La vanità di un dio demente

Franz Kafka, Il processo, Rizzoli
Franz Kafka, Il processo, Rizzoli

Come in una disputa medievale sugli universali, nella quale la battaglia tra opposti pensieri rappresentava la via per giungere a Dio, i temi della colpa, dell’innocenza, della giustizia, del suo manifestarsi e del suo operare – temi che toccano l’essenza stessa dell’esistere, e nel loro comprendere ogni uomo, il suo senso e il suo destino, penetrano nei labirinti della metafisica – stanno a fondamento de Il processo di Franz Kafka, romanzo inquietante, illusorio (come lo sono un ragionare febbrile, un calcolo ripetuto all’infinito, una deduzione inceppata nel proprio meccanismo logico), allegorico, enigmatico, allo stesso tempo inafferrabile e possente, reale al punto da risultare soffocante eppure evanescente come un sogno, o per meglio dire come un incubo. Proprio lungo il confine (sottile, impalpabile ma ben presente) che divide il sonno dalla veglia, che separa “ciò che è vero” da tutto ciò che “non lo è”, si snoda la vicenda narrata da Kafka, il mistero insieme buffo e tragico di un’accusa, mai formalizzata ufficialmente, che travolge e sconvolge la vita di un anonimo impiegato, Joseph K. Lo stile ordinato, rigoroso del grande autore cecoslovacco scivola sulle cose come fosse uno sguardo, come l’occhio di un testimone; duttile al pari del pennello di un artista, il suo squisito talento di narratore ribalta ogni prospettiva consueta semplicemente descrivendo uno stato di cose nel quale la normalità, la quotidianità, il “buon senso comune” hanno perduto il proprio primato a favore di un caos senza nome né volto, silenzioso ma onnipresente (e onnipotente); di un cortocircuito individuale e collettivo che distrugge ogni ordine e gerarchia, ogni punto di riferimento sociale, sostituendoli con sosia oscenamente deformati, mostruosi organismi di controllo e di indirizzo etico che soltanto in apparenza hanno il volto rassicurante di istituzioni note, riconosciute e rispettate ma in realtà sembrano obbedire a un arbitrio folle e incontrollato. Alla vanità di un dio demente.

Prigioniero di una “congiura di savi pazzi” di cui non vede né origine né fine, Joseph K., un mattino come tanti, scopre di essere in arresto (senza tuttavia che nessuno si prenda la briga di chiuderlo in prigione) e che sul suo capo pende una non meglio precisata accusa, che ha dato origine a un processo penale. Il genuino stupore del protagonista del romanzo, la sua paura strisciante, il desiderio di ribellarsi a quel fatto così inconsueto, così brutale, così “scandaloso”, la sua emotività scossa, si esauriscono in brevissimo tempo, così come si estingue, inesorabilmente, la determinazione dell’uomo, deciso a difendersi con metodo e puntiglio, a constrastare quella che di tutta evidenza è una patente ingiustizia (magari perfino un atroce scherzo molto ben congegnato). Tutto questo mondo interiore, infatti, riflesso dellanima, dellintelletto e del cuore di ciascuno di noi, come fosse memoria d’ombra di un tempo perduto per sempre, si consuma nella trappola per topi di un meccanismo “di giustizia” finalizzato esclusivamente all’annientamento, alla deprivazione, scientifica, dell’individualità, sola colpa imputabile al singolo in un sistema che ha cancellato le differenze. Non a caso, la riflessione che Joseph K. si concede nel tentativo di tranquillizzarsi subito dopo aver appreso di essere al centro di un inchiesta (anzi, il bersaglio di un procedimento tanto complesso quanto implacabile) appare al principio del romanzo per poi dissolversi, come una fantasia; e questa riflessione non è che il riepilogo, il riassunto affannato di quella verità dei sensi e dell’intelletto che accompagna in ogni momento il nostro vivere in comunione con gli altri: la certezza di essere parte integrante di un organismo, e dunque di partecipare dei suoi diritti, ingenuamente creduti inalienabili, perenni: “In fin dei conti K. viveva in uno stato di diritto, dappertutto regnava la pace, le leggi erano tutte in vigore, chi osava coglierlo di sorpresa in casa sua? Egli era sempre incline a prendere le cose quanto più possibile alla leggera, a credere al peggio solo quando il peggio era arrivato, a non cautelarsi per il futuro neppure quando tutto lo minacciava. Qui gli sembrò però un errore, si poteva certo considerare tutta quella storia uno scherzo, uno scherzo grossolano organizzato per motivi sconosciuti, forse perché oggi compiva trent’anni, dai colleghi della banca, naturalmente questo era possibile, forse bastava fare una risata in faccia in un modo o in un altro ai suoi guardiani perché si mettessero a ridere anche loro, forse erano fattorini della cantonata, qualche somiglianza c’era… e tuttavia questa volta, si può dire dal momento in cui aveva visto la guardia Franz, aveva deciso di non lasciarsi sfuggire il più piccolo vantaggio che potesse avere su quella gente”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per BUR, è di Elena Franchetti. Buona lettura.

