Prima del principio

Recensione di “Piramide” di Henning Mankell

Henning Mankell, Piramide, Feltrinelli

“Solo dopo aver scritto l’ottavo e ultimo romanzo della serie di Kurt Wallander ho capito quale sottotitolo avevo sempre cercato, senza mai trovarlo. Quando tutto era finito, o quasi, ho capito che il sottotitolo della serie doveva essere I romanzi dell’inquietudine svedese. Avrei dovuto trovarlo prima. Questi romanzi, in fondo, pur nella loro varietà, hanno sempre girato intorno a un unico tema: che cosa è successo negli anni novanta allo Stato di diritto? Come può sopravvivere la democrazia se il fondamento dello Stato di diritto non è più intatto? La democrazia ha un prezzo che un giorno sarà considerato troppo alto e che non vale più la pena di pagare? Gli stessi interrogativi ricorrono in gran parte delle lettere che ho ricevuto […]. Ho ricevuto anche altre lettere che sottolineavano le incongruenze che i lettori scoprono compiaciuti […]. Ma in particolare, molte lettere ponevano la stessa domanda: che cosa faceva Wallander prima dell’inizio della serie? Per stabilire un momento preciso: cosa faceva prima dell’8 gennaio 1990? Quella mattina d’inverno, Wallander fu svegliato nel suo letto da una telefonata: e così iniziò Assassino senza volto […]. I lettori si sono posti delle domande. E, naturalmente, l’ho fatto anch’io […]. Alcuni anni fa […] mi sono reso conto che avevo iniziato a scrivere mentalmente dei racconti che si svolgevano prima che la serie iniziasse […]. Ora ho raccolto questi racconti […]. Nessun racconto sarà mai completo. Per me, in ogni caso, questi episodi fanno parte della serie di Wallander. Il resto è e rimarrà silenzio”. Con queste parole Henning Mankell introduce il lettore alla scoperta delle storie narrate nella raccolta intitolata Piramide (in Italia pubblicata da Feltrinelli nella traduzione di Giorgio Puleo), cinque vicende che prendono il via nel 1969, quando un giovanissimo Kurt Wallander, poliziotto di pattuglia animato da un gran desiderio di entrare a far parte della sezione investigativa, si trova quasi per caso coinvolto in un caso piuttosto complicato (il suicidio del suo vicino di casa, un anziano marinaio dal passato oscuro) e comincia a collaborare con l’esperto collega Hemberg, che poco alla volta diventerà il suo maestro, l’uomo dal quale Wallander imparerà tutto (o quasi) quel che c’è da sapere sui delitti. Per quanto in evoluzione, il personaggio di Wallander così come il pubblico si è abituato a conoscerlo nella serie di romanzi che lo vedono protagonista è già tutto qui, con i suoi pregi e i suoi difetti; con il suo spiccato istinto per l’indagine, una buona capacità organizzativa, il dono naturale (perché di null’altro si tratta) di saper comprendere quasi immediatamente se chi gli sta di fronte sia sincero o stia mentendo e i suoi tormenti di uomo, marito (poi divorziato), padre e figlio (di un artista dal carattere difficile, poco incline a manifestare i propri sentimenti) e la pericolosa tendenza – che fin dal primo racconto rischia di costargli la vita – ad agire da solo, pur sapendo che in situazione di pericolo ogni poliziotto ha l’obbligo di avere accanto a sé almeno un compagno
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Sulla scivolosa scacchiera del caso

Henning Mankell, L'uomo che sorrideva, Marsilio
Henning Mankell, L’uomo che sorrideva, Marsilio

