L’inafferrabile scrivere

Recensione de “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, Garzanti

“Una voce apocrifa del flaubertiano Dictionnaire des idées réçues potrebbe definire Flaubert con queste parole: «In lui coesistevano un romantico che trovava banale la realtà, e un realista che trovava vuoto il romanticismo, e un artista che trovava grottesco il borghese e un borghese che trovava pretenziosi gli artisti; il tutto nella prospettiva di un misantropo che trovava tutti ridicoli». Questa definizione, certo arguta, appartiene in realtà a Emile Faguet, eminente rappresentante della storiografia letteraria francese alla fine del XIX secolo, e costituisce una simpatica dichiarazione d’impotenza: Flaubert è irriducibile alle grandi classificazioni della letteratura”. Così, nell’introduzione a L’educazione sentimentale pubblicata da Garzanti nella traduzione di Giovanni Raboni, Lanfranco Binni presenta al lettore Gustave Flaubert; facendo sua una “dichiarazione d’impotenza”. Gustave Flaubert è uno scrittore che non si lascia inquadrare, capace allo stesso tempo di essere espressione (ed espressione sublime) delle correnti letterarie del suo tempo e di procedere lontanissimo da esse, lungo una traiettoria eccentrica che obbedisce unicamente alla sua personale forza creatrice, agli sconvolgimenti di un’intuizione, al bisogno insopprimibile di raccontare il mondo e le sue miserie, di smascherarlo abbandonandosi all’onnipotenza dell’arte, “consapevolezza estrema della totalità dell’universo […], grande sintesi del tutto”. Continua a leggere L’inafferrabile scrivere

La prosa sublime di un cuore in tumulto

 

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore
Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore

Si veste d’amore la memoria di Marcel Proust, narratore e protagonista di All’ombra delle fanciulle in fiore, secondo capitolo del suo capolavoro, Alla ricerca del tempo perduto. L’evocazione del passato, pur senza perdere nulla del suo libero fluire, del suo scorrere in modo quasi indipendente dalla volontà del narratore, ha in questo romanzo un ben preciso polo d’attrazione, un punto di caduta, un “luogo naturale” verso cui dirigersi. Così, quel muoversi composto della prosa proustiana, che ricorda il leggero incresparsi di uno specchio d’acqua, che tanto somiglia all’impercettibile soffio di voce di un sussurro, finisce per perdersi e ritrovarsi senza sosta nel turbinio di emozioni scatenato da un sentimento universale eppure sconosciuto, e proprio per questo sconvolgente. Proust infatuato di Gilberte (la figlia di Swann e di sua moglie Odette) e poi conquistato dalla “fanciulla in fiore” Albertine è il perfetto parallelo (letterario e umano) di quello conosciuto in Dalla parte di Swann (di cui ho già scritto) al momento del risveglio dei suoi ricordi, quando un’intera vita rompe gli argini del passato e si riversa nell’oggi ridisegnandone forma e senso. In entrambi i romanzi, il lettore si immerge poco alla volta nella tranquillità quasi ipnotica della trama, nel disegno ordinato dei quadri d’ambiente, nella cortese, formale presentazione dei personaggi (introdotti nella storia come fossero invitati a una festa), ma d’improvviso quel che si trova di fronte è uno spettacolo completamente diverso, una scrittura nervosa, impaziente, che si affanna a tradurre il tumulto irrefrenabile di un cuore adolescente, a trovare per i suoi entusiasmi e i suoi tormenti le più limpide forme d’espressione: “Soffiava un vento umido e dolce. Era un tempo che conoscevo; ebbi la sensazione e il presentimento che il giorno di capodanno non fosse un giorno diverso dagli altri, che non fosse il primo d’un mondo nuovo nel quale avrei potuto, con possibilità ancora intatte, rifare la conoscenza di Gilberte come ai tempi della Creazione, come se ancora non esistesse alcun passato, come se fossero state abolite, con i relativi presagi per il futuro, le delusioni che di tanto in tanto mi aveva inflitte: un nuovo mondo nel quale niente di vecchio sarebbe sopravvissuto… niente, tranne una cosa: il mio desiderio che Gilberte mi amasse”.  

