Barrøy, isola-casa

Recensione di “Gli invisibili” di Roy Jacobsen

Roy Jacobsen, Gli invisibili, Bompiani

Un’isola che è poco più di una briciola di terra, uno scoglio perduto nell’immensità del mare, schiacciato dall’infinità del cielo. Un’isola che somiglia a un grembo, a un uovo che si schiude per far posto alla vita, e che la vita, seppur precariamente, ospita e nutre, offrendo spazi da coltivare, aree sulle quali costruire, spiagge dove attraccare e da cui partire, e rocce da dove è possibile pescare. Barrøy, in Norvegia, al largo dell’arcipelago delle Lofoten, è un’isola di questo genere, un’isola-casa, qualcosa di così piccolo e fragile da non essere altro che il riparo e il sostentamento della sola famiglia che vive lì; una presenza silenziosa che sopporta l’affanno dell’uomo, ne amplifica le sofferenze nel gelo feroce dell’inverno, nella irrefrenabile violenza delle tempeste, nell’inquieta imprevedibilità del mare; ne sorveglia gli sforzi, il lavoro continuo e massacrante necessario per strappare agli elementi un po’ di sicurezza in più, un altro giorno di vita; ne allevia i patimenti nella fuggevole bellezza dell’estate, nel suolo che torna a farsi ricco, nell’eterno ritorno degli uccelli. Barrøy, e coloro che ci vivono, il capofamiglia Hans, sua moglie Maria, la sorella Barbro, non completamente normale ma più di tutti gli altri in sintonia con l’isola e la natura e infine la figlia Ingrid, cui spetta il compito difficilissimo di ereditare lo spirito di quel luogo, di far propria l’ostinazione paterna, sono i protagonisti dello splendido romanzo Gli invisibili di Roy Jacobsen (in Italia pubblicato da Bompiani nella traduzione di Ingrid Basso), evocativa narrazione di piccole cose, di una quotidianità che nel suo semplice svolgersi sembra sfuggire qualsiasi descrizione e tuttavia, in quel respiro così normale, così ordinario, lascia tracce, si fa eco, diviene lucente materia narrativa: “A Barrøy le case sorgono in un semicerchio irregolare. Viste dall’alto sembrano quattro dadi lanciati a caso – più la cantina per le patate, che in inverno diventa un igloo – collegati da viottoli in pietra, con stendibiancheria e camminamenti d’erba che si irradiano in tutte le direzioni. In realtà formano un cuneo contro il maltempo, così da resistere persino al mare, se mai dovesse rovesciarsi sull’isola. Nessuno può prendersi il merito dell’ingegnosa disposizione: è il frutto di una saggezza collettiva, fatta di esperienze pagate a caro prezzo […]. A Barrøy, quando Barbro era piccola, le bambine non avevano sedie. Mangiavano in piedi accanto al tavolo. Delle donne di casa solo sua madre Kaja poteva sedersi, e aveva cominciato a farlo dopo aver dato alla luce il primo figlio. Poi Kaja era morta e Barbro ne aveva chiesto per sé la sedia ma Hans l’aveva data a Maria, appena diventata sua moglie. Poco dopo anche Erling, il fratello maggiore, si era sposato e si era trasferito su un’altra isola più ricca. Dunque sia Barbro sia Maria avevano ottenuto una sedia, più o meno nello stesso momento. Ingrid invece aveva solo tre anni quando suo padre ne aveva costruita una apposta per lei, con i braccioli, sui quali si poteva appoggiare un’asse: lei avrebbe potuto sistemarcisi su con i piedi posati sulla seduta fino a quando non fosse diventata più grande, e allora sarebbe stata tolta l’asse. Era finita un’epoca”. Continua a leggere Barrøy, isola-casa

