L’elemento nuovo

Recensione de “La saggezza di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown
Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown

Danzano sul sottile filo d’acciaio di un’ironia garbata e pungente, di un sarcasmo compiaciuto che sembra voler fare da contraltare all’oscurità del delitto, all’ombra del male, di una serenità quieta, incardinata nella certezza trascendente della fede e nello stesso tempo vestita della medesima imperfezione che è degli uomini, i racconti che compongono la seconda raccolta delle avventure di Padre Brown, intitolata La saggezza di Padre Brown (della prima raccolta, Il candore di Padre Brown, ho già scritto qui). Continua a leggere L’elemento nuovo

Padre Brown, acuto psicologo del delitto

Recensione de “Il candore di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Autore tanto raffinato quanto colto, amante appassionato del paradosso e della sorpresa ben congegnata, romanziere eccelso (in questo blog ho già trattato due suoi splendidi lavori, L’uomo che fu Giovedì qui e Il Napoleone di Notting Hill qui), polemista arguto, aforista geniale, e ancora commediografo, saggista, giornalista, esteta della letteratura e, non ultimo, finissimo conoscitore dell’animo umano, Gilbert Keith Chesterton è in qualche modo uno scrittore universale. Per ogni possibile declinazione della parola, infatti, egli nutre un irresistibile interesse; la sua spumeggiante vivacità intellettuale, unita a un talento narrativo non comune e a uno stile freschissimo, squisito, rigoglioso, regala una dimensione nuova al romanzo, presentato al lettore con la genuina spontaneità di un’invenzione estemporanea ma in realtà costruito con ingegneristica precisione.
Allo stesso modo rinnova il saggio, cui dona la piacevolezza di una prosa che sa affrontare con scherzoso acume qualsiasi argomento, persino il più arduo, il più scomodo, il più teoreticamente pericoloso (basti pensare ai suoi lavori sul cattolicesimo, cui si converte, non senza indugi, nel 1922), e reinventa, senza peraltro snaturarlo, l’aforisma, aprendo la sua sentenziosità decisa e senza appello al respiro ampio del racconto, della vicenda articolata, perfino alla brusca svolta del colpo di scena.
Inevitabile, dunque, che un così entusiasta, vulcanico e infaticabile virtuoso delle belle lettere decidesse di misurarsi anche con un genere allo stesso tempo diffuso e assai impegnativo: il giallo. Il grande scrittore inglese lo affronta da par suo, trasformando una suggestione, un’intuizione di un momento – per l’esattezza l’incontro con un ammiratore, un parroco irlandese di nome John O’Connor, la cui conversazione si rivelò straordinariamente affascinante – in una magnifica allegoria dell’eterno scontro tra Bene e Male. Ammiratore sincero del mystery e delle sue atmosfere, Chesterton sceglie di scommettere sul valore simbolico di questo tipo di intreccio; egli legge i delitti, i fatti di sangue, come “peccati dell’anima”, deviazioni, oscurità, abissi in cui sprofonda lo spirito delluomo, e per spiegarli, per sciogliere gli enigmi e scoprire il colpevole (e così, finalmente, comprenderne i moventi ultimi), inventa un’originalissima figura di detective, un prete, padre Brown, ricalcato sul religioso O’Connor che tanto l’aveva colpito.
