Un’angoscia reale

Recensione di “La regola dei pesci” di Giorgio Scianna

Giorgio Scianna, La regola dei pesci, Einaudi

Non un giallo e neppure un mystery. Un romanzo d’avventura, forse, e di formazione, ma non soltanto questo. Qualcosa che può apparire come una sorta di confessione ma che in realtà non è che un urlo lanciato verso il nulla, una resa, un abbandono, la consapevolezza di una frattura non colmabile, di una distanza che niente può più ridurre. Nulla, neppure l’amore. La scomparsa di quattro ragazzi, quattro studenti liceali appena diventati maggiorenni, con la quale si apre l’intenso romanzo di Giorgio Scianna, La regola dei pesci, è un tuffo vertiginoso in un mondo che, pur essendo in qualche misura anche il nostro mondo, ci è quasi completamente sconosciuto. La scrittura semplice e diretta dell’autore, che immediatamente conduce la narrazione in medias res, con la sparizione che è un dato di fatto acquisito e la voce narrante (quella di uno dei ragazzi scomparsi, che un giorno, per ragioni che verranno svelate nel corso della storia, fa ritorno a casa) che ne racconta la genesi, l’antefatto e infine la messa in opera, la sua realizzazione concreta, ha la virtù rara della sincerità e, quel che più conta, una preziosissima nobiltà. Scianna, infatti, non narra per giudicare e neppure per denunciare o per lanciare grida d’allarme – il suo piuttosto, come ben spiega nella nota posta a conclusione del romanzo, è un sussurro d’angoscia, ma ancora una volta ciò che illumina questo sussurro, quel che gli dà la forza di essere voce, è la capacità dell’autore di tramutare il suo bisogno, la sua urgenza, finanche la sua paura in uno stimolo alla ricerca di un perché, di una ragione – ma per tentare di comprendere. Continua a leggere Un’angoscia reale

La razionalità inefficace

Georges Simenon, L'impiccato di Saint-Pholien, Adelphi
Georges Simenon, L’impiccato di Saint-Pholien, Adelphi

Un’intuizione, o forse solo una curiosità. Poi lo stupore, l’incredulità attonita, prima manifestazione del senso di colpa, infine la caparbietà rabbiosa, la volontà di fare luce, di comprendere, di scoprire, di giudicare e punire. E un attimo prima che cali il sipario, la verità, tanto agognata e insieme altrettanto tenacemente nascosta; i fatti nudi e inerti, compiuti, immodificabili, che non assolvono e non condannano, ma che non si possono dimenticare. Si regge su un corto circuito emozionale, che lascia al raziocinio e alla fredda capacità d’analisi dell’investigatore soltanto un ruolo marginale, L’impiccato di Saint-Pholien, una delle avventure più intense, coinvolgenti e amare del commissario Maigret. A partire dalle descrizioni d’ambiente, povere, squallide, sature d’infelicità, traboccanti disperazione, fino ad arrivare al disegno dei personaggi, alla loro caratterizzazione volutamente ambigua, alla calcolata esibizione della loro falsità, Georges Simenon costruisce questo originalissimo noir attraverso una prosa umbratile e dimessa, vestita d’insignificanza, d’un nebbioso grigiore che tutto inghiotte. “Una stazione senza importanza. Neuschanz può a malapena dirsi un paese. Non vi transita nessuna linea importante. Ci sono treni soltanto al mattino e alla sera, per gli operai tedeschi che, attirati dagli alti salari, lavorano nelle fabbriche dei Paesi Bassi. E ogni volta si ripete lo stesso cerimoniale. Il treno tedesco si ferma a un’estremità del binario, il treno olandese aspetta all’atra estremità. Gli impiegati con il berretto arancione e quelli con l’uniforme verdastra o blu di Prussia si ritrovano e trascorrono insieme la pausa per le formalità doganali”. In questa anonima periferia geografica ed esistenziale Maigret sta seguendo un uomo in cui è inciampato per puro caso il giorno prima e che ha attirato la sua attenzione. Egli lo osserva, con scrupolo, con metodo: e quel che vede è una persona miseramente vestita, il volto segnato, i gesti che tradiscono una sospetta eccitazione nervosa e nello stesso tempo denunciano una stanchezza prossima all’esaurimento. Di particolare non c’è che il bagaglio che quello sconosciuto ha con sé: “una valigetta di fibra, di quelle che si vendono in tutti i grandi magazzini – nuova”. Una valigetta di cui Maigret si impossessa, sostituendola con una identica nell’unico momento di distrazione del suo proprietario. Quando lo scambio viene scoperto, è troppo tardi per evitare la tragedia: l’uomo, che Maigret ha diligentemente pedinato, sembra impazzire per l’accaduto, che non riesce in alcun modo a spiegarsi, poi, d’improvviso, decide di uccidersi: “E fu la fine: estrasse di tasca una rivoltella, spalancò la bocca e premette il grilletto”.

