Un uomo in fuga da se stesso

Recensione di “Stiller” di Max Frisch

Max Frisch, Stiller, Mondadori

La citazione con cui si apre Stiller, uno dei migliori romanzi di Max Frisch, ne è anche la principale chiave di lettura. Si tratta di un brevissimo brano tratto da Aut-Aut, saggio scritto dal filosofo e teologo danese Sören Kierkegaard, che parla della scelta di se stesso da parte dell’uomo. Scrive Kierkegaard: “Ecco perché l’uomo fa tanta fatica a scegliere se stesso, perché in questa scelta l’assoluto isolamento è identico alla più profonda continuità, perché con essa si esclude assolutamente ogni possibilità di diventare qualcosa di diverso, anzi di trasformarsi in qualcosa di diverso”. Stiller, all’anagrafe Anatol Lugwid Stiller, è uno scultore svizzero, e la sua identità perduta, scomparsa, o per dir più esattamente messa da parte (in piena coscienza), costituisce trama e senso ultimo di questa sorprendente opera, che l’autore in principio declina secondo i canoni classici del thriller e poi vira verso gli inquietanti chiaroscuri del dramma psicologico. Frisch narra in prima persona la disavventura di Stiller, fermato in Svizzera da uno zelante doganiere che nutre dubbi sulla correttezza del suo passaporto (secondo il quale l’uomo cha ha di fronte è un cittadino americano qualunque, il signor White), rinchiuso in cella dopo aver schiaffeggiato, in un impeto d’ira, quello stesso doganiere, e invitato dalle autorità elvetiche a chiarire quell’intricata vicenda mettendo per iscritto, in una sorta di diario-confessione, tutta la propria vita. La sua prosa, agilissima, suggestiva in più di un momento, coinvolgente e ricca di sfumature, si muove tra esistenze diverse senza mai dare al lettore precisi punti di riferimento. Continua a leggere Un uomo in fuga da se stesso

L’erudito e lo stolto

Recensione di “Yoshe Kalb” di Israel J. Singer

Israel J. Singer, Yoshe Kalb, Adelphi
Israel J. Singer, Yoshe Kalb, Adelphi

Galizia, a cavallo tra XIX e XX secolo. Qui, in una terra che per i gentili è soltanto la provincia più settentrionale dell’Impero Austro Ungarico, un’area povera e contadina situata tra Polonia e Ucraina, e che il colorato, chiassoso, imperfetto, palpitante mondo dell’ebraismo chassidico popola di vita, tradizioni, magia ed esoterismo, carica di simbologia e misticismo, benedice e maledice nel nome di Dio e dei più santi tra i santi e benevolmente lascia prosperare all’ombra degli affari (leciti e illeciti) dei rabbini e delle comunità da loro guidate, i destini di un popolo vengono forgiati, e il suo futuro scritto. Qui, dove ogni cosa che abbia valore è oggetto di studi interminabili, di preghiere e invocazioni ripetute fino allo sfinimento e di furibonde controversie dottrinali, gli appetiti terreni e la brama d’assoluto, come sposi riuniti sotto il baldacchino nuziale, annullano le rispettive differenze in una superiore unità, cancellano le contraddizioni nella comune aspirazione alla felicità e all’abbondanza.

Qui, nel microcosmo di un villaggio e di una corte (specchio fedele di una realtà più ampia e complessa ma nella sostanza sempre identica a se stessa), Israel J. Singer, con ogni probabilità la voce più limpida, sincera e ricca di quella brulicante realtà sociale, politica ed economica che la ferocia nazista cancellerà quasi del tutto, ambienta uno dei suoi romanzi più riusciti e ambiziosi, Yoshe Kalb, travolgente, beffarda e lucidamente tragica riflessione sulla perdita d’identità che è definitiva, irrimediabile rinuncia a sé di un singolo come di una moltitudine.

L’ebreo Singer rivendica con orgoglio la propria appartenenza a ciò che descrive, e in forza di questa comunione (dello spirito come della carne) egli racconta con una sorta di gioiosa sfrenatezza; i suoi personaggi, ritratti con affetto ma senza alcuna gratuita partigianeria, abbondano nella generosità e nei vizi, tracimano nei sentimenti nello stesso, scomposto modo in cui si abbandonano alle suppliche. Febbrile come l’ambiente che descrive, la prosa di Israel J. Singer lascia senza fiato; sfiora rispettosa il composto mormorio delle voci salmodianti di una sinagoga per poi esplodere nella grottesca confusione di un litigio tra mendicanti; riecheggia disordinata e volgare nelle contrattazioni di mercanti e uomini d’affari a una fiera e subito dopo si chiude nel silenzioso dolore di una moglie trascurata dal consorte o negli spasmi della volontà di un mistico, di continuo messa alla prova dalle tentazioni del mondo.

