Un’illimitata geografia di possibilità

Recensione di “Sei problemi per Don Isidro Parodi” di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Sei problemi per don Isidro Parodi, Adelphi
Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Sei problemi per don Isidro Parodi, Adelphi

Nel mondo chiuso e nello stesso tempo privo di confini della letteratura; in un’erudizione vastissima, capace di contenere in sé il vero e il suo opposto, di dare alla finzione la medesima sostanza di ciò che è reale e di far scivolare il consueto in un’invenzione fantastica perfettamente plausibile; nella rivisitazione curiosa, colta e originale dei generi; nella geniale costruzione di labirinti narrativi. E poi nell’intrecciarsi di inesistenti biografie, nella continua ricerca di un libro che senza essere mai nato è tutti i libri che sono già stati scritti e tutti quelli che ancora devono essere immaginati, nell’elaborazione di una storia che sia universale e insieme esploda, come un fuoco d’artificio, in mille e mille particolarismi, nella moltiplicazione degli specchi e nell’eternità, illusorio sussurro del tempo degli uomini.

Abita qui, in questo crocevia filosofico-letterario, il senso della scrittura di Jorge Luis Borges, uno degli autori più significativi del Novecento; qui hanno le loro radici lo stile raffinatissimo e inimitabile, il respiro della prosa, quieto come la superficie di un lago e misterioso, abissale, quasi incommensurabile nell’elaborazione dei temi e degli argomenti, lo sperimentalismo che sembra caratterizzare ogni opera ma che in realtà non è che la manifestazione di un talento particolare, meglio ancora, unico: quello di trovare nelle parole, in tutte le parole e in ogni loro possibile combinazione, una sorgente inesauribile di significati, una illimitata geografia di possibilità.

In questo sorprendente, spiazzante, irresistibile spazio dell’anima e della mente, la voce di Borges non soltanto risuona inconfondibile, perfino stentorea nella sua garbata pacatezza; sa anche, quando si presenta la giusta occasione, mescolarsi ad altre, espandersi in un’eco, allargarsi in cerchi concentrici: accade, per esempio, nell’affascinante e grottesco Sei problemi per don Isidro Parodi, scritto con Adolfo Bioy Casares. Compongono quest’opera ingegnosa e intrigante, un magnifico esercizio di stile, un divertissement prezioso, un riuscitissimo scherzo dalle palpitanti atmosfere noir presentato e raccontato da una “penna” inventata eppure più che verosimile – quella del dottor Honorio Bustos Domecq, nato “nella località di Pujato (provincia di Santa Fe) nell’anno 1893”, che scrisse questi racconti per “combattere il freddo intellettualismo in cui hanno sprofondato questo genere letterario [il giallo] Sir Conan Doyle, Ottolenghi, ecc.” -, sei intricati casi che vengono sottoposti all’acuto vaglio deduttivo di un investigatore tanto infallibile quanto improbabile. Perché il protagonista di queste storie agili e dense, ricchissime e polverose come magazzini abbandonati, ironiche e leggere, l’Isidro Parodi del titolo, è un carcerato, condannato (ingiustamente, va da sé) nientemeno che per omicidio. E forse è per questo, per il fatto di sangue di cui è stato ritenuto responsabile, che questo detenuto tranquillo, che senza patema né preoccupazione alcuna consuma i suoi giorni nella cella 273 del penitenziario nazionale di Buenos Aires, riesce a risolvere, semplicemente ascoltando gli affannati resoconti dei suoi “clienti”, i complicatissimi affari che li riguardano, e che sempre hanno a che fare con misteriosi delitti.

Il delizioso rincorrersi delle personalità degli autori, così simile al perfetto splendore della danza, al suo equilibrio miracoloso e fragile, dà vita a pagine indimenticabili, fitte di dialoghi arguti, abitate da personaggi meravigliosamente folli – valga per tutti il Molinari del primo racconto del libro, intitolato I dodici segni dello Zodiaco, che al cospetto di Parodi così si descrive: “Mi creda, io sono un giovane moderno, uno che vive al passo coi suoi tempi; mi piace divertirmi, ma mi piace anche meditare. Mi rendo conto che abbiamo ormai superato la fase del materialismo; le comunicazioni e le sedute del Congresso eucaristico mi hanno colpito profondamente […]. Io, come cattolico, ho rinunciato al centro spiritico Onore e patria, ma ho capito che i drusi formano una comunità progressista e sono più vicini al mistero di molti di quelli che vanno a messa la domenica” – colme di entusiasmanti colpi di scena.

Il rispetto del meccanismo narrativo del giallo classico e il suo patente tradimento (nella pressoché totale assenza di azione, nella brillante inverosimiglianza delle situazioni descritte, nella messe di rimandi letterari, nell’ordinata, quasi militaresca indistinzione di vero e falso) costituiscono, in aperta sfida al principio di non contraddizione, i pregi maggiori di un autentico, purissimo gioiello letterario.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Lucia Lorenzini. Buona lettura.

