La contro-storia di ieri

Recensione di “Contro-passato prossimo” di Guido Morselli

Guido Morselli, Contro-passato prossimo, Adelphi
Guido Morselli, Contro-passato prossimo, Adelphi

Non il futuro alternativo che, nel rispondere alla domanda (così letterariamente feconda) cosa sarebbe successo se svela la propria intrinseca fragilità, pagando all’ebbrezza di una libertà creativa pressoché sconfinata il tributo (forse troppo alto) di una plausibilità negata, e neppure il tempo essenzialmente fantastico e tuttavia ben più solido e coerente della distopia, quel domani d’ombra che come un male muto ma tragicamente vigile si annida nelle imperfezioni dell’oggi pronto, al concorrere di poche, terribili circostanze, a farsi verità, a divenire realtà (tanto impensabile quanto concreta). Quel che ci si trova di fronte leggendo Contro-passato prossimo di Guido Morselli, forse l’opera più ambiziosa e geniale dello scrittore bolognese, è un tempo radicalmente nuovo, una magnifica frattura della continuità, un delizioso scarto della ragione, una preziosa bizzarria capace di ridisegnare, con scientifica puntualità, e con una cura del dettaglio così sistematica da lasciare allo stesso tempo affascinati e stupefatti, la storia recente.

Ai fatti così come sono accaduti Morselli non oppone eventi che non si sono verificati (né mai potranno più essere), né è suo interesse indagare le ragioni per le quali le cose sono andate in un determinato modo e non in un altro e dunque provare a immaginare quale altra piega la storia avrebbe potuto prendere; di queste evanescenti prospettive, di questi sogni a occhi aperti la storia della letteratura ha padri in abbondanza, uno in più non solo non porterebbe arricchimento, ma rischierebbe di avvicinare la saturazione. Così, Morselli volta le spalle a tutti i possibili se e alle loro implicazioni (splendide e sterili) per dare vita a una vera e propria contro-storia, a un “universo parallelo” di fatti in tutto e per tutto speculare a quel che noi conosciamo e studiamo.

Ed è, quella di Guido Morselli, una contro-storia degna di essere letta e imparata, una finestra spalancata su un paesaggio la cui sostanzialità non può venir negata dalla metafisica evidenza del non essere. A un tempo romanzo storico e filosofico, Contro-passato prossimo muove l’assalto alla fortificata e in apparenza inespugnabile cittadella del “fatto”, di ciò che è innegabilmente successo, di quel che contribuisce a determinare il nostro essere e il nostro vivere, e al posto di queste cose, insostituibili, certo, ma ancora una volta solo in apparenza, egli presenta un altro passato, identico al primo quanto a verosimiglianza, con le medesime potenzialità di divenire storia, e lo racconta con la fluidità e l’esattezza di chi è chiamato a narrare nient’altro che quel che è successo.

E allora ecco che la Grande Guerra così come crediamo di ricordarla, con i suoi vincitori, i suoi vinti e le sue battaglie, sbiadisce, appassisce, perde consistenza, si sfilaccia in una impalpabile ipotesi di fantasia mentre al suo posto prende forma un “contro-passato prossimo” che vede trionfare gli sconfitti e soccombere i trionfatori, che agli sfiancanti, atroci e inumani scontri di trincea e ai massacri perpetrati grazie all’uso dei gas sostituisce la fulminea perfezione della “Edelweiss Expedition”, capolavoro strategico-tattico che permette all’Austria, quasi senza colpo ferire, di occupare l’Italia settentrionale e imprimere una svolta decisiva al conflitto. Compiuto il primo passo, scritta un’altra storia che ha la stessa validità della storia che crediamo nostra (ma è davvero così?), Morselli procede con lucida coerenza: la geopolitica di Contro-passato prossimo, infatti, è un ordine del mondo che non lascia spazio all’invenzione fine a se stessa, che non concede nulla al paradosso che è parte integrante del racconto basato sulla retorica del come sarebbero andate le cose se…?

