L’antisemitismo razionale

Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza
Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza

Dal XVII al XX secolo sulle tracce di un legame talmente impalpabile da sembrare inesistente; dalla seconda metà del Seicento alla prima, tragica metà del Novecento per ritrarre, in modo volutamente squilibrato, partigiano, e nello stesso tempo con l’accuratezza e la puntualità dello storico, due figure tra loro distantissime, due poli opposti di un unico universo, quello del pensiero (e del suo tradimento, della sua mistificazione): un filosofo e un ideologo. Dal punto di vista squisitamente letterario, o per dir più esattamente romanzesco, le fondamenta su cui poggia Il problema Spinoza di Irvin Yalom sono tutt’altro che solide; a ben guardare, infatti, non di fondamenta si tratta, bensì di semplici pretesti, di occasioni di cui il romanziere aveva bisogno per soddisfare una necessità: dedicare un’opera, uno scritto, a uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, capace di influenzare, con le sue riflessioni, uomini come Goethe, Einstein, e come Alfred Rosenberg, con ogni probabilità il più importante teorico del delirio antisemita nazista. Ma in che misura, e relativamente a quali aspetti del suo percorso speculativo Rosenberg ha un debito nei confronti di Spinoza? In una parola, in cosa consiste il problema Spinoza? A queste domande, il romanzo di Yalom non risponde, ma non per questo è lecito considerare il suo lavoro qualcosa di non riuscito, un tentativo andato a vuoto: “Da molto tempo”, scrive lautore nel prologo del suo libro, “sono affascinato da Spinoza, e per anni ho avuto voglia di scrivere di questo coraggioso pensatore del diciassettesimo secolo […] che è stato l’autore di libri che hanno davvero cambiato il mondo […]. Il fatto che fosse stato scomunicato dagli ebrei all’età di ventiquattro anni, e censurato per il resto della vita dai cristiani, mi ha sempre incuriosito […]. E lo strano senso di affinità con Spinoza si è rafforzato dal momento in cui ho saputo che Einstein, uno dei miei primi eroi, era spinoziano. Quando parlava di Dio, Einstein parlava del Dio di Spinoza, interamente equiparabile alla natura, un dio che include in sé tutta la sostanza, e infine un dio che ‘non gioca a dadi con l’universo’; con questo Spinoza intende dire che qualsiasi evento, senza eccezioni, segue le leggi ordinate della natura”. Curiosità, dunque, e affinità. Cos’altro serve per cominciare a scrivere? Una storia, qualcosa al cui centro si possa collocare Spinoza, il suo tempo e il suo pensiero. Una storia che Yalom trova nel corso di una visita al museo Spinoza di Rijnsburg, quando scopre che i nazisti, e in particolare l’unità operativa ERR (Eisatzsab, Reichsleiter Rosenberg), sequestrò l’intera biblioteca del filosofo considerandola di vitale importanza per la soluzione del problema Spinoza. Ecco qui, dunque, la storia, o meglio l’enigma attorno cui intrecciarla e svolgerla, che la fluida narrazione di Yalom non risolve ma si accontenta di illuminare muovendosi nel chiaroscuro delle due personalità. Psichiatra di professione, Yalom si cala con intelligenza nel ruolo dello storico, restituisce in pochi tratti, semplici e incisivi, tanto il mondo chiuso e superstizioso della comunità ebraica di Amsterdam nel Settecento, quanto il fermento europeo d’inizio Novecento, l’affanno di un intero continente prossimo a scivolare nell’incubo della Grande Guerra. Una volta costruita l’ambientazione, sistemato il palcoscenico all’interno del quale agiranno i suoi protagonisti, è quasi per forza d’inerzia (o, spinozianamente, per un inevitabile, necessario processo di causa-effetto) che emergono i ritratti, i caratteri, ed è qui che Yalom coscientemente abbandona ogni equilibrio narrativo. Con una severità che a tratti sembra persino eccessiva, egli dipinge un Rosenberg, che amava definire se stesso filosofo, rozzo, ignorante, assai limitato nella sua capacità di comprensione, insicuro, incerto, patologicamente dipendente dall’approvazione del prossimo (e, una volta conosciuto, di quella del solo Adolf Hitler, che sarà sempre avaro d’affetto e considerazione verso di lui) e incapace di stringere amicizie. Al contrario, il profilo di Spinoza si staglia in tutta la sua grandezza; l’autore guarda con orgoglio e manifesta ammirazione al padre del razionalismo, all’uomo che in nome della ragione sacrificò la sua vita, accettando di essere scacciato e maledetto dalla comunità dappartenenza (tra le cui braccia era nato e cresciuto), di vivere lontano dai suoi familiari, di rinunciare agli affetti e agli appetiti propri di ogni uomo per consacrarsi all’amor dei intellectualis, alla sola contemplazione possibile, quella della logica e del raziocinio, rivolta esclusivamente a quel che è eterno, immutabile e infinito.

