In una vita, il vivere

Recensione di “Andrà tutto abbastanza bene” di Arianna Franzan

Arianna Franzan, Andrà tutto abbastanza bene, Priamo/Meligrana Editore

Un piccolo, prezioso tesoro di memorie. Un fascio di emozioni sospeso tra dramma e commedia, sorriso e pianto, investito ma non travolto dai grandi eventi della storia, immiserito ma non vinto dalla brutalità della guerra, ferito dall’ipocrisia del mondo, insultato dalla sua grettezza, dal suo egoismo, dalla sua nuda cattiveria e tuttavia salvato dalla compassione, dall’amore, dalla pietà, da un ottimismo ingenuo, fanciullesco e puro che ha il color del miele di un’alba limpida e l’abbandonata dolcezza di un abbraccio. Il bel romanzo d’esordio di Arianna Franzan, Andrà tutto abbastanza bene (Priamo/Meligrana Editore) è un viaggio carico di bontà e meraviglia in vite all’apparenza così insignificanti da non meritare attenzione alcuna; quella che si racconta in queste pagine deliziose, sfiorate da una prosa agrodolce, che in continuo mutar di prospettive muove alla commozione e immediatamente dopo all’ilarità, che si affaccia sull’abisso per poi voltarsi verso la salvifica immensità del cielo, è una cronaca di vite minime, di esistenze ai margini; è il quotidiano agire (e patire) di gente semplice, di “poveri amanti”, ma in tutto questo silenzioso respirare, nei desideri trattenuti di giovani troppo presto sacrificati al lavoro, nella costante preoccupazione di avere a sufficienza per poter tirare avanti, per arrivare a salutare un altro giorno, l’autrice lascia che a scintillare, a catturare l’attenzione del lettore, siano le cose autentiche, ciò che, giorno dopo giorno, regala un senso ai nostri sforzi, al nostro dolore, ai momenti di gioia, alla rassegnazione e alla speranza, alla testardaggine e alla rinuncia. Continua a leggere In una vita, il vivere

La figlia del generale

Recensione de “La figlia” di Clara Usón

Clara Usón, La figlia, Sellerio
Clara Usón, La figlia, Sellerio

Onora il padre e la madre. Sii devoto e leale, sempre, verso coloro che ti hanno dato la vita e che per difenderla sono pronti, in qualsiasi momento, a sacrificare le loro; sii carne, anima e sangue con le loro carni, le loro anime e il loro sangue; sii lo stesso cuore, la medesima sostanza. E continua la loro opera, perpetua il loro ricordo. Sii figlio, nell’identica misura in cui loro sono stati genitori, e così tu sia benedetto. Proprio questo fu, per il suo adorato padre, la giovane Ana Mladic, studentessa brillante, ragazza spensierata e amante della vita, spirito pulito attratto da romantiche fantasticherie, da fanciulleschi sogni di gloria; esattamente questo fu, per suo padre, l’eroe invitto Ratko Mladic, l’infallibile generale Ratko Mladic, il glorioso condottiero dell’esercito della rinata Repubblica Serba Ratko Mladic, la figlia Ana, e lo fu tenacemente, fino al giorno in cui l’illusione coltivata con cura anno dopo anno non finì in frantumi, e il semplice respirare, il meccanico aprire gli occhi su un mondo che d’improvviso era divenuto inferno, non si fece insopportabile. Continua a leggere La figlia del generale

Abele e Caino

Recensione di “La luna è tramontata” di John Steinbeck

John Steinbeck, La luna è tramontata, Mondadori
John Steinbeck, La luna è tramontata, Mondadori

Il principio si origina dalla fine, la resa si fa fondamento della rinascita e la sconfitta primo motore della rivincita. Schiacciate ma non asservite, volontà e dignità, il fiato mozzo dell’animale braccato il cui solo imperativo è sopravvivere, resistere a coloro che senza tregua lo cacciano, poco alla volta riacquistano il terreno perduto, l’affanno e il terrore mutano in tensione, in un generoso slancio vitale il cui obiettivo non è più, semplicemente, quello di continuare a respirare, di non cedere, di non morire, ma di riprendere il proprio posto usurpato. La guerra, che sempre si risolve in “tradimento e odio… tortura, assassinio, disgusto e stanchezza, finché poi è finita e nulla è mutato, sennonché c’è una nuova stanchezza, un nuovo odio”, respira in una dimensione eminentemente etica nel romanzo La luna è tramontata di John Steinbeck. Lontano dal sangue e dagli orrori del fronte, il conflitto viene qui presentato sotto il chirurgico (e, almeno in apparenza, quasi rassicurante) aspetto di un’invasione minuziosamente organizzata e portata a compimento quasi senza colpo ferire; in un attimo tutto si è già concluso ed è proprio questo l’incipit dell’opera del grande autore americano. Continua a leggere Abele e Caino

Estinta innocenza

Recensione di “Zona” di Mathias Énard

Mathias Énard, Zona, Rizzoli
Mathias Énard, Zona, Rizzoli

La Zona è ovunque persone abbiano ucciso altre persone; ovunque massacri siano stati compiuti, ovunque sangue sia stato sparso, ovunque gli dei antropofagi dell’odio e del furore si siano saziati di carne umana, ovunque il sole nero ed eterno della morte, dello sterminio, dell’annientamento sia sorto, sventrando le viscere della terra, figlio degenere dell’universale, implacabile volontà d’uccidere, per non tramontare più. La Zona è una mappa e un calendario; è un luogo, o molti luoghi diversi; è un punto da indicare col dito, un’area su cui stendere la mano attraversata da confini, abitata, punteggiata da città e villaggi, disegnata da paesaggi volta a volta anonimi o splendidi, e nel medesimo tempo è ogni angolo di mondo, le sue estreme periferie e i suoi centri nevralgici, le città ultramoderne e i teatri di guerra che hanno fatto la storia; ed è un fitto elenco di date, un cavalcare di secoli e di millenni, un fluire, uno sgorgare di sangue e di battaglie, conflitti, guerre, sfide, e insieme un tempo unico, sempre uguale a se stesso, un’eternità atroce che senza sosta si insegue, un oscuro gioco di massacri per il quale non esiste termine.