Il Capricorno, l’Acquario, i Pesci, l’Ariete, il Toro, meditava Achille Molinari, nel dormiveglia. Poi ebbe un attimo di incertezza. Vide la Bilancia, lo Scorpione. Capì di essersi sbagliato; si risvegliò tremando. Il sole gli aveva scaldato la faccia. Sul tavolino da notte, sopra l’Almanacco Bristol e alcuni numeri di La Fija, la sveglia Tic Tac segnava le dieci meno venti. Sempre ripetendo i segni, Molinari si alzò. Guardò fuori dalla finestra. All’angolo c’era lo sconosciuto.

Wednesday e gli Dei dimenticati

Recensione di “American Gods” di Neil Gaiman

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori
Neil Gaiman, American Gods, Mondadori

Nel sogno, forma perfetta della realtà secondo Jorge Luis Borges, la memoria vive oltre se stessa e abbraccia tanto il finito orizzonte di ciò che è stato quanto l’incommensurabile regione del possibile. Qui, dove ogni cosa ha diritto d’esistere, dove il solo tempo percepito è un’indistinzione di passato e futuro, esistere è insieme nascere e rinascere, venir gettati nel mondo e tornarci, imporsi all’attenzione e manifestarsi al ricordo. Così, è esclusivamente nel sogno che gli Dei – creature incorrotte e fragili forgiate nella fede e nel mito, simboli gloriosi e patetici di secoli lontani – possono interrompere l’esilio cui li ha condannati il semplice invecchiare del mondo. E ricomparire. E rivendicare, orgogliosi, la loro perduta sovranità. Gli Dei tornano in un sogno terribile e magnifico narrato dal grande scrittore argentino Jorge Luis Borges nel racconto intitolato Ragnarök (lo trovate, se siete interessati, nel volume Lartefice, edito da Rizzoli); tornano a stupire gli studenti di una facoltà di Lettere e Filosofia, ma non sono come ci si aspetta.

Non hanno più nulla della loro passata fierezza, né ombra alcuna di nobiltà, non sono che bestie randagie. “Tutto cominciò”, scrive Borges “col sospetto (forse esagerato) che gli Dei non sapessero parlare. Secoli di vita errabonda avevano atrofizzato in essi il carattere umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con quei profughi. Fronti basse, dentature gialle, baffi radi di mulatti o cinesi facevano manifesta la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non si addicevano a una povertà decorosa e onesta ma al lusso spregevole delle bische e dei lupanari dei bassifondi. A un occhiello rosseggiava un garofano; sotto una giacca attillata s’indovinava la forma d’un pugnale. Improvvisamente sentimmo che giocavano la loro ultima carta, ch’erano scaltri, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione, avrebbero finito col distruggerci”.

È suggestivo pensare che a Borges, ai sogni e all’illusorio rinnovarsi degli immortali abitanti dell’Olimpo abbia guardato (traendone felice ispirazione) Neil Gaiman, autore dell’amaro e avvincente American Gods, vincitore nel 2001 del premio Bram Stoker e l’anno successivo dei premi Nebula e Hugo. Protagonisti del suo romanzo – il cui registro fantasy si fonde con il dramma, l’avventura e perfino con il mystery, trascinando il lettore in un labirinto di verità e finzioni, colpi di scena e sorprese talmente intricato da lasciare senza fiato – sono infatti gli Dei, non quelli del Pantheon greco, com’era nel racconto di Borges, bensì quelli della mitologia scandinava, Odino e Loki, accanto ai quali appaiono creature fantastiche appartenenti al folklore e alla cultura popolare irlandese come i leprecauni, e addirittura una divinità africana: Anansi.

E proprio come i greci, anche questi Dei sono dei vinti, degli sconfitti; dimenticati, dunque in qualche misura morti, non sono ancora ridotti allo stato ferino, ma sono comunque degli emarginati. Invece del sogno di qualcuno abitano l’America di oggi, ma da sottoproletari, da ultimi; idoli ormai inutili sostituiti da altri idoli – rappresentati dal denaro, dal successo, dall’invadenza della televisione, dal selvaggio irrompere della tecnologia, che ogni giorno di più si fa prepotente tecnocrazia – subiscono impotenti e rassegnati il loro destino.

Ma a questa sorte, a questa immortalità un tempo invidiata e che oggi pesa loro addosso come una condanna, ed è così scomoda da esser divenuta motivo d’imbarazzo e di vergogna, qualcuno si ribella: un misterioso, enigmatico signor Wednesday (nome della settimana che richiama alla mente un’altra possibile, affascinante fonte di ispirazione per Gaiman, lo splendido The Man Who Was Thursday, L’uomo che fu Giovedì di Gilbert Keith Chesterton), che altri non è che Odino, vuole dare battaglia ai nuovi Dei e riaffermare su loro, sugli uomini e sul mondo, il dominio perduto. Ad aiutarlo (suo malgrado) in questo compito è l’ex galeotto Shadow, appena uscito di prigione dopo aver scontato tre anni e completamente solo al mondo in seguito alla perdita della moglie e del migliore amico in un incidente stradale.

