Il romanzo di Danton (e Gabrielle)

Recensione di “Un posto più sicuro” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, Un posto più sicuro, Fazi Editore

“Ho cominciato a scrivere romanzi nel 1974. Avevo ventidue anni e ho scelto la Rivoluzione francese perché pensavo che fosse la cosa più sorprendente e interessante accaduta nella storia universale. Quarant’anni dopo sono ancora alla ricerca di un avvenimento che mi susciti maggior sorpresa. Quando oggi andiamo a visitare Versailles, la su agghiacciante grandiosità è rimasta intatta. Le mura, le pareti, trasudano ancora l’alterigia dell’ancien régime. È noto che la Francia del 1789 era quasi alla bancarotta, che il terreno per la Rivoluzione era pronto: eppure viene da chiedersi, come hanno osato? Uomini, donne normali contro quel potere, quella certezza, quella presunzione di diritti acquisiti da così lungo tempo? L’impressione resta sempre la stessa”. Riposa probabilmente qui, tra queste righe, il senso della bellissima, trascinante opera che Hilary Mantel ha dedicato alla Rivoluzione francese e che in questo secondo volume, intitolato Un posto più sicuro (la recensione del primo romanzo, La storia segreta della rivoluzione, la trovate qui), ancora una volta edito da Fazi nella traduzione di Giuseppina Oneto, vede imporsi la figura di Danton, vero e proprio burattinaio dei tragici eventi che si susseguono senza sosta e che hanno, a loro fulcro, il massacro del Campo di Marte del luglio 1791. Senza mai cessare di seguire i personaggi attraverso i quali ha scelto di raccontare la dissoluzione della monarchia francese (e con essa il decisivo mutare della storia, il suo indirizzarsi verso la modernità), Hilary Mantel trova il giusto equilibrio tra pubblico e privato, tra vicissitudini personali e rivolgimenti generali; da una parte offre alla sua prosa il respiro intimo del diario (di Danton, della moglie Gabrielle), dall’altra lascia che la scrittura si faccia indistinta voce delle masse, che il suo andamento sia quello travolgente e disperato della rabbia, che il suo obiettivo svanisca nella furente cecità dell’istinto e la soddisfazione (effimera) venga colta nell’incoscienza dell’attimo consumato quasi per inerzia. Così, a conquistare il lettore è dapprima l’ordine di La Fayette, che intima alle sue truppe di sparare sulla folla riunita per sostenere una petizione che chiede la deposizione del re (è il 17 luglio del 1791), poi lo stordimento di un Robespierre sconvolto da ciò cui ha assistito impotente, colto di sorpresa da una marmaglia soldatesca per le strade di una Parigi diventata d’improvviso ai suoi occhi più estranea e lontana della Luna, più inconoscibile dei disegni di Dio, e ancora la ferina sete di sangue di un gruppo di patrioti (che forse sono solo assassini, o forse semplicemente persone rese da circostanze impossibili da comprendere qualcosa di innominabile) capace, dinanzi agli occhi atterriti di Camille Desmoulins di fare a pezzi il suo amico di un tempo, Louis Suleau, l’infame monarchico, e infine l’incolore voce di Gabrielle, che risponde alla curiosità di chi desidera sapere per quale motivo lei e Danton dormano in letti separati spiegando: “Lui agita le braccia perché sogna di combattere, non so contro chi”.
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Ci-devant

Recensione di “La storia segreta della rivoluzione” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, La storia segreta della rivoluzione, Fazi Editore