Zona, la Zona, splendido e travolgente romanzo di Mathias Énard (In Italia pubblicato da Rizzoli nella magnifica traduzione di Yasmina Melaouah), è il ritratto di Dorian Gray del piagato e cupo spirito di Francis Servain Mirkovic, protagonista e voce narrante dell’opera, uomo tradito da se stesso, soldato nella ex Jugoslavia scarnificata dalla guerra civile, e poi spia, trafficante d’armi, confidente di assassini, torturatori e criminali di guerra, collezionista di confessioni e segreti innominabili, mercenario, doppiogiochista, pallido e pavido archivista di documenti scottanti pronti per essere venduti al miglior offerente, memoria oscena dell’abissale crudeltà umana.

A bordo di un treno partito da Milano e diretto a Roma, Mirkovic, come in un sogno allucinato, ricorda il proprio passato e quello di chi gli è stato accanto; l’odore di terra delle trincee di Croazia mescolato al fetore dei corpi falciati dalle mitragliatrici, dilaniati dalle mine, ridotti a brandelli dai colpi di mortaio, dai cannoni dei carri armati, e il terrore primitivo delle vittime della guerra, identico a quello provato in ogni guerra; il pianto inutile, muto, delle donne, delle madri e delle mogli di chi va a combattere, le lacrime, lucenti come stelle, di Andromaca che accompagnano Ettore, domatore di cavalli, al suo ultimo scontro con il furente Achille piè veloce dinanzi alle mura della superba Ilio, risoluta a non cadere in mano agli Achei dalle scintillanti armature; le urla, soffocate dal gelo, dagli spari, dall’abbaiare degli ordini dei soldati tedeschi di Hitler, dalle risa stridule degli ufficiali, pronti a tutto pur di soddisfare il loro invincibile Führer, disposti a qualsiasi cosa pur di dare linfa al Reich millenario, delle ebree di ogni età, costrette a subire la peggiore delle violenze, il distacco forzato dai propri figli, prima di venire ammazzate sul posto, spazzate via come ostacoli disseminati su una strada che è necessario sgomberare al più presto; le sterili maledizioni pronunciate a mezza voce, nella povertà scandalosa di Gaza, tra le macerie di Beirut, dalle femmine di Palestina, donne guerriere la cui esistenza somiglia a quella di un acrobata che cammina avanti e indietro lungo un filo teso tra la morte e la vita: palestinesi che combattono con il ventre, sfornando figli che saranno milizia e martiri suicidi da lanciare contro lo Stato di Israele, contro gli ebrei travestiti da nazisti che hanno fatto degli arabi i nuovi ebrei, e dopo aver partorito riprendono in mano il fucile e sparano, sparano all’impazzata, in attesa che altro seme le inondi, che altra vita riprenda a palpitare dentro di loro; i lamenti dimenticati dalla storia delle armene, sorelle, consorti e genitrici di un popolo cancellato dalla furia turca.

Mirkovic, studioso del passato, amante della storia, egli stesso tassello della storia degli uomini e dei popoli nel martoriato fazzoletto balcanico, ricorda e sogna, ripensa e immagina, cataloga e ricostruisce; e nelle sue coordinate di lucido delirio quel che emerge è l’assoluta assenza di innocenza: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, nessuno osa scagliarla, ma tutti, in ragione di un torto subito chissà quanto prima e chissà da chi, e per opera di chi, scagliano se stessi contro il proprio nemico; così, tutto quel che è accaduto, il mito studiato con tanto entusiasmo a scuola così come i fatti, i morti uccisi dall’ira degli dei o dalla spada santa degli eroi, come i soldati consumati dal freddo, dalla fame o da ordini insensati, si fanno tutt’uno, un unico fiume rosso di sangue in cui niente più si distingue a parte la morte, una sola corrente dove il sacrificio di vite umane compiute in nome di Zeus è lo specchio dell’attentato suicida perpetrato per conto di Allah, della pulizia etnica inflitta dagli ortodossi ai cattolici, dai cattolici ai musulmani e da questi ultimi a entrambi, in un folle, catastrofico girotondo, delle città di infedeli purificate a fil di spada nel nome benedetto della Croce.

Inspiegabilmente paragonato a Le benevole di Jonathan Littell (inconsistente e narcisistico esercizio di stile che poco ha a che fare con la scrittura e ancor meno con la letteratura), Zona, al contrario del pessimo e disonesto lavoro di Littell, è un romanzo di rara intensità e potenza. La scrittura di Énard, di ipnotica bellezza e sempre straordinariamente evocativa, ha la fluidità e il respiro dell’oceano; sussurra instancabile il suo sofferto canto di sirena mentre disegna il nostro tragico destino di angeli caduti.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Tutto è più difficile nell’età adulta, tutto suona più falso un po’ metallico come il rumore di due armi di bronzo una contro l’altra ci rimandano a noi stessi senza lasciarci uscire da niente è una bella prigione, viaggiamo con molte cose, un bambino che non abbiamo tenuto una piccola stella in cristallo di Boemia un talismano vicino alle nevi che guardiamo sciogliersi, dopo l’inversione della corrente del golfo preludio della glaciazione stalattiti a Roma e iceberg in Egitto, non smette di piovere a Milano ho perso l’aereo.

La guerra di Berto

Recensione de “La colonna Feletti” di Giuseppe Berto

Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio
Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio

Il tono sommesso, crepuscolare, che sembra quasi raccontare in tono di scusa la guerra d’Etiopia, lo smarrimento italiano di fronte alla solennità della terra d’Africa, l’ingenua arroganza del conquistatore contrapposta alla dignità dell’invaso, dello sconfitto, l’umanità travolta dal conflitto e che al conflitto cerca di opporsi come può; rifugiandosi nella disciplina severa del soldato o rincorrendo senza sosta un significato, un’emozione, una scintilla, qualcosa capace di aiutare quel tempo e quei luoghi ad ancorarsi alla memoria, a farsi esperienza, a diventare vita: “Cercava di suscitare in sé una commozione, per rendere poi più facile e individuabile il ricordo. Una sera, tanti anni fa, davanti a un paese chiamato così e così, stanco dopo una lunga giornata di cammino sull’altipiano del Beghmeder-Lastà, io ho pensato questo e questo, e c’era il sole basso che passava tra gli eucaliptus. Non gli veniva niente da pensare, niente d’importante almeno, e di sicuro non se ne sarebbe ricordato. Un mese fa, ad esempio. Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarsi dove si fosse trovato e cosa avesse visto un mese fa. Neppure di oggi sarebbe rimasto nulla, era la fine di una giornata come tante […]. Del resto, doveva ammettere che l’attrattiva più pericolosa di quella vita era appunto la mancanza di dimensione, dimensione anche morale, naturalmente, e quindi mancanza di responsabilità: lasciarsi vivere, da un giorno all’altro”. ù

