’Associazione degli Scrittori di Romanzi Gialli, e il Glasnyckeln, premio destinato ai migliori autori di thriller scandinavi), Un caso archiviato è un romanzo intenso, potente, entusiasmante. Lo attraversa un pessimismo irreversibile e profondo che ha il sapore amaro di un destino già scritto e che Indrioason mette sulla pagina con squisito garbo e rara sensibilità, come a scusarsi di non poter venir meno al dovere di raccontare quel che vede: quanto è facile, e seducente, per l’uomo dimenticare se stesso. E trasformarsi nella sua abiezione.

Leggete Un caso archiviato, lasciatevi conquistare da Erlendur Sveinsson e dal raffinato talento narrativo del suo creatore. Uno scrittore, ne sono certo, che vi verrà voglia di scoprire ancora e ancora.

Eccovi lincipit. La traduzione, per Guanda, che ha pubblicato lintera serie di romanzi dedicata al poliziotto di Reykjavik, è di Silvia Cosimini. Buona lettura.
 
Maria aveva seguito a malapena lo svolgimento del funerale. Era rimasta seduta come inebetita sulla prima panca tenendo la mano di Baldvin, senza rendersi ben conto di dove si trovava o della funzione a cui stava partecipando. L’omelia, i convenuti alle esequie e il canto del piccolo coro della chiesa si confondevano in un unico ritornello doloroso. Il pastore era stato a casa loro e aveva preso qualche appunto, quindi Maria conosceva il contenuto dell’omelia. Aveva parlato più che altro della carriera accademica di sua madre Leonora, del coraggio dimostrato nell’affrontare la terribile malattia, dei molti amici che si era fatta nel corso della vita, e di lei, la sua unica figlia, che in un certo senso aveva seguito le orme della madre.

Morire, alla fine della settimana di lavoro

Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano al sabato, Garzanti
Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano al sabato, Garzanti

“Con la civiltà di massa oggi viene fuori anche la criminalità di massa. Oggi la polizia non può più ricercare un singolo delinquente, indagare su un singolo caso, oggi si fanno dei rastrellamenti con le reti a strascico dei vari nuclei di polizia, nucleo antidroga, nucleo antitratta delle bianche, negre, gialle, nucleo antirapina, antifalsari, antigiocodazzardo, si pesca in questo lutulento mare del crimine e della sozzeria e vengono fuori repellenti pesci piccoli e grossi, e si fa così pulizia. Ma non c’era tempo di cercare una ragazza alta quasi due metri, del peso di un quintale, minorata di mente, scomparsa da casa, vanificata, in una sterminata Milano dove ogni giorno qualcuno scompare e non si ha la possibilità di ritrovarlo”. In questo brevissimo e folgorante capitolo iniziale de I milanesi ammazzano al sabato, quarto e ultimo romanzo di Giorgio Scerbanenco con protagonista il medico-poliziotto Duca Lamberti, si respira, più che in tutti gli altri, un’atmosfera dimessa di resa, un dolore sordo, la definitiva spossatezza della sconfitta. Oppressa da un destino di tragedia, la prosa di Scerbanenco graffia le pagine con furia e dipinge con i colori violenti della disperazione la storia qualunque di un padre e di una figlia, di un amore commovente e disarmato che nulla può contro la malvagità del mondo. Nel chiaroscuro di una città malata (la Milano amata e odiata che, magistralmente tratteggiata, fa da sfondo a tutti i romanzi che compongono questa indimenticabile saga noir), un giorno Amanzio Berzaghi, ex camionista menomato nel fisico e nello spirito da un gravissimo incidente e ridotto a svolgere lavoro d’ufficio in una grande ditta di trasporti, denuncia alla polizia la scomparsa della figlia Donatella, una ragazza bellissima, dal fisico monumentale ma dalla mente fragile. A ventotto anni, Donatella ragiona come una bambina di dieci, e come una bambina di dieci anni, anzi più piccola ancora, vede la realtà. Non conosce malizia, ignora i pericoli e, quel che è peggio, nutre un’incosciente fiducia verso chiunque; è sufficiente che le si chieda qualcosa, qualsiasi cosa, perché lei dica sì. In quello splendido, scultoreo corpo di donna, la mente innocente di Donatella non conoscerebbe ansie, traumi o inimmaginabili brutalità se non fosse per gli appetiti che proprio quel corpo perfettamente sviluppato le scatena dentro: Donatella, infatti, conosce l’attrazione per gli uomini, assapora su di sé il desiderio e con tutta se stessa vuole soddisfarlo. “Il dottore dice che è una malattia”, spiega il vecchio Amanzio, la voce che esce a fatica, schiacciata dall’imbarazzo, dalla vergogna. “La mia bambina è una ragazza onesta, ma è malata, è una malattia, quella lì, che guarda tutti gli uomini, sorride, e qualunque cosa le dice un uomo, lei dice di sì”. E Duca, che ascolta attento quell’uomo così dignitoso e sfortunato, quel milanese che ha consacrato tutta la sua vita al lavoro e alla famiglia, che ha promesso a se stesso che lavorerà finché avrà fiato per respirare e forza per restare in piedi perché con i soldi guadagnati potrà continuare a prendersi cura della figlia, che altrimenti verrebbe chiusa in manicomio, sa che le cose stanno esattamente in questo modo.  “Sì, era una malattia. Duca lo sapeva, che aveva molti nomi, generici, come ‘ninfomania’ o tecnici, come estrite, eretismo. Non c’entrava  l’onestà, la morale, l’educazione, l’ambiente. Dall’interno del proprio corpo sorgeva una fiamma perenne di estro sessuale, che non si saziava mai e che conduceva il sofferente ad atti e comportamento socialmente, moralmente scorretto, e anche alla sua rovina, in ogni senso, anche fisico”.