Traducibile con “precedentemente”, il termine ci-devant nei burrascosi anni della Rivoluzione Francese venne utilizzata per indicare i nobili spogliati del loro titolo. Una parola sola, qualcosa di innocuo, assurta a simbolo di un passato con cui si sono chiusi tutti i conti, diventata l’emblema di ciò che non potrà più tornare. Una parola e null’altro, ma così terribile (e nel medesimo tempo tanto feconda) da contenere in sé la distruzione del vecchio mondo e le prime scintille di una realtà nuova. Prende le mosse da qui – e in questa sorta di sotterraneo fiume fatto di avvenimenti all’apparenza poco o punto importanti e di vicende private prosegue in un continuo, sottilissimo gioco di rimandi – lo splendido lavoro letterario dedicato da Hilary Mantel ai tragici ed esaltanti fatti del 1789. Divisa in tre volumi, la storia della Rivoluzione Francese viene narrata da altrettanti punti, quelli di Camille Desmoulins, Georges Jacques Danton e Maximilien de Robespierre, personaggi di primissimo piano in quegli anni, che Hilary Mantel restituisce al lettore in tutta la loro complessità, senza trascurarne debolezze, cadute, ossessioni né mancando di riconoscerne la grandezza, l’eccezionalità, il coraggio. Nel seguire da vicino l’intera parabola umana e politica di questi uomini, la scrittrice inglese racconta antefatti e conseguenze dei rivolgimenti francesi superando di slancio tanto la fredda accuratezza della ricostruzione storica quanto la fragile suggestione del libero moro creativo; la sua scelta (felicissima) la pone in qualche modo all’interno degli eventi, consentendole di leggerli – e di presentarceli – come se li stesse vivendo, come se li scoprisse (e fosse perciò costretta a cercare di comprenderli, di decifrarli) nel momento in cui si verificano o in cui minacciano di esplodere. Così la Rivoluzione, in ogni sua fase, somiglia all’avvicinarsi di una tempesta, a quell’improvviso correre della storia che sempre precede le peggiori catastrofi, mentre il suo farsi, il suo mutarsi da semplice possibilità a ineluttabile certezza viene salutato da attonito stupore, da una sorpresa enorme e muta cui soltanto il caso, l’attimo da cogliere senza indugio, offre la scintillante opportunità della voce, dell’urlo rivolto alle folle che d’improvviso delle folle diviene coscienza, delle folle si fa verità e dalle folle e per le folle pretende giustizia, e libertà, e uguaglianza, e fraternità. Ma soprattutto brama sangue, il sangue dei responsabili, dei colpevoli.
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In un palpitante chiaroscuro

