Dove è lo scrittore è l’uomo

Recensione di “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi

Leonardo Sciascia è uno scrittore unico. Non solo nell’ambito letterario italiano ma anche in quello continentale. A renderlo tale non è tanto la sua splendida prosa, né la perfezione dei suoi romanzi, né la rilevanza degli argomenti che tratta, o la capacità di analisi di cui si dimostra capace, o l’esattezza delle sue argomentazioni, o ancora la logica inattaccabile delle sue conclusioni. Ciò che fa di Sciascia uno dei più grandi e importanti autori della storia della letteratura, un imprescindibile punto di riferimento per tutti coloro che sono venuti dopo lui (e che in massima parte, purtroppo, non sono stati in grado né di comprenderne la lezione né di valorizzarlo come avrebbe meritato, specie in Italia), è la franchezza, l’onestà piena, rigorosa e inflessibile dei suoi lavori, in ognuno dei quali si riflette per intero l’uomo Sciascia, il suo universo etico, il suo convincimento politico. L’autore di assoluti capolavori come Le parrocchie di Regalpetra (recensito qui), Il Consiglio d’Egitto (recensito qui), A ciascuno il suo(recensito qui), coincide con l’uomo, in tutto e per tutto. Leggere Sciascia, dunque significa incontrarlo, parlargli, e imparare da lui fortificati dalla certezza che quel che direbbe se ancora fosse vivo è esattamente quel che ha scritto. Continua a leggere Dove è lo scrittore è l’uomo

Una magistra vitae più efficace della storia

Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio
Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio

“Innegabilmente, ci sono molti punti oscuri negli ultimi giorni di vita e nella morte di Raymond Roussel; e se si declinano dal punto di vista del sospetto, la vicenda assume un che di misterioso, da detective story […]. Ma forse questi punti oscuri che vengono fuori dalle carte, dai ricordi, apparivano, nell’immediatezza dei fatti, del tutto probabili e spiegabili. I fatti della vita sempre diventano più complessi ed oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive – cioè quando da ‘atti relativi’ diventano, per così dire, ‘atti assoluti’”. Opera allo stesso tempo filosofica e metaletteraria, gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel di Leonardo Sciascia è tanto un unicum nella ricca e preziosissima produzione dello scrittore siciliano quanto il naturale sbocco del suo percorso narrativo. Autore di splendidi romanzi la cui impeccabile cornice noir introduce (rivelando in tal modo la sua fondamentale ma in ultima analisi strumentale funzione di codice di decodificazione) temi di straordinaria rilevanza, quali per esempio quello relativo al rapporto tra legge e giustizia, o al necessario bilanciamento che uno Stato degno di questo nome deve garantire tra certezza della pena e certezza del diritto (o meglio del suo rispetto in ogni circostanza), istanza, quest’ultima, che solo a occhi e menti superficiali può apparire come dicotomia tra inconciliabili opposti, in questo suo lavoro Sciascia affronta ancora una volta la realtà, quella realtà che egli sa così magnificamente vestire di attualità, donandole nel medesimo tempo, proprio in forza della sua non comune profondità di riflessione, quell’atemporalità, quella “sospensione che sfiora l’eterno” che rende la letteratura una magistra vitae ben più efficace della storia, ma lo fa da un punto differente rispetto al passato. Gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, infatti, pur prendendo le mosse da un semplice (ma è davvero così semplice?) caso di cronaca – il ritrovamento, il 14 luglio del 1933, nella camera numero 224 del Grand Hotel et des Palmes di Palermo, del cadavere del “suddito francese” Raymond Roussel – non si allontanano dalla vicenda raccontata per concentrarsi (in una continuità narrativa che, pur senza esaurirsi in uno sterile esercizio di stile, conserva chiari i tratti dell’artificio, per quanto magnifico) sui temi che le sono connessi, bensì fanno dell’accadimento stesso il proprio oggetto di studio, cercando di capire quale distanza divida il vero, ciò che è, dalla sua riproducibilità letteraria. Quanto, ci si chiede tra le righe di questi ordinati atti, di quel che è realmente successo, di tutti gli intrecci (casuali oppure frutto di deliberate decisioni) che hanno condotto le cose fino al punto in cui sono state “scoperte”, sono divenute qualcosa di pubblico dominio, qualcosa che è stato necessario, indispensabile razionalizzare, spiegare, è possibile restituire intatto in un resoconto? In che misura, dunque il pensiero, e la parola che ne è espressione, sono rappresentazione esaustiva del suo oggetto d’indagine?