Così, per proteggerla da se stessa e dai suoi ingovernabili appetiti ad Amanzio, vedovo da diverso tempo ormai, non è rimasto altro da fare che nasconderla a tutti, chiudendola in casa nelle ore in cui lui è assente per lavoro. Stabilita, grazie alla disponibilità dei suoi datori di lavoro, una routine che gli consente di tornare a casa per pochi minuti due volte al giorno, l’uomo si dedica interamente alla figlia, che ama di un amore tenero e incondizionato, e pur tra mille difficoltà riesce ad assaporare, assieme alla sua bambina, scampoli di serenità. Finché, un giorno, quel piccolo miracolo di sacrificio e  dedizione non viene travolto, schiacciato, dalla scomparsa di Donatella, e dal sospetto che a rapirla siano stati criminali decisi a sfruttare la sua ninfomania per fare soldi. Un piccolo, sordido racket della prostituzione; è questa la pista che decide di seguire Duca Lamberti. Un’intuizione giusta, che viene confermata nel peggiore dei modi, con il ritrovamento del cadavere straziato di Donatella. Chi l’ha uccisa l’ha fatto in preda alla rabbia, all’esasperazione; forse non è stato capace di tenere a bada la ragazza, di comprendere i suoi bisogni di bimba che emergevano tra un amplesso e l’altro, di tacitare le sue paure, e per farla stare finalmente zitta, per liberarsi una volta per tutte di lei, ha scelto la via più semplice, quella definitiva e spietata dell’assassinio. Ma la morte, specialmente quella di una ragazza innocente, porta con sé un’eredità di vendetta, quella lucida e fredda di Duca Lamberti, che intende punire come meritano i responsabili di quello scempio, e quella occasionale ma inarrestabile del mite Amanzio, che solo per un gioco del caso (una lettera anonima) viene a conoscenza dell’identità dei colpevoli, arriva da loro prima della polizia e li uccide. Giustiziere dilettante e dimesso, Amanzio ammazza per reazione, quasi senza volere; lo fa cosciente di commettere un grave errore, vittima, ancora una volta, di circostanze avverse, della sfortuna, persino di uno sfrontato calendario, che rappresenta l’ultima e più crudele beffa della sua vita: “Se quella lettera me la mettevano sotto la porta il martedì sera, per esempio, io il mercoledì dovevo andare a lavorare alla Gondrand perché era giorno feriale e sarei andato a lavorare, perché io a bottega, se non sono morto, ci vado sempre […]. Se non fosse stato sabato non l’avrei fatto, tutto questo disastro […]”. Parole semplici e terribili, spalancate su un incolmabile abisso di solitudine, cui Scerbanenco fa eco con gelido disincanto: “Un vecchio milanese lavora sempre, ogni giorno, durante tutta la settimana, anche se corta. Se commette qualche cosa che non va, la commette al sabato”.

