Il visconte, il barone e il cavaliere

Recensione di “I nostri antenati” di Italo Calvino

Italo Calvino, I nostri antenati, Mondadori

Raccontare come in una favola, assecondando la scrittura agli slanci vertiginosi dell’immaginazione, ai salti mortali della fantasia. Raccontare come in una fiaba, come ne Le mille e una notte, affidando la storia a una voce narrante ed evocando attraverso essa un intero mondo, e passioni, dolori, amori, tragedie, speranze, illusioni. Raccontare come in un’allegoria, inventando per il proprio presente uno spazio nuovo e una coscienza con cui indagare, e provare a comprendere, se stesso. Così racconta Italo Calvino nei tre romanzi brevi Il visconte dimezzatoIl barone rampante Il cavaliere inesistente, scritti tra il 1952 e il 1959 e riuniti un anno più tardi in un volume unico intitolato I nostri antenati. Continua a leggere Il visconte, il barone e il cavaliere

L’archeologia del riscatto

Recensione di “Tra donne sole” di Cesare Pavese

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

Un ritratto psicologico intriso di dolore e risentimento e nello stesso tempo un affresco sociale di impressionante durezza. E una filosofia archeologia del riscatto, l’esplorazione audace di un’anima in tumulto che si conclude con una sconfitta, con un’incondizionata resa all’assenza di senso. Un romanzo breve interamente giocato sulla vita dello spirito, sui sussulti emotivi, sui desideri, le illusioni, le rinunce, su quella trama di sogno di bisogni e fantasie che precipita come pioggia sulle delusioni e i compromessi della vita vissuta, della realtà quotidiana. Una narrazione in prima persona che rinuncia a qualsiasi superflua ricchezza stilistica, a ogni inutile sovrabbondanza, che non si preoccupa di cedere il passo all’eleganza formale; uno scrivere secco, diretto, un artigliare l’attimo dal sapore quasi animalesco, che svela un’urgenza di verità sentita prima di tutto come una necessità etica, e una protagonista impegnata più a celarsi che a mostrarsi, più a nascondere la propria saggezza, il proprio sapere di uomini e cose, imparato sulla propria pelle come si impara la fatica, nello stesso modo in cui si fa esperienza della cattiveria, collezionando cicatrici la cui memoria non teme il passare del tempo, che a parteciparla, una donna che torna là dove era stata bambina, e da dove, bambina, era fuggita per dimenticare umiliazioni e stenti, a incontrare un destino cui credeva di aver voltato le spalle per sempre. Continua a leggere L’archeologia del riscatto

Cinematografo 1759

Voltaire, Candido, BUR
Voltaire, Candido, BUR

“Nel Candide oggi non è il «racconto filosofico» che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d’una morale e d’una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunégonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti d’assistere all’autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest’ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégonde possa esclamare: «Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato?» […]. La grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l’accumularsi di disastri a grande velocità […]. È un gran cinematografo mondiale che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi, è il giro del mondo in ottanta pagine, che porta Candide dalla Vestfalia natia all’Olanda, al Portogallo all’America del Sud alla Francia all’Inghilterra a Venezia in Turchia, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi tra Gibilterra e Bosforo. Un gran cinematografo dell’attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i «bulgari» e gli «àvari»), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell’Inquisizione, i gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull’espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia. Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto”. È la forma, spiega con ragione Italo Calvino nell’introduzione a Candido, o l’ottimismo, l’opera più celebre di Voltaire (1759), pubblicata da Rizzoli nella traduzione di Piero Bianconi, il tratto più moderno (o per dir con maggior esattezza più affascinante per noi moderni) di questo piccolo, immortale capolavoro; e se è senza alcun dubbio vero che si debbono alla “torrenziale agilità narrativa” di Candido, all’incessante formicolare degli spiriti animali di una prosa meravigliosamente fluida, che, quasi fosse una formula magica, sembra capace di dar forma e corso agli eventi e non limitarsi a esserne semplice cronaca, la sua irresistibile malìa e l’impressionante facilità di lettura, è altrettanto certo che al limpido splendore formale del testo, alla grazia miracolosa dello stile corrisponda un’attualità di contenuti che, lungi dall’esaurirsi in una puntuale lettura e interpretazione del presente, si rivela una rigorosa analisi della storia e dell’uomo (delle leggi generali della storia e dell’uomo, che della storia è il principale attore e il primo motore) condotta secondo precisi criteri filosofici.