L’innocenza perduta su un’isola

Recensione di “Il signore delle mosche” di William Golding

William Golding, Il signore delle mosche, Mondadori

È il pensiero a darsi battaglia ne Il signore delle mosche, l’opera più celebre del romanziere britannico William Golding, Nobel per la Letteratura nel 1983. Quel che a prima vista sembra essere semplicemente un romanzo d’avventura, infatti, cela, tra le pieghe della trama, ben altra profondità. Golding immagina un conflitto planetario, ma lascia sullo sfondo la tragedia di questo scontro e se ne serve, almeno inizialmente, solo come artificio narrativo (l’agghiacciante significato simbolico della guerra, nella cui realtà il lettore precipita quasi senza accorgersene, perché il romanzo la presenta come un dato di fatto, emerge poco alla volta, pagina dopo pagina, nel progressivo crescere dell’intensità drammatica della storia). È in questo scenario caotico e violento che un gruppo di ragazzi, a causa di un incidente aereo, finisce, abbandonato a se stesso, su un’isola tropicale. Sono tutti giovanissimi, alcuni di loro addirittura poco più che bambini, e anche in questo caso, come già per la guerra, metafora e simbologia non potrebbero essere più evidenti. I bambini, per antonomasia, rappresentano l’innocenza e la purezza, e lo stesso può dirsi, almeno per una ben precisa corrente di pensiero, che ha in Rousseau uno dei suoi esponenti più noti, per la natura che li circonda. Il romanzo, dunque, al principio ci introduce a una situazione che potenzialmente è idilliaca. C’è la guerra, è vero, ma, isolati dal conflitto, ci sono dei bambini circondati dalla natura amica; loro possono dimostrare al mondo “civile” e tecnologico che sta distruggendo se stesso, al mondo degli adulti, che un’altra realtà è possibile, che l’uomo nasce buono, non corrotto, che la natura è madre e non matrigna, e che ogni devianza è figlia dell’educazione, del vivere sociale, del progresso (è ancora Rousseau che parla; è l’ingenuo eppur nobile ottimismo del mito del buon selvaggio che rivendica le proprie ragioni). Continua a leggere L’innocenza perduta su un’isola

L’orso e il micio

Recensione di “Corpi al sole” di Agatha Christie

Agatha Christie, Corpi al sole, Mondadori
Agatha Christie, Corpi al sole, Mondadori

«Il mio lavoro è un po’ come il suo rompicapo, madame. Si mettono insieme i pezzi del mosaico… pezzi di ogni forma e colore… e ognuno deve combaciare con gli altri. Alle volte, poi, succede quello che è successo a lei, un momento fa, con quel pezzetto bianco. Si riesce a sistemare un gran numero di pezzi… si fa la selezione dei colori, ma tutt’a un tratto salta fuori un pezzo che per la forma e il colore dovrebbe adattarsi… a una pelle di orso, e invece si adatta alla coda di un micio». Così Hercule Poirot, l’infallibile investigatore creato da Agatha Christie, riassume, in Corpi al sole, il proprio metodo di indagine. Si tratta, egli spiega, di ricostruire un puzzle, le cui tessere sono da una parte il crimine perpetrato, dall’altra i possibili colpevoli. Poirot è in vacanza in una splendida isola, e l’ambiente in cui si muove è quello consueto (sempre riproposto, con insignificanti variazioni, dall’autrice nei romanzi di cui è protagonista), raffinato quando non smaccatamente ricco, e frequentato da uomini e donne della borghesia più agiata.

Ma anche in uno scenario idilliaco, che niente sembra essere in grado di turbare o sconvolgere, si annida il male, e il nostro detective, all’indomani del misterioso omicidio di un’ex attrice, sposata da poco a un uomo integerrimo e nota a tutti per il vezzo di collezionare amanti, viene invitato a collaborare con la polizia locale per cercare di risolvere l’enigma. O, per dirla con le sue stesse parole, per ricostruire il puzzle.

“Una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero”, dice Sherlock Holmes (altra geniale mente investigativa citata a più riprese, e non senza un pizzico di compiaciuto humour, nelle pagine di questo delizioso mystery) al suo amico e compagno d’avventure Watson, e a questa saggia massima anche Poirot, impareggiabile studioso della natura umana, si attiene; sfortunatamente per lui, però, a giudicare dalle testimonianze raccolte dopo l’omicidio e dalle ricostruzioni che, basandosi su di esse, è lecito ipotizzare, nulla di ciò che dovrebbe essere vero risulta possibile.