Inizialmente incredulo, poi soltanto scettico, infine costretto ad accettare la realtà dei fatti, per quanto assurda, Shadow si mette all’opera. L’autore ne racconta le peripezie con limpida maestria narrativa, mutando spesso registro espressivo, toccando le note acute del grottesco, immediatamente dopo sprofondando nel tono cupo della tragedia imminente per poi tornare alla scanzonata luminosità della commedia. L’incessante mutare della forma è mutare della sostanza stessa del romanzo, che non offre punti di riferimento al lettore, semina allo stesso modo indizi e false prove e dà la medesima plausibilità a quel che al buon senso sembra probabile e a quello che pare contrario a ogni logica, fino al climax, il momento dello scioglimento finale, quello in cui Shadow, e il lettore con lui, scoprirà che non vi è poi molta differenza tra la divina bestialità dipinta da Borges e la sovrumana indigenza dei personaggi di Gaiman.

Romanzo godibilissimo, divertente, stuzzicante, American Gods si fa apprezzare per l’originalità, per l’innegabile qualità di scrittura, per i suoi “possibili” debiti letterari e per le dirette citazioni: tra le altre, L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, le Storie di Erodoto e, vero colpo da maestro, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava. L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato vi aveva già provveduto.

Lo uccisi perché era di Vinaroz

Max Aub, Delitti esemplari, Sellerio
Max Aub, Delitti esemplari, Sellerio

Immaginate un assassinio. E chiedetevi quale movente, per un tale atto, sia più naturale, universale, comprensibile e condivisibile (squisitamente in via di principio, s’intende) del puro odio, di quell’accesso di violenza cieca, e rabbia, e furore, e desiderio di annientamento che alberga in ciascuno di noi, che silenzioso pulsa nei più inviolabili recessi del nostro cuore infiammando pensieri e nutrendo le più oscure fantasie. Uccidere dunque. Semplicemente. E per nessun’altra ragione che non sia la voglia di farlo. Bandito l’inutile ricorso (da dilettantesca trama gialla) a ragioni estrinseche (denaro, gelosia, vendetta o qualsiasi altra cosa possa venire in mente), spogliata la più terribile delle azioni della sua veste antropologica, psicologica e letteraria, quel che resta è l’omicidio in sé e per sé, il suo archetipo, la platonica rappresentazione ideale della morte e di colui che la dispensa: l’uomo. Ed è proprio quest’uomo, omicida per istinto, omicida perché uomo, inquietante rovescio della medaglia bel “buon selvaggio” descritto da Jean-Jacques Rousseau, il protagonista di un’opera bizzarra e affascinante, Delitti esemplari dello spagnolo Max Aub, scrittore imprevedibile e avvincente, suggestivo nei suoi arditi e beffardi equilibrismi tra fantasia e realtà (la sua biografia dell’inesistente pittore Jusep Torres Campalans in qualche misura ricorda il Pierre Menard, novello autore del Don Chisciotte, raccontato da Jorge Luis Borges in Finzioni) e nello stesso tempo capace di una prosa diretta, spigolosa e veemente, che lascia il lettore senza fiato e quasi impossibilitato a comprendere quanto di questo scrivere affannoso e tuttavia limpido sia frutto di mestiere e quanto invece si debba a una talentuosa, e tumultuosa, urgenza comunicativa. Volutamente scaltro, disseminato di trappole e false piste, il cammino letterario di Aub è un aperto atto di sfida; egli presenta i suoi lavori come futili esercizi, passatempi, curiosità per perdigiorno; narra con affettata condiscendenza, come se della sua fatica non gli importasse minimamente, e squaderna i suoi temi come inciampi di un cammino privo di meta, cose nelle quali si è imbattuto per un capriccio del destino. “Non gettiamo la croce addosso a nessuno”, scrive nel prologo di Delitti esemplari raccontando la genesi del libro e il modo in cui sono state raccolte le confessioni degli omicidi che lo compongono, “si è perduta la semenza, forse a causa del tempo cattivo. Il sale della saggezza non muove al riso; del resto non ce l’hanno più neppure i saggi, i quali si mordono la coda dopo essersi lasciati fagocitare dai loro figli. Cosa abbiamo coltivato? Cosa abbiamo raccolto? Ci resta soltanto il gioco, che dipende dal caso. C’è chi, felice, non si stanca mai di giocare. Io sì. E anche coloro che qui si confessano: il miope, il presbite, e intanto si danno botte da orbi”.