Dal punto di vista della razionalità dell’opera, dunque – una razionalità sposa dell’assurdo, se si vuole, ma proprio per questo ancor più meravigliosa e scintillante – Contro-passato prossimo non ha punti deboli né cedimenti di sorta; non a caso l’autore, che lascia che il suo fiammeggiante estro trovi sfogo in una ironia pacata ma sempre pungente e in una raffinatezza stilistica di raro splendore, può spingersi, senza mai arrivare a forzare l’equilibrio del romanzo, o a minarne la credibilità, fino alla congiunzione di due universi paralleli, ospitando nella sua contro-storia, e in ruoli di primissimo piano, i protagonisti della nostra storia: “Giolitti, successore designato al ministro uscente, vide il Re a Roma il pomeriggio successivo. Accettò ‘con riserva’, ebbe tre incontri (non di più) con altrettanti suoi amici, compreso un certo prelato che lo teneva in contatto col Vaticano. Non gli occorrevano maggiori consultazioni: la sera alle nove, tornato al Quirinale, scioglieva la riserva”.

Romanzo ricchissimo (di suggestioni, di riflessioni, di autentica, cristallina bellezza) Contro passato-prossimo è un lavoro che non si dimentica. Un’ipotesi retrospettiva; così ha scelto di sottotitolarlo il suo autore, un’ipotesi che merita il piacere della lettura, della conoscenza e finanche dello studio, perché raramente la storia della letteratura ce ne ha regalata una così carica di immaginazione e insieme così impregnata di realtà.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Sera del 15 aprile 1910 (lunedì di Pasqua). In un suo Cahier des choses à revoir, peraltro portante nel risguardo il timbro del K. K. Kriegsministerium, 8° Sektion, Historicher Dienst, annotava, grafia meticolosa a dispetto delle scosse del treno: «Visitato con meraviglia la chiesa di Röschenen (Tirolo). Intemperante decorazione. Da ricordare: l’altare di sinistra. Lo sovrasta un morbido lenzuolo, più che sudario, di marmo, sventolando i lembi traforati di trine».

Il cielo cristiano e il cielo romano

Recensione di “Roma senza papa” di Guido Morselli

Guido Morselli, Roma senza Papa, Adelphi
Guido Morselli, Roma senza Papa, Adelphi

Città impossibile da abitare eppure indimenticabile. Città-mondo che esplode di contraddizioni, città-sirena dalle irresistibili lusinghe e città-memoria, che decadente si specchia nel proprio passato trionfante e polveroso. Città esausta, giunta alla fine del secolo curva su se stessa come un vecchio, e città divisa, arena d’angeli e demoni, cancello del paradiso e baratro infernale, sovrastata da un cielo diviso, il “cristiano” e il “romano”, destinati a restare “di segno opposto”. Tra libera invenzione creatrice e ispirato sguardo profetico, è questa la Roma che Guido Morselli descrive nel suo sorprendente romanzo Roma senza papa (pubblicato nel 1974, un anno dopo il suo suicidio): uno scrigno prezioso e dimenticato, un laboratorio di pensieri, idee, possibilità e certezze, uno scantinato oscuro d’alchimista nel quale incessantemente si lavora alla scoperta di quella pietra filosofale che ha nome verità, una gigantesca, affollata aula d’università medievale dove dibattere di Dio e degli universali.

E più di tutto un simbolo, il simbolo di un’età nuova, di un fermento che ancora sfugge a una precisa lettura, a un’interpretazione condivisa, e che ha tanto i contorni nobili di un nuovo Rinascimento quanto l’inquietante profilo d’ombra di una decadenza precipitosa, inarrestabile. La Città Eterna, il cuore della spiritualità cristiana, nelle pagine ironiche e inquiete di Morselli vive sconvolgimenti profondi: fatica a riconoscere i ministri del culto che ora, come i protestanti, possono contrarre matrimonio – “In Italia, unico paese europeo dove l’istituto familiare conservi una qualche validità di facciata […] si vede nella Chiesa un ente ausiliario della famiglia, che cioè deve servire alla famiglia (garantire la fedeltà delle mogli, l’illibatezza delle ragazze) ma non può, non deve servirsene. Oggi, come ai giorni di Stendhal, il confessore è l’arma segreta dei mariti: e come fa a esserlo se è marito anche lui? Spagna e Portogallo hanno accolto la novità con disciplina se non addirittura con favore, gli italiani stentano a comprendere – e a perdonare” – e, cosa ben più importante, rifiuta se stessa e la subalternità cui l’ha condannata, settecento anni dopo l’onta della “cattività avignonese”, la scelta del Papa, l’irlandese Giovanni XXIV, di abbandonare il Vaticano per ritirarsi nella vicina e dimessa Zagarolo.

