Alla luce di un’ironica lanterna

Recensione di “Tom Jones” di Henry Fielding

Henry Fielding, Tom Jones, Feltrinelli

“Avevo già intenzione di scrivere sul Tom Jones, ma queste note recano il segno dell’impressione suscitata in me dai giudizi della moderna critica letteraria e dei miei stessi studenti di Sheffield; mi sono dovuto chiedere perché giudico il libro tanto migliore di quanto lo trovino l’una e gli altri […]. I critici moderni in genere partono dal presupposto a) che l’artista non deve propagandare teorie, e b) che in ogni caso la sola teoria elevata che valga la pena di propagandare è quella che predica disperazione e disprezzo del mondo; a mio parere, questa combinazione porta a un vicolo cieco critico”. Così William Epson, puntando l’indice sulla sostanziale miopia della critica, elogia e difende quello che è con probabilità il lavoro più noto e riuscito di Henry Fielding, il picaresco, irresistibile Tom Jones, che così gradito riesce anche al lettore moderno in forza dell’ironia, arguta e lieve a un tempo, che si ritrova quasi in ogni pagina, e che l’autore elegge a misura dell’uomo e di tutte le cose. Non c’è movente, non c’è azione, non c’è umana vicenda, sembra dirci Fielding narrandoci le peripezie del suo eroe – un trovatello allevato da un ricco gentiluomo di campagna cui occorrono, soprattutto a causa della malvagità e dello sfrenato egoismo di alcune persone a lui vicine, parecchi inciampi, rovesci di fortuna e finanche vere e proprie disgrazie (basti dire che il povero ragazzo finisce per ritrovarsi persino in gattabuia con un’accusa di omicidio sulle spalle) – che non possa essere illuminata da un pizzico di dolce sarcasmo, la cui architettura narrativa (e la conseguente profondità di significato) è ancora Epson a illuminare magistralmente: “l’ironia semplice presuppone un censore; l’ironico A si fa beffe del tiranno, rivolgendosi al giudizio dell’ascoltatore C. Con la duplice ironia, A finge di capire sia il punto di vista di B sia quello di C; B non può più impedire che A si esprima apertamente, ma può sempre essere scelto come rappresentante del credo più ufficiale o più gretto”. Continua a leggere Alla luce di un’ironica lanterna

Nascita di una nazione

Recensione de “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer

Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, Mondadori

“I ‘Canterbury Tales’ (che il Chaucer ideò intorno al 1387) costituiscono la vasta e multiforme epopea della società medievale inglese, colta nel periodo in cui questa stava passando dal feudalesimo all’organizzazione nazionale. Tale trasformazione, che aveva avuto inizio assai prima della nascita del poeta e si sarebbe compiuta molto tempo dopo la sua morte, fu affrettata durante il corso della sua vita da profondi rivolgimenti politici ed economici. Mentre la guerra dei cento anni con la Francia […], incominciata come guerra dinastica e feudale, andava assumendo un carattere etnico e «imperialista», una spaventosa epidemia di peste colpiva l’Inghilterra: in soli tre mesi […] la popolazione del regno venne ridotta da quattro a due milioni circa. In una società in cui di solito il mutare delle condizioni di vita era molto lento, le conseguenze economiche d’uno spopolamento così rapido si fecero sentire ancor più […]. Durante questo periodo di grandi mutamenti nella struttura della società, ebbe inizio in Inghilterra un movimento religioso precorritore della riforma protestante. La Chiesa, che aveva civilizzato il paese insegnando ai ricchi la carità e ai potenti la moderazione, era stata a sua volta corrotta dalla ricchezza e dalla potenza […]. Continua a leggere Nascita di una nazione