Romanzo d’ombra, cupo e fosco, I milanesi ammazzano al sabato è un giallo palpitante e sussurrato; è intenso nel ritmo e tuttavia scorre sottopelle, in una specie di oscurità, di clandestinità narrativa, prigioniero di una scrittura trattenuta, castigata, quasi che l’abiezione raccontata non meritasse la dignità dell’espressione. Leggetelo, ma non prima di aver scoperto e conosciuto Duca Lamberti gustandovi gli altri romanzi: Venere privata, Traditori di tutti e I ragazzi del massacro, tutti presenti nel blog.

Eccovi, invece dell’incipit, il racconto dell’incidente occorso ad Amanzio. Buona lettura.
Poi l’aveva avuto, invece. Alla periferia di Brema, sull’enorme autotreno che veniva chiamato appunto Milano-Brema perché faceva quella linea. Usciti dall’autostrada, nella notte piovigginosa, sul fondo scivoloso dello stradone il Milano-Brema andava a neppure quaranta all’ora, lampeggiando a ogni incrocio, e anche a ogni sospetto od ombra, ma una stupidissima, ridicolissima, folleggiante Volkswagen con dentro un’intera famiglia, padre al volante, madre, due bambini e anche la suocera, uscì d’improvviso da un incrocio tenuto da un semaforo, passando col rosso, e Amanzio Berzaghi che attraversava tranquillo col verde, la vide e non poté fare altro che frenare disperatissimamente, ma non servì a molto: il Milano-Brema schiacciò la Volkswagen e la famiglia che conteneva, come un frantoio di pietra schiaccia le molli olive, e per la frenata il Milano-Brema slittò sul terreno viscido, si mise per traverso la strada, un motociclista che arrivava sparato in quel momento, vi andò contro e si ammazzò, e Amanzio Berzaghi batté col ginocchio contro l’intelaiatura del gigantesco cruscotto, i tendini, la rotula, fasci di muscoli e l’osso si ruppero, come quando si spezza un ramo, ma egli dall’abitacolo aveva visto quel mare di sangue fluire da quello schiaccio di Volkswagen che fuoriusciva dalle mastodontiche ruote dell’autotreno, sangue flottante ancora e illuminato dai fari di un’auto e poi di altre auto, arrivate in quel momento e reso fluente, cinematografico sangue per il fluire sempre più rabbioso della pioggia, e alla vista di quel sangue, più che per il dolore al ginocchio spezzato, nel pianto rauco del suo secondo pilota che ululava: ‘Mamma mia, li abbiamo ammazzati tutti’, svenne, e per farlo rinvenire gli avevano dato un bicchierone di Kirsch e continuavano a dargliene anche sull’autoambulanza che lo portava all’ospedale, così lui, che mai prima aveva bevuto alcoolici così forti, accontentandosi di un po’ di vino ai pasti, da quella volta, ogni volta che gli tornava in mente la strage, ogni volta che si sentiva infelice, angosciato, beveva una grappa.