In parole povere, sembra che tutti gli ospiti dell’albergo siano in possesso di alibi inattaccabili; di più, per alcuni di loro, l’alibi è rappresentato dallo stesso Poirot. Che fare dunque? Come muoversi? In che direzione orientare l’inchiesta? Come in ogni giallo classico che si rispetti, anche qui gli indizi che la Christie dissemina (a volte scopertamente, a volte con magistrale abilità, facendo passare ciò che scrive come un semplice accidente del racconto, una nota quasi superflua) conducono il lettore lontano da Poirot; le informazioni che raccoglie egli le sistema in un quadro che custodisce gelosamente, senza condividerlo con nessuno.

È un muto ragionare il suo, un continuo fabbricar pensieri che di tanto in tanto esplode in domande in apparenza prive di senso (quanto può essere importante, per esempio, appurare se qualcuno, la mattina del delitto, abbia o meno fatto un bagno? Eppure…) ma che nel suo infaticabile procedere finisce sempre per scovare la verità, non importa quanto in profondità sia stata nascosta.

E allora ecco che il metodo Sherlock Holmes torna a galla e si riflette in quel che Poirot definisce un “semplice ragionare”, che altro non è se non l’ostinato condurre le proprie riflessioni lungo un filo logico che vede nel sospettato più probabile il colpevole più probabile; agli inganni di Agatha Christie, ai suoi personaggi presentati in modo da offrire, ciascuno a proprio modo, il destro a “presunzioni di colpevolezza” invece che d’innocenza, all’intreccio di casualità che sembrano cospirare contro l’uno o l’altro dei presenti, al canto di sirena dell’illusione della verità, Poirot replica con la severa linearità del suo intelletto, con il suo acume che nulla lascia all’arbitrarietà dell’intuizione improvvisa ma tutto vaglia con precisione estrema, facendo emergere ogni falsa pista, ogni menzogna, ogni tranello. E il risultato è il colpo di scena, la sorpresa, la soluzione che lascia tutti (colpevole per primo) a bocca aperta: «Ho già detto una volta che la mia mente lavora nel modo più semplice. Fin dal principio ho ritenuto che l’assassino di Arlena Marshall fosse “il più indiziato”. E il più indiziato era […]».

Elegante, prezioso, a tratti divertente, piacevole dalla prima all’ultima pagina, Corpi al sole è uno dei tanti gioielli nati dalla penna e dalla genialità di Agatha Christie. Incantevole come l’isola nel quale è ambientato e appassionante come il delitto che vi commette.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Alberto Tedeschi. Buona lettura.

Quando il capitano Roger Angmering costruì una casa nell’anno 1782 sull’isola al largo di Leathercombe Bay, tutti lo giudicarono un eccentrico. Un uomo di buona famiglia come lui avrebbe dovuto avere una dimora decorosa circondata da prati spaziosi, magari con un terreno attraversato da un fiumicello. Ma il capitano Roger Angmering aveva un solo amore, il mare. Si costruì dunque quella casa, solida come doveva essere, su un piccolo promontorio spazzato dai venti e isolato dalla terraferma a ogni alta marea.

La miseria di un uomo vivo

Georges Simenon, Il clan dei Mahé, Adelphi
Georges Simenon, Il clan dei Mahé, Adelphi

