L’inafferrabile scrivere

Recensione de “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, Garzanti

“Una voce apocrifa del flaubertiano Dictionnaire des idées réçues potrebbe definire Flaubert con queste parole: «In lui coesistevano un romantico che trovava banale la realtà, e un realista che trovava vuoto il romanticismo, e un artista che trovava grottesco il borghese e un borghese che trovava pretenziosi gli artisti; il tutto nella prospettiva di un misantropo che trovava tutti ridicoli». Questa definizione, certo arguta, appartiene in realtà a Emile Faguet, eminente rappresentante della storiografia letteraria francese alla fine del XIX secolo, e costituisce una simpatica dichiarazione d’impotenza: Flaubert è irriducibile alle grandi classificazioni della letteratura”. Così, nell’introduzione a L’educazione sentimentale pubblicata da Garzanti nella traduzione di Giovanni Raboni, Lanfranco Binni presenta al lettore Gustave Flaubert; facendo sua una “dichiarazione d’impotenza”. Gustave Flaubert è uno scrittore che non si lascia inquadrare, capace allo stesso tempo di essere espressione (ed espressione sublime) delle correnti letterarie del suo tempo e di procedere lontanissimo da esse, lungo una traiettoria eccentrica che obbedisce unicamente alla sua personale forza creatrice, agli sconvolgimenti di un’intuizione, al bisogno insopprimibile di raccontare il mondo e le sue miserie, di smascherarlo abbandonandosi all’onnipotenza dell’arte, “consapevolezza estrema della totalità dell’universo […], grande sintesi del tutto”. Continua a leggere L’inafferrabile scrivere