Dimesso nell’aspetto, di modi riservati, quasi timidi, padre Brown non può contare sulle eccezionali capacità deduttive di uno Sherlock Holmes, né sulle superbe doti intellettive di un Hercule Poirot, eppure anche lui, proprio come i suoi illustri “colleghi”, giunge infallibilmente alla soluzione dei casi di cui si occupa. Merito del suo acume psicologico, o meglio, del suo ruolo di pastore. Nei colloqui di tutti i giorni con il “gregge” affidato alle sue cure (che solo un irriducibile ingenuo, ignaro delle cose del mondo, potrebbe definire innocente), e ancor più nei sussurri scambiati nel segreto del confessionale, Brown impara a conoscere i lati più inquietanti dell’uomo, e questo fa di lui il migliore dei detective possibili.
Brown infatti sa bene fin dove può spingersi una persona; i delitti possono certamente scuoterlo, impressionarlo, sconvolgerlo persino, mai però sorprenderlo, e questa situazione mette il mite ma determinatissimo prete in una condizione di chiaro vantaggio nei confronti dell’assassino. Egli riesce a pensare come l’omicida non in virtù di qualche particolare talento, ma per un semplice “allenamento” all’empatia: essere accanto al suo prossimo, chiunque sia, qualsiasi mostruosità gli alberghi nel cuore, è il “lavoro” di padre Brown. Di questo lavoro, l’indagine sui delitti non è che una naturale conseguenza.
Sono molte le raccolte di racconti che hanno per protagonista Padre Brown; pur essendo tutte più che godibili, le avventure migliori, per solidità di trama, inventiva, splendore descrittivo e disegno dei caratteri sono le prime due, Il candore di Padre Brown e La saggezza di padre Brown, pubblicate rispettivamente nel 1911 e nel 1914. Queste storie, raccontate con una prosa meravigliosamente fluida, ordinata ed elegante, sono dei veri e propri gioielli; piccoli capolavori ricchi di invenzioni, riflessioni, stuzzicanti bizzarrie – “La cosa più incredibile dei miracoli è che accadono”; “Aristide Valentin era profondamente francese; e l’intelligenza francese è assolutamente e unicamente intelligenza” – dove l’omicidio, almeno finché non viene compiuto, finché il Male non diventa realtà concreta, sembra quasi un accidente, un capriccio del caso.
Eccovi l’inizio di uno dei racconti contenuti ne Il candore di padre Brown (a mio avviso il migliore del volume), intitolato Il martello di Dio.
Il piccolo villaggio di Bohum Beacon era appollaiato sopra una collina così ripida che l’alta guglia della sua chiesa sembrava la punta di una piccola montagna. Ai piedi della chiesa c’era la bottega di un fabbro, per lo più rosseggiante di fuochi e sempre cosparsa di martelli e pezzi di ferro; di fronte, oltre un incrocio di viuzze acciottolate, c’era «Il Cinghiale Azzurro”, l’unica osteria del posto. In questo incrocio, in un’alba plumbea, due fratelli si incontrarono per la strada e si parlarono; ma uno finiva la giornata e l’altro la incominciava. Il reverendo e onorevole Wilfred Bohun era molto pio, e si dirigeva a compiere qualche austero esercizio di preghiera o di contemplazione mattutina. Il Colonnello e onorevole Norman Bohun, suo fratello maggiore, non era per nulla pio, e se ne stava seduto in abito da sera a una tavola del «Cinghiale Azzurro», bevendo quello che un osservatore filosofo era lieto di considerare sia il suo ultimo bicchiere del martedì che il primo del mercoledì. Il Colonnello era indifferente alla questione.  