E in questa polifonia di voci, nella quale miracolosamente nulla stona, ma dove anzi l’ordine altro non è che coincidenza d’opposti – mirabili, in questo senso, le pagine che aprono il romanzo, dedicate alla presentazione dei rabbini di Nyesheve e Rackmanivke, radicalmente diversi l’uno all’altro in tutto, “grossolano, irsuto, massiccio” il primo, “magro come un giunco, la barba rada, nerissima, striata di grigio […] talmente lindo da essere quasi lustro” il secondo, i cui figli, poco più che ragazzi, stanno per sposarsi – l’autore fa emergere il protagonista del suo lavoro, l’enigmatico, umbratile, inafferabile Nahum, nel medesimo tempo essenza dellortodossia ebraica e sua malattia mortale. Rampollo del rabbino di Rachmanivke, “fragile e slanciato come il padre, o meglio, come una fanciulla; nervoso e sensibile come la madre, da cui aveva ereditato la debole costituzione aristocratica […] sempre immerso nelle speculazioni mistiche, nei sogni della Qabbalah”, Nahum sposa senza amore Serele, la figlia ignorante e grossolana del rabbino di Nyesheve, ma si accende di passione (che inutilmente cerca di controllare) per la quarta moglie di quest’ultimo, la ribelle Malka, che per lui concepisce un’identica ossessione.

Il loro rapporto proibito, che si consuma nell’immediatezza di rochi sussurri e fugaci sguardi fino al momento in cui, in una notte di delirio collettivo, le fantasie e i desideri troppo a lungo combattuti trovano l’agognata soddisfazione, sconvolge a tal punto Nahum da costringerlo a lasciare la sua casa e, dimentico di se stesso, a vagare per il mondo come penitente. Giunto a Bialogura fasciato da vesti lacere, a tenergli compagnia solo il Libro dei Salmi, che le sue labbra recitano senza sosta, Nahum diventa, senza quasi rendersene conto, Yoshe Kalb, Yoshe “il tonto”, un buono a nulla allontanato anche dai più poveri e derelitti, e finisce per lavorare alle dipendenze dello scaccino della sinagoga del villaggio.

Ma qui un’altra disavventura lo attende; Zivyah, la figlia ritardata dello scaccino, si invaghisce di lui e, respinta, si consola con altri, rimanendo incinta. Yoshe, accusato di esserne il seduttore, rinuncia a difendersi e viene unito in matrimonio alla ragazza. Fuggito (la prima notte di nozze) ancora una volta, decide di far ritorno a Nyesheve e di rivendicare il suo nome e la sposa abbandonata, ma non appena viene riabbracciato dalla comunità, ecco che un altro rabbino, proveniente proprio da Bialogura, lo accusa di essere Yoshe, consorte di Zivyah. Chi è dunque davvero l’uomo ricomparso a Nyesheve a turbare un’intera corte e il suo rabbino ormai ultrasettantenne? Il giovane timido e ritroso misteriosamente scomparso quindici anni prima, oppure un impostore che ha bestemmiato Dio nel modo più sconcio, tradito i suoi comandamenti e contaminato i suoi fratelli?

Per stabilirlo si riunisce un consesso di settanta rabbini e si dà inizio a un processo, ma non sarà la luce della verità a premiare gli sforzi di quella dotta e pia assemblea. Perché a confrontarsi, nel dibattito, non sono una menzogna e il suo opposto, bensì due incontestabili realtà, che tuttavia non possono coesistere: Yoshe Kalb, infatti, è Nahum e non lo è; il suo peccato, la sua maledizione, ciò che lo ha condotto a spogliarsi della sua identità, a rinnegarla, è ciò che lo ha tramutato in Yoshe, ma una volta indossati questi panni, la paura di non riuscire a dominare i suoi istinti, in qualche modo risvegliati da Zivyah, la stessa che lo aveva tormentato a Nyesheve, lo induce a tornare Nahum. Orgoglio e scandalo della sua gente, Nahum/Yoshe, che a tutte le domande dirette risponde “Non lo so”, è, nelle parole di uno dei suoi giudici, il Santo di Lizhane, “un morto errante nel caos del mondo”, spettro e simbolo di una fede e di un popolo giunti sull’orlo dell’abisso, serrati nel disumano abbraccio della modernità arrembante, morsi dallinnominabile abominio della secolarizzazione, braccati da un odio secolare che di lì a poco divamperà in una perfetta logica di sterminio.