In questa dimensione quasi irreale, sospesa tra cieca attesa e rancoroso sconforto, Roma, e l’Italia tutta, e la complessa fratellanza d’anime rappresentata dalla cristianità altro non sono se non un concetto ancora indistinto, una scintilla di vita suscettibile di divenire qualsiasi cosa, l’espressione purissima della potenza aristotelica; con vivo coraggio e brillante intelletto Morselli si spinge nel futuro guardando alla storia (maestra di vita) e mescolandone i verdetti, le assoluzioni, le condanne, gli errori (i tragici come i grotteschi) con il caleidoscopio dell’immaginazione più sfrenata, provocatoria e dissacrante: “La Chiesa volta a volta si è messa contro l’uso del tabacco, la vaccinazione, il parto indolore, gli anticoncettivi, l’eutanasia, e alla fine ha dovuto approvare tutto. Incanalare i fenomeni sociali, non ignorarli o combatterli, questa è sapienza cristiana: non l’odium theologicum, o l’intransigenza velleitaria […]. L’Oriente, dove l’oppio e la canapa indiana fanno parte dell’alimentazione comune da duemila anni, possiede pure quel profondo senso del divino che in Occidente abbiamo perso da un pezzo, con tutte le nostre inibizioni, i nostri tabù igienici”.

Non più certo di se stesso e non ancora del tutto smarrito, vicino a sbocciare tanto quanto ad appassire, il credo di questa Roma (e di coloro, religiosi e laici, che la abitano, in qualche misura archetipi dell’umanità del nuovo millennio) ha la voce curiosa e prudente di un sacerdote svizzero, padre Walter, tornato nella capitale dopo trent’anni di assenza per essere ricevuto in udienza dal Papa. Sorprese, dubbiose, compiaciute, divertite, le riflessioni di quest’uomo sono altrettanti punti di vista su una società fragilissima, mutevole, priva d’identità, e insieme segnano il faticoso percorso (simile all’incedere incerto ma cocciuto di un bimbo) di una coscienza individuale e collettiva, stretta tra il richiamo del passato (rassicurante, malgrado le gravi imperfezioni, in massima parte perché conosciuto) e le nebulose attrattive di un futuro gravido di promesse, o forse di minacce: “[…] sono sceso a Castel Sant’Angelo. Mi sono fermato a osservare di lì la prospettiva verso la piazza e la basilica. I monumenti che sono costati al cattolicesimo, e ne valeva la pena, lo scisma protestante […]. Adesso che la Controriforma cede (dopo quattro secoli) alla pro-Riforma, San Pietro è soltanto un mausoleo […]. Oggi tutto vi tace, anche se per diciassette chilometri di appartamenti, cappelle, logge e biblioteche, è offerto un serbatoio di opere d’arte al cui confronto scompaiono l’Hermitage e il Louvre”.

Consumata tra incontri, ricordi e riscoperte, l’attesa del religioso protagonista del romanzo, dilatata da ritardi e inconvenienti, si colora di atmosfere surreali, kafkiane; e la misura di questo tempo, pur senza essere, come accade nei lavori del grande scrittore ceco, espressione dell’angoscia, dello smarrimento, della disperazione e del non senso, vive, temperata soltanto in parte da un’ironia puntuta e furente nel suo impeccabile garbo formale, in una tensione sempre rinnovata, nel silenzio elettrico che precede lo scoppio del temporale: “Mi voltai a salutare con lo sguardo la Finestra, che si parava di rosso nelle domeniche della mia gioventù. Sotto l’obelisco, come allora, camminavano coi piedi pesanti due carabinieri, i pennacchi affiancati annuenti sulle lucerne. E c’erano i ragazzi che strillavano e si scapaccionavano davanti al negozio delle Suore Paoline. Qualche vecchio taxi fermo all’imbocco di Via della Conciliazione. Una fila di fedeli, o turisti, che tagliavano la Piazza in obliquo, sotto il sole, venendo verso di noi”.

Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.