E il sussurro della verità, in questa prosa lenta e dolorosa che avanza a fatica, trascinandosi come un esercito in un acquitrino, è quello personale dell’autobiografia; così, nel narrare la guerra, Giuseppe Berto prima di tutto narra se stesso. La sua adesione, prima alla drammatica impresa coloniale e poi al secondo conflitto mondiale, esposta nella sua nudità di semplice vissuto, di scelta, priva di qualsiasi stucchevole trionfalismo, vuota di giustificazioni e all’opposto ricchissima di dignità, del silenzioso eroismo di coloro che, malgrado tutto, lottano per restare “vivi e se stessi”, la generosa sincerità dell’autore, che non celebra e non accusa, che non rinnega nulla di ciò che ha fatto ma non per questo tace la sofferenza patita, il vuoto lasciato dagli amici perduti, lo sfinimento del corpo e dello spirito, commuovono e sorprendono.

Nei racconti di guerra e di prigionia di Giuseppe Berto raccolti nel volume intitolato La colonna Feletti non si respira né il viziato pentimento di un antimilitarismo abbracciato in ritardo né l’intransigenza di una convinzione, di un credo; le sue storie, certo, raccontano di vinti e non di vincitori, di morti più che di sopravvissuti (o di sopravvissuti che al fronte o nei campi di detenzione hanno irrimediabilmente perduto una parte di sé), ma nelle schiere di derelitti cui egli dà voce – e dei quali fa parte, Berto stesso, infatti, catturato nel 1943, trascorrerà tre anni a Hereford, in Texas, da internato – a emergere non sono, come ci si potrebbe aspettare, il rimpianto o la rabbia, bensì una limpida consapevolezza di quel che accade e la sua accettazione, non supina, non rassegnata, ma totale, piena, completa.

La guerra, dunque, così come Giuseppe Berto la restituisce in queste pagine, non è che la stazione di un’anonima via della croce; è il tempo dilatato e immobile, opprimente come afa e riempito di nulla, dei soldati inchiodati nelle postazioni in attesa di lanciarsi all’assalto del nemico (Sosta a Cassino), è il coraggio di immolarsi per l’ideale che si è deciso di abbracciare, malgrado la giovanissima età, malgrado la vita, la vita stessa, urli di non farlo, di cambiare idea, di tradire tutto e tutti per poter restare fedeli a sé (Necessità di morire), è la severità del campo di prigionia rispettata ma non subita (25 luglio nel Texas, La conversione, Avvenimento a Hereford), è la voglia di resistere, di esistere e di amare che sboccia improvvisa dove il suolo è più arido, più sterile che mai, in un corpo ferito sistemato in un letto d’ospedale (Il seme tra le spine), è l’eredità, spesso insostenibile, delle decisioni prese, che trasforma il dopoguerra dei vinti in un calvario senza fine (È passata la guerra).

Ma soprattutto è, nel racconto che dà il titolo al libro, puntuale cronaca di un massacro realmente accaduto (l’annientamento di una pattuglia italiana) che ha gli accenti e le sfumature di una lunga confessione, un omaggio, un riconoscimento, una testimonianza. Scrive in proposito Cesare De Michelis nella postfazione al libro edito da Marsilio: “[…] Berto ricorda nel suo primo racconto la drammatica sconfitta di una pattuglia italiana che invano cerca di sfuggire alla morte, senza rancore verso il nemico, senza esaltarsi di fronte al sacrificio di tante vite, pago di scorgere di fronte alla morte il volto più autentico degli uomini, il loro più nobile attaccamento alla vita […]. Il racconto d’esordio scritto appena tornato alla vita civile è davvero – come lo definì Berto stesso – «un curioso racconto», perché in esso si sommano, e poi si contraddicono, il proposito «di pagare un tributo di omaggio e riconoscenza» ai commilitoni tragicamente rimasti uccisi in un’impresa di guerra e il desiderio di evocare uno stato d’animo eccitato e spavaldo, del quale resisteva soltanto la nostalgia nel povero mondo provinciale dove era ormai per sempre tornato. Così l’originario proposito agiografico si scolora nel malinconico ricordo di una stagione rimpianta non per l’eroica gloria dei conquistatori ma piuttosto per la maschia solidarietà di uomini semplici, «ai quali rincresce molto morire, e non arrivano mai a pensare alla Patria o al Fascismo, ma soltanto ad un dovere di soldati e di compagni». Questo primato di un forte e netto impegno morale travolge qualsiasi tentazione puramente o astrattamente letteraria o, al contrario, apertamente propagandistica e suggerisce invece toni anticipatamente neorealistici, tanto è appassionata l’attenzione alla concretezza dell’esperienza, anche nei suoi aspetti meno clamorosi, e determinante la tensione a cavarne una lezione che la riassuma, vanificando qualsiasi aneddotica in una esemplare parabola”.

Eccovi l’inizio de La colonna Feletti. Buona lettura.

Maharenà era soltanto il capo dei portaordini, eppure sarebbe stato difficile immaginare il Comando di Battaglione senza di lui. Alto e robusto, sui quarant’anni, coi capelli e la barba lanosi e crespi, parlava l’italiano abbastanza bene, con una lieve cadenza meridionale: per quattro anni, da giovane, aveva fatto l’attendente ad un ufficiale barese.