I sogni impossibili, e colpevoli, di Emma

La citazione che non t’aspetti di Madame Bovary la offre Tom Wolfe nel divertente, e per certi versi assai istruttivo romanzo Io sono Charlotte Simmons (cui ho dedicato una delle prime schede di questo blog). Charlotte, brillante studentessa, sta seguendo all’università un corso avanzato di letteratura francese e l’argomento scelto dall’insegnante è il capolavoro di Gustave Flaubert. Scrive Wolfe: “Siamo in una scuola maschile… la prima frase dice […] ‘Stavamo facendo un compito quando entrò il preside, seguito da un ragazzo nuovo senza divisa e un bidello che trasportava un grande banco’ […]. E poi dice ‘Nell’angolo dietro la porta si intravedeva appena un ragazzo di campagna più alto di tutti noi’ […]. Ora, come vedete, Flaubert inizia il romanzo con ‘Stavamo facendo un compito’ e ‘più alto di tutti noi’, perché evidentemente si riferisce ai compagni di scuola di Charles Bovary, ma poi non usa più la prima persona plurale, e più avanti nella storia questi ragazzi non si vedranno più. Dunque, c’è qualcuno che mi spiega perché Flaubert procede in questo modo?”. Ed ecco la risposta di Charlotte Simmons: “Be’, penso che usi il plurale perché il primo capitolo illustra la vita di Charles Bovary fino al momento dell’incontro con Emma. Il resto del capitolo è scritto come una lunga biografia ma Flaubert non voleva cominciare il romanzo in questo modo […]. Lui era convinto che per farsi seguire dal lettore bastasse descrivere una scena reale con i dettagli più significativi. Con il primo capitolo vuole dimostrare che Charles è un uomo rozzo, di campagna, e lo resterà sempre, anche se poi diventa medico […]. Quindi, all’inizio del libro, Charles è descritto come noi, inteso come gli altri ragazzi, lo vediamo. E il modo in cui noi lo vediamo è così realistico che, per il resto del romanzo, non dimentichiamo più che Charles è solo un povero imbecille”.
La concreta, palpabile pochezza di Charles Bovary, la realtà (che forse sarebbe più esatto definire verità) della sua condizione, che Flaubert rappresenta con impeccabile finezza stilistica e implacabile potenza espressiva, non è un semplice espediente narrativo, bensì la chiave di lettura dell’intera opera. Nel raccontare, con tragica consequenzialità, il progressivo naufragio esistenziale di una donna incapace di comprendere quanto il completo abbandono alla voluttà dei sogni e dei desideri sia una resa alla vita, una dimostrazione di viltà e non l’incolpevole espressione di una sensibilità non comune, il grande scrittore francese, pur senza far mancare alla sua eroina umana pietà, nega alle sue scelte, alle sue azioni, ogni giustificazione. Emma, infatti, sa benissimo – e il lettore con lei – che il marito, sposato se non esclusivamente per cinico calcolo d’interesse, certo con deprecabile leggerezza, non possiede nessuna particolare attrattiva (è benestante, anche se non quanto Emma desidererebbe, e qui si esaurisce il suo fascino), ma questo incontestabile dato di fatto non può in alcun modo essere un alibi per lei. Perché la sua decisione di tradire il marito in più di un’occasione, il febbrile afflato religioso cui ricorre dopo una cocente delusione amorosa, il folle tenore di vita che si concede, non sono una reazione alla nullità di Charles, né sorgono dallesplodere di una nuova e travolgente passione, ma, come acutamente osserva Mario Lunetta, dipendono per intero dal “vampirismo” di Emma. “Emma è un vampiro che si nutre nello stesso tempo del sangue altrui e del proprio. Morirà, alla fine, del suo vampirismo, che non è capace di procurarle altro che appetiti e desideri sempre ulteriori, e quindi un’infelicità sempre più vorticosa, alla cui tremenda accelerazione di ritmo ella non sarà più in grado di reggere”.
Indimenticabile “ritratto di signora”, Madame Bovary esplora con impressionante radicalità il disordine, la malattia morale della borghesia, un mondo all’apparenza trasparente, limpido, sicuro di sé e soddisfatto, ma in realtà nudo e fragile di fronte alla vita. Esposto alle sue tentazioni, e  allo stesso tempo vittima e complice dei tranelli che tende.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Eravamo in aula a studiare, quando entrò il rettore seguito da un nuovo vestito in borghese e da un bidello che portava un grande banco. Quelli che dormivano si svegliarono. Tutti si alzarono come se fossero stati sorpresi nel fervore del lavoro.
Il rettore ci fece cenno di sedere, poi rivolto all’assistente: – Signor Roger – disse a mezza voce, – le raccomando questo allievo. Entra in quinta. Se il suo profitto e la sua condotta lo meriteranno, passerà tra i grandi, come vorrebbe la sua età.
Il nuovo se ne stava rincantucciato dietro la porta. Lo si vedeva appena. Era un ragazzotto di campagna sui quindici anni, più alto di tutti noi. Portava i capelli tagliati di netto sulla fronte come un chierico di villaggio, aveva l’aria giudiziosa e molto imbarazzata. Benché non fosse largo di spalle, il giacchettone di panno verde a bottoni neri lo stringeva al giro delle maniche. Attraverso l’apertura dei risvolti si scorgevano i polsi arrossati, avvezzi a stare scoperti. Le gambe, infilate nelle calze azzurre, venivano fuori da un paio di pantaloni giallastri tirati dalle bretelle. Portava scarpe grosse, lucidate male e con le suole chiodate.
Cominciammo a ripetere le lezioni. Egli ascoltava tutto orecchi, attento come se fosse alla predica. Non ardiva nemmeno incrociare le gambe, né appoggiarsi sul gomito. Alle due, quando suonò la campanella, l’assistente dovette avvertirlo di mettersi in fila con noi.
Avevamo l’abitudine, entrando in classe, di scaraventare per terra i nostri berretti per aver subito le mani libere. Bisognava farli volare di sulla soglia fin sotto il banco, in maniera che, andando a sbattere contro il muro, sollevassero molta polvere. Era la regola.