Quadri di vita di dolorosa bellezza

Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi
Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi

Una scrittura elegante e potente. Energica, puntuale, ricca, rigorosa nel dettaglio descrittivo e tuttavia sfumata, multiforme, capace di sfuggire alla realtà reinventandola almeno in parte, di giocare con la verità confondendola con l’apparenza, di mescolare la veglia e il sogno rendendoli quasi indistinguibili l’una dall’altro. Una scrittura che pur senza rinunciare alla dimensione etica che così fortemente la caratterizza accetta la seduzione dolce dell’immaginazione, la cauta vertigine di una libertà creatrice abbracciata con entusiasmo ma utilizzata con attenzione, quel tanto che basta per giocare ai fatti così come sono accaduti uno scherzo innocente, per “barare con ciò che è stato”. Nei racconti che compongono Gli zii di Sicilia di Leonardo Sciascia, pubblicato nel 1958, non è il realismo a mancare quanto piuttosto la sua interpretazione, la sua traduzione letteraria (che si allontana dal dettato della pura mimesi, della ricostruzione fedele, “oggettiva”) a distinguersi per originalità, oltre che per una sorta di contagiosa vivacità. Il grande scrittore siciliano non si sottrae al suo dovere di narratore; come già fatto nello splendido Le parrocchie di Regalpetra (che trovate nel blog), egli racconta con sincerità straziante, non omette né nasconde se stesso o le proprie convinzioni, ma quel che offre al lettore è comunque il frutto di una mediazione, di una studiata scomposizione del mezzo espressivo. Messa da parte l’esperienza diretta, il richiamo alla propria storia personale (fortissimo ne Le parrocchie di Regalpetra), Sciascia si affida completamente alla forza della sua prosa; i temi che tratta sono quelli che vive e a cui non può rinunciare – la sua terra bellissima e condannata, la tragedia della guerra, terminata ormai da diversi anni eppure impossibile da dimenticare, la dolorosa illusione dell’impegno politico, il volto feroce e disgustoso della dittatura, l’incessante prevaricazione dell’uomo sull’uomo – ma questa volta è come se non se ne lasciasse coinvolgere, come se si limitasse a illustrarli, arrestandosi sulla soglia di un educato dispiacere per il disordine e la sofferenza del mondo (e della sua isola, che di questo mondo alla deriva è una fin troppo perfetta rappresentazione). Eppure, è proprio da questo rifugiarsi dell’uomo in se stesso, che altro non è se non un espediente letterario, che emerge, pienamente, la figura dello scrittore. In questi racconti, e con sempre maggior decisione nei successivi lavori, Leonardo Sciascia si assume, con coraggio e senza alcun tentennamento, la propria responsabilità d’autore; nelle sue pagine, i fatti, graffiati d’ironia, deformati d’esagerazioni grottesche, intrisi d’un pessimismo talmente lucido da farsi, forse per autodifesa, puntuto sarcasmo, non vengono abbelliti, né stravolti, né truccati. Nudi, autentici, essi semplicemente non si prestano a una trattazione che abbia la puntualità arida e fondamentalmente sterile della cronaca; sono materia d’artista, di un artista che vuole raccontare, e sa come farlo.