Hilary Mantel, Wolf Hall, Fazi Editore
Hilary Mantel, Wolf Hall, Fazi Editore

Gli anni di gioventù a Putney, segnati dalla povertà e dalla cieca violenza paterna. Poi la fuga, i viaggi; l’esperienza, la saggezza, la scaltrezza, la lungimiranza, l’arte sottile della pianificazione e la scienza del prestito a usura acquisite in Italia, nei commerci segreti con i banchieri, i cui registri contabili fitti di cifre reggono le sorti di imperi vastissimi, legittimano sovrani e condannano alle peggiori umiliazioni la nobiltà di sangue, troppo presa a glorificar se stessa per comprendere l’importanza del denaro e l’esercizio del potere sotteso al suo oculato utilizzo; la pazienza e la capacità di persuadere, di prevalere in una negoziazione, l’abilità di mercanteggiare, d’accumular ricchezze e consolidarle apprese ad Anversa e nei Paesi Bassi; la virtù guerriera esercitata sui campi di battaglia, nei ranghi dell’esercito francese, ovunque il clangore delle armi e soprattutto il suo bisogno di misurarsi con la morte e di beffarla lo chiamassero a sé. E infine il ritorno a casa, in Inghilterra, dove lo attendono gli intrighi della politica, i doppi giochi che si consumano alla corte di Enrico VIII, sposo infelice, frustrato e privo d’eredi maschi di Caterina d’Aragona, le sotterranee guerre tra pari, gli amori, i tradimenti, le brame manifeste e quelle nascoste, e un incarico al servizio di uno degli uomini più potenti del Paese: il cardinale di Santa Romana Chiesa, arcivescovo di York e Lord Cancelliere Thomas Wolsey, cui resterà sempre fedele. La parabola di Thomas Cromwell, la sua irresistibile ascesa (culminata con la nomina a Primo Ministro), magistralmente narrata dalla scrittrice e critica letteraria Hilary Mantel nel romanzo storico Wolf Hall – primo capitolo di una trilogia dedicata agli anni esaltanti e drammatici che segnarono la nascita della Chiesa Anglicana (sancendo la definitiva rottura tra l’Inghilterra e il papato romano), insignito nel 2009 del prestigioso Man Booker Prize for Fiction – cominciano di qui, dal sodalizio con Wolsey, potente custode degli affari (e delle angosce) del sovrano. Alle prese con un materiale narrativo ricchissimo, eccezionalmente complesso e di suggestiva bellezza, Hilary Mantel dà vita a un vero e proprio capolavoro letterario; la ricercatezza dello stile, mai inutilmente fine a se stessa, è il perfetto contrappunto di un racconto incalzante, giocato su brevi quadri descrittivi di straordinario fascino e di raro splendore espressivo (“Le strade bagnate sono deserte, dal fiume arriva inesorabile la nebbia. Le nubi e l’umido soffocano le stelle. Sulla città si stende il putrido odore dolciastro dei peccati dimenticati di ieri”; “È la vigilia di Ognissanti: il mondo ai suoi margini stilla sangue. È il periodo in cui gli impiegati del purgatorio, i suoi segretari e i suoi carcerieri, restano in ascolto delle preghiere dei vivi per i morti […]. Il giorno di Ognissanti il dolore arriva a ondate. Minaccia di ribaltarlo. Non crede che i morti tornino, ma questo non gli evita di sentirsi sfiorare la spalla dalle loro dita, dalle loro ali. Sin dalla notte scorsa sono comparse non delle forme o delle facce specifiche, bensì una massa di carni che si urta e si scontra, con la soda consistenza delle creature marine e i visi segnati da un acquatico luccicore”). Da questo sfondo, da questo palcoscenico di limpida perfezione formale, emergono, come volti inondati di luce nel palpitante chiaroscuro di tele caravaggesche, i caratteri dei protagonisti di una stagione che ha cambiato per sempre la storia della cristianità: la machiavellica astuzia di Wolsey, vittima delle ire del suo re, amato ma non accontentato nelle pretese che accampa, della rabbia di Thomas Howard, duca di Norfolk e dell’invidia del vile Charles Brandon, duca di Suffolk, cognato di Enrico; l’intransigenza cieca di Tommaso Moro, letterato e umanista di chiara fama, strenuo oppositore di Lutero e infine avversario del suo stesso sovrano, al quale rimprovera il divorzio dalla prima moglie Caterina (incapace di dargli un figlio maschio) e le seconde nozze con Anna Bolena; gli uomini e le donne di casa Bolena (in special modo Anna e la sorella Maria), ciascuno a proprio modo consumato dal desiderio di onori e privilegi e ciascuno acerrimo nemico del proprio congiunto; gli amici e i familiari di Cromwell, circondati da quel prezioso dono d’amore e compassione che i suoi anni di fanciullo non hanno conosciuto, e in ultimo Thomas Cromwell, che umbratile attraversa l’intero romanzo, presente (di più, incombente) tanto nelle studiate attese gonfie di silenzio quanto nel serrato argomentare a favore del re, dell’Inghilterra, dell’indipendenza di un Paese, di un popolo e della sua guida da una religiosità svuotata di ogni afflato spirituale e utile solo come instrumentum regnii.

Il rigore della ricostruzione storica e l’invenzione creatrice si confondono inestricabili nella lussureggiante scrittura di Hilary Mantel, capace di far rivivere ogni personaggio nello spietato agone del confronto dialettico; la violenza ideologica dei roghi, delle scomuniche, dell’ira dell’Onnipotente sospettata dietro ogni rovescio di fortuna, riverbera, nel magnifico affresco dell’autrice, in un contradditorio che non conosce requie, che al mutare dei contendenti non perde d’efficacia e restituisce intatto, al lettore di oggi, il fascino inesauribile e diabolico di un’età nella quale a plasmare Dio, mondo e uomini erano le parole, e la responsabilità che si assumevano coloro che le pronunciavano.

Wolf Hall è un’opera magistrale, un romanzo sontuoso e irresistibile, un letterario pranzo di gala che ci si augura non debba mai concludersi.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Fazi Editore, è di Giuseppina Oneto. Buona lettura.

«Alzati adesso». Sopraffatto, stordito, muto, cade a terra; stramazza sull’acciottolato del cortile. La testa si poggia di lato; gli occhi rivolti al cancello come se qualcuno potesse arrivargli in aiuto. Ora, a ucciderlo, basterebbe un colpo ben assestato. Dalla ferita alla testa – primo risultato ottenuto da suo padre – gli cola il sangue sul viso. A peggiorare le cose, l’occhio sinistro è accecato; ma se guarda con l’angolo del destro riesce a vedere la cucitura dello stivale paterno: il refe si è sfilato dal cuoio e un nodo coriaceo gli ha centrato il sopracciglio aprendovi un altro taglio. «Alzati adesso!» bercia Walter mentre calcola dove assestargli il prossimo calcio.