Il senso di tutti questi quesiti, Leonardo Sciascia lo riassume citando Graham Greene, o meglio un suo personaggio, un poliziotto, che dichiara: “Possiamo impiccare più gente di quel che i giornali ne possano pubblicare”, con ciò intendendo dire che la ricchezza della realtà, di tutto quel che succede, non potrà mai essere colmata dalla sua spiegazione, per quanto precisa e dettagliata essa possa essere. Gli atti relativi, pertanto, sono esattamente quel che la parola indica, la relativizzazione di quell’assoluto che è il vivere; ma la relativizzazione, rappresentata dall’atto dello scrivere, deve per forza di cose rivelarsi strutturalmente insufficiente, essere condannata al fallimento? Non è piuttosto, come gli atti stessi (in più di un punto impreziositi dagli interventi dell’autore tesi a seminare dubbi e perplessità sulla conduzione dell’indagine da parte delle autorità) lasciano intendere a chiunque voglia leggerli con la necessaria attenzione, che la complessità di ciò che è stato non è stata compresa proprio da coloro che avrebbero dovuto illuminarla a dovere? Se così stanno le cose, quel che finisce per emergere dalla presentazione degli Atti della morte di Raymond Roussel (presentazione, è bene ripeterlo, non così nuda come appare a prima vista), è ancora una volta un vizio di forma fin troppo umano, una stortura, un difetto che la parola ha il duplice compito di denunciare e correggere.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

“Commissariato di P.S. – Sez. Politeama – Palermo. 14 luglio 1933 A.XI E.F. Telegramma interno. Illmo Signor Primo Pretore. Illmo Signor Questore. Palermo. Verso le dieci circa di stamani il facchino Antonio Kreuz dell’Hotel des Palmes, recatosi nella camera N. 224 occupata dal suddito francese Raymond Roussel, nato a Parigi il 21-1-1877, constatava che il predetto giaceva cadavere supino coricato su un materasso collocato a terra. Il Roussel, a quanto si è appreso, era ammalato al cervello e pigliava dei medicinali per stordirsi.

Delle cose letterarie di Sicilia

Leonardo Sciascia, La corda pazza, Adelphi
Leonardo Sciascia, La corda pazza, Adelphi