Il viaggio, metafora fin troppo trasparente e abusata della presa di coscienza di sé, del tempo perduto, della vita mai davvero vissuta, riflesso nello specchio deformante della vacanza borghese, della villeggiatura quieta e noiosa, muta nel suo opposto, inciampa in un opaco groviglio di rimpianti, si smarrisce in un cortocircuito pensieri confusi, di desideri intensi e inesplorati, di sogni a occhi aperti che hanno il sapore metallico degli incubi, e finisce per ritrovarsi sempre nello stesso luogo, coincidenza di principio e fine, illusorio spiraglio di libertà, replica odiosa eppure irresistibile della quotidiana prigionia dell’esistere. Sradicato, reso irriconoscibile, il viaggio si esaurisce nella sua meta, si fa approdo, spiaggia dinanzi alla quale un naufragio ha termine e un altro, ben più terribile del primo, comincia; nel ribaltamento, magistrale e sorprendente, del suo significato letterario e del suo fine narrativo, eventi prendono forma e nel medesimo tempo si consumano, e anni trascorrono implacabili in un’immobilità vischiosa, nel puzzo di chiuso di un oggi onnipresente e ossessivo, ingombrante e malato come una coazione a ripetere. A raccontare tutto questo, a percorrere i tortuosi sentieri di una volontà meschina e di un’intelligenza pallida, è Georges Simenon nel raffinatissimo romanzo psicologico Il clan dei Mahé, il cui protagonista (un medico sposato a una donna che non ama, padre di due figli nei cui confronti prova solo una specie di vuota indifferenza), in vacanza sull’isola di Porquerolles con i familiari, dapprima affronta un malessere che sembra non aver nulla a che fare con la sua vita non certo felice e che pure, in qualche misura, ne amplifica le numerose zone d’ombra – la località poco felice, il caldo eccessivo, una sistemazione appena dignitosa, un’atmosfera generale quasi lugubre, lontanissima da ogni turistica spensieratezza, che ha legami profondi con un’infelicità radicata, essenziale, connaturata all’uomo Mahé, alle sue scelte, a un dolore sottile che sembra accompagnarlo da sempre, che ha i battiti del suo cuore e il ritmo del suo respiro – e poi, d’improvviso, a causa della morte per tisi di una donna che è chiamato a certificare, si salda con tutte le esperienze fatte fino a quel momento, con ogni passo compiuto, con i rimorsi, i silenzi, le parole inutilmente spese, e per la prima volta svela Mahé a se stesso colmandone l’anima d’orrore e disgusto.

Il labirintico intreccio di significati e simboli che il grande scrittore belga adotta come cifra stilistica del suo lavoro permette di dominare l’andamento del racconto e di comprenderne lo scopo: nella vacanza di Mahé, che (per l’appunto simbolicamente) altro non è se non la prosecuzione della sua vita di tutti i giorni lontano da casa, un drammatico accadimento bruscamente riporta il medico alla sua normale routine professionale; anche a Porquerolles, dunque, e proprio in ragione del fatto che l’isola non è un rifugio né la realizzazione di una fuga, il medico torna ad affondare nelle sabbie mobili della sua esistenza. La sola differenza con il passato, il remoto come il recente, è che ora Mahé ha piena consapevolezza della propria condizione, ed è in questo stato che egli incrocia, a casa della defunta, una delle sue tre figlie, la maggiore, che in un istante diventa il suo pensiero fisso. Sarà per lei, per rivederla, per assaporarla in una sorveglianza continua e clandestina, che Mahé tornerà a Porquerolles, “l’isola-non isola”, anno dopo anno; sarà immaginando questa giovane, fantasticandole addosso, che farà di quel posto mai amato la propria destinazione, una sorta di elettiva dimora. Finché questa sua follia amorosa non esploderà nella più sordida delle realizzazioni.

Ipnotica, seducente e terribile, la prosa di Simenon, ancorata a Mahé, palpita nei suoi tentennamenti, nell’abitudine alle menzogne rassicuranti (e nel cupo baratro di rancori che questo comportamento cela), nell’affollarsi di ricordi che come folate di vento scompigliano l’attimo presente per dissolversi l’istante successivo, nelle frasi timide, abbozzate (precipizi di sincerità, di nudità spirituale dai quali è buona norma tenersi distanti), e lascia il resto – in primo luogo Porquerolles, spesso evocata per contrasto con alter mete, memoria di serene parentesi d’ozio – sullo sfondo, a incombere come nebbia, come fumo, ad abbozzare il disegno di un orizzonte che muto assiste all’inconsolabile miseria di un uomo vivo.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Laura Frausin Guarino. Buona lettura.