Così, ecco che dalla penna di Sciascia torna prendere vita la Sicilia contadina alla fine del secondo conflitto mondiale (ne La zia d’America), occupata dai tedeschi e in attesa dei liberatori americani, che lo scrittore descrive, con indimenticabile disincanto, come benefattori tanto generosi quanto distratti. “La roba che mia zia mandava per me”, confessa il giovanissimo protagonista del racconto, la cui zia era emigrata negli Stati Uniti, “o mi appizzava a stento che parevo un Cristo o dentro ci nuotavo, manco male quella in cui ci nuotavo, ché mia madre poteva adattarmela; mia zia non riusciva a farsi un’idea di me, della mia statura e della mia magrezza, comprava per me alla cieca. Mi andavano bene certe magliette su cui era stampato topolino, e bluse a spicchi blu e gialli che non ci fu verso di farmi indossare. Il paese era pieno di ragazzi con bluse a spicchi e magliette con topolino; vestiti di inequivocabile taglio americano portavano i grandi […]. ‘L’America ci veste’ diceva mia madre”. Dalla Sicilia e dalle sue condizioni, l’orizzonte si allarga alla storia (La morte di Stalin), non più maestra di vita ma tessitrice d’inganni: qui il protagonista, convinto antifascista che idolatra Stalin, vive nei suoi sogni, visitati proprio dal dittatore, quell’ordine del mondo e quella nobiltà della politica che la realtà, giorno dopo giorno, crudelmente disattende. Né le cose sono diverse, ci dice Sciascia, se proviamo a cambiare prospettiva e ci rivolgiamo a un periodo glorioso della nostra storia patria qual è il Risorgimento (argomento de Il Quarantotto, che non a caso si apre con la definizione del termine “quarantotto” citata dal Dizionario siculo-italiano di Gaetano Peruzzo: disordine, confusione. Degli avvenimenti del 1848 in Sicilia: fari lu quarantottu, finiri a quarantottu, approfittari di lu quarantottu, figurativo, vale: fare confusione, finire in confusione, profittare della confusione). Chiude il volume il lungo racconto L’antimonio (aggiunto in un’edizione successiva a quella del 1958), storia di un minatore che, scampato a un’esplosione di grisou, decide di andare a combattere in Spagna. Ignaro di tutto, si arruola nelle truppe di Franco: “Fino all’arrivo in Spagna non capivo niente del fascismo, per me era come se non ci fosse […] leggevo il giornale, l’Italia era grande e rispettata, aveva conquistato l’impero, Mussolini faceva discorsi che era un piacere sentirli. Avevo i preti in antipatia, per quel che nelle storie avevo letto e per il fatto delle confessioni […]. Anche i galantuomini mi davano fastidio, quelli che vivevano della rendita delle terre e delle miniere; e quando la domenica li vedevo in divisa mi pareva che il fascio facesse una sorta di giustizia, costringendoli a vestirsi in modo buffo e a marciare nella piazza del castello. Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio”. Poco alla volta, e a sue spese, l’uomo scoprirà il vero volto del regime franchista.

Narrativamente magnifici, i racconti che compongono Gli zii di Sicilia sono quadri di vita di dolorosa bellezza; sono storie che hanno il fascino irresistibile di un canto di sirena. Impossibili da ignorare e da dimenticare.
Eccovi l’incipit del primo racconto. Buona lettura.
Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio. Mi affacciai alla finestra. Gridò “arrivano”. Di corsa infilai le scale, mia madre mi gridò dietro qualcosa. Nella strada che abbagliava di sole non c’era un cane. Filippo stava mezzo nascosto nel portone della casa di fronte. Mi raccontò che in piazza stavano il podestà l’arciprete e il maresciallo, aspettavano gli americani, un contadino aveva portato la notizia che arrivavano, erano al ponte di Canalotto.

Perché i poveri è del pane che mancano

 

Leonardo Sciascia, Le parrocchia di Regalpetra, Adelphi
Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Adelphi

Regalpetra, realtà inesistente di una Sicilia (e di un’Italia) autentica, è il simbolo del legame indissolubile tra letteratura e verità che ha caratterizzato l’intera opera di Leonardo Sciascia. Commosso ricordo del proprio paese natale (Racalmuto), spietato j’accuse di un tempo (quello del Ventennio, ma anche quello della democrazia immatura e disonesta del post-fascismo) e di una condizione umana spenta, derubata di moralità e coscienza, e infine omaggio a Nino Savarese, autore dei Fatti di Petra, la Regalpetra presentata ne Le parrocchie di Regalpetra, splendido romanzo-saggio pubblicato da Laterza nel 1956, è un luogo della coscienza, è il tormento di un’anima incorrotta, è il rovello esistenziale di un uomo e di uno scrittore che, non potendo fare a meno di osservare, non rinuncia a denunciare. La prosa di Sciascia è pulita e forte, rigorosa ed elegante, ma soprattutto talmente preziosa da divenire indispensabile nella misura in cui è sincera; dalle sue pagine di cronaca storica e sociale quel che emerge con prepotenza è il bisogno di raccontare, l’urgenza febbrile di testimoniare, di dare un senso, una ragione al mestiere di scrivere. Egli dipinge con passione la Sicilia rurale, arretrata, ingiusta che ha vissuto e respirato, amato e odiato. La ritrae con attenzione, con cura, con magistrale misura e nel farlo si preoccupa di non chiudere la porta ai sentimenti, pur non permettendogli mai di prendere il sopravvento e di pregiudicare la sua obiettività. Non si fatica a percepire il dolore nelle pagine de Le parrocchie di Regalpetra, né alcun altro moto dell’animo l’autore si premura di celare; scrivendo, Sciascia in qualche modo si confessa e si sfoga, ma a ogni speranza perduta, a ogni delusione provata egli, invece di arrendersi, testardamente oppone la propria cristallina dignità di persona mettendo la propria voce a disposizione di chi affoga nella palude della miseria e del malaffare, facendogli alzare, forse per la prima volta nella vita, la testa. “Tremilacentotrentacinque poveri sono troppi per un paese di circa dodicimila abitanti; ma sono poveri, come si dice, ritirati, non rovesciano nelle strade lo spettacolo della loro miseria; in silenzio la soffrono, solo tre o quattro mendicanti tessono le strade, e forse sono quelli che meno hanno bisogno, il mendicare è come un vizio. Al presidente dell’ECA [Ente Comunale di Assistenza, ndr] domando che cosa mangino questi poveri, mi risponde – in media, mezzo chilo di pane, un pugno di minuzzaglia (minuzzaglia è il residuo dei pacchi di pasta, e i bottegai la vendono a prezzo ridotto), cinquanta grammi di verdure di campo. Accade che se la Pontificia Commissione distribuisce del burro o se l’ECA dà scatole americane di carne, i poveri queste cose subito vendono, dicono che a mangiarle ci vuol pane a volontà, e loro è il pane che non hanno; qualche povero che sa di lettere dice che a mangiare carne e burro rischierebbe di fare la fine di Bertoldo, che come è noto morì per non aver più potuto, alla corte di Alboino, nutrirsi di rape e fagioli”.