P.S. Questa è l’ultima recensione dell’anno. Nei prossimi giorni mi prenderò una vacanza. Ci rivedremo a gennaio 2015. Grazie a tutti voi per avermi seguito fin qui, mi auguro vorrete continuare a farlo. Tanti auguri di buone feste, e di un ottimo anno nuovo.

Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni mattina verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Non era mai successo fino allora. K. aspettò ancora un po, guardò dal suo cuscino la vecchia che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità che non le era assolutamente abituale, infine, meravigliato e insieme affamato, suonò il campanello. Subito qualcuno bussò e un uomo che in quella casa non si era mai visto si fece avanti.

Un geniale “scettico del crimine”

Recensione de “Il giudice e il suo boia” di Friedrich Dürrenmatt

 

Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli
Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli

È il legame, indissolubile e tuttavia non necessario, tra carnefice e vittima (e insieme a esso la relazione, che dal punto di vista della pura teoria dovrebbe essere di causa ed effetto, tra delitto e castigo) il fondamento dei polizieschi di Friedrich Dürrenmatt, uno dei massimi esponenti della letteratura novecentesca e a mio avviso il più grande giallista di sempre (di lui ho già scritto più volte in questo blog); più che al crimine e ai suoi moventi, infatti, lo scrittore svizzero si interessa all’assassinio, al fatto di sangue, da un punto di vista filosofico, metafisico quasi, considerandolo un’aperta sfida all’ordine, alla razionalità e dunque alla comprensibilità (ancorché imperfetta, lacunosa) del mondo. Se dunque l’omicidio è l’elemento disturbatore e perturbante, l’accadimento inaspettato che sconvolge ogni cosa, e la sua soluzione, la scoperta del colpevole e la sua punizione ciò che rimette tutto a posto (come puntualmente accade nel giallo classico, il cui meccanismo narrativo si esaurisce in un rassicurante lieto fine), Dürrenmatt, pur evitando accuratamente, nei suoi lavori, di mettere in discussione questo tipo di architettura, ma anzi accettandolo senza riserve e facendolo suo con impareggiabile maestria (i suoi gialli sono splendidi, solidi, indimenticabili), ci costringe a riflettere su quanto tortuoso sia il percorso che conduce dal delitto alla punizione dello stesso, e soprattutto mostra quanto sia facile che questo cammino di giustizia possa interrompersi, magari per sempre.

La sua lezione risulta tanto affascinante quanto sconvolgente, e come uno scacco matto non consente replica alcuna: l’esistenza della verità, ci dice lo scrittore svizzero, non è condizione né necessaria né sufficiente del suo disvelamento. Questa sua opera di progressiva demolizione delle certezze connesse all’omicidio, questo suo geniale “scetticismo criminale” (condotto con ferreo rigore razionale e impressionante consequenzialità), comincia fin da Il giudice e il suo boia, racconto che segna l’esordio letterario di Dürrenmatt. Il protagonista, l’anziano ispettore Bärlach, affiancato dall’agente Tschanz deve indagare sull’omicidio di un tenente della polizia di Berna, tuttavia questo delitto, a differenza di quelli con cui si aprono i gialli tradizionali, ai quali Dürrenmatt, è bene ribadirlo, esplicitamente si richiama, non è il punto di partenza di una serie di azioni che condurranno alla cattura del colpevole ma un uscio spalancato su una realtà (quella che viviamo) nella quale a regnare è il disordine e che ha nella morte procurata solo una delle sue infinite manifestazioni.