La solita viltà

Cesare Pavese, Prima che il gallo canti, Mondadori
Cesare Pavese, Prima che il gallo canti, Mondadori

L’uomo, che nitido appare al di là dello scrittore, come in un’istantanea nella quale tutti i soggetti ritratti sono a fuoco, è colui che ha vissuto le vicende narrate, colui che soffrendole le ha ispirate; lo scrittore, che a tratti riemerge a occupare lo spazio dell’uomo, a riempire per intero la scena, si incarna letterariamente nei personaggi cui dà vita e nelle loro azioni e nei loro pensieri si racconta come narratore e come persona. Nelle pagine, dunque, dove ogni cosa prende forma, nell’incedere nervoso della prosa, nel brulicare fitto delle parole che domandano e spiegano, che attaccano e difendono, che sono nello stesso tempo la realtà e l’unico possibile codice in grado di decifrarne il senso nascosto, il mistero, in qualche misura il cerchio si compie, il viaggio termina, il dualismo cessa, e l’uomo e lo scrittore, in platonica unità, giungono a ricomporsi. Così, a buon diritto Emilio Cecchi può scrivere quel che è forse il giudizio più puntuale espresso sui due romanzi brevi Il carcere e La casa in collina di Cesare Pavese (del 1938-39 il primo, di dieci anni più vecchio il secondo), raccolti da Mondadori in un unico volume intitolato Prima che il gallo canti: “Nei racconti di Pavese […] quale profonda consolazione dalla calma apertura di mente, dall’affettuosa chiarezza delle ragioni morali […] dalla grande capacità di compatimento. Per quanto tutto ciò sia in stretta dipendenza dalla bellezza artistica, sembra uno di quei casi, purtroppo sempre più rari, in cui s’era cercato uno scrittore, un artista, e si è trovato anche e soprattutto un uomo (Di giorno in giorno, 1954)”. L’esperienza amara del confino – arrestato nel 1935, Pavese viene condannato a tre anni d’esilio in patria, da scontare nel remoto paese di Brancaleone Calabro – è il filo conduttore (evidente anche se in qualche modo esile) della prima storia, il cui protagonista, pallido alter ego dell’autore, è Stefano, di professione ingegnere, la cui sorte non è tanto legata all’opposizione politico-ideologica manifestata verso i fascisti al potere, quanto la conseguenza (o se si vuole una delle conseguenze, e forse nemmeno la peggiore, anche se di certo una delle più umilianti) di un atteggiamento complessivo testardamente orientato verso la sottolineatura di una sostanziale alterità, di una diversità che inevitabilmente sfocia nella solitudine, nel silenzio, nel vicolo cieco di una vita che disperata si sforza di bastare a se stessa. Il confino, perciò, descritto come una prigione senza muri visibili e reso in tutta la sua opprimente, soffocante urgenza, dalla selvaggia eternità della natura trionfante (il mare da una parte, che ogni mattina abbraccia Stefano per poi restituirlo alla spiaggia e ai suoi giorni sempre uguali, le colline dall’altra, che silenziose e labirintiche d’alberi ed erba, ne accolgono le rare battute di caccia consumate insieme a qualche notabile del luogo), è insieme specchio metafisico di una personale deriva e accidente storico; è il punto d’incontro, tracciato sulla mappa del mondo da un capriccioso destino, di un singolo esistere il cui essere è del tutto indipendente da qualsiasi tempo storico, e di un momento preciso, che dà forma (non importa quanto approssimativa) e giustificazione a un malessere dal sapore quasi mitico, a un’infelicità remotissima. Non a caso, il naufragio di Stefano, nel suo confino quasi del tutto apolitico, si consuma in un inappagato desiderio d’amore, rappresentato in egual misura dalla conquista fin troppo facile (e perciò non interessante, anzi addirittura fastidiosa) di Elena, che gli si concede con penoso slancio materno, e dalla bruciante irraggiungibilità della “serva” Concia, impudica e arrogante, “facile” a detta di tutti eppure inavvicinabile.

Ed è ancora l’amore, anche se declinato in modo differente, come rimpianto, come possibilità mancata, come sacrificio tra i molti (anche se più amaro, più atroce, più ingiusto) imposto dalla brutalità della guerra, la traccia del secondo romanzo, La casa in collina, nel quale Pavese richiama il tempo da sfollato trascorso a Serralunga di Casal Monferrato assieme alla famiglia della sorella. Personaggi centrali, in questa storia, sono Corrado e Cate, un tempo amanti, professore il primo, ragazza di poca istruzione ma di indomabile carattere la seconda, madre di un bambino che potrebbe essere figlio proprio di Corrado. Nel loro precario presente, tra i bombardamenti continui che devastano Torino e la vita che cerca scampo nelle colline circostanti, Corrado e Cate si incontrano dopo lungo tempo senza mai ritrovarsi davvero, e quando, all’indomani della rottura dell’alleanza italo-tedesca la guerra sprofonda ancor più nella tragedia, degenerando nelle atrocità fratricide del conflitto civile, esplodendo nelle sanguinose rappresaglie dell’esercito hitleriano, il labile legame spirituale che Cate e Corrado avevano ricostruito andrà in pezzi, al pari delle loro vite; quella di lei, fiancheggiatrice della lotta partigiana, spezzata dall’arresto e dalla deportazione, e quella di lui, che a più riprese sfugge ai rastrellamenti non per volontà di resistere al nazifascismo, per scelta ideologica, ma per una semplice, nuda, abitudine alla viltà, per quell’atavico, cieco istinto di sopravvivenza che fa preferire la vita ai compromessi cui ci si assoggetta per non perderla.

Prima che il gallo canti è l’opera preziosa di un grande scrittore, di un intellettuale finissimo e di un uomo vero. La scrittura di Pavese, di eccezionale intensità nel suo canto sommesso, è morale nella misura in cui si astiene, anzi rifugge, ogni intento moralizzatore, ed è soprattutto sincera, e colma di una pietà e di un’umanità che non hanno bisogno di chiedere assoluzione perché non hanno nulla di cui vergognarsi.

Eccovi, invece dell’incipit, una breve e a mio avviso indimenticabile riflessione sulla guerra e sulla morte che si trova nelle ultime pagine de La casa in collina. Buona lettura.

Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblicani. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche il vinto nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Una parola terribile

Heinrich Böll, Il treno era in orario, Mondadori
Heinrich Böll, Il treno era in orario, Mondadori

“Presto. Presto. Presto. Presto. Ma quand’è, presto? Che terribile parola: presto. Presto può essere tra un secondo, presto può essere tra un anno. Presto è una parola terribile. Quel presto comprime il futuro, lo rimpicciolisce, e non c’è nulla di certo, nulla di nulla, è l’incertezza assoluta. Presto non è nulla e presto è molte cose. Presto è tutto. Presto è la morte…”. Presto è il momento in cui Andreas, soldato dell’esercito hitleriano, protagonista del lungo, tragico racconto di Heinrich Böll intitolato Il treno era in orario, finirà i suoi giorni dilaniato da un’esplosione; presto è ogni attimo di lucidità nel quale egli sa con certezza che la sua ora è giunta; presto è l’atroce destino che condivide con gli altri ragazzi, è il devastato scenario di guerra che lo segue ovunque e dappertutto lo precede, e che ha reso uniforme ogni orizzonte; presto è il freddo, meccanico sferragliare del treno che lo riconduce al fronte; è l’urgente bisogno che sente di pregare per tutti coloro che soffrono, di chiedere a perdono a quelli cui ha fatto del male, di rivedere, anche solo per un istante, per una frazione di secondo, gli occhi di una donna che ha sentito su di sé ad Amiens, in Francia, durante un combattimento, poco prima di venir ferito. E presto è lo spazio angusto e soffocante di uno scompartimento ingombro di corpi, è l’atrocità di un destino condiviso per forza e non per scelta, il destino di chi va a uccidere e a essere ucciso, è l’odiosa spavalderia di chi, per farsi coraggio, difende, gridandola a squarciagola, la propria fede nell’invincibilità delle milizie del Reich, e la cupa disperazione di chi sa che ormai tutto è perduto; ed è la solidarietà che improvvisa si accende tra sconosciuti, è l’erompere di una confessione scatenata da un cenno di saluto, dalla semplicità di un sorriso; è l’ascolto benevolo, paziente, di una pena nel cui abisso è precipitata un’intera generazione. All’appuntamento con la propria morte Andreas si avvicina in compagnia di due improvvisati compagni di viaggio; un sottufficiale tradito dalla moglie e un ragazzo che, nell’isolamento di una trincea, è stato violentato dal suo superiore: “Sì […]. Proprio così. Mi ha sedotto un maresciallo. Sono completamente corrotto e infetto, e non c’è nulla al mondo che mi dia gioia […]. Per sei settimane non ci siamo mossi da una postazione sullo Sivas… tutt’intorno neanche una casa… neanche un muro crollato […]. Mio Dio […] ci ha sedotti, che altro c’è da dire? Finimmo tutti così… tranne uno. Quello non volle. Era anziano, aveva moglie, figli; la sera ci aveva mostrato spesso piangendo le fotografie dei suoi bambini… prima. Quello non voleva, si è divincolato, ha minacciato… era più forte di noi cinque messi assieme. E una notte che stava di guardia tutto solo, il maresciallo lo freddò con un colpo di pistola. È strisciato fuori della postazione e lo ha accoppato… alle spalle. Con la sua stessa pistola […]. E a sua moglie hanno spedito una lettera dicendo che lui era morto per la grande Germania nelle paludi di Sivas”. Della loro odissea, del loro smarrimento, della loro fragilità, sentimenti e stati d’animo che contrappone ai giganti di cartapesta della “grande Germania” e della guerra, strumento di conquista del “Reich millenario”, Böll racconta con vibranti accenti di dolorosa pietà; egli guarda a quell’inferno dei vivi con aperta compassione, e nel suo narrare timido e sussurrato, nel tentennante procedere di una prosa che ha il respiro mozzo della paura e riflette l’incespicare della mente in un foltissimo groviglio di pensieri ciechi e ricorrenti ossessioni – “La vita è bella, pensa, era bella. Dodici ore prima di morire devo riconoscere che la vita è bella, ma è troppo tardi. Sono stato ingrato, negando che esiste una gioia umana. E la vita era bella […]. Ho avuto una vita infelice… una vita mancata, come dicono, ho sofferto secondo per secondo sotto quest’odiosa uniforme […] e solo per un decimo di secondo ho conosciuto il vero amore umano, l’amore tra uomo e donna, che deve pur essere bello […]. Ho bevuto Sauterne… su una terrazza a Le Tréport […]. Per ultimo pensa ancora una volta agli ebrei di Cernovcy, poi gli vengono in mente gli ebrei di Leopoli, di Stanislav e di Kolomyja, e quei granatieri laggiù nelle paludi di Sivas […] e quella povera, brutta, freddolosa prostituta di Parigi, che ha respinto nella notte…” – dà corpo al più insopportabile degli assoluti, quello della solitudine, e disegna un mondo frammentato in unità isolate l’una dall’altra, anime e coscienze chiuse all’amore, alla comprensione, alla salvezza: “Andreas si sporge in avanti per guardare l’orologio […] e vede che sono le sei, le sei in punto. Un gelido spavento lo pervade tutto, ed egli pensa: Dio, Dio, che ne ho fatto del mio tempo, non ho fatto niente, non ho mai fatto niente, devo pregare, pregare per tutti”.

La Germania avvelenata dal nazismo e umiliata dalla guerra, centro di gravità de Il treno era in orario, rivive, come prepotente rimorso, nel giovane Fendrich, personaggio principale de Il pane dei verdi anni, racconto che chiude il volume centrato su una nascente storia d’amore. Simbolo di un Paese che vuole a tutti i costi dimenticare il proprio recente passato (e le proprie responsabilità), Fendrich, che quel passato sente nella carne, tormentata dai morsi di una fame impossibile da placare, e che nel medesimo tempo rappresenta, nella sua vita attiva di lavoratore e di oculato risparmiatore, il domani agognato da un intero popolo, abbandona ogni cosa nel momento in cui incontra Hedwig, la figlia del preside del ginnasio da lui frequentato: “Più tardi ho pensato spesso a come sarebbero andate le cose se non mi fossi recato a prendere Hedwig alla stazione: sarei entrato in una vita diversa, così come per sbaglio si sale in un treno diverso: una vita che allora, prima di conoscere Hedwig, mi pareva abbastanza tollerabile […] ma quella vita ch’era pronta per me come il treno sull’altro lato del marciapiede, il treno sul quale per poco non sarei salito, quella vita la vivo adesso nei miei sogni, e so che quanto allora mi sembrava abbastanza tollerabile sarebbe stato, invece, l’inferno”. Quel che il mondo intorno a lui giudica ribellione, per Fendrich non è che ritorno a se stesso, riappropriazione, risveglio; è presa di coscienza, dovere, ci insegna Böll, di ognuno e di tutti.

Eccovi l’inizio de Il treno era in orario. La traduzione, per Mondadori, è di Italo Alighiero Chiusano. Buona lettura.