Aveva la fronte corrugata, le labbra increspate, e forse, come un ragazzino concentrato sui libri, la punta della lingua fuori… Spiava Gène con aria sorniona sforzandosi di imitarne il più esattamente possibile ogni gesto.

Un teatro di miracoloso furore

 

William Shakespeare, La tempesta, Newton Compton
William Shakespeare, La tempesta, Newton Compton

“Shakespeare ama la composita complessità, l’intreccio delle cose, della vita; ama la totalità e il suo inverarsi, intanto nella concretezza delle situazioni singole e particolari, ama il canto e il controcanto. «Non appartenne a un’epoca, ma a tutti i tempi» – di lui dirà Ben Jonson; ma nulla si lascia nel frattempo sfuggire di ciò che è più immediato, legato al momento, al brillio fascinoso dell’attimo, precario e perituro. Skakespeare può perciò essere «tragico» e «comico» al tempo stesso, teso e ironico, drammatico e lucido, raffinato e icastico, lirico e sarcastico, supremamente immaginoso e robustamente farsesco e «triviale» […]. Tutto è intreccio drammatico, incidenza di vicende e coinvolgimento di destini travolti e infranti, pur nella paradigmicità del loro pensoso ergersi e resistere; e tutto può essere, al tempo stesso, scioglimento inatteso, e fonte – nei dettagli – di stupori, d’incantamenti e mutamenti. Tutto è incessante metamorfosi”. A emergere con forza, nelle parole di Tommaso Pisanti, è il concetto, vertiginoso, di vastità, fondamento non solo dello stile scintillante e maestoso del Grande Bardo, ma della sua capacità unica di fare della vita stessa (dunque della sua potenziale infinità) materia letteraria, sostanza prima dell’arte (o se si vuole del mestiere) di raccontare. Palpita, il teatro di William Shakespeare, di un’energia misteriosa, di un miracoloso furore che la riconosciuta genialità del suo autore sembra insufficiente a spiegare; nel leggere le sue opere, infatti, si rimane senza fiato di fronte a quell’equilibrio splendido e insondabile che lega tra loro la perfezione “artificiosa” della narrazione (la corrosiva forza comica, il tratteggio sublime dei personaggi, le atmosfere sognanti, vivide, la spumeggiante vivacità dei dialoghi, delle schermaglie dialettiche, siano esse dotti confronti o il puntuto motteggiare d’impronta popolana) e l’autenticità assoluta dell’esistere, del quotidiano rinnovarsi degli affari di “coloro che vivono” (dunque di ognuno di noi), ritratti in un eterno e sempre nuovo qui e ora che è misura d’immortalità. Così, tutto in Shakespeare diviene possibile, e non per semplice licenza concessa al poeta, al drammaturgo, all’ipnotico affabulatore che con il proprio dono incanta il mondo, ma perché in quel suo realismo così particolare, allo stesso tempo al di là dell’ordinario e aderente a un esserci che tutti conosciamo (per il semplice fatto che ne partecipiamo), è come se qualsiasi cosa avesse già il proprio posto assegnato, la magia come il sussurro dispettoso dei folletti, il gioco intrigante della seduzione come il più tenebroso degli inganni, il labirinto folle della gelosia come gli arcani segreti della magia, in grado di comandare gli elementi.  