E allora non stupisce che il caso conduca Bärlach di nuovo a tu per tu con un uomo che aveva già incontrato in passato, una persona influente che anni prima aveva commesso un omicidio rimasto impunito: è grazie a questo incontro, che riapre vecchie ferite e contribuisce a far apparire ogni cosa sotto una luce nuova, che il disilluso ispettore comprende quanta distanza ci sia la giustizia, divinità intangibile da servire sottomettendosi a una ben precisa serie di regole (stabilite dall’uomo), e la sua applicazione, spesso frutto di scelte dolorosissime e quasi mai al riparo dall’arbitrio, o da meri calcoli di opportunità.

Nel fosco quotidiano disegnato da Friedrich Dürrenmatt, il male, semplicemente, è privo di un degno contraltare (o se vogliamo di un opposto altrettanto puro dal punto di vista concettuale); ecco perché coloro che danno la caccia ai criminali sono spesso dei vinti, degli sconfitti. Uomini non privi di una loro nobiltà d’animo né dell’acume investigativo che la tradizione letteraria ha attribuito a detective entrati nell’immaginario collettivo, ma nonostante ciò disarmati di fronte alla vita, e rassegnati alla sua sostanziale ingovernabilità.

Nella loro fragile lotta contro il caos, questi personaggi, che così tanto ci somigliano, non sono eroi perché vincono, ma perché, malgrado tutto, non si sottraggono alla battaglia. “Bärlach si alzò alle sei, senza aver dormito. Era domenica. Si lavò e indossò un altro abito. Poi telefonò a un taxi: la colazione l’avrebbe fatta nella carrozza ristorante. Prese il cappotto pesante e uscì nel grigiore del mattino; non aveva valigie. Il cielo era chiaro. Uno studente sbronzo, che puzzava di birra, barcollava sul marciapiede e si fermò a salutarlo. ‘Blaser,’ pensò Bärlach, ‘l’hanno già bocciato due volte in fisica, poveraccio. Allora uno comincia a bere’”.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Feltrinelli, è di Enrico Filippini. Buona lettura.
La mattina del tre novembre 1948, nel punto in cui la strada di Lamboing (uno dei villaggi del Tassemberg) esce dal bosco che degrada lungo il vallone del Twannbach, il gendarme di Twann, Alphons Clenin, trovò una Mercedes azzurra ferma sul ciglio della strada. C’era nebbia, come spesso accade nei mattini di tardo autunno; Clenin era già andato oltre ma poi si decise a tornare indietro. Passando aveva gettato una rapida occhiata attraverso i cristalli appannati e aveva avuto l’impressione che il conducente se ne stesse abbandonato sul volante. Pensò che l’uomo fosse ubriaco: era una persona normale, Clenin, e ricorreva sempre alle spiegazioni più ovvie.

Un fremito tra le scapole

 

Charles Dickens, Casa desolata, Einaudi
Charles Dickens, Casa desolata, Einaudi

“Ciò che dobbiamo fare, leggendo Casa desolata (Bleak House), è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l’umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte”. È interamente racchiuso in questa raffinata, puntuale considerazione di Vladimir Nabokov il senso dell’esperienza estetico-cognitiva offerto da Casa desolata di Charles Dickens, non certo uno dei romanzi più celebri del grande autore inglese ma per molti aspetti un’opera di estremo interesse, e di indiscutibile fascino. Puntuta satira sociale, impareggiabile studio di caratteri (basti pensare allo sterile attivismo filantropico di Mrs Jellyby, talmente impegnata a “salvare” ed “educare” gli indigeni del villaggio africano di Borrioboola-Gha da trascurare qualsiasi altra cosa, in primo luogo i suoi doveri di madre), commedia nera e perfino detective story, Casa desolata è un mosaico narrativo complesso ed elettrizzante, un labirinto di storie che dietro ogni angolo cela sorprese e colpi di scena, uno spettacolo di fuochi d’artificio che esplode in una moltitudine di figure e colori che pare inesauribile e insieme un riflettere caldo, paziente e implacabile sulla natura umana e sulla sua condizione.  