Geniale architetto di labirinti d’apparenza, irrazionalità e caos, Max Aub rivela nel momento stesso in cui nasconde, mostra il procedere dell’analisi razionale (o molto più modestamente, se si vuole, dell’opinione personale) dove sembra trovi spazio soltanto l’immediatezza dell’emozione – “Era più intelligente di me, più ricco di me, più generoso di me, era più alto di me, più bello, più disinvolto, vestiva meglio, parlava meglio; se voi credete che queste sono scuse, siete proprio stupidi. Ho sempre pensato alla maniera di sbarazzarmi di lui. Feci male ad avvelenarlo: soffrì troppo. Questo sì che mi dispiace. Avrei voluto che morisse di colpo” – incalza, provoca e sconvolge proprio quando mette tra parentesi il suo ruolo di autore a favore di quello passivo e inerte di cronista, di occasionale testimone (“Uccise la sorellina la notte della Befana per tenere tutti i giocattoli per sé”). Ma non inganni la confusione costruita ad arte dello scrittore spagnolo; una via d’uscita dalla sua stanza dei giochi, infatti, esiste. È la scomposizione del generale del particolare, dell’universale nel soffocato microcosmo del dettaglio la chiave d’accesso a quel particolarissimo “enigma letterario” chiamato Max Aub; comprendere che la ragione del suo essere scrittore coincide perfettamente con il significato di quel che scrive, dunque, non comporta altro che la piena accettazione delle regole del suo mondo, un mondo nel quale la verità esiste ma non ha il potere di salvare niente e nessuno, perché come tutte le cose che vivono è destinata a perire.

Eccovi l’inizio del prologo. La traduzione, per Sellerio Editore, è di Lucrezia Pannunzio Cipriani, ed è stata fatta sull’edizione del libro curata personalmente da Max Aub nel 1957. Buona lettura.
Questo è materiale di prima mano: trasferito direttamente dalla bocca alla carta, sfiorando appena l’orecchio. Confessioni senza storia: Chiare, confuse o dirette, non hanno altro scopo che di spiegare il furore. Raccolte in Spagna, in Francia ed in Messico nel corso di più di vent’anni, non potevo – oggi – migliorarle: questo spiega la loro semplicità. Certamente mi furono fatte con una precisa intenzione, quella di riaccostarsi a Dio e sfuggire così il peccato. Gli uomini sono esattamente come furono creati, e volerli ritenere responsabili di ciò che, d’un tratto, li spinge ad uscire da se stessi, è una pretesa che non condivido. Gli anni mi hanno aperto alla comprensione. Le ragioni che li hanno spinti al crimine sono raccontate in tutta franchezza, forse con un unico desiderio, quello di lasciarsi trascinare dalla loro pena. Ingenuamente – secondo me – dicono grandi verità.

Come pallide stelle al giungere dell’alba

Recensione di “Fervore di Buenos Aires” di Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Adelphi
Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Adelphi

È un esercizio allo stesso tempo arduo e seducente approcciare l’opera poetica di un autore splendido e complesso come Jorge Luis Borges (di cui ho già scritto in questo blog). Scrittore magnifico, ineguagliabile per ricchezza stilistica e profondità tematica, ma soprattutto uomo di lettere e di cultura nel senso più pieno e nobile del termine, Borges nacque (e non solo cronologicamente) nel lieve sussurro dei versi. Ha forma lirica il suo giovanile entusiasmo per la bellezza, l’amore geloso per Buenos Aires riverbera limpido in brevi quadri descrittivi che rapiti raccontano angoli e scorci della città colti quasi per caso, per una benevola disattenzione del fato, o degli dei, risuona forte, nelle sue pagine, una certa spavalderia espressiva (caratteristica dell’ultraismo, movimento d’avanguardia che aveva contribuito a creare), ma accanto a tutte queste cose, che in qualche modo definiscono il perimetro all’interno del quale si muove il Borges poeta, già si intravedono, come pallide stelle al giungere dell’alba, alcuni dei nodi fondamentali del suo inesausto narrare in prosa: l’enigma del tempo, che inaspettatamente ci si rivela (In quell’ora in cui la luce ha una finezza di sabbia/entrai in una strada ignota, aperta in nobile spazio di terrazza […] Solo dopo pensai che quella strada della sera era estranea,/come ogni casa è un candelabro dove le vite degli uomini ardono come candele isolate,/che ogni immediato nostro passo cammina sul Golgota), la simbolica immensità del labirinto, al cui interno vive ogni senso e ogni assenza di esso, e che Buenos Aires (specie in Fervore di Buenos Aires, il primo libro di poesie pubblicato), considerata come un luogo-non luogo dal suo cittadino più illustre, appare destinata ad incarnare (I miei passi claudicarono quando stavano per calpestare l’orizzonte/e restai tra le case, quadrangolate in isolati differenti ed uguali/come se fossero tutte quante monotoni ricordi ripetuti di un solo isolato), il mistero della vita e della morte e lo spazio sconfinato della filosofia e della metafisica, che non è se non un ramo della letteratura fantastica (Ciecamente reclama durata l’anima arbitraria/quando l’ha assicurata in vite altrui, quando tu stesso sei lo specchio e la replica/di coloro che non raggiunsero il tuo tempo e altri saranno (e sono)/la tua immortalità sulla terra).     

Ecco dunque che Fervore di Buenos Aires, pubblicato per la prima volta nel 1923 e abbondantemente rivisto in occasione di una nuova pubblicazione nel 1969 (è in questa versione che il libro compare nel primo volume delle opere complete edito da Mondadori, collana i Meridiani), si può considerare come un doppio esordio (e stanno qui, a mio giudizio, il fascino e la difficoltà richiamati in apertura, nei giochi di luce di una lettura che sembra sfidarti a coglierne tutte le sfumature) ; è infatti il canto di un giovane poeta e insieme l’annuncio di un viaggio in terre inesplorate e misteriose, e poi ancora più distante, fino ai confini di mondi confusamente intravisti.