Mi sono votato a fare a piedi gli ultimi trenta chilometri del mio pellegrinaggio. Il Papa ci riceve sabato mattina. Intanto per allenarmi salgo-scendo quella faticosa scenografia che è la Roma storica, più sorprendente che bella per un occhio elvetico, e cioè gotico, come il mio. Ma le voglio bene, io che dovrei venerarla; un attaccamento profano, banale oltretutto. Umano. Dal ’68 al ’72 i miei giorni fervidi li ho vissuti qui, giovane aiuto-minutante che trovava appena il tempo di dir messa, e i superiori (il povero, caro Mons. Marin, del resto accanito nel lavoro lui stesso) gli rimproveravano di chiudersi a chiave in ufficio la domenica pomeriggio. Sono già andato a rivedermi il «casamento». Via della Conciliazione, l’asfalto e il travertino fra cui è sfiorita la mia primavera.

Non si risolve una tragedia nascondendola

 

Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi
Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi

Nella prigione di un corpo malato, che rende soffocante e insopportabile anche la raffinata ospitalità di un albergo, l’accogliente organizzazione delle camere, la sobria architettura degli spazi comuni; e da qui nell’abisso di un rapporto mai nato e d’improvviso esploso in una forma d’amore corrotta, disturbata, ossessiva, in un furente germogliare di irrazionale passione, in una pretesa d’esclusività sorda alla colpa e alla vergogna e testardamente ignara della realtà e delle sue regole, del vivere sociale e delle sue leggi, della morale e dei suoi dettati. In questo gorgo, in questo imbuto di emozioni, desideri e paure, in questa fredda e patetica fantasmagoria di sogni impossibili, Guido Morselli ambienta una delle sue opere letterarie più belle e difficili, Un dramma borghese, storia penosa e tragica dell’amore di una figlia, appena diciottenne, per il padre che non ha quasi mai visto e insieme al quale trascorre qualche giorno di vacanza (in realtà rovinata da malanni di cui entrambi cadono vittime) nei pressi del lago di Lugano. Morselli impone alla propria scrittura un rigore assoluto; lungo i territori indistinti e sempre mutevoli del romanzo psicologico, egli non si perde, né permette al racconto di scomporsi, sfilacciarsi, mancare d’intensità; così, il febbrile nascere e svilupparsi di un rapporto che trova entrambi gli attori impreparati (il padre da una parte, che ha sempre rinunciato al proprio ruolo, preferendo alla responsabilità genitoriale quella ben più comoda della professione – corrispondente dalla Germania di un importante giornale – e affidando l’educazione della sua unica figlia alla quotidianità regolata e stantia di un collegio; dall’altra la ragazza, che a metà strada tra ingenuità stolida e incosciente perversione immagina, forse anche a causa dell’età ormai adulta, di poter essere una figlia perfetta solo divenendo nel medesimo tempo anche moglie del proprio padre) e che sembra sempre sul punto di deragliare, sprofondare nell’inferno dell’incesto, viene con ferrea regolarità richiamato ai fatti, riportato alla banale evidenza delle cose, da un indugiare quasi fastidioso sulla fisicità dei protagonisti. Le malattie di entrambi vengono minuziosamente descritte, i bisogni dei corpi (il nutrimento, certo, ma anche la pulizia e le fondamentali necessità, dal sonno al lavoro di vescica e sfintere) ricapitolati, affinché a prendere il sopravvento non sia il cortocircuito emotivo e il dramma resti chiuso nel proprio quadro borghese, in quella riflessione più infastidita che davvero tormentata che sa guardare ai problemi, quali che siano, quasi esclusivamente dal punto di vista della loro pubblica “presentabilità”.  

Morselli, in questo romanzo claustrofobico, irritante, sospeso nello spazio e nel tempo come un respiro trattenuto troppo a lungo, si prende licenza di raccontare con l’egoistica familiarità di un diario personale e pare disinteressarsi completamente della squisitezza stilistica del suo lavoro; in realtà, egli chiede al lettore uno sforzo, la capacità di superare proprio quel velo di perbenismo tipico di una certa classe sociale che ammanta di fumo ogni cosa (proprio come la nebbia che, alzandosi dal lago, nasconde il paesaggio che circonda i protagonisti, costringendoli di nuovo a un rapporto fisico, materiale, e soprattutto esclusivo e terribile nella sua inevitabilità, con i mobili della camera, il letto in primo luogo) per giungere al cuore della sua narrazione, a quella “vita non vissuta” (la vita del lavoro, del collegio, dei giorni di villeggiatura, di vacanza, che vorrebbero porsi come semplice parentesi di normalità in un contesto che di normale non ha nulla, e che proprio per questo segnano l’inizio della fine) che è l’autentico “dramma borghese”, perché è vigliaccheria, rinuncia, scorciatoia, abbandono. Ancora una volta Morselli non solo dà prova di un talento letterario cristallino, ma si dimostra coraggioso, potente nel suo fervore etico e letterario, capace di affrontare i nodi più scomodi del nostro essere uomini (e del nostro essere vivi) senza rifugiarsi in nessuna comoda sovrastruttura (né ideale, né tantomeno religiosa) e senza vestirsi di verità o di preconfezionate certezze. Con un’umiltà che commuove, Guido Morselli, indaga, esplora, domanda; leva la propria voce per cercare di comprendere, offrendoci, quasi con noncuranza, capolavori. 