“Pretesto” e filo conduttore della vicenda è una causa legale (Jarndyce contro Jarndyce) che si trascina da moltissimo tempo e sembra ancora assai lontana dalla conclusione – memorabile l’incipit del romanzo, con la vivida descrizione di una Londra novembrina appassita e morente, affondata nel fango e assediata dalla nebbia, nel cui cuore, così fitto da essere impenetrabile, “tiene udienza il Lord Cancelliere. Mai la nebbia sarà tanto fitta, né il fango e la mota così alti da poter eguagliare lo stato di brancolamento e di confusione in cui si trova oggi al cospetto del cielo e della terra la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere, scelleratissima e decrepita peccatrice” – gigantesca tela di ragno che avviluppa, seppur con differenti gradi di coinvolgimento, tutti i personaggi del libro, ne domina i destini come il peggiore dei tiranni e, con l’efficacia del più potente dei veleni, ne corrompe gli animi. E sono naturalmente legati alla causa i segreti (come quello che nasconde lady Honoria Deadlock),  le bramosie (dell’avvocato Tulkinghorn e del giovane Richard Carstone, che finisce per farsi ossessionare dalla causa e dal desiderio di vincerla, per sé e per la donna che ama), che come fiumi carsici attraversano la storia, come anche le innocenti, pure resistenze a queste derive (rappresentate soprattutto da Esther, vera eroina della storia); come d’abitudine, Dickens racconta ogni cosa con torrenziale ricchezza d’accenti, lasciando spazio sia alla contagiosa leggerezza della commedia sia alla vivida cupezza del dramma; egli prima conquista il lettore con la suggestiva, rapinosa affabulazione del consumato cantastorie, poi lo “imprigiona” nella rete della sua maestria descrittiva, nell’eccezionale acume psicologico dei suoi ritratti, nel garbo deciso delle sue denunce, nello smascheramento (ironico, ma non per questo meno incisivo) delle ipocrisie, costringendolo a una riflessione che sia specchio, per intensità e profondità, di quella dell’autore, e a una ben definita presa di posizione. Così si chiude il cerchio perfetto dell’“esperienza Dickens” splendidamente riassunto da Nabokov; un viaggio della ragione e dell’emozione, dell’intelletto e del cuore nel mondo di un grande scrittore, “una democrazia magica dove anche certi personaggi assolutamente secondari, anche il più marginale […] hanno il diritto di vivere e di generare”. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Einaudi, è di Angela Negro). Buona lettura.
Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. Implacabile clima di novembre. Tanto fango nelle vie che pare che le acque si siano da poco ritirate dalla superficie della terra e non stupirebbe incontrare un megalosauro, di quaranta piedi circa, che guazza come una lucertola gigantesca lungo Holborn Hill. Fumo che scende dai comignoli come una soffice acquerugiola nera con fiocchi di fuliggine grandi come fiocchi di neve vestiti a lutto, si potrebbe immaginare, per la morte del sole. Cani che si distinguono appena nella mota. Cavalli, infangati fino ai paraocchi, in condizioni di poco migliori. Pedoni, quasi tutti affetti da irascibilità, che si urtano a vicenda con gli ombrelli e perdono l’equilibrio agli angoli delle strade, dove fin dall’alba (ammesso che ci sia stata un’alba oggi) sono già scivolati migliaia di altri pedoni, aggiungendo nuovi depositi alla crosta formatasi sopra lo strato di fango, restando in quei punti tenacemente sul marciapiede e accumulando melma a interesse composto.

Oggetto della letteratura è la conoscenza dell’essere umano

Recensione de “La testa perduta di Damasceno Monteiro” di Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli
Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli

È possibile che la verità sia anche una questione di stile, che la forma abbia un legame essenziale con la sostanza, che la filosofia, oltre a quello della chiarezza, abbia il dovere, squisitamente letterario, della fascinazione, e che allo stesso modo ogni altra forma scrittura, dalla cronaca giornalistica al dettato di una sentenza, debba possedere la qualità indispensabile della leggibilità; in una parola, che tocchi alla bellezza il compito improbo di provare a spazzare via le tenebre della menzogna, dell’ignoranza e della violenza. Espressione di un determinato sistema di valori, di nitide scelte etiche, di una ben precisa visione del mondo, questo genere di raffinatezza, ben lungi dal ridursi a sterile eco di un imprecisato dover essere, è in realtà la sola opposizione possibile al tragico disordine del mondo.