Così, al di là della maschera buffa che l’autore fa indossare ai suoi personaggi e agli accadimenti che li vedono a un tempo protagonisti e vittime, al di là dell’aperto sberleffo rivolto al suo tempo (e dunque a tutti i tempi), quel che Voltaire propone è un’idea del mondo che vede nel metafisico ottimismo di parte della filosofia seicentesca e nel suo contrario opposti da rifiutare in egual misura e per un’identica ragione, perché fondati su un concetto di finalità che, quand’anche si volesse supporre esistente e operante, resterebbe incomprensibile al limitato intelletto umano. Considerare il disordinato alternarsi di bene e male nelle cose del mondo secondo criteri capaci di svelare la direzione (l’unica e la sola) lungo la quale siamo tutti in cammino non è altro che illusione o sogno; in questo senso, dunque, la filosofia, incarnata tanto dal buffo Pangloss, il cui nome si potrebbe tradurre in “parolaio”, precettore di Candido, quanto dal cupo Martin, è il contrario di ciò che dovrebbe essere, è un girovagare dei sentimenti e non dell’intelletto, un predominare delle passioni e non del ragionamento, un inseguir menzogne certe a scapito della verità, non importa quanto essa sia fragile. E se il mondo, come ci dice Voltaire, non è altro che una confusione nella quale siamo gettati, quale altro compito può toccarci se non quello di costruire un ordine che sia alla nostra portata e alla nostra misura? Tralasciamo dunque il donchisciottesco compito di fornire di ciò che siamo e di quel che ci circonda la spiegazione ultima e carichiamoci sulle spalle l’agrodolce responsabilità di vivere: “Se questa giostra di disastri”, scrive ancora Calvino, “può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perché la vita umana è rapida e limitata; c’è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto al naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovare che motivi di soddisfazione e ammirazione”.

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura a tutti.

C’era in Vestfalia, nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti. Gli si leggeva l’anima sul volto. Aveva il giudizio abbastanza retto, con uno spirito grandemente semplice; perciò credo lo chiamavano Candide.

Senza storia né Dio

Recensione di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi

Aspra come i luoghi che racconta; riarsa, inospitale e matrigna. E aperta agli uomini, alle genti anonime che quella terra ostinatamente abitano, strappando giorno dopo giorno vita alle sue viscere nude, tempestando di scongiuri e stregonerie i corpi martoriati dalla febbre, consumati dalla malaria, erosi dalla fatica, stremati dal dolore, obbedendo istintivi all’imperativo della generazione, della carne, genuflettendosi, colmi di rispetto e amore, di fronte al mistero interamente umano della nascita. Così è la prosa dello straordinario, indimenticabile romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, cronaca del periodo di confino trascorso in Lucania dall’autore, punito dal regime mussoliniano (siamo nel biennio 1935-1936) per la sua attività antifascista; un procedere cauto e nello stesso tempo curioso alla scoperta di un mondo nuovo e sconvolgente che non può essere narrato se non attraverso parole, concetti, idee e immagini che, spogliate di ogni significato acquisito, di ogni senso compiuto e condiviso, risorgano riforgiate e innocenti a disegnare un’umanità altrettanto innocente e ferina, naturale in quella misura immortale e finanche stolida che è delle macchie d’erba, e dello scorrere infinito dei fiumi, e del sole che impietoso arroventa sassi e case, e del vento che infuria capriccioso tra burroni e strapiombi. Un’umanità precristiana, o per dir meglio anticristiana, non raggiunta, non toccata da Cristo; un’umanità derelitta perché ignorata, condannata perché taciuta, che Levi, al principio del romanzo, minuziosamente descrive, strappando alla sua scrittura accenti di una pietà così estenuata e sincera da trovare pochi uguali nella storia della letteratura, non solo italiana: “- Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli -. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono al di là dell’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia”.