Mentre attraversavano il buio sottopassaggio, udirono sopra di loro il fragore del treno che arrivava, e la voce sonora dell’altoparlante disse con dolcezza: «Tradotta militari in licenza, proveniente da Parigi per Przemysl, ferma a…».

Stretto nella parola del dio

Sofocle, Edipo a Colono, Garzanti
Sofocle, Edipo a Colono, Garzanti

“Molti nel passato m’hanno detto lo sterminio rosso dei tuoi occhi. Quindi so chi sei, tu, figlio di Laio […]. Questi stracci, la faccia disgraziata gridano che sì, sei tu […]. Ti capisco. Mi sono fatto uomo anch’io in casa d’altri, come te. La morte in faccia, ho visto, più di chiunque, in scontri e rischi in terre strane. Perciò non volgerei le spalle a un pellegrino, come te, ora, senza tentare di risollevarlo. Sono solo un uomo. Giorno teso nel futuro non è proprietà mia: no, non più che tua”. Scintillano di umanissima pietà, e non, come ci si potrebbe aspettare, di regale concessione, le parole con cui Teseo, signore della città di Atene, accoglie Edipo cieco e mendico, parricida suo malgrado, ignaro consorte di sua madre e incolpevole fratello dei suoi figli, in cerca di un luogo dove attendere la fine dei suoi tormentati, dolorosissimi giorni. Nel primo discorso di Teseo, nella solidarietà offerta al supplice, nel generoso slancio della creatura mortale, cieca al pari di Edipo sul domani, su quel che sarà, e in balia dei decreti del dio, della sua volontà come dei suoi capricci, della sua vendetta e della sua giustizia, il solco incolmabile che divide cielo e terra si fa misura narrativa e tematica della potente tragedia sofoclea Edipo a Colono. Al travolgente succedersi di eventi che caratterizza l’Edipo re (di cui ho già scritto) e che culmina con la sconvolgente scoperta (da parte di Edipo) dell’enormità del suo delitto, segue nell’Edipo a Colono, una sorta di stasi; il dolente incedere di Edipo, accompagnato nel suo peregrinare da una delle figlie, la caparbia Antigone, è specchio del suo faticoso, duro interrogarsi sull’ineluttabilità del dolore e sul mistero insolubile tanto del divino quanto dell’umano. Inconsapevole strumento di un destino già scritto, che non soltanto non è stato in grado di fuggire ma che ha, seppur senza intenzione, contribuito a trasformare in realtà, l’Edipo ritratto da Sofocle in questa tragedia potente e commossa è un uomo la cui saggezza è pari solo alla stanchezza che gli grava su cuore e membra; allo stesso tempo forgiato e distrutto da una sofferenza indicibile, egli non ha tuttavia ancora concluso il proprio calvario. Dinanzi ai suoi occhi ormai privi di luce, infatti, la violenza delle passioni umane torna a scatenarsi: Tebe, la città su cui un tempo ha regnato, è ora oggetto d’aspra contesa, e i suoi due figli maschi, Eteocle e Polinice, si sfidano armati per la sua conquista. Né a questa lotta è estraneo il reggente Creonte, che, vestito di finta pietà (a muoverlo non è la pena per la sorte toccata a Edipo bensì la sentenza espressa da un oracolo, secondo la quale prenderà Tebe chi riuscirà a ottenere l’appoggio del vecchio esule), si reca da Edipo per convincerlo a tornare: “Uomo del dolore, Edipo, ascolta me. Raggiungi la tua casa. Coro di voci, di folla, ti chiama da Tebe. Ed è giusto. Spicco io, tra gli altri, io, che non credo di avere nelle vene sangue basso, e mi macero al tuo male, vecchio. Guarda, come sei ridotto: profugo, che brancola, rimbalza senza mete”.

Così, l’inesplicabilità del divino, il determinismo oscuro dei decreti del fato cui è impossibile sfuggire, l’incombere del disastro e il suo verificarsi (e il loro infallibile coincidere, che è il senso ultimo della tragedia classica), che nell’Edipo re avevano trovato espressione nel racconto magnifico e straziante della progressiva presa di coscienza dell’eroe (che passo dopo passo diventava la maschera mostruosa di se stesso), nell’Edipo a Colono tornano a inquietare il lettore e lo spettatore in una forma forse più sfumata ma certo non meno dirompente: edipo, sacrificato alla verità implacabile dell’oracolo, come un oracolo (impotente ma lucidissimo) è costretto a vivere il proprio tramonto: dapprima implorato e poi minacciato da Creonte, che per ottenere il suo ritorno a Tebe non esita a rapire entrambe le figlie (che gli verranno poi restituite sane e salve dal coraggioso e leale Teseo), egli viene anche raggiunto da Polinice, che, proprio come Creonte prima di lui, tenta di ingraziarsi il padre per assicurarsi la vittoria nello scontro che lo attende. E a tutti Edipo risponde con furente amarezza, rimproverando la follia e l’insensatezza cui si condanna chi non intende comprendere la propria natura: “Disumano. Impugnavi tu potere e scettro, ora nel pugno di tuo fratello in Tebe, quando fiondasti nell’estraneo mondo me, tuo padre, fuggitivo carico di stracci, che tu adesso fissi, e piangi, entrato nel mio cerchio di dolore, compagno della mia caduta, Singhiozzi? Non ha senso […]. Non c’è nel tuo domani il colpo che sprofonda Tebe. Crollerai tu, sangue, addosso, come lebbra. Tu, e l’altro, del tuo sangue, morte pari […]. Con questo nelle orecchie va’ sulla tua strada, ripeti a tutta Tebe, alle tue lance amiche, che sono tue speranze: ecco l’eredità di Edipo, spartita nei suoi figli!”. Intanto, annunciata da prodigi che simboleggiano l’assoluta alterità tra l’eternità degli dei d’Olimpo e la fragile finitezza umana, Edipo si avvicina al termine dei suoi patimenti terreni, a quel nulla del corpo e dei sensi che è salvezza per ogni creatura mortale.

Eccovi l’inizio della tragedia. La traduzione, per Garzanti, è di Ezio Savino. Buona lettura.

(Spiazzo, cinto da magico bosco. Un masso. Sullo sfondo l’acropoli di Atene. Appare Edipo. Occhi spenti. Lo regge Antigone).