Il tormento e l’angoscia da una parte, la pressoché totale assenza di emozioni dall’altra. L’istinto da un lato, il freddo calcolo dall’altro. L’intuizione in un angolo e a quello opposto una meticolosa pianificazione. Una sorta di genialità incostante e un’intelligenza acuta e ordinata a sfidarsi lungo il piano inclinato della vita, sulla scivolosa scacchiera del caso. L’uomo che sorrideva di Henning Mankell, quarta avventura della serie che ha per protagonista il commissario della polizia di Ystad Kurt Wallander, ha nel “fattore umano”, nel finissimo disegno psicologico dei caratteri, tanto la propria chiave di lettura quanto il proprio fondamento. Nel prendere le mosse da quanto narrato nel precedente romanzo (La leonessa bianca, di cui ho già scritto in questo blog), o per dir meglio dalle conseguenze scaturite da ciò che è stato raccontato, Mankell fissa fin da subito l’attenzione sulle persone, sui protagonisti del suo dramma, e lascia che l’azione si sviluppi in sottofondo, in una sorta di chiaroscuro, e di volta in volta emerga, o si faccia più indistinta, a seconda di quel che gli attori in quel momento al centro della scena decidano di fare. Così, anche se la vicenda si apre con un omicidio, un agguato brutale consumato lungo una strada in una notte di nebbia, anche se a colpire l’immaginazione del lettore è l’agghiacciante atmosfera di terrore che lo scrittore svedese magistralmente riesce a costruire in poche righe – […] la nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente […]. Presto fu costretto ad azionare il tergicristallo per eliminare la patina di umidità dal parabrezza. Odiava guidare quando era buio. Il riflesso dei fari sull’asfalto non gli permetteva di distinguere le lepri che continuavano a tagliargli la strada. Gli era capitato di investire una lepre una sola volta […]. Ricordava ancora il movimento istintivo e inutile del suo piede sul pedale del freno e subito dopo il colpo sordo contro la lamiera […]. La lepre era stesa sull’asfalto con le zampe posteriori che si muovevano spasmodicamente. Il torso era paralizzato e la lepre continuava a tenere gli occhi fissi su di lui […]. Non aveva mai dimenticato gli occhi della lepre e il movimento delle zampe […]. Si accorse che istintivamente alzava lo sguardo sempre più spesso verso lo specchietto retrovisore […]. Lo specchietto retrovisore continuava a rimanere buio […]. La nebbia era sempre più fitta” – quel che succede non è che qualcosa di estrinseco, una necessaria causa scatenante in forza della quale gli opposti rappresentati da Kurt Wallander e dal suo antagonista, un uomo di cui nessuno sa nulla se non il nome, Alfred Harderberg, ricchissimo ed enigmatico, un uomo d’affari di successo che abita un meraviglioso castello e le cui attività, all’apparenza più che oneste, sono invece crimini inauditi, possano affrontarsi. Superate le primissime pagine, dunque, L’uomo che sorrideva da giallo classico (di cui comunque conserva, fino al tesissimo finale, l’architettura) diviene dramma psicologico; Wallander, in piena crisi esistenziale e intenzionato a lasciare per sempre la polizia e l’imperscrutabile burattinaio Harderberg, chiuso nel proprio favoloso castello e deciso a portare a compimento a ogni costo i propri affari illeciti, ciascuno senza conoscere nulla dell’altro sembrano muovere gli eventi affinché una loro collisione finisca per essere inevitabile.

Wallander, sconvolto dall’uccisione di un suo caro amico (un avvocato, che lo aveva contattato per chiedergli, senza successo, di indagare sulla morte della padre, una tragedia rubricata forse con troppa fretta come incidente), che decide di rinunciare alle dimissioni e torna al proprio lavoro ma non per questo cessa di essere un uomo prossimo alla deriva, assediato da rabbia e sensi di colpa e ossessionato dal ricordo lieve e insieme doloroso di una donna (Baiba Liepa, personaggio che nella saga di Mankell compare per la prima nel secondo romanzo della serie, I cani di Riga, anch’esso recensito qui), si getta anima e corpo nell’indagine sul delitto e poco alla volta capisce che, per smascherare il colpevole, dovrà accettare di confrontarsi con un uomo che ha fatto della più severa riservatezza una delle sue armi migliori, una persona capace di commettere le peggiori nefandezze senza mai sporcarsi le mani. E quando, finalmente, i due si incontrano, non sorprende che l’uno si confessi all’altro, che il glaciale Alfred Harderberg, noto al mondo come imprenditore e filantropo si dichiari, dinanzi a Wallader, colpevole delle accuse che gli vengono mosse, che il mistero si sveli senza difficoltà, perché quel che i complotti e gli omicidi narrati nel corso di tutto il romanzo hanno rappresentato non è stato altro che lo scontrarsi di due nature, di due archetipi incarnati, nel brevissimo volgere di una vita, in altrettanti uomini, un poliziotto fragile e tenace e un delinquente del tutto privo di scrupoli. “Non credevo che esistessero persone come lei […]. Adesso lei sta mentendo commissario […]. Lei lo sapeva e lo sa perfettamente”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

La nebbia. La nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente, pensò. Non riuscirò mai ad abituarmi. E questo anche se ho vissuto tutta la mia vita nella Scania dove la nebbia circonda costantemente le persone e le rende invisibili.