XVII secolo: nel Vietnam del Mandarino Tan

Tran-Nhut, L'ala di bronzo, Tea
Tran-Nhut, L’ala di bronzo, Tea

Una scrittura leggera e preziosa, attenta ai dettagli e tuttavia incline alla meraviglia, attratta dal fiabesco, dall’impossibile e dalla suggestione del mito. Un’ambientazione originalissima (il Vietnam del XVII secolo), lontana nel tempo e nello spazio ma restituita ai lettori con divertita grazia e partecipata simpatia. E ancora personaggi disegnati con cura, persino con una sorta di affetto, e ritratti in dettaglio tanto nelle sfumature del carattere quanto nelle peculiarità fisiche. E intorno a ognuno di essi, un fitto mistero popolato di oscuri segreti, la memoria collettiva di un crimine che incombe come una minaccia, o peggio come un rimorso che non dà pace, e una quotidianità posticcia dentro la quale rifugiarsi, come animali braccati. E’ in questo fascinoso scenario sospeso tra tensione e improvvisi scoppi di ilarità che si svolge la terza indagine del Mandarino Tan, integerrimo uomo di stato e detective infallibile nato dalla fantasia delle sorelle vietnamite Kim e Tranh-Van Tran-Nhut . Dopo il folgorante esordio de La polvere nera di maestro Hu (di cui ho già scritto nel blog) e un secondo romanzo decisamente poco felice (L’ombra del principe), il giovane Tan torna protagonista di un romanzo tumultuoso e coinvolgente (per la prima volta scritto soltanto da Tranh-Van Tran-Nhut), dove i colpi di scena si susseguono e realtà, sogno e leggenda si fondono in un intreccio inestricabile. A far da palcoscenico (e da metafora) alla narrazione, la giungla, lussureggiante, impenetrabile e letale che da ogni parte circonda il villaggio natale di Tan. E’ lì, nel povero agglomerato di capanne che l’ha visto nascere, che Tan, accompagnato dal letterato Dinh, suo fedele amico, si reca per far visita all’anziana madre. Ed è lì, in un Vietnam del Sud stufo di sentirsi provincia e preda (consapevole soltanto in parte) di complotti separatisti e mire espansionistiche, che il Mandarino si trova ad affrontare la più complessa e pericolosa delle sue indagini. Qualcosa che lo coinvolge dal punto di vista personale (con sua madre che invece di riconoscerlo e di riabbracciarlo commossa lo scambia per il marito, scomparso quando Tan era soltanto in bambino), istituzionale (in quella parte del Paese governa un signore della guerra senza scrupoli, i cui piani, per quanto ancora tenuti segreti, Tan ha il dovere di contrastare con ogni mezzo, perché sa che se venissero portati a compimento destabilizzerebbero l’intera architettura dello stato) e non ultimo investigativo, perché poco dopo il loro arrivo al villaggio il Mandarino e Dinh devono far luce su una morte che sembra figlia di un evento soprannaturale ma che in realtà è il frutto, raffinatissimo, di un omicidio pianificato alla perfezione.

Alla ricerca della verità, circondato soltanto da silenzi ostili e falsi indizi costruiti a bella posta per confonderlo e costringerlo ad arrendersi,  Tan è costretto a rivivere traumatici episodi del passato confinati per anni nei più bui recessi della sua anima. In questo viaggio alla riscoperta di se stesso e dei suoi affetti, che l’autrice racconta con accenti semplici eppure vigorosi e ricchi, indugiando con grazia sull’alternarsi dei sentimenti del protagonista (volta a volta commosso, sorpreso, irato, speranzoso, disilluso, determinato, disperato, vendicativo e infine, dopo un lungo travaglio, pacificato) mutevoli come i mille colori della natura trionfante. In un alternarsi continuo di passato e presente, la vicenda, che al principio procede spedita lungo un registro narrativo di eccessi tipico del racconto fantastico, poco alla volta, imbrigliata dalla severa razionalità del Mandarino (pronto a riverire, e persino a temere, ogni sorta di divinità, ma per nulla disposto a permettere che un assassino la faccia franca sfruttando l’imprevedibile suscettibilità dei demoni o la brama di sangue e di piaceri proibiti degli spettri), si chiarisce. Finché, a indagine chiusa, anche  la frattura tra il tempo trascorso (dove ogni cosa ebbene inizio e dove Tan, suo malgrado, dovette dire addio alla propria fanciullezza) e l’attuale viene sanata e una nuova innocenza, fragile ma pura, può tornare ad accarezzare quel lembo di terra.