A queste terre, a questi mondi, Jorge Luis Borges conduce il lettore attraverso i suoi racconti, i romanzi e i saggi, tracciando, nel solco di una sostanziale continuità esistenziale e artistica tra prosa e poesia (ribadita anche da quanto scrive nel prologo dell’edizione del 1969 di Fervore di Buenos Aires: “Non ho riscritto il libro. Ho mitigato i suoi eccessi barocchi, ho limato asperità, ho cancellato sentimentalismi e vaghezze e, nel corso di questo compito talora grato e talora scomodo, ho sentito che quel ragazzo che nel 1923 lo scrisse era già essenzialmente […] il signore che adesso si rassegna e corregge […]. Per me, Fervore di Buenos Aires prefigura quanto avrei fatto dopo), un itinerario di conoscenza che non ha eguali nella storia della letteratura.  

Eccovi una delle poesie a mio avviso più intense e riuscite del libro: La rosa. Buona lettura.
La rosa, 
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza, 
quella del nero giardino nell’alta notte, 
quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera, 
la rosa che risorge dalla tenue cenere
per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto, 
quella che sempre sta sola, 
quella che sempre è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto, 
la rosa irraggiungibile. 

Tertium non datur: lo splendido mistero di Borges

Jorge Luis Borges, L'Aleph, Adelphi
Jorge Luis Borges, L’Aleph, Adelphi

Proprio come i temi su cui più insistentemente si sofferma, la scrittura di Jorge Luis Borges sembra tessuta d’infinito. Immortale per intrinseca perfezione, la sua prosa sfugge a ogni possibile definizione, a qualsiasi categorizzazione; così profondamente dotta da riuscire a disegnare mondi meravigliosi e complicatissimi lungo il confine sottile (e inaccessibile a chiunque altro) che separa il reale dall’immaginario, la verità dall’invenzione, la libertà creatrice del sogno dal severo rigore della sua interpretazione; così ricca, esuberante, magnifica, esplosiva da rivelarsi adatta (di più, ideale) per qualsiasi argomento – quasi che il contenuto fosse rivelato dalla forma, dalla scelta dello stile – e insieme ordinata, quieta perfino, diligente, regolata, la narrazione del grande scrittore argentino non sembra avere nulla a che fare con l’astratta esattezza della tecnica (pur essendo tecnicamente ineccepibile, quale che sia il genere letterario cui venga applicata) e nello stesso tempo è talmente ben strutturata, talmente forte, poggia su fondamenta così solide da non poter essere, per intero, frutto di talento, di genio, di improvvisazione priva di metodo. Né vale (tertium non datur in questo caso, il mistero dello splendore di Borges è destinato a rimanere tale) ricorrere alla più ovvia delle conclusioni suggerita da quest’analisi e dichiarare che le pagine di Borges nascano dalla feconda unione tra predisposizione ed esercizio, perché se è del tutto evidente che le cose stiano anche in questo modo (non è forse la scrittura, qualsiasi tipo di scrittura, il risultato del matrimonio, più o meno riuscito, tra un dono personale e il lungo esercizio necessario al suo raffinamento?), lo è ben di più il fatto che i lavori di Borges, dalle poesie, ai racconti, ai saggi, non mostrino, in tal senso, alcun indizio. In una parola, la scrittura di Jorge Luis Borges si sottrae a ogni indagine sulla propria genesi; come fosse una lega metallica di origine sconosciuta, o una creatura non appartenente a questo pianeta, questa prosa rigogliosa, lussureggiante, misteriosa e ipnotica non può essere “decifrata” (e cioè compresa, scientificamente spiegata) da strumento alcuno; il laboratorio letterario di quest’uomo che ai libri (e alla lettura più che alla scrittura, un particolare non di poco conto) ha dedicato per intero la propria vita, è quello sfumato ed emozionale di un alchimista, è l’antro di un mago che insegue il miraggio del moto perpetuo, che si nutre dell’illusione della pietra filosofale, che contempla l’eternità nello scorrere delle ore, nel costante rincorrersi dei giorni, e che nell’inseguire mondi al di là del mondo conosciuto trova il modo di raggiungerli, e di raccontare a tutti quel che vede. “Letteratura fantastica” è il termine con cui comunemente si definisce gran parte della produzione borgesiana; non si tratta, va da sé, di un errore, o di un fraintendimento, semplicemente di una verità parziale, o se si preferisce di un’esattezza monca. Perché se è vero che è “fantastico”, e dunque per nulla ordinario, o scontato, o prevedibile, il modo in cui Borges affronta alcuni temi (il già citato problema del tempo, cui è correlata l’indagine su eternità e immortalità, non solo dell’anima, le questioni legate all’infinità e alla sua percezione, il nodo della verità e della sua espressione, o meglio della possibilità della sua espressione, che a sua volta si riallaccia alla possibilità dell’esistenza stessa della verità), e allo stesso modo è “fantastico”, per la capacità di coinvolgere, affascinare e regalare suggestioni il suo stile, è altrettanto vero che Borges il metafisico, Borges creatore delle Mille e una notte, è uno scrittore che appartiene al reale, e che con il reale non teme di confrontarsi; certo, al modo di un filosofo, non a quello di un politico, senza mai sacrificare la bellezza anche formale del proprio argomentare all’incisività di una conclusione, ma non per questo condannandosi alla sterilità.