Homo homini lupus

Henning Mankell, Il cinese, Marsilio
Henning Mankell, Il cinese, Marsilio

Svezia, un piccolo, anonimo villaggio. Il nome del luogo è Hesjövallen, è il 13 di gennaio del 2006. Il freddo, intensissimo, sembra essere ovunque, come il silenzio, un silenzio innaturale, minaccioso. Spinto dalla fame, guidato dall’istinto, un lupo raggiunge l’abitato; a muovere i suoi passi non è la prudenza ma la disperazione. L’animale sa che tutt’intorno a sé ci sono uomini e che dovrebbe tenersi a distanza di sicurezza da loro, tuttavia qualcosa lo costringe ad avanzare, qualcosa che non è semplicemente bisogno di cibo. C’è odore di sangue in quel villaggio, e il lupo l’ha sentito; “l’odore del sangue è vicino, il lupo ne è certo. Si accuccia al margine della foresta cercando di capire da dove venga. Poi comincia ad avanzare lentamente nella neve. L’odore proviene da una delle case alla fine del piccolo villaggio. Il lupo si muove cautamente […]. Si ferma di nuovo. L’odore proviene dal retro di una casa. Rimane in attesa. Riprende a muoversi. Quando raggiunge la casa vede un cadavere. Afferra la preda pesante e la trascina verso la foresta. Non lo ha visto nessuno, nessun cane ha abbaiato. Il silenzio nella mattina gelida è assoluto. Arrivato nella foresta il lupo comincia a mangiare. La carne non è congelata. Non fa fatica. Ha molta fame. Dopo avere staccato a morsi uno scarpone, attacca la caviglia”. Comincia così, nell’assoluta, terrificante assenza dell’elemento umano (che dopo poche pagine, inevitabilmente, riprenderà il sopravvento, portando con sé il lettore in un viaggio d’incubo segnato da atroci sofferenze e implacabili vendette), Il cinese di Henning Mankell, giallo complesso, intricatissimo e ambizioso che guarda alla ricchezza del romanzo storico e la intreccia a una rigorosa analisi politico-sociale del presente. Quasi sentisse la necessità di mettersi una volta di più alla prova come autore (non solo come giallista ma come narratore tout court), lo scrittore svedese, noto in tutto il mondo per aver dato vita al commissario di polizia Kurt Wallander, sostituisce il suo celebre personaggio con un mosaico di fatti e persone; egli dunque in qualche misura rinuncia a un protagonista, a una figura centrale, per mettere la storia al centro della narrazione, una storia che ha inizio con il ritrovamento di diciannove cadaveri. Lo sgomento e l’orrore causati dalla scoperta lasciano ben presto il posto alla necessità di agire; è necessario trovare il responsabile del massacro, ed è necessario farlo al più presto, ma è proprio qui che le cose si complicano, perché la pista più accreditata, secondo la quale un eccidio di queste proporzioni non può che essere opera di un pazzo, si rivela inconsistente. Chi è stato, allora? Chi può aver fatto una cosa del genere? E perché?