Romanzo piacevole, furbescamente disimpegnato e addirittura spassoso per larghi tratti, L’ala di bronzo è una scommessa riuscita; un libro, come scrive Marco Vichi, forte del “linguaggio del linguaggio mitico delle fiabe e di quello concreto del noir, che ci accompagna in un mondo indimenticabile, intriso di mitologia e di sangue”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Tea, è di Francesco Bruno. Buona lettura.
“Che il Demone della Truffa mozzi le mani a quel cane di Tsao e se le porti in giro sulla sua lingua fetida!” esclamò il venditore di liquori Phu, sputando per terra. “Sono sicuro che quello sporco cinese aveva una carta nascosta nella manica di seta”.
“Come avrebbe potuto, sennò, spennarci come ha fatto senza che ce ne accorgessimo?” rincarò il suo compagno, un omino che stringeva furiosamente l’unico sapeco rimastogli dopo la brutta batosta. “C’è da credere che fossimo più attenti ai codrioni d’anatra, che Tsao ci offriva assieme all’alcol di riso, che a quelle maledette carte. Quel farabutto ci ha proprio infinocchiati ben bene!”. Era stato il capoccia Loc a parlare, la voce bassa fremente di collera. Camminava sulla strada bianca di polvere, la faccia imbronciata, accanto ai suoi compagni di sventura. Il volto dai lineamenti duri rispecchiava il suo malcontento mentre squadrava gli amici che non la finivano di lagnarsi. Con i piedi alzavano nuvolette grigiastre, appena visibili in quella notte in cui la luna era ridotta a una falce sottile come le labbra di una pettegola.

La materia d’incubo del sublime

 

Donna Tartt, Dio di illusioni, Rizzoli
Donna Tartt, Dio di illusioni, Rizzoli

Il mondo del sublime, quello degli studi classici, del greco antico e delle sue infinite sfumature di significato, di Platone maestro d’etica, della storia gloriosa e terribile narrata da Tucidide, della tragedia e del mito, del furore vendicativo delle Erinni, capaci di “rendere le persone tanto se stesse da non poterlo sopportare”, è talmente nobile da essere esclusivo, e tanto folle da travolgere anime e spezzare vite. Il mondo del sublime, degli studi elitari e raffinati, della conoscenza custodita come privilegio di casta e trasmessa come fosse il più prezioso dei segreti fa da sfondo, da palcoscenico narrativo a Dio di illusioni, romanzo-fiume di Donna Tartt ambientato in un prestigioso college del Vermont e raccontato in prima persona da uno dei protagonisti della vicenda, il ventiseienne Richard Papen, “californiano di nascita e di carattere”, figlio di una coppia come tante, padre gestore di una stazione di servizio e madre casalinga, una passione per la cultura, e soprattutto per la lingua greca, sbocciata d’improvviso negli anni del liceo. Ad Hampden, college progressista, specializzato in materie umanistiche, altamente selettivo, fondato nel 1895, blasonato, austero, inequivocabilmente snob e orgoglioso di esserlo, Papen capita per caso, o per fortuna, per un capriccio benevolo della sorte o per un destino di dannazione che lo attende paziente come un piano diabolico studiato nei minimi dettagli; lì, in quegli ambienti caldi, raffinati e severi, il giovane respira per la prima volta in vita sua un’aria familiare, riesce a sentirsi se stesso, perfino ad accarezzare qualcosa di molto vicino alla felicità, ma il suo cammino, negli studi come nella vita, è soltanto all’inizio. La sua intenzione è proseguire con il greco, ma nel college a insegnare quella materia c’è solo un docente, Julian Morrow, uomo colto, ricco, originale nei metodi di insegnamento come nei criteri di selezione dei suoi studenti (cinque in tutto, cui tiene lezione nel chiuso del suo ufficio) e restio ad ampliare il proprio uditorio. Ma ancora una volta è una circostanza fortuita, o di nuovo un disegno perfettamente orchestrato, a intervenire, e il giovane entra a far parte della ristretta cerchia di discepoli di Morrow. È nella particolare atmosfera delle sue lezioni, in quella scuola nella scuola che pretenziosamente vuole riproporre (o forse persino ripristinare) la pedagogia luminosa dell’Accademia e del Liceo, l’intransigente fasto dialettico degli stoici, la veemente, corrosiva anarchia di Diogene il Cinico, che Papen cede al fascino ambiguo del professore e dei compagni, in nulla simili a lui se non nel loro ruolo di studenti ma in compenso quasi specchio dell’imprevedibilità astuta della loro guida, della sua personalità inafferrabile e multiforme, della sua intelligenza sdegnosa, della sua visione del mondo fieramente inattuale e più di tutto di quella speciale arroganza che solo una grande ricchezza sa instillare con tanta accuratezza nei cuori e nelle menti. Poco alla volta, Papen stringe con i cinque ragazzi un’amicizia sottile, insinuante e asimmetrica che lo conduce alle soglie di un mondo nuovo, lussureggiante e spaventoso, un regno d’Atlantide favoloso e letale che, senza che lui riesca ad accorgersene per tempo, lo prende prigioniero.  Una volta introdotto in quella strana consorteria, infatti, il ragazzo non ci mette molto a scoprire che quel che lega tra i loro i suoi compagni non è né reciproco affetto né incondizionato amore per la bellezza, ma piuttosto un malato senso di superiorità e una tragica aspirazione all’assoluto che li ha condotti, in una “notte d’estasi dionisiaca”, ben oltre i confini di ciò che è lecito, al di là della misericordia, della pietà, della compassione.  