Figlia, sono spento, grigio. Antigone, in che spazi siamo? C’è vita, case, di che gente? Chi s’aprirà a Edipo perso nello spazio, gli regalerà qualcosa, oggi, una miseria? Pretende molto poco, e trova sempre meno. Ma mi sfamo, e vivo. La pazienza! Mi fa scuola il mio soffrire, questo impasto d’anni interminabili. Poi, il mio spirito. Figlia, se vedi da fermarci, vicino a passi d’uomo, o a cerchio magico di dei, fammi riposare, quieto. Voglio domandare dove siamo. Dobbiamo avere certezze, qui, noi pellegrini da gente della terra. Ci risponderanno, credo, e noi eseguiremo!

Una città che tutti ci contiene

Agota Kristof, Trilogia della città di K., Einaudi
Agota Kristof, Trilogia della città di K., Einaudi

Un romanzo che è diario, e confessione, e invenzione. Un romanzo che svela se stesso attraverso una scrittura potente e misteriosamente trattenuta, generosa e timida, che si fa rifugio e si sforza di offrire protezione non tanto dal dolore (inevitabile per ognuno di noi) ma da ciò che lo rende insopportabile; il suo irrompere improvviso e la sua incomprensibilità. E ancora un romanzo che non somiglia a nessun altro, sospeso nel tempo e nello spazio, ricamato intorno a una geografia inventata eppure reale nello stesso modo in cui lo sono le cose, dunque vero, autentico, per i sensi come per il cuore. E infine un romanzo ferito, violentato e reso eterno da una prosa spogliata di tutto e nonostante ciò di una precisione assoluta; una prosa, come scrive con grande acutezza Giorgio Manganelli, “di perfetta, innaturale secchezza […] che ha l’andatura di una marionetta omicida”. Favola nera, lucido delirio, sfuggente flusso di coscienza, girotondo d’incubo di un pensiero ossessivo, storia lugubre, oscura e a tratti disarticolata nella quale può accadere (e di fatto accade) tutto e il contrario di tutto, la Trilogia della città di K. di Agota Kristof è un’opera di trasparente disperazione mascherata da enigma letterario. Tra le sue pagine compare l’orrore della guerra – una guerra qualunque, perché in fondo, nella loro assurdità, nella loro volontà di annichilimento, i conflitti si somigliano tutti, anche se nella foschia di questa voluta indistinzione è facile riconoscere la seconda guerra mondiale e i suoi tragici protagonisti: i nazisti e il loro folle disegno di sterminio, e i “liberatori” sovietici, tiranni uguali e contrari agli occupanti appena sconfitti – la quotidiana realtà dell’odio, l’amore e la compassione estirpate dalla miseria, dal bisogno, e più di tutto la necessità di rinunciare a quel che si è in cambio della vita, un dono che non ha nulla di miracoloso né di misericordioso e somiglia invece a un patto con il demonio, riscosso, con perfidia, poco alla volta, giorno dopo giorno.

Avventura insieme letteraria e metaletteraria (l’intera narrazione ruota attorno alla scrittura, al suo senso, al suo fine e all’interpretazione che di essa danno i protagonisti del romanzo, i gemelli Claus e Lucas), la Trilogia della città di K., che si compone di tre racconti  lunghi intitolati Il grande quaderno, La prova e La terza menzogna, unisce in un unico quadro, che ha le tinte forti di un incubo e l’incisiva precisione di un ritratto, memoria, fantasia e rimorso. Il procedere controllato ma nervoso della storia somiglia a un torrenziale rovesciarsi di luce in una stanza buia; ogni cosa, per un istante, si rivela, poi torna in qualche misura a nascondersi, in attesa che l’occhio dello spettatore (dunque del lettore), abituatosi al cambiamento, si accorga di quel che ha sempre avuto davanti a sé ma non ha mai davvero guardato. Nel profondo, morboso intrecciarsi di un passato vissuto e sognato e di un presente patito e immaginato, la prosa apparentemente quieta di Agota Kristof trova il modo di impressionare, poi di sorprendere e in ultimo di sconvolgere. La felicità, che l’autrice ungherese sa disegnare con così commovente delicatezza, quasi si trattasse di qualcosa che è possibile cogliere, proprio come ci si china a cogliere un fiore e ci si sazia del suo splendore, ci lascia orfani nel momento in cui si spezza irrimediabilmente, come se a perderla, una volta per sempre, fossimo noi e non le sue creature. Ed è proprio nel momento in cui la circolarità di quel che viene narrato si compie, quando ogni cosa torna al suo posto, tutto si fa chiaro e la memoria, la fantasia e il rimorso riprendono a essere elementi distinti, ben riconoscibili tra loro, che la sofferenza esplode e i nostri occhi, che proprio come gli occhi dei personaggi della scrittrice ungherese hanno visto troppo e sopportato più di quanto si possa umanamente sopportare, si colmano di lacrime e si chiudono, esausti, sulle ultime parole di un libro impossibile da dimenticare.

Eccovi l’incipit del romanzo. Le traduzioni dei tre racconti, nell’ordine in cui sono stati citati (che è anche quello di lettura) sono di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana e Giovanni Bogliolo (su licenza di Ugo Guanda Editore) per Einaudi Editore. Buona lettura.
Arriviamo dalla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche. Camminiamo a lungo. La casa di Nonna è lontana dalla stazione, all’altro capo della Piccola Città. Qui non ci sono tram, né autobus, né macchine. Circolano solo alcuni camion militari. I passanti sono pochi, la città è silenziosa. Si può udire il rumore dei nostri passi; camminiamo senza parlare, nostra Madre tra noi due.