Nella ricostruzione del movente, le cui radici si perdono nel tempo ma non nella memoria, e i cui segreti, seppur taciuti, o rivelati a pochi, tormentano come rimorsi, emerge la figura del giudice Birgitta Rosling; a lei, ma soltanto in parte, tocca il ruolo che in una lunga serie di romanzi è stato di Wallander, perché Rosling si ritrova sì a investigare sul tremendo fatto di sangue avvenuto a Hesjövallen, ma come parte in causa, non nelle neutri vesti di inquirente. I genitori adottivi di sua madre, infatti, risultano tra le persone uccise, e questo convince il giudice (il cui giuramento, tratto dall’Ordinamento giudiziario svedese, Mankell pone al principio del romanzo, per sottolineare con forza l’incolmabile distanza esistente tra la lettera della legge e la sua applicazione, sempre viziata dal fattore umano, poco importa che a muovere le persone siano le migliori intenzioni, il personale “senso” di ciò che è giusto e di ciò che non lo è: “Io […] giuro sul mio onore […] di non distorcere mai la legge o favorire ingiustamente qualcuno per via di parentela, amicizia, invidia, malevolenza o interesse […]. Tutto questo io voglio e manterrò fedelmente, come giudice onesto e leale”) a cercare la verità. E la verità, che erroneamente si crede celata dal trascorrere degli anni, è invece scritta a lettere di fuoco nelle conseguenze delle scelte degli uomini, nei loro peccati, che come eco maligna del peccato originale si trasmettono di padre in figlio, diventano eredità di generazioni, e ogni generazione contaminano e avvelenano finché il canto di sirena della vendetta, della rivalsa, della resa dei conti non riesce a far tacere ogni altra voce, finché su ogni altra ragione non prevale quella del sangue.

Tumultuoso nel suo procedere, ricco di colpi di scena come d’umanità e di pietà, lucido nella rappresentazione dell’oggi tanto quanto è puntuale nella descrizione del passato, Il cinese è molto più di un solido romanzo giallo. Leggetelo, non lo dimenticherete.

Eccovi L’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

Skare, freddo intenso, solstizio d’inverno. Nei primi giorni di gennaio 2006 un lupo solitario entra in Svezia dalla Norvegia attraversando il confine a Vauldalen. Un uomo che guidava un gatto delle nevi sostiene di averlo intravisto poco lontano da Fjällnäs, ma il lupo scompare nella foresta, verso est, prima che qualcuno riesca a vedere dove sta andando.

La morte, inciampo della storia

Henning Mankell, La leonessa bianca, Marsilio
Henning Mankell, La leonessa bianca, Marsilio

Accade, a volte, che un omicidio, per quanto brutale, per quanto tragico, sia soltanto un incidente, un inconveniente che rischia di rovinare un piano grandioso studiato nei minimi dettagli, un inciampo, un capriccio, uno scherzo maligno del caso. Accade, a volte, che a vestire i panni semplici e terribili del boia sia la sfortuna, e che uccidere sia solo un affannoso tentativo di rimettere le cose a posto. Accade, quando in gioco ci sono secoli di storia, quando si combatte perché i diritti calpestati di un intero popolo, cui viene impedito con la forza di vivere liberamente nella propria terra, vengano finalmente riconosciuti, quando i tiranni, timorosi di perdere il potere, inaspriscono ancor di più il loro giogo, che la morte di qualcuno non valga neppure un pensiero, che non venga presa in considerazione, che esistere e cessare di farlo siano la medesima cosa. Niente altro che facce di una stessa medaglia. Cardine di ogni romanzo giallo, principio e fine della sua struttura narrativa, il delitto di sangue muta drasticamente di sostanza ne La leonessa bianca di Henning Mankell, terzo volume dedicato alle inchieste del commissario Wallander (delle prime due, Assassino senza volto e I cani di Riga, ho già scritto in questo blog), e diviene, per l’appunto, fatto accidentale, momento di per sé insignificante all’interno di un disegno tanto complesso quanto sconvolgente. Muovendosi su differenti piani temporali e geografici (il romanzo si apre in Sudafrica al principio del Novecento), lo scrittore svedese incorpora nell’architettura classica della narrazione poliziesca sia le atmosfere torbide del romanzo spionistico sia la rovente attualità dell’analisi politico-sociale e dà vita a un’opera che si legge d’un fiato, ricca di colpi di scena e popolata da personaggi di grande spessore, perfettamente delineati nella psicologia e nel carattere. In questo romanzo corposo e seducente, trascinante nel ritmo e limpido nello stile, Mankell guarda al Sudafrica dei primi anni Novanta (quando il Paese, governato dal presidente de Klerk, si preparava ad abolire definitivamente il regime di apartheid e Nelson Mandela, uscito di prigione dopo 26 anni, guidava le masse verso una rivoluzione pacifica ed epocale) come a uno dei capitoli fondamentali della storia umana. E lo racconta da par suo, prendendo le mosse dalla presenza boera nel Paese, dalla convinzione di quel popolo di essere destinato da Dio alla sovranità assoluta sui neri, per arrivare fino al diabolico complotto ordito da un’irriducibile élite bianca al fine di mantenere intatto il proprio dominio.