La fine, naturalmente, è un principio, o per dir meglio il solo principio possibile. È il drammatico passo d’avvio di un’inchiesta che conduce Maigret, in buona misura responsabile di quel suicidio – “Il commissario”, scrive Simenon, “non era lungi dal ritenere di aver ucciso un uomo, anzi ci andava molto vicino. E quell’uomo nemmeno lo conosceva! Di lui non sapeva niente! Non c’erano prove che avesse qualche conto in sospeso con la giustizia!” -, in uno straziante viaggio tra memoria e rimorso, nella perduta stagione della giovinezza, in quel brevissimo arco d’anni in cui ogni cosa sembra possibile e dove trovano spazio i più limpidi atti di generosità e altruismo e le più atroci vendette. Passo dopo passo, il commissario, spinto più dall’urgenza di trovare un perché a quella morte autoinflitta di cui si sente causa che dal bisogno di chiarire un caso che neppure sembra esserci, scopre che il suicida aveva legami con un ristretto gruppo di persone, qualcosa di simile a una compagnia di amici, o a una confraternita. E sempre più, con il progressivo avanzare dell’indagine, il presente, inquinato da menzogne e depistaggi eppure sempre preservato dalla sua definitiva corruzione dalla goffaggine e dall’incapacità di coloro che si oppongono a Maigret – gli amici del morto – quasi che i complotti e le bugie suggerite loro dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza trovassero un insormontabile ostacolo nel bisogno sempre più forte di confessare, di sciogliere finalmente un vincolo di lealtà divenuto insopportabile prigionia, trova il proprio senso e la propria parziale redenzione in un passato vissuto con innocente veemenza, cavalcato con sfrenata passione, follemente amato e altrettanto follemente incarnato. Nella presunzione, splendida e terribile, che l’ideale e il reale possano coincidere.

Potente romanzo d’ispirazione autobiografica (da ragazzo Simenon visse un’esperienza simile a quella descritta nel libro), L’impiccato di Saint-Pholien è un poliziesco solido e coinvolgente che racchiude dentro di sé un dramma umano di straordinaria intensità; è una riflessione implacabilmente lucida e severa sulla seduzione distruttrice del sogno, sulla sua bellezza, irresistibile ma proprio per questo tanto pericolosa da essere letale.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Gabriella Luzzani. Buona lettura.

Nessuno si accorse di quello che succedeva. Nessuno sospettò che nella sala d’attesa della stazioncina ferroviaria, dove tra l’odore di caffè, birra e limonata solo sei passeggeri aspettavano il treno con aria abbattuta, si stesse svolgendo un dramma. Erano le cinque del pomeriggio e calava la notte. Le lampade erano state accese ma, attraverso i vetri, si potevano ancora distinguere nel grigiore del marciapiede i funzionari, tedeschi e olandesi, della dogana e delle ferrovie, che battevano i piedi per riscaldarsi. Perché la stazione di Neuschanz è situata all’estremo nord dell’Olanda, alla frontiera tedesca.