Non si risolve una tragedia nascondendola

 

Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi
Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi

Nella prigione di un corpo malato, che rende soffocante e insopportabile anche la raffinata ospitalità di un albergo, l’accogliente organizzazione delle camere, la sobria architettura degli spazi comuni; e da qui nell’abisso di un rapporto mai nato e d’improvviso esploso in una forma d’amore corrotta, disturbata, ossessiva, in un furente germogliare di irrazionale passione, in una pretesa d’esclusività sorda alla colpa e alla vergogna e testardamente ignara della realtà e delle sue regole, del vivere sociale e delle sue leggi, della morale e dei suoi dettati. In questo gorgo, in questo imbuto di emozioni, desideri e paure, in questa fredda e patetica fantasmagoria di sogni impossibili, Guido Morselli ambienta una delle sue opere letterarie più belle e difficili, Un dramma borghese, storia penosa e tragica dell’amore di una figlia, appena diciottenne, per il padre che non ha quasi mai visto e insieme al quale trascorre qualche giorno di vacanza (in realtà rovinata da malanni di cui entrambi cadono vittime) nei pressi del lago di Lugano. Morselli impone alla propria scrittura un rigore assoluto; lungo i territori indistinti e sempre mutevoli del romanzo psicologico, egli non si perde, né permette al racconto di scomporsi, sfilacciarsi, mancare d’intensità; così, il febbrile nascere e svilupparsi di un rapporto che trova entrambi gli attori impreparati (il padre da una parte, che ha sempre rinunciato al proprio ruolo, preferendo alla responsabilità genitoriale quella ben più comoda della professione – corrispondente dalla Germania di un importante giornale – e affidando l’educazione della sua unica figlia alla quotidianità regolata e stantia di un collegio; dall’altra la ragazza, che a metà strada tra ingenuità stolida e incosciente perversione immagina, forse anche a causa dell’età ormai adulta, di poter essere una figlia perfetta solo divenendo nel medesimo tempo anche moglie del proprio padre) e che sembra sempre sul punto di deragliare, sprofondare nell’inferno dell’incesto, viene con ferrea regolarità richiamato ai fatti, riportato alla banale evidenza delle cose, da un indugiare quasi fastidioso sulla fisicità dei protagonisti. Le malattie di entrambi vengono minuziosamente descritte, i bisogni dei corpi (il nutrimento, certo, ma anche la pulizia e le fondamentali necessità, dal sonno al lavoro di vescica e sfintere) ricapitolati, affinché a prendere il sopravvento non sia il cortocircuito emotivo e il dramma resti chiuso nel proprio quadro borghese, in quella riflessione più infastidita che davvero tormentata che sa guardare ai problemi, quali che siano, quasi esclusivamente dal punto di vista della loro pubblica “presentabilità”.  

Morselli, in questo romanzo claustrofobico, irritante, sospeso nello spazio e nel tempo come un respiro trattenuto troppo a lungo, si prende licenza di raccontare con l’egoistica familiarità di un diario personale e pare disinteressarsi completamente della squisitezza stilistica del suo lavoro; in realtà, egli chiede al lettore uno sforzo, la capacità di superare proprio quel velo di perbenismo tipico di una certa classe sociale che ammanta di fumo ogni cosa (proprio come la nebbia che, alzandosi dal lago, nasconde il paesaggio che circonda i protagonisti, costringendoli di nuovo a un rapporto fisico, materiale, e soprattutto esclusivo e terribile nella sua inevitabilità, con i mobili della camera, il letto in primo luogo) per giungere al cuore della sua narrazione, a quella “vita non vissuta” (la vita del lavoro, del collegio, dei giorni di villeggiatura, di vacanza, che vorrebbero porsi come semplice parentesi di normalità in un contesto che di normale non ha nulla, e che proprio per questo segnano l’inizio della fine) che è l’autentico “dramma borghese”, perché è vigliaccheria, rinuncia, scorciatoia, abbandono. Ancora una volta Morselli non solo dà prova di un talento letterario cristallino, ma si dimostra coraggioso, potente nel suo fervore etico e letterario, capace di affrontare i nodi più scomodi del nostro essere uomini (e del nostro essere vivi) senza rifugiarsi in nessuna comoda sovrastruttura (né ideale, né tantomeno religiosa) e senza vestirsi di verità o di preconfezionate certezze. Con un’umiltà che commuove, Guido Morselli, indaga, esplora, domanda; leva la propria voce per cercare di comprendere, offrendoci, quasi con noncuranza, capolavori. 

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.

Così distante quel tempo, e privo di ogni attinenza con la mia vita quel mondo di sentimenti, di interessi, di azioni. Perché ho sognato poco fa, di pieno giorno, seduto di fronte alla finestra chiusa, quell’episodio insignificante, del resto ben dimenticato? Una notte di pioggia, al declino del favoloso Agosto ’43, sullo Jonio; siamo ossessionati dalle incursioni dei commandos, che sbarcano di sorpresa, assalgono le nostre postazioni, fanno saltare ponti e linee elettriche, catturano prigionieri. Devo consegnare ordini a un nostro osservatorio isolato, interrato da qualche parte in una zona a bosco, che poi risulterà non più lunga di un chilometro e larga assai meno, non lontano dalla costa. Abbiamo lasciato le moto sulla litoranea, ci siamo internati, io e il sottufficiale che mi accompagna, contando su una lampadina che si spegnerà quasi subito: e non sappiamo che trappola sia il fango della macchia mediterranea quando piove da due giorni, che arcano avvilente il buio e il silenzio della notte in un folto di piante selvaggiamente intricate.