Vetta, per ammissione dell’autore, della sua opera sono i libri di racconti Finzioni e L’Aleph; del primo ho già scritto in questo blog (il centesimo post, questo è il duecentesimo, un piccolo omaggio personale a uno degli scrittori che più ho amato e che maggiormente mi hanno influenzato), del secondo qui non tratterò che brevemente: questa volta, infatti, borgesianamente quanto me lo consentono le mie limitate capacità, ho cercato di parlare di un libro meraviglioso senza affrontarlo direttamente, raggiungendolo tramite rimandi e riflessioni. Ora, giunto alla trama del libro, credo che la cosa migliore da fare sia lasciare la parola a Borges (dall’introduzione dell’opera omnia, a cura di Domenico Porzio, Mondadori, collana I Meridiani, primo volume), che offre qualche coordinata di lettura per alcuni dei racconti che lo compongono. L’Aleph: “È la storia di un oggetto magico che serve solo a dare disgrazia e follia”, L’immortale: “È troppo scritto. Ora lo riscriverei più breve. Credo che sarebbe più chiaro il fatto che il protagonista è Omero che, dopo tanti secoli, ha dimenticato il greco e ha dimenticato l’Iliade. Ne ha letto la traduzione di Pope”. La ricerca di Averroè: “Fu ispirato da un passaggio di Renan nel suo libro su Averroè, dove dice che Averroè, uomo assai intelligente, definisce la commedia come satira e la tragedia come elogio. Giacché ignorava il teatro, si equivoca, perché gli manca un dato, non poteva sapere che esisteva quel genere”.
Eccovi l’inizio di uno dei racconti che mi ha colpito di più: La casa di Asterione. Buona lettura.

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n’è una simile). Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un’altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che mi infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare.

Lo specchio fantastico della realtà

Recensione de “L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares

Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel, Bompiani

Un’isola deserta che conserva remote tracce del passaggio dell’uomo (un museo, una cappella e una piscina), un fuggiasco in cerca di speranza, o forse solo di sopravvivenza, e l’inspiegabile comparsa di un gruppo di persone, estranei chiusi in una routine di soffocante perfezione che inizialmente suscitano il terrore del naufrago, poi una sempre più accesa curiosità e infine il desiderio irresistibile di venir scoperto, visto, di far parte di quelle vite allo stesso tempo così vicine e così irraggiungibili. Un romanzo complesso, labirintico, che alle sfumature dell’avventura intreccia le atmosfere inquietanti del mistero; un’incessante riflessione sulla verità e sul suo significato, sulla morte e il suo superamento, sull’arte, la scienza e la loro ansia d’eternità e d’assoluto.

Pagine densissime, che non sembrano poter contenere tutta questa ricchezza eppure la dispensano con una semplicità che lascia stupefatti, pagine in cui l’esistenza incontra il suo opposto, lo abbraccia e se ne allontana per sempre, pagine colme d’amore e di disperazione, pagine di diario, brandelli di confessione, elenchi di fenomeni stranissimi e poi la ragione di ciascuno di essi, la soluzione dell’enigma. L’invenzione di Morel, l’opera più nota del grande scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, è uno dei grandi capolavori della letteratura fantastica; come in un metafisico racconto poliziesco concepito con diabolica astuzia, l’autore costruisce la vicenda (che sostituisce al colpevole da smascherare la verità da comprendere, anche se un colpevole, o meglio un responsabile, non manca neppure in questo caso) e nel narrarla dipana il filo d’Arianna grazie al quale venire a capo della storia.

Ogni cosa, ne L’invenzione di Morelè un’immagine allo specchio; ogni rivelazione una falsa pista, ogni colpo di scena l’ingresso in una nuova strada, l’apertura di una nuova prospettiva; non esistono punti di riferimento in quest’opera magnifica e impervia perché il romanzo – la sua struttura, la sua prosa, la cui chiarezza quasi pedantesca genialmente contrasta con l’incomprensibilità, o per dir meglio l’assoluta assurdità della vicenda che illustra – è parte dell’idea del suo creatore, perché è esso stesso ambientazione. L’isola deserta, il luogo in cui per definizione non c’è una via da seguire ma tante strade quante ne riesce a esplorare colui che la raggiunge, viene simboleggiata da una scrittura ordinata nell’esposizione ma inafferrabile quanto a contenuto (cosa accade realmente in quel luogo? Chi sono le persone comparse d’improvviso a sconvolgere la vita del rifugiato? Perché quel che fanno è a volte così incongruo con ciò che sta vivendo il testimone da sembrare impossibile? Perché non si accorgono di lui nemmeno quando smette di nascondersi, quando con tutte le sue forze vuole essere visto? Perché in cielo brillano due soli e due lune?), e non è un caso che a indagare su tutta questa “disordinata realtà” non sia un poliziotto ma un uomo condannato dalla giustizia (non importa se a torto a ragione). Ancora una volta, dunque, ecco emergere il contrario di ciò che dovrebbe essere: un detective (magari fuori dagli schemi) per un romanzo che, come già detto, è anche un poliziesco.