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.

Così distante quel tempo, e privo di ogni attinenza con la mia vita quel mondo di sentimenti, di interessi, di azioni. Perché ho sognato poco fa, di pieno giorno, seduto di fronte alla finestra chiusa, quell’episodio insignificante, del resto ben dimenticato? Una notte di pioggia, al declino del favoloso Agosto ’43, sullo Jonio; siamo ossessionati dalle incursioni dei commandos, che sbarcano di sorpresa, assalgono le nostre postazioni, fanno saltare ponti e linee elettriche, catturano prigionieri. Devo consegnare ordini a un nostro osservatorio isolato, interrato da qualche parte in una zona a bosco, che poi risulterà non più lunga di un chilometro e larga assai meno, non lontano dalla costa. Abbiamo lasciato le moto sulla litoranea, ci siamo internati, io e il sottufficiale che mi accompagna, contando su una lampadina che si spegnerà quasi subito: e non sappiamo che trappola sia il fango della macchia mediterranea quando piove da due giorni, che arcano avvilente il buio e il silenzio della notte in un folto di piante selvaggiamente intricate.
 

Morselli, Pizia letteraria

 

Ignorato in vita (tragicamente troncata da un suicidio nel 1973), Guido Morselli, uno dei più originali, intelligenti e talentuosi autori del panorama letterario italiano, viene scoperto ad appena un anno dalla scomparsa. La sua vasta produzione incontra immediatamente i favori di critica e pubblico, eppure, nonostante questo palese riconoscimento (meritorio, ancorché tardivo), o forse proprio a causa di esso, lo scrittore bolognese resta ancora oggi una sorta di curiosità, di oggetto misterioso; un nome noto, anche se non notissimo, cui si continua a guardare come a una sorpresa inaspettata, un’eccentricità, una pietra su cui si inciampa per caso e che solo una volta raccolta rivela le proprie particolarità, pregi che non solo la rendono diversa da tutte le altre ma la fanno somigliare a un prezioso gioiello. Romanziere realista ma capace di spalancare dinanzi al vero prospettive inedite, Morselli, che meriterebbe ben più attenzione di quella ricevuta finora poiché per importanza e dignità letteraria non è secondo a maestri come Calvino, Sciascia, Buzzati e Vittorini, possiede un dono raro: riesce a dare alla sua prosa la dettagliata precisione di una cronaca (che arricchisce con un linguaggio raffinato, composto e concreto, mai eccessivo o ridondante; un linguaggio semplice e bellissimo, che non lascia spazio alcuno a formalismi tanto gradevoli quanto banali e infruttuosi) e nello stesso momento a regalarle fantasia, intuizione, immaginazione, chiaroveggenza persino. I temi dei suoi lavori, a partire dalla prima opera pubblicata (Roma senza Papa, 1974, che racconta di una Capitale d’Italia, alla fine del ventesimo secolo, orfana del capo della Chiesa Cattolica, che ha eletto a propria santa dimora, invece del Vaticano, la più tranquilla e dimessa Zagarolo), sono un impressionante squarcio sulla nostra attualità, sono “sogni consapevolmente sognati” che consegnano ai lettori una possibile chiave di lettura del presente, sono arditi, coraggiosi, entusiasmanti viaggi nel tempo compiuti da uno scienziato, non disordinate corse a rotta di collo di artisti magari brillanti ma attratti soltanto dalla dimensione misteriosa e inconoscibile del domani, non dal desiderio di comprendere, e magari anticipare, quel che sarà.