Eccovi l’incipit del romanzo, preceduto da una bella introduzione del fratello minore di Israel, Isaac, premio Nobel per la Letteratura nel 1978. La traduzione, per Adelphi, è di Bruno Fonzi. Buona lettura.

La grande corte hassidica di Nyesheve in Galizia era in fermento per i preparativi del matrimonio di Serele, la figlia del Rabbi. Rabbi Melech aveva molta fretta. In verità, aveva sempre fretta, poiché nonostante i suoi sessanta e passa anni e la sua pancia, sulla quale le frange rituali facevano la curva come un grembiule sul pancione di una donna incinta, nonostante l’età e la mole, il Rabbi era straordinariamente nervoso. I suoi occhi sporgenti, colore della birra, sembravano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradiava una vitalità furibonda. Uomo rumoroso, eccitabile, con labbra carnose e sensuali che succhiavano senza posa un grosso sigaro, ora acceso ora spento, Rabbi Melech era noto per la sua risolutezza e la sua tenacia. Una volta che si era messo in testa una cosa, si agitava, gridava, minacciava, blandiva e si dava da fare finché non avesse raggiunto il suo scopo.

Due vite, una scommessa

 

Un dono che chiunque scriva per professione desidererebbe avere è senza alcun dubbio la capacità di trattare temi complessi con semplicità (che è cosa ben diversa dal semplicismo, infallibile cartina di tornasole della mediocrità, non solo letteraria), quando occorre perfino con leggerezza, mescolando a riflessioni profonde e a volte scomode arguzie brillanti e trovate originali che sappiano incuriosire, sorprendere e divertire il lettore senza mai smettere stimolarlo, chiamarlo al confronto, all’esercizio del proprio giudizio critico. Tonino Benacquista, autore francese (è scrittore e sceneggiatore) di gran classe sfortunatamente ancora poco noto al pubblico di casa nostra, di questo dono ha fatto arte; lo ha coltivato, disciplinato affinato e infine messo al servizio di un talento narrativo non comune, nutrito di un’esuberanza creativa degna della più sincera ammirazione e di uno stile di folgorante bellezza (e, si badi, alieno da qualsiasi scontato autocompiacimento, dunque pienamente maturo). Tra i suoi numerosi romanzi – dodici dal 1985 oggi – particolare attenzione merita Qualcun altro (del 2001, pubblicato da Einaudi), saggio filosofico o trattato di psicologia – se ci si limita a considerare l’argomento – condotto con il ritmo incalzante, che in più di un’occasione si fa irresistibile, della commedia e allo stesso tempo attraversato dalle cupe atmosfere del dramma; sfiorato dall’inquietante incertezza del mystery e infine assopito nel rassicurante abbraccio della verità, o del suo riflesso.
In Qualcun altro Benacquista si misura con un tema delicatissimo e di assoluto fascino, quello dell’identità, cui è inestricabilmente legato il suo opposto: la perdita (consapevole) di sé e la sua riconquista sotto una nuova veste. Protagonisti del romanzo sono Thierry Blin e Nicolas Gredzinski, quarantenni insoddisfatti della propria vita che sognano, come tutti, di essere qualcun altro, o forse solo un se stesso diverso, più audace, più intelligente, più spiritoso, più uomo. Al termine di una partita a tennis, i due, seduti al tavolo di un bar, quasi senza rendersene conto si ritrovano coinvolti in una discussione sul senso del tempo (nella quale si accavallano analisi del passato, delle scelte compiute, delle decisioni prese e della loro irreversibilità; certezze, spesso ben poco soddisfacenti, del presente e imprevedibilità, eccitante ma anche spaventosa, del domani) che poco alla volta prende in considerazione la possibilità di vivere quello stesso tempo oggetto delle loro riflessioni in modo completamente diverso da come è stato vissuto fino a quel momento. Come? Reinventandosi. Ricostruendo dal nulla le rispettive esistenze come se tutto cominciasse in quel momento. Thierry è convinto che si possa fare, che sia difficile, certo, ma che valga la pena provare; anzi, crede che questo sia l’unico modo