L’omicidio di Nelson Mandela per opera di un killer di colore. Questo è quanto si propongono i boeri coinvolti nel piano eversivo. Un atto che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra, che scatenerebbe la rabbiosa reazione del popolo sudafricano, delle masse confinate nelle baraccopoli, nei ghetti, nelle periferie abbandonate, in autentici gironi infernali come Soweto, tumorale ammasso di baracche di lamiera cresciuto a dismisura ai confini dell’area urbana di Johannesburg, e che consentirebbe a chi è ancora formalmente al potere di reagire con la massima durezza e in tal modo di riconquistare le posizioni perdute. Esautorando il “traditore” de Klerk e insediando al suo posto un boero degno di questo nome. E Kurt Wallander, commissario di polizia di provincia, ignaro o quasi perfino dell’esistenza del Sudafrica (figurarsi della sua situazione), si ritrova d’improvviso invischiato in questa ragnatela d’odio secolare e di violenza indicibile perché chi ha ordito tutto questo ha pensato che non ci fosse luogo migliore della tranquilla e tutto sommato ancora innocente Svezia per addestrare il killer, spedito lì assieme a un ex ufficiale del Kgb, responsabile della sua preparazione. Sfortunatamente, però, è proprio in Svezia, o per dir meglio in Scania, nella propaggine meridionale del Paese, che ogni cosa comincia a disfarsi; nella casa isolata in cui il futuro assassino di Mandela e il suo istruttore si stanno preparando, infatti, capita per errore una donna, Louise Akerblom, un’agente immobiliare, moglie e madre felice, finita lì per colpa di una svolta sbagliata. Aveva un appuntamento, quella donna, con una persona interessata a vendere la sua casa; è bastato che commettesse un errore, un banalissimo errore, per ritrovarsi a tu per tu con il suo assassino. “Hai visto qualcosa che non avresti mai dovuto vedere, hai visto qualcuno che non è mai stato qui” sembra dire lo sguardo duro, glaciale dell’uomo che la fissa per un lunghissimo istante prima di ucciderla sparandole un colpo in testa. È la fine per la povera signora Akerblom, mentre per Wallander questo delitto segna l’inizio di un’indagine che metterà a dura la prova le sue certezze di uomo e di poliziotto e lo costringerà a spalancare gli occhi su abissi di dolore e ingiustizia che credeva inimmaginabili.

Magnificamente sospeso tra invenzione e realtà, La leonessa bianca è un romanzo affascinante, un giallo potente che con coraggio guarda oltre se stesso, prende posizione, si assume responsabilità e finisce per fare della finzione, pur nel pieno rispetto del suo status di forma d’arte, un efficace strumento di lotta.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.
Sudafrica 1918. Nel tardo pomeriggio del 21 aprile 1918, tre uomini si incontrarono in un modesto caffè nel quartiere di Kensington a Johannesburg. Tutti e tre erano giovani. Werner van der Merwe, il più giovane, aveva appena compiuto diciannove anni. Il più vecchio, Henning Koppler, ne aveva ventidue. Il terzo uomo, Hans du Pleiss, avrebbe compiuto ventidue anni dopo qualche settimana. Si erano incontrati proprio quel giorno per decidere come avrebbero celebrato il suo compleanno. Nessuno dei tre aveva la benché minima idea che quel loro incontro in un bar di Kensington avrebbe avuto un’importanza storica. Infatti, quel pomeriggio, nessuno dei tre parlò della festa di compleanno. Neppure Henning Koppler, che fu quello che avanzò la proposta che, a lungo termine, avrebbe cambiato l’intera società sudafricana, si rendeva conto della portata o delle conseguenze che i suoi pensieri ancora incompleti avrebbero avuto.