Ancora una volta (come già accaduto per Dalla parte di Swann) lascio l’ultima parola su All’ombra delle fanciulle in fiore, o per dir meglio sull’intera opera di Proust, a Carlo Bo, che per l’edizione completa di Alla ricerca del tempo perduto pubblicata da Mondadori nella collana I Meridiani e tradotta da Giovanni Raboni, ha scritto una splendida, ricchissima introduzione. “Non c’è stato dopo Proust un altro romanziere che abbia creduto in questa funzione del romanziere, e cioè del disvelatore e dell’interprete dei sentimenti. Lo stesso Kafka, che pure conduce un’impresa analoga alla sua, trasforma l’indagine in una serie di immagini e prefigura un tempo storico fondato sui fatti del mistero ma ci lascia con un forte sentimento di tragedia insuperabile. Proust non rinuncia, non ha paura: chiuso nella sua stanza, è deciso ad andare a fondo, a intravvedere dei segni e, di più, a dare un senso all’esistenza. C’è – lo ripetiamo – un’umiltà che chi è venuto dopo non avrà più”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Quando si trattò di invitare a pranzo per la prima volta il signor di Norpois, poiché mia madre si rammaricava che il professor Cottard fosse in viaggio e che Swann non facesse più parte dell’ambiente che lei frequentava, convinta com’era che l’uno e l’altro sarebbero parsi interessanti all’ex-ambasciatore, mio padre replicò che un commensale eminente, uno scienziato illustre come Cottard non poteva mai sfigurare a un pranzo, ma che Swann, con il suo esibizionismo, con la sua abitudine a gridare ai quattro venti anche la più trascurabile delle sue relazioni, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe certamente giudicato, secondo il suo modo di esprimersi “pestilenziale”. Questa affermazione di mio padre richiede qualche parola di spiegazione, dal momento che qualcuno ricorderà forse un Cottard decisamente mediocre e uno Swann capace di portare sino al massimo della delicatezza, in fatto di mondanità, discrezione e modestia.
 

Swann, il principio di un infinito narrare

Recensione di “Dalla parte di Swann” di Marcel Proust

 

Marcel proust, Dalla parte di Swann, Mondadori
Marcel Proust, Dalla parte di Swann, Mondadori

Forse nessuna definizione più di quella di romanzo riesce a evocare l’universalità, la totale assenza di confini, l’aristotelica potenzialità di divenir qualsiasi cosa, la bellezza quasi inesprimibile di un raccontare che abbraccia tempo e spazio e non conosce soste né limiti. Eppure, la parola romanzo sembra perdere tutta la propria forza, la propria spinta vitale, e ridursi a una specie di insufficiente categoria, di più, a una semplicistica etichetta, nel momento in cui la si accosta al monumentale lavoro letterario di Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto. Non v’è dubbio, tuttavia, che i diversi volumi che compongono la sua opera (a partire dal primo, Dalla parte di Swann, di cui intendo trattare) siano romanzo, che la loro struttura narrativa rispetti le regole di questo tipo di lavoro, e che dunque sia ben presente la materialità di una storia e vengano offerte al lettore tanto la bussola (geografica e psicologica) di una particolareggiata descrizione d’ambiente quanto il confronto (intellettuale ed emotivo) con i personaggi.