Ed è questo genere di magia, frutto di saggezza ma soprattutto di bontà (intesa come incorrotto senso di giustizia) la linfa di uno degli ultimi lavori di William Shakespeare, La tempesta. Il protagonista della commedia è l’anziano Prospero, duca di Milano derubato della sua carica ed esiliato, con la figlia Miranda, su un’isola dal fratello Antonio (aiutato in questo suo complotto dal re di Napoli). Grazie al suo sapere, Prospero è in grado di prevedere quando il fratello, accompagnato dal re di Napoli e dal figlio di quest’ultimo, passerà con la nave nei pressi dell’isola in cui si trova, e quando giunge il momento prima scatena una tempesta che costringe tutti a far naufragio sull’isola, poi fa in modo che ciascun superstite non sappia nulla di quel che è accaduto ai propri compagni e li creda morti. A questo punto la vicenda prende vita, accendendosi di incontri casuali, sospetti, ipotesi e complotti, e offrendo al lettore/spettatore tanto la leggerezza del riso quanto la cupezza del dramma, e, tra i protagonisti dell’intreccio, un carattere impossibile da dimenticare, Calibano, il figlio deforme della defunta strega Sicorace, dapprima amorevolmente curato da Prospero poi da lui maledetto per aver tentato di sedurne la figlia (“Ah, ah! Se solo ci fossi riuscito! Tu me l’impedisti, altrimenti a quest’ora avrei popolato l’isola di Calibani”). Forzato all’obbedienza da Prospero, Calibano, la cui mostruosità fisica altro non è che specchio dell’interiore malvagità, è rappresentato come un ineludibile dilemma etico, poiché la sua propensione al male (“Mi hai insegnato a parlare e ne ho tratto l’unico vantaggio di poter maledire”) muove al disgusto tanto quanto la sua penosa solitudine sollecita la nostra pietà, indicando nell’indulgenza per il prossimo la strada per il perdono di noi stessi. A noi, pubblico, l’onere della scelta.

Eccovi l’incipit (traduzione di Guido Bulla). Buona lettura. 

In mare, su una nave. Rumori di tuoni; fulmini. Entrano il Capitano e il Nostromo.

CAPITANO: Nostromo!

NOSTROMO: Son qui, capitano. Che c’è?

CAPITANO: Ah, bene. Da’ gli ordini ai marinai: e fa’ svelto, ché altrimenti andiamo ad incagliarci. Svelto, svelto!

(Entrano alcuni marinai)

NOSTROMO: Forza, ragazzi! Dateci dentro, da bravi: svelti, svelti, svelti! Giù quella vela maestra! State attenti al fischio del capitano, voialtri. E tu, o tempesta, soffia pure tutto il tuo vento, soffia fino a scoppiare, se ci riesci…

 

 

 

Lo specchio fantastico della realtà

Recensione de “L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares

Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel, Bompiani

Un’isola deserta che conserva remote tracce del passaggio dell’uomo (un museo, una cappella e una piscina), un fuggiasco in cerca di speranza, o forse solo di sopravvivenza, e l’inspiegabile comparsa di un gruppo di persone, estranei chiusi in una routine di soffocante perfezione che inizialmente suscitano il terrore del naufrago, poi una sempre più accesa curiosità e infine il desiderio irresistibile di venir scoperto, visto, di far parte di quelle vite allo stesso tempo così vicine e così irraggiungibili. Un romanzo complesso, labirintico, che alle sfumature dell’avventura intreccia le atmosfere inquietanti del mistero; un’incessante riflessione sulla verità e sul suo significato, sulla morte e il suo superamento, sull’arte, la scienza e la loro ansia d’eternità e d’assoluto.

Pagine densissime, che non sembrano poter contenere tutta questa ricchezza eppure la dispensano con una semplicità che lascia stupefatti, pagine in cui l’esistenza incontra il suo opposto, lo abbraccia e se ne allontana per sempre, pagine colme d’amore e di disperazione, pagine di diario, brandelli di confessione, elenchi di fenomeni stranissimi e poi la ragione di ciascuno di essi, la soluzione dell’enigma. L’invenzione di Morel, l’opera più nota del grande scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, è uno dei grandi capolavori della letteratura fantastica; come in un metafisico racconto poliziesco concepito con diabolica astuzia, l’autore costruisce la vicenda (che sostituisce al colpevole da smascherare la verità da comprendere, anche se un colpevole, o meglio un responsabile, non manca neppure in questo caso) e nel narrarla dipana il filo d’Arianna grazie al quale venire a capo della storia.