Un sogno di bambino divenuto romanzo

Recensione de “Il Napoleone di Notting Hill” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill, Piemme

Abita la dimensione dell’immaginazione e del sogno Gilbert Keith Chesterton; nella sua prosa riverberano il fanciullesco entusiasmo per l’avventura e il desiderio di ridisegnare il reale, il quotidiano, plasmandolo, trasformandone lo spento grigiore nello sgargiante arcobaleno di colori dell’invenzione fantastica, del gioco, dell’intuizione estemporanea che si fa idea, trama, storia compiuta. La narrazione, l’arte sublime del raccontare è, per il grande autore inglese, un rifugio, un riparo dal mondo; attraverso la mediazione salvifica della pagina scritta, che Chesterton utilizza nelle sue varie forme – articolo di giornale, saggio, romanzo, aforisma, pièce teatrale, poesia – egli mantiene intatto quel legame tra vero e verosimile (ma anche tra vero e possibile, probabile, surreale, assurdo) che a ben guardare è una delle caratteristiche distintive dell’opera letteraria.

Attenzione, però, perché l’indiretto approccio alle cose – di volta in volta arricchite, “travestite”, riproposte in nuove forme dalla squisitezza del talento, dall’arguzia del motteggio, dalla vis polemica, dalla profondità della riflessione, da un argomentare ipnotico, di serena bellezza, che, al pari di uno spettacolo naturale, invita alla contemplazione, al godimento estetico – non relega Chesterton al marginale ruolo di “cantore di fiabe”, di raffinato “collezionista di fantasie”; è vero, l’autore affronta la realtà sul proprio terreno, nello sconfinato “Paese delle meraviglie” che le sue parole senza sosta rimodellano, ma non per questo la nega, né tenta in alcun modo di stemperarne le asprezze o negarne le brutture.
Dal rapporto tra Dio e le sue creature alla critica della società, i suoi temi hanno spesso carattere d’universalità; e Chesterton si schiera, in ogni occasione con grande chiarezza, con coraggio e limpida onestà intellettuale. L’allegoria è semplicemente la sua voce, quel che la rende unica, non un’elegante via di fuga dalle proprie responsabilità. E d’allegoria si veste uno dei suoi più grandi capolavori, Il Napoleone di Notting Hill, pubblicato nel 1904, la cui felicissima genesi, ripresa dall’Autobiografia, viene così riassunta da Sergio Ferreri nella postfazione all’edizione Piemme del volume (splendidamente tradotto da Riccardo Mainardi): “Un giorno, lo scrittore è a passeggio per le vie di Kensington e racconta a se stesso storie di sortite e di assedi feudali, alla maniera di Walter Scott, che cerca di applicare al deserto di mattoni e di calce tutt’intorno. Londra gli sembra ormai «una cosa troppo larga e slegata», persino più larga e slegata dell’Impero Britannico. Ma all’improvviso, il vago senso di divisione, di frantumazione e di smarrimento che indoviniamo in lui, è cancellato dalla visione di alcune piccole, antiquate botteghe illuminate. All’inizio prova sorpresa e piacere, poi si diverte all’idea che esse soltanto andrebbero preservate e difese, e infine è invaso dalla pienezza della gioia, quando scopre che oltre alla bottega del farmacista, del libraio, del droghiere e dell’oste – «tutto quanto è essenziale per un paese civile» – c’è anche una bottega di cose vecchie e rare, piena di spade e alabarde. A quel punto la via, dominata dalla torre-serbatoio d’acqua, con la quale si potrebbe inondare la valle e respingere i nemici dalla collina, è divenuta «sacra». Come una patria perduta e ritrovata. E davanti allo scrittore si apre, caldo, fragrante e accogliente come una locanda d’altri tempi, lo spazio del sogno, la «prigione felice» del gioco infantile e fantastico”.
Nella sua esplosività, allo stesso tempo ingenua e geniale, la trama de Il Napoleone di Notting Hill è quasi superflua per l’economia complessiva del romanzo (che vive e riluce nella scintilla creativa che l’ha fatto nascere), ma vale comunque la pena di essere raccontata, almeno per sommi capi: a Londra, in un futuro non precisato (che per noi lettori d’oggi è il passato), Auberon Quin, un impiegato sguaiato e fracassone ma tutto sommato innocuo, viene nominato, per sorteggio, re d’Inghilterra. Una volta sul trono, il nuovo sovrano rivoluziona la città trasformando ogni quartiere. Opere, costruzioni, manti stradali si moltiplicano da un capo all’altro della capitale, finché qualcuno, un ragazzo di nome Adam Wayne, non si oppone all’apertura di una nuova, trafficata arteria nel suo quartiere, Notting Hill. Tra i due, inevitabile, scoppia la guerra: sarà solo confrontandosi che Quin e Wayne, re e suddito, scopriranno di non essere avversari ma facce di una stessa medaglia.
Lasciatevi conquistare da questo meraviglioso romanzo, ve ne innamorerete e finirete per far vostre le parole che l’autore regalò a questa sua mirabile avventura: “Questa leggenda di un’ora d’epopea io da bambino la sognai, e la sogno ancora, sotto la grande torre grigia colma d’acqua che raggiunge le stelle, lassù a Campden Hill».
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
La razza umana, alla quale appartengono tanti miei lettori, si è dedicata fin dall’inizio ai giochi infantili, e probabilmente continuerà così fino alla fine: una vera seccatura, per i pochi che diventano adulti. Uno dei giochi che questa razza predilige si chiama «Ignora il domani», e viene altresì denominato (dai sempliciotti dello Shropshire, non ho dubbi in proposito) «Crepi l’Astrologo». I giocatori ascoltano, attenti e compunti, tutto ciò che gli uomini dotati di cervello hanno da dire su ciò che accadrà alla generazione successiva. I giocatori attendono che le persone ragionevoli passino a miglior vita, danno loro onorata sepoltura, dopo di che se ne vanno a fare qualcos’altro. Tutto qui. Nondimeno, per una razza di gusti semplici, questo è un vero spasso.

Giacché gli esseri umani, essendo bambini, hanno tutta la testardaggine e la segretezza infantili. E fin dall’inizio del mondo non hanno mai fatto ciò che le persone intelligenti hanno reputato inevitabile. Si dice che abbiano lapidato i falsi profeti, ma avrebbero lapidato i profeti veridici con altrettanto e più motivato piacere. Sul piano individuale gli uomini, mangiando, dormendo, tramando, possono presentarsi secondo apparenze più o meno razionali. Ma l’umanità, vista nel suo complesso, è mutevole, volubile, enigmatica, dilettevole. Gli uomini sono uomini, ma l’Uomo è una donna.