Quadri di vita di dolorosa bellezza

Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi
Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi

Una scrittura elegante e potente. Energica, puntuale, ricca, rigorosa nel dettaglio descrittivo e tuttavia sfumata, multiforme, capace di sfuggire alla realtà reinventandola almeno in parte, di giocare con la verità confondendola con l’apparenza, di mescolare la veglia e il sogno rendendoli quasi indistinguibili l’una dall’altro. Una scrittura che pur senza rinunciare alla dimensione etica che così fortemente la caratterizza accetta la seduzione dolce dell’immaginazione, la cauta vertigine di una libertà creatrice abbracciata con entusiasmo ma utilizzata con attenzione, quel tanto che basta per giocare ai fatti così come sono accaduti uno scherzo innocente, per “barare con ciò che è stato”. Nei racconti che compongono Gli zii di Sicilia di Leonardo Sciascia, pubblicato nel 1958, non è il realismo a mancare quanto piuttosto la sua interpretazione, la sua traduzione letteraria (che si allontana dal dettato della pura mimesi, della ricostruzione fedele, “oggettiva”) a distinguersi per originalità, oltre che per una sorta di contagiosa vivacità. Il grande scrittore siciliano non si sottrae al suo dovere di narratore; come già fatto nello splendido Le parrocchie di Regalpetra (che trovate nel blog), egli racconta con sincerità straziante, non omette né nasconde se stesso o le proprie convinzioni, ma quel che offre al lettore è comunque il frutto di una mediazione, di una studiata scomposizione del mezzo espressivo. Messa da parte l’esperienza diretta, il richiamo alla propria storia personale (fortissimo ne Le parrocchie di Regalpetra), Sciascia si affida completamente alla forza della sua prosa; i temi che tratta sono quelli che vive e a cui non può rinunciare – la sua terra bellissima e condannata, la tragedia della guerra, terminata ormai da diversi anni eppure impossibile da dimenticare, la dolorosa illusione dell’impegno politico, il volto feroce e disgustoso della dittatura, l’incessante prevaricazione dell’uomo sull’uomo – ma questa volta è come se non se ne lasciasse coinvolgere, come se si limitasse a illustrarli, arrestandosi sulla soglia di un educato dispiacere per il disordine e la sofferenza del mondo (e della sua isola, che di questo mondo alla deriva è una fin troppo perfetta rappresentazione). Eppure, è proprio da questo rifugiarsi dell’uomo in se stesso, che altro non è se non un espediente letterario, che emerge, pienamente, la figura dello scrittore. In questi racconti, e con sempre maggior decisione nei successivi lavori, Leonardo Sciascia si assume, con coraggio e senza alcun tentennamento, la propria responsabilità d’autore; nelle sue pagine, i fatti, graffiati d’ironia, deformati d’esagerazioni grottesche, intrisi d’un pessimismo talmente lucido da farsi, forse per autodifesa, puntuto sarcasmo, non vengono abbelliti, né stravolti, né truccati. Nudi, autentici, essi semplicemente non si prestano a una trattazione che abbia la puntualità arida e fondamentalmente sterile della cronaca; sono materia d’artista, di un artista che vuole raccontare, e sa come farlo.

Così, ecco che dalla penna di Sciascia torna prendere vita la Sicilia contadina alla fine del secondo conflitto mondiale (ne La zia d’America), occupata dai tedeschi e in attesa dei liberatori americani, che lo scrittore descrive, con indimenticabile disincanto, come benefattori tanto generosi quanto distratti. “La roba che mia zia mandava per me”, confessa il giovanissimo protagonista del racconto, la cui zia era emigrata negli Stati Uniti, “o mi appizzava a stento che parevo un Cristo o dentro ci nuotavo, manco male quella in cui ci nuotavo, ché mia madre poteva adattarmela; mia zia non riusciva a farsi un’idea di me, della mia statura e della mia magrezza, comprava per me alla cieca. Mi andavano bene certe magliette su cui era stampato topolino, e bluse a spicchi blu e gialli che non ci fu verso di farmi indossare. Il paese era pieno di ragazzi con bluse a spicchi e magliette con topolino; vestiti di inequivocabile taglio americano portavano i grandi […]. ‘L’America ci veste’ diceva mia madre”. Dalla Sicilia e dalle sue condizioni, l’orizzonte si allarga alla storia (La morte di Stalin), non più maestra di vita ma tessitrice d’inganni: qui il protagonista, convinto antifascista che idolatra Stalin, vive nei suoi sogni, visitati proprio dal dittatore, quell’ordine del mondo e quella nobiltà della politica che la realtà, giorno dopo giorno, crudelmente disattende. Né le cose sono diverse, ci dice Sciascia, se proviamo a cambiare prospettiva e ci rivolgiamo a un periodo glorioso della nostra storia patria qual è il Risorgimento (argomento de Il Quarantotto, che non a caso si apre con la definizione del termine “quarantotto” citata dal Dizionario siculo-italiano di Gaetano Peruzzo: disordine, confusione. Degli avvenimenti del 1848 in Sicilia: fari lu quarantottu, finiri a quarantottu, approfittari di lu quarantottu, figurativo, vale: fare confusione, finire in confusione, profittare della confusione). Chiude il volume il lungo racconto L’antimonio (aggiunto in un’edizione successiva a quella del 1958), storia di un minatore che, scampato a un’esplosione di grisou, decide di andare a combattere in Spagna. Ignaro di tutto, si arruola nelle truppe di Franco: “Fino all’arrivo in Spagna non capivo niente del fascismo, per me era come se non ci fosse […] leggevo il giornale, l’Italia era grande e rispettata, aveva conquistato l’impero, Mussolini faceva discorsi che era un piacere sentirli. Avevo i preti in antipatia, per quel che nelle storie avevo letto e per il fatto delle confessioni […]. Anche i galantuomini mi davano fastidio, quelli che vivevano della rendita delle terre e delle miniere; e quando la domenica li vedevo in divisa mi pareva che il fascio facesse una sorta di giustizia, costringendoli a vestirsi in modo buffo e a marciare nella piazza del castello. Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio”. Poco alla volta, e a sue spese, l’uomo scoprirà il vero volto del regime franchista.

Narrativamente magnifici, i racconti che compongono Gli zii di Sicilia sono quadri di vita di dolorosa bellezza; sono storie che hanno il fascino irresistibile di un canto di sirena. Impossibili da ignorare e da dimenticare.
Eccovi l’incipit del primo racconto. Buona lettura.
Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio. Mi affacciai alla finestra. Gridò “arrivano”. Di corsa infilai le scale, mia madre mi gridò dietro qualcosa. Nella strada che abbagliava di sole non c’era un cane. Filippo stava mezzo nascosto nel portone della casa di fronte. Mi raccontò che in piazza stavano il podestà l’arciprete e il maresciallo, aspettavano gli americani, un contadino aveva portato la notizia che arrivavano, erano al ponte di Canalotto.