Ciò che eravamo

Recensione di “Il dio di Roserio” di Giovanni Testori

Giovanni Testori, Il dio di Roserio, Mondadori

La Milano che Giovanni Testori racconta nel suo bellissimo romanzo Il dio di Roserio (Mondadori) è un luogo dimenticato. Un teatro di posa allo stesso tempo anonimo e familiare dove si muovono uomini e donne dai volti esausti di fatica, con gli occhi limpidi colmi di risolutezza; le loro emozioni hanno una sorta di primitiva purezza e fremono nei gesti e nelle parole come i corpi degli amanti avvinghiati nelle incolte distese di verde delle periferie; la loro umanità è sincera, tanto nella nobiltà del sacrificio quanto nella spirale del vizio. Testori è il custode di un tempo smarrito, di una memoria comune. Colleziona istantanee in bianco e nero nelle quali siamo tutti ritratti; i contorni dei palazzi, sfumati sullo sfondo di una foto, sono quelli in cui sono cresciuti i nostri nonni e i nostri padri; gli abiti grossolanamente tagliati addosso alle donne e le tute da lavoro dei loro mariti dormono nelle cassapanche e nei bauli stipati in soffitta o in cantina; le strade, che paiono troncate d’improvviso dal limitare estremo della città, dai solitari capolinea dei tram, proseguono cieche, ostinate, come se inseguissero una promessa, un futuro, come se indovinassero nuovi quartieri, nuove zone e piazze, slarghi, viali. Continua a leggere Ciò che eravamo

Uomini e donne alla periferia di ogni cosa

Giovanni Testori, L'Arialda, Feltrinelli
Giovanni Testori, L’Arialda, Feltrinelli

La Milano florida e soddisfatta di sé del boom economico è un orizzonte lontano e amaro per gli eroi popolari di Giovanni Testori, esercito derelitto di uomini e donne che nella veemenza del carattere cela la vergogna per la propria condizione e allontana come può il fastidioso imbarazzo della miseria. La povertà materiale è la loro tragedia; l’assenza di mezzi e possibilità la condanna che devono scontare in vita; la rinuncia ai sogni la misura della loro straziante quotidianità. E la scrittura graffiante del grande autore milanese (romanziere, commediografo, critico d’arte), con il suo stile scarno, aggressivo, immediato, nervoso, semplice eppure potente, come soltanto la lingua cresciuta per le strade, lungo i  marciapiedi, all’ombra dei cortili e nelle osterie odorose di vino e fumo sa essere, è la loro voce, il loro canto soffocato e dolcissimo. Confinati alla periferia di ogni cosa, i personaggi testoriani si raccontano per ciò che sono – mostrandosi nudi tanto nell’esaltante purezza dei sentimenti quanto nell’abiezione più profonda delle viltà e delle perversioni – in una sorta di rivisitazione laica (così coraggiosa ed estrema da risultar lacerante) del sacramento della confessione. Personaggi fieri, indomiti, come la camiciaia Arialda, protagonista dell’omonima tragedia (parte del composito ciclo di opere intitolato I segreti di Milano) pubblicata da Feltrinelli e incorsa in un’assurda censura “per turpitudine e trivialità”. Arialda cerca nell’amore e nella liberatoria gioia del sesso il proprio riscatto, ma nel girone infernale degli abietti, dove è reclusa l’umanità dipinta da Testori, non esiste salvezza. Ciascuno infatti ha colpe da pagare, inconfessabili segreti da scontare, debiti contratti da saldare; quello di Arialda è suo fratello Eros, giovane bellissimo e omosessuale, disposto a vendersi, a cedere alle lusinghe del rispettabilissimo mondo borghese, sempre alla ricerca di uno sfogo per i propri innominabili appetiti, per accumulare denaro, e con il denaro la tanto sospirata autonomia, ma non per questo incapace di provare tenerezza, e autentica passione, per un altro giovane, Lino, anch’egli pronto a tutto pur di guadagnare soldi. Per i due fratelli l’amore si rivela un vicolo cieco, una brutale delusione: Arialda paga la “natura malata” del fratello, oggetto di chiacchiere e di scandali interessati, e vede naufragare la possibilità di sposare il fruttivendolo Amilcare Candidezza, vedovo e padre di due figli, Gino, seduttore incallito, e Stefano, detto “Quatrettti”, mellifluo, intrigante, sempre alla ricerca di pettegolezzi da sfruttare a proprio vantaggio; Eros invece scopre quanto poco conti, in un mondo corrotto, la forza del suo sentimento; egli infatti vorrebbe evitare a Lino  il degrado della prostituzione ma nulla può contro il desiderio dell’amato di comprarsi, il più presto possibile, una moto, in sella alla quale, per un atroce scherzo del destino, troverà prematuramente la morte.

Attorno a queste figure principali altri vinti si muovono: Gaetana “la terrona”, rivale dell’Arialda, la figlia Rosangela, infelice preda di Gino, Oreste Scotti, lenone e spacciatore.
Andata in scena il 22 dicembre del 1960 al Teatro Eliseo di Roma per la regia di Luchino Visconti e con Rina Morelli nei panni di Arialda, la pièce, l’anno successivo, a Milano, venne tolta dal cartellone dopo una sola replica; considerata opera oscena in base all’articolo 528 del Codice Penale per “la successione di situazioni ambientali e personali torbide ed erotiche nel corso delle quali nessun bene e nessun valore si salva”, L’Arialda cominciò proprio grazie a questo provvedimento a imporsi per la radicalità e la modernità dei suoi temi. Testori racconta la dignità dell’amore, del sentimento considerato nella sua essenzialità, o meglio nella sua universalità, senza nascondersi dietro comode (e false) distinzioni di genere: fratelli nel dolore e nella sconfitta, Arialda ed Eros lo sono anche in spirito. Amano, entrambi, al limite delle loro capacità; per amore si sacrificano, all’amore si concedono, esattamente nello stesso modo, ed è la società, quella società che alla luce del sole sdegnata respinge ciò che nel chiuso delle proprie stanze brama, ad abbatterli, non la natura di quel che provano.
Il dramma di Arialda ed Eros (e quello parallelo di Rosangela e Gaetana) ha il respiro della tragedia classica, e l’aspra sincerità d’accenti dell’autore coinvolge e commuove. In una parola, L’Arialda è un capolavoro.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
I prati e le siepi intorno alla cava. Sul fondo le ultime cave. Il tramonto, immenso, cupo e violento, va spegnendosi nel cielo. Rumori di macchine. Qualche voce, qualche richiamo. Entrano l’Angelo e l’Adele.
L’Adele Angelo?
L’Angelo Eh?
L’Adele Va’ che bello!
L’Angelo Bello, cosa?
L’Adele Lì, sulla cava. Non vedi che colori?
L’Angelo E cosa vuoi che m’importino i colori?
I due si abbracciano
L’Angelo Aspetta, Adele. Aspetta che metto giù la bici.
L’Adele No. È meglio andare avanti.
L’Angelo Ma un bacio, almeno uno…
I due tornano ad abbracciarsi
L’Adele Angelo, la bici…
Una pausa
L’Angelo Adele?
L’Adele Cosa?
L’Angelo Non so…
L’Adele Cos’è che non sai?
L’Angelo Stasera, a furia di baci, ti mangerei.
L’Adele E tu fallo.

L’Angelo Sì, e poi, quando t’ho mangiata?