Impara a comprenderlo, nel corso di una dolorosa, sconvolgente esperienza personale che segnerà per sempre la sua vita, il reporter Firmino, giovane idealista innamorato della giustizia sociale e del marxismo umanistico di Geörgy Lukács spedito da Lisbona a Oporto per scrivere di un orrendo caso di cronaca (il cadavere di un uomo rinvenuto privo della testa). Qui, il protagonista del bellissimo e dolente romanzo di Antonio Tabucchi La testa perduta di Damasceno Monteiro si troverà faccia a faccia con inimmaginabili abissi d’abiezione; toccherà con mano la logica spietata del potere, vedrà leggi piegarsi all’arbitrio del più forte e colpevoli di innominabili atrocità godere delle più vergognose impunità; avrà tuttavia anche modo di conoscere un avvocato, un uomo di vastissima cultura e di ancor più profonda umanità, e sarà grazie a lui che Firmino capirà quanto sia importante resistere a ogni ingiustizia, soprattutto quando le possibilità di riparare i torti sono minime.

Quest’uomo corpulento, che sembra trovare la citazione giusta per ogni argomento di conversazione e i cui discorsi profumano tanto d’ironia quanto d’amaro disincanto, questo filosofo del diritto ed esteta della letteratura, che vorrebbe, con il teologo francese Marcel Jouhandeau, uno scrittore in ogni giuria, perché “l’oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell’essere umano, e […] non c’è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali”, spiegherà a Firmino, tanto con l’esempio quanto con il suo dotto, torrenziale conversare, la necessità di porre un argine a una deriva politica e sociale che è prima di tutto corruzione delle coscienze.

La prosa di Tabucchi, miracolosamente lieve nel raccontare la notte più buia dell’essere umano, parte da un fatto realmente accaduto (l’uccisione di Carlos Rosa, un cittadino portoghese di 25 anni, nelle stanze di un commissariato della Guardia Nacional Republicana di Sacavém, periferia di Lisbona, e il successivo ritrovamento del suo corpo, seviziato e decapitato, in un parco pubblico) per dar vita a un intreccio solido e avvincente, che in un girotondo di generi (dal thriller al romanzo di formazione, dalla riflessione filosofica al pamphlet di denuncia sociale), commuove, entusiasma, spaventa, indigna, persuade.
Sullo sfondo di una città narrata con il quieto entusiasmo dell’amante, lo scrittore toscano, prematuramente scomparso nel 2012, affronta con preziosa onestà intellettuale temi spinosi ma ineludibili; su tutti quello della giustizia (specialmente quella negata), spiegando senza possibilità d’equivoco che, per quanto sia senz’altro auspicabile che i colpevoli vengano puniti e le vittime in qualche misura risarcite, quel che è davvero fondamentale, per ogni persona, è non cessare mai di impegnarsi per ottenere ciò cui si ha diritto, a maggior ragione nei momenti in cui del diritto si fa quotidianamente strame.
Quella con cui tutti i Firmino del Portogallo hanno a che fare, spiega l’avvocato, soprannominato Loton per la sua impressionante rassomiglianza con il grande attore Charles Laughton (che vestì proprio i panni dell’avvocato nello splendido dramma Testimone d’accusa, diretto da Billy Wilder), “è la peggiore borghesia […] nata negli ultimi vent’anni: soldi, incultura e tanta a arroganza. È gente terribile”.
Gente terribile, che Tabucchi descrive con la sua prosa agile, sfumata, delicata eppure puntuale, tagliente, chirurgica. Gente ignobile, cui bisogna contrapporre l’irresistibile non violenza del sapere, di un umanesimo temperato da comprensione, pietà e bellezza, e la scelta di un’esistenza nel medesimo tempo concreta e letteraria. Perché è solo nelle cose, e nelle pagine che le raccontano, che tutti noi abitiamo.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Manolo il Gitano aprì gli occhi, guardò la debole luce che filtrava dalle fessure della baracca e si alzò cercando di non fare rumore. Non aveva bisogno di vestirsi perché dormiva vestito, la giacca arancione che gli aveva regalato un anno prima Agostino da Silva, detto Franz il tedesco, domatore di leoni sdentati del Circo Maravilhas, ormai gli serviva da vestito e da pigiama. Nella flebile luce dell’alba cercò a tentoni i sandali trasformati in ciabatte che usava come calzature. Li trovò e li infilò. Conosceva la baracca a memoria, e poteva muoversi nella semioscurità rispettando l’esatta geografia dei miseri mobili che la arredavano. Avanzò tranquillo verso la porta e in quel momento il suo piede destro urtò contro il lume a petrolio che stava sul pavimento. Merda di donna, disse tra i denti Manolo il Gitano. Era sua moglie, che la sera prima aveva voluto lasciare il lume a petrolio accanto alla sua branda con il pretesto che le tenebre le davano gli incubi e che sognava i suoi morti. Con il lume acceso basso basso, diceva lei, i fantasmi dei suoi morti non avevano il coraggio di visitarla e la lasciavano dormire in pace.