Lungo strade sconosciute e ostili

 

Henning Mankell, I cani di Riga, Marsilio Editore
Henning Mankell, I cani di Riga, Marsilio Editore

Un canotto alla deriva. Due cadaveri a bordo. Un colpo sparato a bruciapelo a trapassargli il cuore. Una piccola imbarcazione usata per attività di contrabbando tra la Svezia e i Paesi dell’Est incrocia per caso il gommone; la macabra scoperta allarma l’equipaggio; si discute su cosa sia meglio fare e alla fine viene raggiunto un compromesso: i trafficanti traineranno il canotto fin quasi alla costa svedese, poi lo lasceranno in balia delle onde. A quel punto, toccherà alla polizia occuparsi della cosa. Comincia così, con un duplice omicidio commesso chissà dove e per chissà quali ragioni, I cani di Riga di Henning Mankell, seconda inchiesta con protagonista il commissario Kurt Wallander. In questo lavoro, lo scrittore svedese costruisce con grande abilità un intreccio labirintico e sorprendente, giocato in pari misura sull’accumulo e sulla sottrazione. Il romanzo, infatti, pur potendosi leggere senza difficoltà come opera autonoma, mantiene forti legami con lo scritto precedente (l’ottimo Assassino senza volto, di cui ho già scritto in questo blog); il lettore ritrova il poliziotto brillante e tormentato che aveva imparato a conoscere, recupera senza difficoltà particolari significativi del suo passato (la separazione dalla moglie, il difficile rapporto con la figlia, il contrastato legame con l’anziano padre), ha persino modo di rivivere alcuni momenti della prima indagine. D’improvviso, però, il quadro d’insieme nel quale Wallander agisce cambia completamente; Ystad, la cittadina della Scania nella quale il poliziotto vive e lavora, scompare come un palcoscenico celato da una quinta per lasciare spazio alla sconosciuta e ostile Riga, capitale della Lettonia. Mankell è quasi perfetto nel dare alla propria scrittura il respiro emotivo del suo protagonista, nel coglierne e tradurne le esitazioni e lo spaesamento che diviene più acuto di giorno in giorno; la sorpresa per un caso difficile che si fa sgomento quando si scopre l’identità degli uccisi (due criminali lettoni molto noti alle locali forze di polizia) e giunge fin quasi a oscurarsi di sorda paura quando dall’autopsia emerge che i due uomini, prima di essere giustiziati, sono stati barbaramente torturati; la meschina speranza di poter trasferire l’inchiesta ai colleghi di Riga; l’inquietudine che attanaglia Wallander quando viene ufficialmente richiesta, per collaborare al caso, la sua presenza in Lettonia, Paese di cui ignora quasi tutto e che, come l’intera l’Unione Sovietica (il romanzo è stato pubblicato nel 1992), fatica a resistere all’impetuoso e caotico vento di libertà che l’attraversa; la circospetta meraviglia della prima esperienza in una terra nuova, e poi, immediato e sconvolgente come una scossa di terremoto, il rivelarsi di un diabolico complotto nel quale il commissario si ritrova invischiato; la gelida incapacità di discernere la verità dalla menzogna, l’impossibilità di distinguere il bene dal male. Unito inestricabilmente al cangiante mondo interiore del commissario Wallander, il progressivo scioglimento della trama, nella densa prosa di Mankell, apre questo robusto romanzo giallo alla più ampia dimensione della riflessione politico-economica (abbozzata, s’intende, ma non per questo banale) e del dramma sociale (l’autore denuncia senza mezzi termini le colpevoli deviazioni dall’ideale della dottrina socialista, e per quanto le sue prese di posizione non si discostino di molto dal comune ragionare, pure la sua indignazione è sincera, e condivisibile); il risultato è un libro appassionante, vibrante, efficace e ricco di colpi colpi di scena, che lascia il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.