“Sulla cultura siciliana hanno corso due opposte tesi: una di Giovanni Gentile, largamente accreditata, che partendo dal pregiudizio di una Sicilia ‘sequestrata’, cioè tagliata fuori dal movimento della cultura europea, ovviamente deduceva una ‘forma di cultura indigena, e tutta schiettamente siciliana, che dopo l’unificazione era fiorita in Sicilia, ma che s’era venuta spogliando del suo carattere regionale sulla fine del secolo’; l’altra opposta, e insorta in opposizione al Gentile da parte di eruditi e giornalisti locali […], di una Sicilia aperta e comunicante, di una cultura vivacemente italiana ed europea […]. La verità, come al solito, sta tra le due tesi […]. Certo è, comunque, che la cultura siciliana ha avuto sempre come materia e come oggetto la Sicilia: non senza particolarismo e grettezza, qualche volta; ma più spesso studiando e rappresentando la realtà siciliana e la ‘sicilianità’ […] con una forza, un vigore, una compiutezza che arrivano all’intelligenza e al destino dell’umanità tutta. E bastino i nomi di Michele Amari e di Giovanni Verga; di Isidoro La Lumia, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Alessio Di Giovanni; di Luigi Pirandello; di Francesco Lanza, Nino Savarese, Elio Vittorini, Giuseppe Tomasi; di Salvatore Quasimodo, nella cui poesia il tema dell’esilio […] si lega amaro e dolente, ma splendido nella memoria dei luoghi perduti, a quello del poeta arabo Ibn Hamdis, siciliano di Noto. E questa può anche essere una chiave per capire la Sicilia: che alla distanza di più di otto secoli un poeta di lingua araba e un poeta di lingua italiana hanno cantato la loro pena d’esilio con gli stessi accenti. ‘vuote le mani – dice Ibn Hamdis – ma pieni gli occhi del ricordo di lei’”. Nei saggi come nei romanzi, la prosa di Leonardo Sciascia risplende per raffinatezza e profondità, conquista per erudizione, e affascina, coinvolge, emoziona; nelle pagine che il grande scrittore siciliano dedica alla critica letteraria, e in special modo nella raccolta di scritti contenuta nel volume intitolato La corda pazza, pubblicato nel 1970, sembra di cogliere, nel rapporto che viene istituito tra la letteratura, la storia e gli studi a esse dedicati, una suggestiva eco della riflessione aristotelica su retorica e dialettica. Queste due discipline, ci dice Aristotele nella Retorica, sono analoghe, o meglio sono elementi complementari di quell’arte, o tecnica, che ha a proprio oggetto un generico conoscere, patrimonio comune di ogni uomo, e dunque si completano l’un l’altra, nello stesso modo in cui in un’ode lirica strofe e antistrofe riproducono la medesima struttura metrica senza per questo essere identiche. Ora, se proviamo a immergerci nello splendido, illuminante “viaggio in Sicilia” che Sciascia ci regala con La corda pazza sostituendo a retorica e dialettica i termini letteratura e critica, ci sarà chiaro che la qualità prima dell’opera non si deve tanto al talento narrativo di Sciascia, alla sua particolare capacità di “prestare” il respiro proprio dell’intreccio, della storia raccontata, al ritmo regolare e fin troppo precisamente scandito dell’analisi, quanto a un approccio (che è insieme filosofico e letterario) che vede queste due materie (la scrittura e il riflettere su di essa) come intrinsecamente legate, l’una antistrofe dell’altra. Il piacere estetico, la puntualità della ricerca storica, la precisione e l’incisività dell’analisi sugli autori e le loro opere (impossibile non citare, a questo proposito, l’articolato saggio intitolato Note pirandelliane), il robusto bagaglio documentale, in una parola i pregi letterari e “metaletterari” di questo volume si impongono tutti assieme, per così dire spontaneamente, all’attenzione del lettore; non c’è artificio nel procedere di Sciascia, non c’è necessità di alcun aggiustamento, di nessuna calibrazione, perché non c’è soluzione di continuità tra lo scrittore e il saggista, non c’è frattura tra il romanziere e lo studioso; come ben scrive Claude Ambroise, “se il luogo della verità è la relazione di un soggetto con il suo testo, la letteratura sarà, in modo privilegiato, la possibilità di far avvenire il disvelarsi della verità, purché non vadano contrapposte l’una all’altra con taglio netto letteratura e scrittura”.

E sempre, a dar corpo alle parole, la maestosità tragica di una Sicilia visceralmente vissuta e amata, e descritta in ogni possibile verso, da tutti i punti di vista, disegnata dettaglio per dettaglio, come in un mosaico, come nella poetica, struggente “relazione geografica” del Rapporto sulle coste siciliane, con le cui prime righe chiudo questa recensione, augurandovi, come sempre, buona lettura.

1039 chilometri di coste – 440 sul mare Tirreno, 312 sul mare d’Africa, 287 sullo Ionio: ma questa grande isola del Mediterraneo, nel suo modo di essere, nella sua vita, sembra tutta rivolta all’interno, aggrappata agli altipiani e alle montagne, intenta a sottrarsi al mare e ad escluderlo dietro un sipario di alture o di mura, per darsi l’illusione quanto più è possibile completa che il mare non esista (se non come idea calata in metafora nelle messi di ogni anno), che la Sicilia non è un’isola. Che è come nascondere la testa nella sabbia: a non vedere il mare, e che così il mare non ci veda. Ma il mare ci vede. E sulle sue onde porta alle nostre spiagge invasori d’ogni parte e d’ogni razza. E porta, continuo flagello per secoli, i pirati algerini che devastano, depredano, rapiscono. Il mare è la perpetua insicurezza della Sicilia, l’infido destino; e perciò anche quando è intrinsecamente parte della sua realtà, vita e ricchezza quotidiana, il popolo raramente lo canta e lo assume in un proverbio, in un simbolo; e le rare volte sempre con un fondo di spavento più che di stupore. “Lu mari è amaru” (Il mare è amaro). “Loda lu mari, e afferrati a li giummarri” (Loda il mare, ma afferrati alle corde). “Cui pò jiri pri terra, nun vaja pri mari” (Chi può andare per terra non vada per mare).