Ogni crimine, ogni delitto, ha una propria coscienza, e quello commesso dagli alunni del professor Morrow non fa eccezione. Tuttavia non è nella forma di un rimorso, né di un bisogno di espiazione, né di una presa di coscienza della ridicola tragicità insita in un insopprimibile bisogno di distinzione da tutto e da tutti che l’evidenza di quel che è stato fatto si manifesta , bensì in quella di un ricatto (organizzato da Edmund “Bunny” Corcoran, unico testimone di quell’assurda notte, ai danni dei propri compagni), dunque di un commercio vile, spregevole, che nulla ha a che fare con le meraviglie della classicità di cui questi ragazzi si credono eredi. Così, a prevalere su tutti loro, alla fine, è l’istinto di sopravvivenza, che li trasforma, da uomini convinti di poter scoprire in sé una scintilla del divino, in bestie feroci.
Appassionato romanzo di formazione e avvincente giallo d’atmosfera, Dio di illusioni, esordio letterario di Donna Tartt, che lo scrisse a ventotto anni, è un’opera contraddittoria, capace in egual misura di attrarre e respingere. Malgrado sia diseguale e scomposto (la narrazione è eccessiva, tanto nel numero delle pagine quanto nel ritmo, che in un procedere privo di equilibrio alterna momenti di grande tensione a lunghe parentesi di stasi che mettono alla prova la pazienza del lettore), il romanzo colpisce per la puntualità descrittiva, l’approfondimento psicologico e per un realistico pessimismo di fondo che dà spessore all’intera vicenda. Non un capolavoro, insomma, ma neppure una lettura oziosa, o peggio, inutile. Leggetelo; scoprirete che in qualche modo questo libro saprà farsi ricordare. 

Eccovi l’incipit (la traduzione, per Rizzoli, è di Idolina Landolfi). Buona lettura.
La neve sulle montagne si stava sciogliendo e Bunny era già morto da molte settimane prima che arrivassimo a comprendere la gravità della nostra situazione. Era già morto da dieci giorni quando lo trovarono, sapete. Fu la più grande battuta della storia del Vermont-polizia dello Stato, FBI, persino un elicottero dell’esercito; il college chiuse, la fabbrica di colori a Hampden serrò i battenti, la gente veniva dal New Hampshire, dal nord dello Stato di New York, addirittura da Boston.