È pur vero che Mankell non riesce sempre a dare la necessaria forza alla propria scrittura, e bisogna riconoscere che in più di un’occasione (e specie nella seconda parte del volume) l’ombra di Wallander e dei suoi personali conflitti si allunga sull’intera vicenda rischiando di soffocarla, ma all’autore, a mio avviso, va riconosciuto il “coraggio letterario” di aver costruito un romanzo ambizioso, che vivesse, come ogni thriller degno di questo di nome, dell’articolazione e della sostanziale credibilità del racconto, e nello stesso tempo provasse a fondarsi, per usare un’espressione di Graham Greene, altro romanziere di eccezionale talento, sulle brumose sfumature del “fattore umano”.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Giorgio Puleo, mentre la bella illustrazione di copertina si deve a Fabio Visintin). Buona lettura.
La neve iniziò a cadere poco dopo le dieci del mattino.
L’uomo al timone nella cabina del battello da pesca imprecò ad alta voce. Sapeva dal bollettino meteo di un’ora prima che era prevista neve, ma aveva sperato di avvistare la costa svedese prima che la tempesta avesse inizio. Maledizione, se ieri sera non avessi perso tempo a Hiddensee, pensò, a quest’ora avrei già avvistato Ystad e avrei potuto fare rotta a est, adesso invece siamo ad almeno sette miglia dalla costa e se la neve aumenta d’intensità, sarò costretto ad alare e aspettare una visibilità migliore.
L’uomo imprecò nuovamente. L’avarizia gioca sempre brutti scherzi, pensò. Perché non ho fatto quello che in pratica avevo già deciso di fare a settembre? Perché non ho comprato l’impianto radar nuovo… Il vecchio Decca ha visto giorni migliori. Avrei dovuto comprare uno di quei nuovi modelli americani. Ma sono stato tirchio. E poi non mi fidavo dei tedeschi dell’Est. Ero certo che mi avrebbero rifilato una fregatura.
Continuava ad avere difficoltà ad accettare che la Repubblica Democratica Tedesca non esistesse più e che un intero popolo, i tedeschi dell’Est non esistessero più. In una sola notte, la storia aveva cancellato una frontiera fittizia che aveva diviso una nazione per più di trent’anni.

Oltre la semplicità del sangue

 

Scania, sud della Svezia. Una mattina di gennaio, all’apparenza uguale a tutte le altre, la tranquillità del piccolo villaggio di Lenarp va in pezzi: un anziano contadino scopre che i suoi vicini di casa, marito e moglie, sono stati torturati in modo orribile; l’uomo non è sopravvissuto alle sevizie, la donna invece è riuscita a resistere, ma anche per lei è ormai questione di ore, forse addirittura di minuti. Trasportata d’urgenza all’ospedale, non risponde alle cure, ma prima di morire riesce a sussurrare al poliziotto che l’ha accompagnata una parola: “stranieri”. Del caso, che fin dall’inizio si preannuncia complesso, intricato e particolarmente spinoso,  si occupa la polizia di Ystad, e il responsabile delle indagini è il commissario Kurt Wallander. È la prima inchiesta per lo “sbirro” inventato da Henning Mankell, protagonista di una serie di romanzi gialli che hanno riscosso un immenso successo di pubblico e si sono guadagnati il plauso convinto della critica. Wallander è un funzionario pacato, saggio e riflessivo; non disdegna l’azione, anche se vi ricorre con riluttanza e solo quando le circostanze non gli lasciano altra alternativa, e può contare sulla stima, la considerazione e l’affetto sincero dei colleghi. A ben guardare, è un poliziotto come ce ne sono molti; abile, certo, ma non geniale; risoluto, ma non eroico; esperto, ma non infallibile. 
 