La giustizia degli uomini non è mai innocente

Friedrch Durrenmatt, Giustizia, Adelphi
Friedrch Durrenmatt, Giustizia, Adelphi

Un giallo filosofico, un thriller psicologico, una partita a scacchi, un perverso gioco di specchi, una riflessione grottesca e amara sulla giustizia, sul suo senso e sulla sua applicazione. A partire dal titolo – Giustizia, che al lettore suona come una pretesa insistita, ostinata, non tanto che si faccia giustizia, ma che si dia giustizia, che possa esserci, cioè, un argine al disordine, alla morte, all’abisso etico dell’uomo – questo splendido (e labirintico) romanzo di Friedrich Dürrenmatt, non la più famosa delle sue opere ma di certo una delle più felici, è un sfida: al raziocinio, alla morale, all’organizzazione sociale di cui ciascuno di noi fa parte e nella quale, pur tra luci e ombre, si riconosce, e alle sue regole. Maestro della tecnica narrativa del mystery (da lui portata a un livello di perfezione ineguagliato), Dürrenmatt, come uno scenografo su un palcoscenico, dà vita ad atmosfere cupe, malate, disegna con precisione estrema paludi dell’animo umano sature di miasmi irrespirabili, e qui, in questi fatiscenti “luoghi dello spirito” (collettivi e individuali), ambienta le sue storie, i suoi intrecci, mette in scena delitti, violenze, turpitudini, realtà dove il numero dei colpevoli supera di gran lunga quello delle vittime.
Protagonista di Giustizia è il consigliere cantonale Isaak Kohler, che una sera, quasi fosse stato colpito da un accesso di follia omicida, entra in uno dei più eleganti ristoranti di Zurigo, il “Du théatre, e con la massima naturalezza uccide a sangue freddo, a colpi di pistola, un illustre professore universitario (non prima, fa notare con studiata, macabra ironia l’autore, di averlo cordialmente salutato). 
 