Ma tutto questo, a ben guardare, non è che dettaglio; non riposano qui, infatti, né la ragione né il senso dell’inesausto scrivere dell’autore francese. Laddove il romanzo, qualsiasi romanzo, si fonda, e giustifica la propria esistenza, nella scelta del tema trattato, nella sua declinazione, nella decisione dello scrittore di celare o dichiarare apertamente le proprie intenzioni, di concentrarsi sull’analisi di un particolare o di illuminare un intero scenario, e ancora nell’azzardo stilistico, nella densità della prosa o al contrario nel suo rarefarsi, nella Ricerca proustiana tutti questi elementi costitutivi vengono derubricati a questioni di secondaria importanza e finiscono per rendere impossibile, o per dir con più esattezza del tutto inutile, guardare ad essa partendo da questi punti di vista. Così, eccoci di fronte a un vero e proprio paradosso, che ci costringe ad ammettere che giudicare Proust secondo criteri squisitamente romanzeschi equivarrebbe a decidere della sostanza religiosa della Bibbia concentrandosi soltanto sulla correttezza della punteggiatura. Che fare, dunque? Come affrontare questo capolavoro affascinante e terribile come un mare in tempesta? Con ogni probabilità, la sola risposta possibile è questa: accettandolo. Immergendocisi. Viaggiandoci insieme e dimenticando, immediatamente dopo essere partiti, di avere una meta, perché il proustiano atto di scrivere è, essenzialmente, ricerca, un continuo peregrinar per sentimenti, ricordi, passioni che non ha lo scopo di recuperare qualcosa di definito, ma l’intenzione, ben più ardita, ben più folle e fino a oggi mai più eguagliata, di ritrovare altri sentimenti, altri ricordi, altre passioni, altri pensieri, che come nuovi punti d’arrivo, in una continua circolarità nutrita dal sostegno fedele della parola, innescano nuove ricerche.

Scrive Carlo Bo nella prefazione all’opera completa edita da Mondadori (collana I Meridiani) e tradotta da Giovanni Raboni: “Questo Proust così letterario, così permeato di intenzioni letterarie, non ha nessuna fiducia nei poteri primi della letteratura; o, per essere più precisi, a un certo punto della sua speculazione si è accorto che sotto un regime di dissoluzione non esistono categorie resistenti oltre l’illusione e che la funzione dell’arte è proprio questa di convincere l’uomo della sua sostanziale miseria e del suo navigare in un mare imperscrutabile. Si ha l’impressione che spinga sempre la sua barca verso il mare aperto epperò quando sta per toccare la terra – sia pure una terra immaginaria – ricomincia da capo. Se fosse vissuto, non avrebbe potuto far altro che continuare a scrivere la Recherche”.
L’affresco, l’inestricabile eppure chiarissimo intreccio di memorie e sensazioni, di attimi che sembrano prendere vita dal sogno per poi ritrovarsi catapultati nel reale e il momento successivo sgranarsi come immagini colte nel dormiveglia per recuperare tutta insieme la propria sostanza nello slancio di un ricordo improvviso o nella spontaneità di una riflessione innescata dal caso, ha, in Dalla parte di Swann, i colori tenui della fanciullezza dell’autore e il quieto respiro della vita di provincia (nel villaggio di Combray), e nello stesso tempo una nervosa tensione verso il futuro, l’angosciosa preoccupazione nei confronti dell’ignoto rappresentata dalla figura di Swann, attraverso il quale il raccontare di Proust si allarga a macchia d’olio, toccando il quadro familiare, il ritratto sociale, la parentesi onirica per poi sempre tornare, con fedeltà d’innamorato, al suo nucleo originario, alla scintilla di memoria, all’occasione di ricordo, a tutto ciò che offre all’uomo l’eternità del pensiero e il miracolo della sua espressione.
Eccovi l’incipit di Dalla parte di Swann. Buona lettura.

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: «Mi addormento». E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso un piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva per qualche secondo al mio risveglio; non scombussolava la mia ragione, ma premeva come un guscio sopra i miei occhi impedendogli di rendersi conto che la candela non era più accesa. Poi cominciava a diventarmi incomprensibile, come i pensieri di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi; l’argomento del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; immediatamente recuperavo la vista e mi sbalordiva trovarmi circondato da un’oscurità che era dolce e riposante per i miei occhi ma più ancora, forse, per la mia mente, alla quale essa appariva come una cosa immotivata, inspiegabile, come qualcosa di veramente oscuro.