Svelare per intero la trama significherebbe spiegare quel che succede nell’isola, raccontare di Morel e della sua invenzione (o se si preferisce della sua maledizione; all’inizio del romanzo, infatti, si narra che l’isola sia “il focolaio di una malattia, ancora misteriosa, che uccide dall’esterno verso l’interno. Cadono le unghie e i capelli, muoiono la pelle e la cornea degli occhi, e il corpo sopravvive, otto, quindici giorni); non dirò dunque nient’altro sugli sviluppi del romanzo né sulle peripezie del malcapitato naufrago che ne è il protagonista. Lascio però la parola a Jorge Luis Borges, intimo amico dell’autore, e alle battute finale della sua splendida introduzione al volume, che ne è anche la chiave di lettura: “Bioy rinnova letterariamente un’idea che Sant’Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui ragionò e che Dante Gabriele Rossetti disse con musica memorabile:
I have been here before,
But when or how I cannot tell:
I know the grass beyond the door,
The sweet keen smell
The sighing sound, the lights around the shore…
In spagnolo sono poco frequenti e anzi rarissime le opere di immaginazione ragionata. I classici praticarono l’allegoria, le esagerazioni della satira e, talvolta, la semplice incoerenza verbale; di data recente non ricordo che qualche racconto di Las fuerzas estranas, qualche altro di Santiago Dabove, ingiustamente dimenticato. L’invenzione di Morel (il cui titolo allude filialmente a un altro inventore isolano, Moreau) trasferisce nelle nostre terre e nella nostra lingua un genere nuovo. Ho discusso con l’autore i particolari della sua trama, l’ho riletta: non mi sembra un’imprecisione o un’iperbole qualificarla di perfetta.
Eccovi l’incipit del romanzo (tradotto nell’edizione Bompiani da Livio Bacchi Wilcock). Buona lettura.

Oggi, in quest’isola, è accaduto un miracolo. L’estate è cominciata in anticipo. Ho messo il letto vicino alla piscina e ho fatto il bagno fino a tarda ora. Era impossibile dormire. Bastava restare fuori dalla piscina due o tre minuti perché l’acqua che doveva proteggermi dalla spaventosa calma si convertisse in sudore. All’alba mi svegliò un fonografo. Non potevo tornare al museo a prendere le mie cose. Fuggii per i dirupi. Ora sono nei bassi paludosi a sud dell’isola, tra piante acquatiche, indignato con le zanzare, immerso in ruscelli sporchi o nel mare fino alla cintura, e mi accorgo di avere anticipato assurdamente la mia fuga. Può darsi che quella gente non mi stia cercando; forse non mi hanno visto. Ma mi abbandono ormai al mio destino: sono sprovvisto di ogni cosa, confinato nell’angolo più povero dell’isola, tra pantani che il mare sopprime una volta alla settimana.

Poiché tutto accadde per divenire libro

Autore tra i più importanti della storia della letteratura, Jorge Luis Borges, romanziere eccelso, poeta sublime, saggista meticoloso, e ancora storico, filosofo, immaginifico creatore di storie e di mondi, è prima di tutto e per sua stessa ammissione un lettore. Un lettore infaticabile, curioso, coltissimo, attento. I suoi numerosi capolavori letterari sono un laboratorio scientifico, un’officina alchemica, un’irraggiungibile caverna all’interno della quale uno stregone, indifferente al trascorrere del tempo (o più probabilmente antico quanto il tempo stesso), trasforma in qualcosa di nuovo e perfetto miti, suggestioni, temi, argomenti, riflessioni e intuizioni per secoli raccontati e trasmessi attraverso i libri.