Il narrare timido e potente insieme de Le parrocchie di Regalpetra nasce dal resoconto di uno Sciascia maestro di scuola, ma fin da subito erompe dai propri argini e si fa disincantata riflessione di un finissimo conoscitore d’uomini. Il volgare blaterar d’imbonitori degli esponenti politici nell’Italia liberata, sorta di grottesco, miserevole controcanto della marziale retorica mussoliniana; la fede vestita della devozione ignorante e ingenua del popolo che imbastisce feste e processioni per celebrare ogni sorta miracoli ma anche dei lucidi abiti neri dei preti nuovi “attivi e trafelati come se gestissero imprese commerciali, pipistrelli che svolazzano negli uffici regionali e nelle anticamere degli uomini politici, le tasche piene di lettere intestate ‘Camera dei Deputati’ ‘Senato della Repubblica’ ‘Assemblea Regionale’”; la condizione terribile di salinari e zolfatari, prigionieri di un lavoro (l’unico possibile) che è la loro condanna a morte, e quella altrettanto tragica dei giovanissimi, gli scolari di Sciascia, ragazzi nei cui volti e modi ed espressioni lo scrittore vede incisi il duro passato dei padri e l’assenza pressoché totale di prospettive del loro futuro: tutto questo e tanto altro ancora Leonardo Sciascia affida alla punta affilatissima e carezzevole della propria penna, regalando al lettore un’opera bellissima e straziante. Un libro che, come tutto ciò che è vero, non ha età.
Eccovi, invece dell’incipit, la meravigliosa conclusione dell’introduzione, scritta dallo stesso Sciascia. Buona lettura.
La Sicilia è ancora una terra amara. Si fanno strade e case, anche Regalpetra conosce l’asfalto e le nuove case, ma in fondo la situazione dell’uomo non si può dire molto diversa da quella che era nell’anno in cui Filippo II firmava un privilegio che dava titolo di conti ai del Carretto e Regalpetra elevava a contea. Giorni addietro un mio parente mi diceva – ho saputo che hai scritto delle castronerie sui ragazzi che vanno a servizio, davvero castronerie sono, io sto cercando per terra e per mare un ragazzo per i servizi di casa, manco a pagarlo a peso d’oro lo trovi. Dico – bene, è segno che si sta meglio. Bestemmiando mi investe – bene un c…; io non posso trovare un ragazzo e tu mi dici bene, capisci che senza un ragazzo non posso andare in campagna?; e poi non credere che sia impossibile trovarlo perché ora si sta meglio; meglio un c… si sta; è che non vogliono venire a servizio per orgoglio, si contentano morire di fame. Involontariamente dico ancora – bene. Per fortuna non sente, continua – sai che mi disse una mamma che voleva allogare il figlio da me? mi disse che era delicato e almeno un uovo al giorno avrei dovuto dargli; così sono fatti oggi i poveri, e tu scrivi…

Questo c’è di nuovo; l’orgoglio; e l’orgoglio maschera la miseria, le ragazze figlie di braccianti e di salinari passeggiano la domenica vestite da non sfigurare accanto alle figlie dei galantuomini, e i galantuomini commentano – guardate come vestono, il pane di bocca si levano per vestire così -; e io penso – bene, questo è forse un principio, comunque si cominci l’importante è cominciare. Ma è un greve cominciare, è come se la meridiana della Matrice segnasse un’ora del 13 luglio 1789, domani passerà sulla meridiana l’ombra della Rivoluzione francese, poi Napoleone il Risorgimento la rivoluzione russa la Resistenza, chissà quando la meridiana segnerà l’ora di oggi, quella che è per tanti altri uomini nel mondo l’ora giusta.