La cronaca degli eventi, narrata retrospettivamente dall’altro personaggio centrale del romanzo (che, come si è già accennato, è una partita a scacchi), lo squattrinato avvocato Spät, oscilla tra i toni irriverenti dell’assurdo (come se soltanto il sospetto dell’impossibilità della vicenda, la prospettiva che quel che si narra sia talmente folle, talmente alieno dalla tranquilla vita che si conduce nella cittadina svizzera, da essere irreale, pura invenzione, possa rendere sopportabile il racconto) e quelli feroci e duri della tragedia, dell’innegabile verità dei fatti: Dürrenmatt si concede la leggerezza dello scherzo, perfino in qualche caso l’anarchia dello sberleffo, ma il suo riso non è che una reazione (forse l’unica possibile) alla corruzione del mondo. Così, all’impareggiabile descrizione dell’omicidio, cui assiste anche il comandante della polizia cantonale – “A pochi passi di distanza dall’ucciso il comandante della nostra polizia cantonale stava cenando con il suo vecchio amico Mock, uno scultore, il quale, sordo e assorto in se stesso, non percepì nulla di ciò che era avvenuto – segue, poche pagine dopo, uno dei tanti momenti in cui Spät cerca con fatica di rimettere ordine in tutto quel che ha vissuto senza riuscire a scrollarsi di dosso la sensazione che ogni suo sforzo sia vano: “In realtà la giustizia opera per lo più dietro le quinte, ma anche dietro le quinte le competenze stabilite all’esterno con tanta apparente chiarezza si cancellano, i ruoli si scambiano o si distribuiscono in modo diverso, si svolgono colloqui tra persone che in pubblico si comportano come nemici inconciliabili, soprattutto c’è un tono diverso”.
La giustizia che Spät insegue (con una tenacia che arriva a confondersi con la disperazione), ancora una volta ha i tratti distorti della beffa, dell’inganno orchestrato in ogni dettaglio: convocato dall’assassino Kohler, rinchiuso in galera, Spät si vede affidare un compito del tutto privo di senso: riesaminare l’omicidio partendo dal presupposto che il colpevole non sia Kohler, a dispetto della sua stessa ammissione, dei testimoni, di ogni evidenza. E l’avvocato, senza sapere bene perché, accetta l’incarico, forse sedotto dall’enormità della proposta, forse intrigato dagli aspetti non chiari che inquinano anche una situazione come questa, all’apparenza cristallina (per esempio il fatto che non sia stata rinvenuta l’arma del delitto). È così facendo si condanna alla verità, alla sua scoperta e alla sua testimonianza, e alla terribile rivelazione che la giustizia non può essere allo stesso tempo sanzione burocratica comminata da un’autorità a garanzia dell’equilibrio sociale e difesa di quel che ciascuno ritiene essere giusto, o il giusto. Come ogni altro affare degli uomini, la giustizia è scelta, compromesso, e non mai innocente.
P.S. Prima di lasciarvi, permettetemi un accenno a un altro libro, il mio. Si intitola Quella solitudine immensa d’amarti solo io (è l’ultimo verso di una meravigliosa poesia di Pedro Salinas), lo hanno pubblicato, per il momento solo in formato elettronico, Priamo (una nuova e interessantissima realtà culturale, la trovate qui) e Meligrana editore. È già disponibile su Smashwords, Bookrepublic e Net-ebook (e nei prossimi giorni gli store aumenteranno, fino a includere i più noti). Spero vogliate leggerlo e dirmi che ne pensate. Vi ringrazio fin d’ora.
Eccovi l’incipit di Giustizia. Buona lettura.
Certo, scrivo questa relazione per amore dell’ordine, per una certa pedanteria, perché venga messa agli atti. Voglio costringermi ancora una volta a esaminare i fatti che hanno portato all’assoluzione di un assassino e alla morte di un innocente. Voglio riflettere ancora sui passi che sono stato indotto a fare, sulle misure che ho preso, sulle possibilità che sono state trascurate. Ancora una volta voglio sondare scrupolosamente le probabilità che forse restano alla giustizia. Ma questa relazione la stendo soprattutto perché ho tempo, molto tempo, almeno due mesi. Sono appena tornato dall’aeroporto (i bar dove poi sono andato non contano, anche il mio stato attuale non ha importanza. Sono ubriaco fradicio, ma domani sarò di nuovo sobrio). Il gigantesco apparecchio diretto in Australia con a bordo il dottor honoris causa Isaak Kohler si è sollevato nel cielo notturno, ruggendo, mugghiando, mentre io mi precipitavo fuori dalla mia Volkswagen, dopo aver tolto la sicura alla rivoltella. Telefonarmi ancora è stato uno dei suoi capolavori, probabilmente il vecchio conosceva le mie intenzioni; che non ho i soldi per seguirlo lo sanno tutti.
Quindi non mi resta altro che aspettare il suo ritorno un giorno o l’altro, in giugno forse, o in luglio, aspettare, ubriacarmi ogni tanto o più spesso, a seconda delle finanze, e scrivere, unica attività ancora confacente a un avvocato caduto così in basso.