Come fosse un mosaico che muta al mutare dello sguardo che lo osserva, l’opera di Borges sembra non avere né inizio né fine; ogni suo lavoro, sia esso in prosa o in versi, è un viaggio, unico e irripetibile, nello sconfinato universo letterario, esplorato e restituito al lettore con eleganza d’esteta, passione d’amante e ineguagliabile talento narrativo. Non esiste, dunque, nella produzione del grande scrittore argentino, qualcosa che somigli a un “centro”, uno scritto che, più o meglio di altri, riveli qualcosa di particolarmente significativo dell’autore o dei suoi temi prediletti (in questo senso, è affascinante attribuire agli scritti di Borges la definizione di Dio elaborata dalla Scolastica e ripresa, tra gli altri, da Niccolò Cusano e Giordano Bruno; un cerchio infinito il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo), tuttavia, a mio avviso, ci sono libri che non possono non essere letti, e in special modo Finzioni, una raccolta di otto racconti indimenticabili per perfezione stilistica e originalità di contenuto.
Scrive Domenico Porzio nella bellissima prefazione all’opera omnia di Borges pubblicata da Mondadori  (due volumi, collezione I Meridiani, ma per quanto riguarda il solo Finzioni vi consiglio l’edizione Einaudi, tradotta e curata da Franco Lucentini): “Una memoria prodigiosa, nutrita da molteplici esperienze culturali, occidentali ed orientali, vigilata e accompagnata da una provocatoria reattività creativa. La ripetitiva vanità della Storia, le inappagate e cicliche interrogazioni delle filosofie e delle teologie, sollevate a materia di lucida e appassionata poesia. La proclamata certezza nell’equivalenza tra scrittura e lettura come momenti concomitanti e indispensabili all’accadimento del fatto estetico. L’inevitabile ribaltamento («il debole artificio di un argentino smarrito nella metafisica») nella irrealtà di ogni manifestazione del reale. Il meditato e risentito stupore, lo smarrimento gnostico, dinanzi all’insondabile destino dell’uomo e al mistero della creazione. La profonda, stoica commozione per le inutili speranze del progresso e delle rivoluzioni. L’idolatrica esplorazione dei miti e delle sorgenti delle antiche letterature e dell’epica da cui scaturì la poesia, poiché tutto accadde per divenire libro; il sospetto che anche la creazione sia un libro scritto dallo Spirito, del quale noi siamo le inconsapevoli lettere e parole. L’applicazione coinvolgente della tecnica della narrativa poliziesca per diramate e sorprendenti indagini speculative. Il dono e la conquista di una scrittura di ironico nitore e di classica semplicità. Una letteratura che è specchio implacabile e non rassegnato della nostra angoscia, della nostra crisi di identità, pur eludendo il tragico quotidiano. Un’avventura in versi e in prosa nell’immaginario, alla ricerca dei profetici frammenti di verità che lo Spirito ha elargito alla letteratura, mutevole caleidoscopio che ogni lettore modifica e ricrea. Sono queste alcune magie parziali che hanno progressivamente portato le pagine di Borges al centro di un’attenzione ormai planetaria”.
Di questa parziale magia è intrisa ogni riga di Finzioni, un libro di racconti unico nel suo genere, un’ininterrotta teoria di meraviglie nella quale la verità e il suo opposto si confondono fino ad annullarsi, fino ad annullare qualsiasi differenza fra loro. E quel che resta non è che bellezza, nella sua forma più pura.
P.S. Questa è la centesima scheda del blog. La dedico a Borges come personale omaggio a uno degli scrittori che più mi hanno influenzato. Spero che quanto ho scritto e riportato spinga qualcuno tra voi a scoprire Borges o a riscoprirlo (nel caso avesse già letto qualcosa di suo ma non ancora Finzioni).
Ora lascio la parola al grande argentino, non al primo dei racconti di Finzioni questa volta, ma alla sua premessa. Credo non possa esserci miglior invito alla lettura.
Gli otto scritti che compongono questa raccolta non hanno bisogno di chiarimenti importanti. L’ottavo (Il giardino dei sentieri che si biforcano) è poliziesco: i lettori assisteranno all’esecuzione e a tutti i preliminari di un delitto il cui scopo non ignorano, ma che non comprenderanno, mi sembra, fino all’ultimo paragrafo. Gli altri sono fantastici. Uno – La lotteria a Babilonia – non è del tutto esente da simbolismo. Non sono il primo autore del racconto La biblioteca di Babele; i curiosi della sua storia e preistoria potranno interrogare una certa pagina del numero 59 di «Sur», in cui figurano i nomi eterogenei di Leucippo e di Lasswitz, di Lewis Carroll e di Aristotele. In Le rovine circolari tutto è irreale; in Pierre Menard, autore del Chisciotte è irreale il destino che si impone il protagonista. La lista degli scritti che attribuisco a Menard non è divertentissima, ma non è arbitraria; è un diagramma della sua storia mentale…

Delirio faticoso e avvilente quello del compilatore di grossi libri, del dispiegatore in cinquecento pagine d’un concetto la cui perfetta esposizione orale capirebbe in pochi minuti! Meglio fingere che questi libri esistano già, e presentarne un riassunto, un commentario. Così fecero Carlyle in Sartor Resartus, Butler in The Fair Haven: opere che hanno il difetto, tuttavia, di essere anch’esse dei libri, non meno tautologici degli altri. Più ragionevole, più inetto, più pigro, io ho preferito scrivere, su libri immaginari, articoli brevi. Questi sono: Tlön, Uqbar, Orbis Tertius; Esame dell’opera di Herbert Quain; L’accostamento ad Almotasim. L’ultimo è del 1935; ho letto da poco The Sacred Fount (1901), il cui argomento generale è forse analogo. Nel delicato romanzo di James il narratore cerca di scoprire se sia A, o se sia B, a influire su C; nell’Accostamento ad Almotasim egli presenta o indovina, attraverso B, la remotissima esistenza di Z, che B non conosce.