Mankell costruisce il suo personaggio con grande intelligenza; guarda ai più celebri detective letterari con rispetto ma senza soggezione e brillantemente evita tanto i tranelli dell’emulazione quanto l’ingannevole seduzione dell’originalità a tutti i costi. Così, Wallander nasce senza particolari tratti distintivi, non si fa notare né ricordare per qualche specifica caratteristica, ma si impone comunque all’attenzione del lettore per la sua umanità autentica, per le sue debolezze di uomo e di padre (ha un matrimonio quasi del tutto naufragato di cui occuparsi e una figlia da comprendere fino in fondo e dalla quale essere capito), per i suoi rimorsi di figlio (il padre, che sta lentamente scivolando nella demenza senile, è una figura importante, ma anche ingombrante nella vita di Wallander; è un punto di riferimento e nello stesso tempo un peso), e ancora per i pericoli della sua professione, per gli orrori con i quali è costretto a misurarsi e per le cicatrici che lasciano nella sua anima.
A svelare la sua natura più intima, tuttavia, non è tanto la sua vita privata, quanto i casi di cui si occupa (a cominciare da quello narrato in Assassino senza volto, impeccabile esordio della serie, pubblicato in patria nel 1991 e in Italia dieci anni più tardi): per il commissario Kurt Wallander, infatti, il male compiuto dagli uomini, qualsiasi forma esso assuma (omicidio, violenza fisica o psicologica, tortura, sfruttamento), non si esaurisce nelle conseguenze cui dà vita, per quanto tragiche possano essere; è la sua carica destabilizzante, la sua capacità di distruggere ogni certezza, ogni sicurezza, insinuando al loro posto smarrimento e paura, il pericolo peggiore, ed è quello che bisogna combattere, a ogni costo. Considerato da questo punto di vista, il duplice omicidio con cui si apre Assassino senza voltoè quasi una falsa pista, un indizio messo apposta sotto il naso del lettore per condurlo fuori strada. Perché è indubbiamente vero che è di quel delitto che Wallander e i suoi colleghi si occupano (riuscendo a risolverlo dopo lunghi mesi di indagini infruttuose), ma è altrettanto vero che tutte le gravissime implicazioni che scaturiscono da quel fatto di sangue non sono legate tanto a quel che è effettivamente successo, quanto all’ultima parola pronunciata da una delle vittime prima di morire: “stranieri”. Una parola che immediatamente evoca diffidenza, ostilità, pregiudizio; che identifica un colpevole (o più esattamente un capro espiatorio) e scatena un’istintiva ansia di vendetta.
Scrittore di immenso talento, Mankell con Assassino senza volto non si è limitato a costruire un giallo perfetto, in grado di soddisfare anche gli appassionati più esigenti;è andato oltre, e ha utilizzato le tecniche narrative e gli “ingredienti” di questo genere per realizzare qualcosa di nuovo, per sorprendere; ha raccontato di un mondo (il nostro, quello nel quale viviamo) preda di un’inquietudine diffusa, di un disagio esistenziale crescente, e a queste ombre, che sempre ci accompagnano, ha dato concretezza, consistenza e forma plasmandole come delitti. Poi ha fatto intervenire Wallander; il poliziotto Wallander, che con tenacia risolve i casi di omicidio, ma soprattutto l’uomo Wallander, che del caos generato da quegli omicidi è prima di tutto vittima, proprio come noi.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Ha dimenticato qualcosa. Appena si sveglia lo sa con sicurezza. Qualcosa che ha sognato durante la notte. Qualcosa che dovrebbe ricordare.
Si sforza di ricordare. Ma il sonno è come un buco nero. Un pozzo che non rivela niente di ciò che contiene.
Eppure non ho sognato i tori, pensa. Se fosse stato così sarei fradicio di sudore, come se mi fossi svegliato per la febbre nel pieno della notte. E questa notte, i tori mi hanno lasciato in pace.
Rimane disteso al buio e ascolta. Il respiro di sua moglie è appena percettibile e deve sforzarsi per captarne il suono.
Una mattina o l’altra sarà lì, distesa di fianco a me, morta senza che io me ne sia accorto, pensa. Oppure lo sarò io. Uno di noi morirà prima dell’altro. Un’alba sorgerà e nel silenzio delle prime luci del giorno uno di noi si troverà solo.
Guarda la sveglia sul comodino di fianco al letto. Le lancette fosforescenti indicano le cinque meno un quarto.
Perché mi sono svegliato a quest’ora, pensa. Di solito dormo fino alle cinque e mezza. È sempre stato così da quarant’anni. Perché mi sono svegliato adesso?
Tende l’orecchio nel buio e improvvisamente è completamente sveglio.
C’è qualcosa di diverso. Qualcosa che non è come dovrebbe.
Sposta una mano con cautela fino a toccare il volto di sua moglie. Appoggia appena i polpastrelli e sente il calore del viso. Questo vuole dire che non è morta. Questo vuole dire che non è ancora stato lasciato solo.
Continua a cercare di ascoltare nel buio.

La cavalla, pensa. Non nitrisce. Ecco perché mi sono svegliato. D’abitudine, lo fa ogni notte. La sento senza svegliarmi e nel mio subconscio so che posso continuare a dormire.