per restituire valore e interesse a una vita che ormai fatica a non guardare con disprezzo; Nicolas invece è assalito da ogni sorta di dubbi, di paure, di angosce, le stesse che lo accompagnano da quando era bambino e che lo hanno sempre paralizzato, costretto a scendere a patti con i suoi desideri, le sue ambizioni; a conti fatti, a vivere una vita non sua. Non riuscendo ad accordarsi, i due decidono di scommettere; si danno tre anni di tempo, al termine dei quali si ritroveranno (l’appuntamento viene fissato in quello stesso bar teatro del confronto); chi sarà riuscito a diventare un altro e a non farsi riconoscere dall’“avversario” avrà vinto e potrà chiedere, in pagamento della scommessa, qualsiasi cosa all’altro.
Da questo momento in avanti, Benacquista segue le parallele vicende dei suoi protagonisti, che diventano simbolo e metafora di due modi antitetici di intendere il cambiamento: da una parte c’è Thierry, che, convinto che a definire la nostra identità siano le concrete condizioni nelle quali quotidianamente viviamo, persegue una personale rivoluzione copernicana e abbandona tutto ciò che aveva a che fare con la propria vecchia esistenza (il lavoro, gli amici, l’amore, perfino l’aspetto) per costruirne un’altra dal nulla; dall’altra c’è Nicolas, che con allarmata meraviglia scopre la vertigine liberatoria dell’alcol e, come uno spettatore a teatro, assiste allo sbocciare del proprio nuovo io. Un io che pur somigliando all’immagine di sé che ha sempre popolato i suoi sogni, non gli appartiene più di quanto gli appartenga la balbettante personalità che lo ha sempre caratterizzato, e che lui non ha mai sentito come sua.
Ricchissimo nelle sfumature linguistiche, incalzante nei dialoghi, elegante nelle descrizioni d’ambiente e impeccabile nell’approfondimento psicologico dei personaggi, Qualcun altro è un piccolo gioiello letterario. Un romanzo che si divora come fosse un’avventura e che, una volta concluso, non smette di parlare, di interrogare. Proprio come fanno i classici della letteratura.
P.S. Devo la lettura di questo libro al mio caro amico Marco Consoli, valente giornalista esperto, tra le altre cose, di cinema, nuovi media, effetti visivi e videogiochi. Benacquista è solo uno dei tanti favori che mi ha fatto; probabilmente non il più importante, di certo uno dei più graditi.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
Per la prima volta dopo molto tempo, quell’anno Thierry Blin decise di tornare a giocare a tennis, al solo scopo di confrontarsi con ciò che era stato: un giocatore onesto che, pur non essendosi mai qualificato in una graduatoria ufficiale, aveva messo in crisi più di un presuntuoso. Poi però qualcosa si era inceppato, i suoi colpi avevano perso vigore, e il semplice fatto di correre dietro una pallina gialla non gli veniva più così naturale. Per mettersi il cuore in pace, Thierry tirò fuori la vecchia racchetta Snauweart mid-size, le Stan Smith, qualche altra reliquia e fece un prudente ingresso ai Feuillants, il club più vicino a casa sua. Dopo avere pagato l’iscrizione, domandò al custode se conosceva un giocatore che avesse bisogno di un partner. L’uomo gli indicò un tizio alto e solo che faceva rimbalzare la pallina contro un muro con una bella regolarità.

Nonostante frequentasse il club ormai da due mesi, Gredzinski non si sentiva ancora abbastanza tranquillo per sfidare un giocatore esperto, né abbastanza paziente da trattenere i colpi con un principiante. In realtà si rifiutava di ammettere che la sua eterna paura del confronto si manifestava anche lì, in quelle due ore di sport settimanali. Gredzinski aveva la tendenza a vedere una logica di guerra nei contesti meno aggressivi. Che uno sconosciuto venisse a proporgli qualche scambio, o magari un set, perché no, era senz’altro l’occasione di scendere finalmente in campo. Per valutare il livello del proprio avversario, Gredzinski gli fece alcune domande cui Blin rispose a monosillabi, e i due si diressero al campo n° 4.