Seguendo il filo sottilissimo del razionalismo (quello nobile di Spinoza e il suo pervertimento hitleriano-rosenberghiano, che voleva l’odio antiebraico vestito di “ragione”, dunque di motivi, di giustificazioni che apparissero plausibili, che reggessero, almeno apparentemente, un contraddittorio, una disputa, che somigliassero a una teoria, e che Rosenberg farà confluire in un libro, Il mito del XX secolo, vendutissimo ma non letto), Yalom racconta lo svolgersi di due vite e l’abisso che le ha divise, un abisso di cui i secoli XVII e XX, nella loro distanza, non sono che il primo e più elementare simbolo. La morte di Spinoza, in povertà e solitudine (ma anche in pace e serenità) e quella di Rosenberg, condannato e giustiziato a Norimberga assieme ad altissime personalità del regime hitleriano che avevano sempre diffidato di lui, certificano l’insolubilità del problema, il persistere dell’enigma, e chiudono il sipario su un’appassionante avventura della mente capace di illuminarne, con identica forza, le più cupe profondità e le più esaltanti aspirazioni.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza, è di Serena Prina. Buona lettura.

Amsterdam – aprile 1656. Mentre gli ultimi raggi di luce occhieggiano dalle acque dello Zwanenburgwal, Amsterdam chiude i battenti. I tintori raccolgono le stoffe color magenta e cremisi che sono state stese ad asciugare sulle rive di pietra del canale. I mercanti arrotolano i tendoni e chiudono le saracinesche delle loro bancarelle. Qualche operaio che arranca verso casa si ferma per uno spuntino e un bicchiere di grappa olandese ai chioschi d’aringhe lungo il canale, per poi continuare la sua strada. Amsterdam si muove lentamente: la città è in lutto, sta ancora cercando di riprendersi dalla pestilenza che solo pochi mesi prima ha ucciso una persona su nove.

Filosofia e psichiatria al capezzale dell’uomo

 