Creatore geniale e instancabile, Morselli racconta di storia (rielaborandola nel modo della possibilità e illustrando con precisione estrema e lucidità inappuntabile un passato alternativo sulle sorti del primo conflitto mondiale) nello splendido e sorprendente Contro-passato prossimo; si cala con magistrale naturalezza nelle atmosfere dei romanzi di fantascienza (naturalmente caricandole di impegnative valenze simboliche) in Dissipatio H.G., l’ultimo dei suoi romanzi, il cui protagonista, aspirante suicida, scopre con sgomento di essere rimasto l’ultimo essere umano vivente del pianeta; esplora, con pudore ma anche con una spietata capacità d’analisi psicologica, l’abisso fisico ed emotivo dell’incesto (in Un dramma borghese) e, in quello che è probabilmente il suo romanzo più articolato e impegnativo (Il comunista), attraversa il labirinto della realtà politica, del credo ideologico e della sua maturazione.
In questo intenso e doloroso romanzo, Guido Morselli narra della progressiva crisi di coscienza (politica) di un leale iscritto al Partito Comunista Italiano, Walter Ferrarini, di Reggio Emilia, militante, deputato e fedele uomo d’apparato la cui vita in massima parte coincide con quella del suo partito. La sua casa è Via delle Botteghe Oscure a Roma (per decenni storica sede del partito) e le sue giornate sono scandite dai riti della politica, da quelli ufficiali a quelli privati, a cominciare dalla quotidiana lettura mattutina dell’Unità. Ferrarini è un soldato, qualcuno su cui si può sempre contare, ma anche da comunista, da sincero partigiano dell’ideologia, non è al riparo da dubbi, domande, interrogativi che lo sollecitano fino a perseguitarlo, fino a trasformarlo nel peggior nemico di se stesso e in un’insidia per il proprio partito. Dimostrando ancora una volta grande rispetto per la vicenda narrata (e per il suo tormentato protagonista), Morselli si concentra sulla parabola di nascita e morte di un’appartenenza fondata sulla persuasione, sulla forza di un’idea. L’ideologia egualitaria di Ferrarini (e di milioni di altri come lui) si spegne poco alla volta non per colpa dell’uomo ma per consunzione propria. Il suo cammino è segnato; prende vita nella forma di un radicato convincimento personale, trascende le individualità per trasformarsi in un simbolo di unità, in uno scopo da perseguire, ma a contatto con la realtà l’idea perde la propria purezza e torna in qualche modo contaminata al singolo, che a questo punto stenta a riconoscerla, a riprenderla in sé e con sé. Morselli racconta di uno smarrimento ideologico che si fa dramma esistenziale, riflette e fa riflettere sui pericoli di un’adesione acritica a qualsiasi parola d’ordine, foss’anche la più nobile, ma si guarda dall’offrire facili risposte o comode vie d’uscita. Se esiste una percorribile strada mediana tra il comunista di ieri e l’uomo senza ideologia (ma anche senza politica) che vive la desolazione dell’oggi, lo scrittore non ce la indica. Tuttavia ci invita a cercarla; a pensarci, non è cosa da nulla.
Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.
Dibattito (e riposo) in Parlamento. Si stava discutendo un’interpellanza sulle condizioni, cattive, delle Ferrovie dello Stato e l’aula già con poca gente si sguarniva, come capita quando si trattano argomenti tecnici; tranne nel settore della sinistra, a cui apparteneva l’interpellante. Malgrado le voci alterne di questi e del ministro Angelini che gli rispondeva, l’ambiente era sonnacchioso; infastidita e divertita perplessità accolse il magro spunto polemico introdotto dall’estrema. L’interruzione si levò da un banco del M.S.I., la voce, a inflessioni fittamente siciliane, aveva pretese di ironia.
– Tu critichi i treni in ritardo. Lo capisci, onorevole Boatta, che la tua critica si riporta a tempi andati quando c’era in Italia oltretutto chi faceva marciare i treni in orario?
– Ci è costato caro – fu l’ovvia risposta del compagno Boatta. Ma l’altro incalzava:
– Non i soli treni marciavano, a quei tempi. Purtroppo questa nostra Italia pusilla….
Qui Boatta perse la pazienza.
– Impara l’italiano fascista! In italiano non si dice: Itàlea

– Sì, da te imparerò. Che dici Itaglia, con la “g”. Buzzurro.