La vanità di un dio demente

Franz Kafka, Il processo, Rizzoli
Franz Kafka, Il processo, Rizzoli

Come in una disputa medievale sugli universali, nella quale la battaglia tra opposti pensieri rappresentava la via per giungere a Dio, i temi della colpa, dell’innocenza, della giustizia, del suo manifestarsi e del suo operare – temi che toccano l’essenza stessa dell’esistere, e nel loro comprendere ogni uomo, il suo senso e il suo destino, penetrano nei labirinti della metafisica – stanno a fondamento de Il processo di Franz Kafka, romanzo inquietante, illusorio (come lo sono un ragionare febbrile, un calcolo ripetuto all’infinito, una deduzione inceppata nel proprio meccanismo logico), allegorico, enigmatico, allo stesso tempo inafferrabile e possente, reale al punto da risultare soffocante eppure evanescente come un sogno, o per meglio dire come un incubo. Proprio lungo il confine (sottile, impalpabile ma ben presente) che divide il sonno dalla veglia, che separa “ciò che è vero” da tutto ciò che “non lo è”, si snoda la vicenda narrata da Kafka, il mistero insieme buffo e tragico di un’accusa, mai formalizzata ufficialmente, che travolge e sconvolge la vita di un anonimo impiegato, Joseph K. Lo stile ordinato, rigoroso del grande autore cecoslovacco scivola sulle cose come fosse uno sguardo, come l’occhio di un testimone; duttile al pari del pennello di un artista, il suo squisito talento di narratore ribalta ogni prospettiva consueta semplicemente descrivendo uno stato di cose nel quale la normalità, la quotidianità, il “buon senso comune” hanno perduto il proprio primato a favore di un caos senza nome né volto, silenzioso ma onnipresente (e onnipotente); di un cortocircuito individuale e collettivo che distrugge ogni ordine e gerarchia, ogni punto di riferimento sociale, sostituendoli con sosia oscenamente deformati, mostruosi organismi di controllo e di indirizzo etico che soltanto in apparenza hanno il volto rassicurante di istituzioni note, riconosciute e rispettate ma in realtà sembrano obbedire a un arbitrio folle e incontrollato. Alla vanità di un dio demente.

Prigioniero di una “congiura di savi pazzi” di cui non vede né origine né fine, Joseph K., un mattino come tanti, scopre di essere in arresto (senza tuttavia che nessuno si prenda la briga di chiuderlo in prigione) e che sul suo capo pende una non meglio precisata accusa, che ha dato origine a un processo penale. Il genuino stupore del protagonista del romanzo, la sua paura strisciante, il desiderio di ribellarsi a quel fatto così inconsueto, così brutale, così “scandaloso”, la sua emotività scossa, si esauriscono in brevissimo tempo, così come si estingue, inesorabilmente, la determinazione dell’uomo, deciso a difendersi con metodo e puntiglio, a constrastare quella che di tutta evidenza è una patente ingiustizia (magari perfino un atroce scherzo molto ben congegnato). Tutto questo mondo interiore, infatti, riflesso dellanima, dellintelletto e del cuore di ciascuno di noi, come fosse memoria d’ombra di un tempo perduto per sempre, si consuma nella trappola per topi di un meccanismo “di giustizia” finalizzato esclusivamente all’annientamento, alla deprivazione, scientifica, dell’individualità, sola colpa imputabile al singolo in un sistema che ha cancellato le differenze. Non a caso, la riflessione che Joseph K. si concede nel tentativo di tranquillizzarsi subito dopo aver appreso di essere al centro di un inchiesta (anzi, il bersaglio di un procedimento tanto complesso quanto implacabile) appare al principio del romanzo per poi dissolversi, come una fantasia; e questa riflessione non è che il riepilogo, il riassunto affannato di quella verità dei sensi e dell’intelletto che accompagna in ogni momento il nostro vivere in comunione con gli altri: la certezza di essere parte integrante di un organismo, e dunque di partecipare dei suoi diritti, ingenuamente creduti inalienabili, perenni: “In fin dei conti K. viveva in uno stato di diritto, dappertutto regnava la pace, le leggi erano tutte in vigore, chi osava coglierlo di sorpresa in casa sua? Egli era sempre incline a prendere le cose quanto più possibile alla leggera, a credere al peggio solo quando il peggio era arrivato, a non cautelarsi per il futuro neppure quando tutto lo minacciava. Qui gli sembrò però un errore, si poteva certo considerare tutta quella storia uno scherzo, uno scherzo grossolano organizzato per motivi sconosciuti, forse perché oggi compiva trent’anni, dai colleghi della banca, naturalmente questo era possibile, forse bastava fare una risata in faccia in un modo o in un altro ai suoi guardiani perché si mettessero a ridere anche loro, forse erano fattorini della cantonata, qualche somiglianza c’era… e tuttavia questa volta, si può dire dal momento in cui aveva visto la guardia Franz, aveva deciso di non lasciarsi sfuggire il più piccolo vantaggio che potesse avere su quella gente”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per BUR, è di Elena Franchetti. Buona lettura.

P.S. Questa è l’ultima recensione dell’anno. Nei prossimi giorni mi prenderò una vacanza. Ci rivedremo a gennaio 2015. Grazie a tutti voi per avermi seguito fin qui, mi auguro vorrete continuare a farlo. Tanti auguri di buone feste, e di un ottimo anno nuovo.

Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni mattina verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Non era mai successo fino allora. K. aspettò ancora un po, guardò dal suo cuscino la vecchia che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità che non le era assolutamente abituale, infine, meravigliato e insieme affamato, suonò il campanello. Subito qualcuno bussò e un uomo che in quella casa non si era mai visto si fece avanti.