Ci sono romanzi che conquistano più per l’intuizione, lo spunto, l’idea su cui si fondano che per il modo in cui riescono a dare sostanza narrativa a quell’iniziale scintilla. La cura Schopenhauer di Irvin Yalom, di professione psicoterapeuta (nonché professore emerito di Psichiatria all’Università di Stanford) e scrittore per diletto, è una di queste opere. E lo è perché al di là dello stile della prosa, piacevole e venato di intelligente ironia, della cura e dell’attenzione con la quale l’autore costruisce i suoi personaggi e dell’assenza quasi totale di descrizioni d’ambiente (funzionale allo svilupparsi della storia, che si concentra esclusivamente sulle relazioni interpersonali e lascia sullo sfondo tutto il resto), a incuriosire davvero il lettore, a tentarlo, è la tesi che dà il titolo il libro: Arthur Schopenhauer, uno dei più grandi pensatori del XIX secolo, ignorato dai contemporanei per gran parte della vita, inselvatichito nel carattere e nei modi dalle frustrazioni subite e noto ai posteri quasi solo per il radicale pessimismo e la sprezzante sfiducia nell’uomo che permea l’intero corpus dei suoi scritti, può davvero rappresentare una cura per qualcuno? La soluzione ai suoi problemi? Una consolazione, un conforto, una via d’uscita?
Yalom, terapeuta esperto, con astuta perfidia racconta prendendo le mosse da questo suo provocatorio quesito e mette in scena il disagio esistenziale di un gruppo nel quale ognuno può facilmente riconoscere le proprie inquietudini (e forse anche imparare a ridimensionarle, guardandole per ciò che sono veramente). Uno dei protagonisti del romanzo, lo psichiatra Julius Hertzfeld, in un giorno come tanti, al termine di un controllo medico di routine si ritrova sprofondato nel peggiore degli incubi: ha un melanoma maligno e la prognosi non lascia spazio a equivoci, un anno di sostanziale buona salute, poi la fine. Inizialmente paralizzato dal terrore, il dottor Hertzfeld riesce poco alla volta a scendere a patti con la sua nuova condizione di malato terminale, ma non può impedirsi di guardare alla sua vita passata (privata, ma specialmente lavorativa) con occhi nuovi e una diversa consapevolezza. E quando, ripensando a tutti i suoi ex pazienti, arriva a chiedersi se sia stato davvero capace di aiutare qualcuno, se tutto il suo impegno e i suoi sforzi abbiano avuto un senso, decide che soltanto una persona può fornirgli le risposte che cerca: Philip Slate, il suo peggior fallimento terapeutico (tre anni di sedute che non hanno condotto a nulla), sessuomane compulsivo che, per sua stessa ammissione, se avesse impiegato in modo diverso il tempo speso a portarsi a letto donne avrebbe potuto prendere un dottorato in filosofia, cinese mandarino e astrofisica. Così, lo contatta, prende appuntamento, scopre con grande sorpresa che anche Philip si sta dedicando alla cura degli altri (attraverso il counseling filosofico, anche se ancora gli manca l’abilitazione al libero esercizio della professione) e con ancor più grande stupore che a guarirlo dalla sua mania è stato un pensatore lontanissimo da psicologia e psichiatria, Arthur Schopenhauer.
Hertzfeld, tuttavia, si rende conto fin dal primo appuntamento che Philip ha pagato a carissimo prezzo la sua pretesa guarigione: ha infatti tagliato tutti i ponti con la vita, cancellato alla radice perfino la possibilità di un rapporto interpersonale (niente amicizie, e assolutamente nessun rapporto amoroso) e si è chiuso in un piccolo mondo costruito su misura e impermeabile a qualsiasi affetto, a qualsiasi coinvolgimento. Peccato che questa sua nuova condizione, che l’atarassia dietro la quale si nasconde e che lo fa sentire al sicuro rischi di rendere impossibile il suo lavoro di terapeuta (che si fonda proprio sulla capacità di provare empatia verso il paziente e la sua sofferenza); Hertzfeld lo spiega con chiarezza a Philip e gli propone di frequentare per sei mesi il gruppo di terapia che conduce. In cambio della sua disponibilità a “entrare in contatto con gli altri e condividerne esperienze, vissuti e disagi”, il dottor Hertzfeld accetta di fargli da supervisore per consentirgli di ottenere la sospirata abilitazione…
Naturalmente, è nella descrizione delle dinamiche del gruppo e dei cambiamenti che lentamente investono ogni membro (compreso Hertzfeld) che il romanzo ha i suoi momenti migliori. Yalom illustra con illuminante semplicità il proprio approccio alla psicoterapia (quello umanistico del suo alter ego Hertzfeld), dimostra sensibilità e rispetto nell’indagare le paure del gruppo, offre al lettore numerosi spunti di riflessione (che in qualche caso sono veri e propri insegnamenti) e riesce a farlo nel modo migliore, evitando nel tono e nella spiegazione stucchevoli compiacimenti professorali, ma soprattutto non si sottrae al confronto con Schopenhauer. I capitoli dedicati agli intrecci tra Hertzfeld e i suoi pazienti, infatti, si alternano a quelli che trattano del grande filosofo; dagli anni della giovinezza, segnati dal rapporto ambivalente con i genitori, agli studi, dal formarsi del carattere e delle convinzioni fino ai rimedi adottati per arginare il dolore, per non lasciarsi inghiottire negli abissi di disperazione che la vita troppo spesso spalanca dinanzi agli uomini. Alla “felicità negativa” (intesa cioè come mera assenza di dolore) di Schopenhauer, l’autore oppone il coraggio di chi sceglie di rischiare, di mettersi in gioco, di scommettere, di vivere, qualsiasi cosa la vita abbia in serbo per noi, e lo fa con imparzialità e chiarezza; fin dal principio del romanzo la sua scelta di campo è netta (del resto, come già detto Yalom è Hertzfeld), tuttavia non influenza il lettore. Perché è a lui, e a lui soltanto, che tocca la responsabilità di accettare o respingere la cura Schopenhauer.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Julius conosceva bene le prediche sulla vita e sulla morte, come le conosce ogni uomo. Concordava con gli stoici quando affermavano che «appena veniamo al mondo cominciamo a morire», e con Epicuro che argomentava dicendo: «Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte, noi non siamo più», quindi perché temere la morte? In quanto medico e psichiatra aveva mormorato queste stesse frasi consolatorie all’orecchio dei moribondi.
Pur ritenendo che queste tetre riflessioni potessero essere utili ai suoi pazienti, non aveva mai pensato che avrebbero avuto qualcosa a che fare con lui. Questo fino a un terribile istante di quattro settimane prima, che aveva mutato per sempre la sua vita.
L’istante era venuto a cadere durante la visita medica di routine cui si sottoponeva annualmente. Il suo internista, Herb Katz, un vecchio amico e compagno di università, aveva appena terminato la visita e, come sempre, aveva invitato Julius a rivestirsi e a raggiungerlo nello studio per ricevere le informazioni del caso.
Herb sedeva alla sua scrivania, rovistando nella cartella di Julius.