Chiuso e moribondo, disperatamente aggrappato a un’illusione di sopravvivenza (“Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria […] in questa terra oscura, dove il male non è morale ma è un dolore terrestre, che sta sempre nelle cose, Cristo non è disceso”), vinto sempre e comunque, questo universo splendido e macilento appare agli occhi stranieri di Levi, medico, scrittore, pittore, oppositore politico, uomo tra esistenze d’ombra, allo stesso tempo come un tesoro e un insopportabile scandalo. Nell’impietoso confronto tra i notabili del paese (il podestà, i due incapaci medici condotti) e la dignità goffa (ma robusta e genuina) del popolo minuto, di chi, incurante del peso dei giorni e degli anni, offre se stesso alla terra avara, sacrifica ogni cosa a quel dio così reale, incombente e ostile, l’autore vede tanto la miseria transitoria (e in fondo superficiale) del presente, quanto l’atrocità di una condizione radicata oltre il tempo, le cui ragioni, analizzabili soltanto in parte, stanno nella storia e al di là di essa, in tradizioni che affondano nel mito, in promesse di fedeltà ad affratellamenti e odi viscerali vecchi di centinaia d’anni, in una sensualità del vivere che non lascia spazio alla riflessione, all’oggettivazione, ma che tutto consuma in un’immediatezza che non tollera mediazione, che solo può esaurirsi nella materia, nella concretezza dominata dalla percezione, oppure esplodere nelle forme notturne e magiche che tutto ciò che è natura cela nel suo grembo: “I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei: corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dai letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino […]. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro: e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lagrime, scongiurandoti di restituirglielo. Ora, i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c’è sotterra, sanno il luogo nascosto dei tesori”.

Cristo si è fermato a Eboli non è soltanto un capolavoro letterario, è una testimonianza limpida e coraggiosa, un’opera onesta e importantissima, un esempio sommo di cosa significhi (di cosa dovrebbe sempre significare) scrivere e assumersene, in pieno, la responsabilità.

Eccovi, invece dell’incipit, gli estratti di due tra le moltissime riflessioni critiche dedicate al romanzo. La prima, puntuale e penetrante, di Italo Calvino; la seconda, ideologica, fuorviante e sostanzialmente superflua, di Jean-Paul Sartre, che nel leggere il testo da un’ottica squisitamente esistenzialista intellettualizza eccessivamente (finendo per sterilizzarla) una riflessione che guarda al realismo e a un nudo, essenziale, umanesimo. Buona lettura.

[…] la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della storia di fronte al mondo che vive nella storia. Naturalmente questa è una definizione esterna, è diciamo la situazione di partenza dell’opera di Carlo Levi: il protagonista di Cristo si è fermato a Eboli, è un uomo impegnato nella storia che viene a trovarsi nel cuore d’un Sud stregonesco, magico, e vede che quelle che erano per lui le ragioni in gioco qui non valgono più, sono in gioco altre ragioni, altre opposizioni nello stesso tempo più complesse e più elementari.

L’universale singolare. Quando si incontra Carlo Levi, a Mosca, a New York, a Parigi, si è subito colpiti da una strana contraddizione: egli, dovunque si trovi, rimane il più romano dei romani […] ma nello stesso momento […] sembra ritrovarsi dappertutto come a casa propria […]. Ma ogni volta, dietro l’irriducibile singolarità del fatto raccontato, si può intravedere tutto un mondo – il nostro mondo – in quanto si esprime e si realizza nella qualità fuggitiva di una presenza subito dileguata. Darò a tutto questo il nome di senso, in contrapposizione ai significati. Il senso, ovvero l’incarnarsi del tutto in ciascuna parte, ecco ciò che conferisce ai discorsi di Carlo Levi un fascino inimitabile. Che quest’uomo così eccezionale vi racconti con la sua voce, le sue intonazioni, la sua fisionomia, il suo malizioso distacco […] un’effimera avventura da lui vista nascere e morire in un istante, è una singolarità selezionata da un’altra singolarità. E intanto Roma è là tutta intera, inafferrabile, opaca e presente: vissuta nella sua indecomponibile totalità. Discernere “natura” e “cultura”, però, non è possibile: i propositi dello scrittore non si distinguono da quelli dell’uomo. Essere se stesso, per Levi, significa ridurre l’universale al singolare. Scrivere è comunicare questo incomunicabile: l’universalità singolare. Con ciò, bisogna intendere che egli, come narratore, si è collocato nel medesimo nodo di contraddizioni che la sua vita rivela, e che Merleau-Ponty descriveva in questi termini: “I nostri corpi sono presi nel tessuto del mondo, ma il mondo è fatto della stoffa del mio corpo”.