Ogni cosa, ne L’invenzione di Morelè un’immagine allo specchio; ogni rivelazione una falsa pista, ogni colpo di scena l’ingresso in una nuova strada, l’apertura di una nuova prospettiva; non esistono punti di riferimento in quest’opera magnifica e impervia perché il romanzo – la sua struttura, la sua prosa, la cui chiarezza quasi pedantesca genialmente contrasta con l’incomprensibilità, o per dir meglio l’assoluta assurdità della vicenda che illustra – è parte dell’idea del suo creatore, perché è esso stesso ambientazione. L’isola deserta, il luogo in cui per definizione non c’è una via da seguire ma tante strade quante ne riesce a esplorare colui che la raggiunge, viene simboleggiata da una scrittura ordinata nell’esposizione ma inafferrabile quanto a contenuto (cosa accade realmente in quel luogo? Chi sono le persone comparse d’improvviso a sconvolgere la vita del rifugiato? Perché quel che fanno è a volte così incongruo con ciò che sta vivendo il testimone da sembrare impossibile? Perché non si accorgono di lui nemmeno quando smette di nascondersi, quando con tutte le sue forze vuole essere visto? Perché in cielo brillano due soli e due lune?), e non è un caso che a indagare su tutta questa “disordinata realtà” non sia un poliziotto ma un uomo condannato dalla giustizia (non importa se a torto a ragione). Ancora una volta, dunque, ecco emergere il contrario di ciò che dovrebbe essere: un detective (magari fuori dagli schemi) per un romanzo che, come già detto, è anche un poliziesco.

Svelare per intero la trama significherebbe spiegare quel che succede nell’isola, raccontare di Morel e della sua invenzione (o se si preferisce della sua maledizione; all’inizio del romanzo, infatti, si narra che l’isola sia “il focolaio di una malattia, ancora misteriosa, che uccide dall’esterno verso l’interno. Cadono le unghie e i capelli, muoiono la pelle e la cornea degli occhi, e il corpo sopravvive, otto, quindici giorni); non dirò dunque nient’altro sugli sviluppi del romanzo né sulle peripezie del malcapitato naufrago che ne è il protagonista. Lascio però la parola a Jorge Luis Borges, intimo amico dell’autore, e alle battute finale della sua splendida introduzione al volume, che ne è anche la chiave di lettura: “Bioy rinnova letterariamente un’idea che Sant’Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui ragionò e che Dante Gabriele Rossetti disse con musica memorabile:
I have been here before,
But when or how I cannot tell:
I know the grass beyond the door,
The sweet keen smell
The sighing sound, the lights around the shore…
In spagnolo sono poco frequenti e anzi rarissime le opere di immaginazione ragionata. I classici praticarono l’allegoria, le esagerazioni della satira e, talvolta, la semplice incoerenza verbale; di data recente non ricordo che qualche racconto di Las fuerzas estranas, qualche altro di Santiago Dabove, ingiustamente dimenticato. L’invenzione di Morel (il cui titolo allude filialmente a un altro inventore isolano, Moreau) trasferisce nelle nostre terre e nella nostra lingua un genere nuovo. Ho discusso con l’autore i particolari della sua trama, l’ho riletta: non mi sembra un’imprecisione o un’iperbole qualificarla di perfetta.
Eccovi l’incipit del romanzo (tradotto nell’edizione Bompiani da Livio Bacchi Wilcock). Buona lettura.

Oggi, in quest’isola, è accaduto un miracolo. L’estate è cominciata in anticipo. Ho messo il letto vicino alla piscina e ho fatto il bagno fino a tarda ora. Era impossibile dormire. Bastava restare fuori dalla piscina due o tre minuti perché l’acqua che doveva proteggermi dalla spaventosa calma si convertisse in sudore. All’alba mi svegliò un fonografo. Non potevo tornare al museo a prendere le mie cose. Fuggii per i dirupi. Ora sono nei bassi paludosi a sud dell’isola, tra piante acquatiche, indignato con le zanzare, immerso in ruscelli sporchi o nel mare fino alla cintura, e mi accorgo di avere anticipato assurdamente la mia fuga. Può darsi che quella gente non mi stia cercando; forse non mi hanno visto. Ma mi abbandono ormai al mio destino: sono sprovvisto di ogni cosa, confinato nell’angolo più povero dell’isola, tra pantani che il mare sopprime una volta alla settimana.