Quadri di vita di dolorosa bellezza

Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi
Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi

Una scrittura elegante e potente. Energica, puntuale, ricca, rigorosa nel dettaglio descrittivo e tuttavia sfumata, multiforme, capace di sfuggire alla realtà reinventandola almeno in parte, di giocare con la verità confondendola con l’apparenza, di mescolare la veglia e il sogno rendendoli quasi indistinguibili l’una dall’altro. Una scrittura che pur senza rinunciare alla dimensione etica che così fortemente la caratterizza accetta la seduzione dolce dell’immaginazione, la cauta vertigine di una libertà creatrice abbracciata con entusiasmo ma utilizzata con attenzione, quel tanto che basta per giocare ai fatti così come sono accaduti uno scherzo innocente, per “barare con ciò che è stato”. Nei racconti che compongono Gli zii di Sicilia di Leonardo Sciascia, pubblicato nel 1958, non è il realismo a mancare quanto piuttosto la sua interpretazione, la sua traduzione letteraria (che si allontana dal dettato della pura mimesi, della ricostruzione fedele, “oggettiva”) a distinguersi per originalità, oltre che per una sorta di contagiosa vivacità. Il grande scrittore siciliano non si sottrae al suo dovere di narratore; come già fatto nello splendido Le parrocchie di Regalpetra (che trovate nel blog), egli racconta con sincerità straziante, non omette né nasconde se stesso o le proprie convinzioni, ma quel che offre al lettore è comunque il frutto di una mediazione, di una studiata scomposizione del mezzo espressivo. Messa da parte l’esperienza diretta, il richiamo alla propria storia personale (fortissimo ne Le parrocchie di Regalpetra), Sciascia si affida completamente alla forza della sua prosa; i temi che tratta sono quelli che vive e a cui non può rinunciare – la sua terra bellissima e condannata, la tragedia della guerra, terminata ormai da diversi anni eppure impossibile da dimenticare, la dolorosa illusione dell’impegno politico, il volto feroce e disgustoso della dittatura, l’incessante prevaricazione dell’uomo sull’uomo – ma questa volta è come se non se ne lasciasse coinvolgere, come se si limitasse a illustrarli, arrestandosi sulla soglia di un educato dispiacere per il disordine e la sofferenza del mondo (e della sua isola, che di questo mondo alla deriva è una fin troppo perfetta rappresentazione). Eppure, è proprio da questo rifugiarsi dell’uomo in se stesso, che altro non è se non un espediente letterario, che emerge, pienamente, la figura dello scrittore. In questi racconti, e con sempre maggior decisione nei successivi lavori, Leonardo Sciascia si assume, con coraggio e senza alcun tentennamento, la propria responsabilità d’autore; nelle sue pagine, i fatti, graffiati d’ironia, deformati d’esagerazioni grottesche, intrisi d’un pessimismo talmente lucido da farsi, forse per autodifesa, puntuto sarcasmo, non vengono abbelliti, né stravolti, né truccati. Nudi, autentici, essi semplicemente non si prestano a una trattazione che abbia la puntualità arida e fondamentalmente sterile della cronaca; sono materia d’artista, di un artista che vuole raccontare, e sa come farlo.

Così, ecco che dalla penna di Sciascia torna prendere vita la Sicilia contadina alla fine del secondo conflitto mondiale (ne La zia d’America), occupata dai tedeschi e in attesa dei liberatori americani, che lo scrittore descrive, con indimenticabile disincanto, come benefattori tanto generosi quanto distratti. “La roba che mia zia mandava per me”, confessa il giovanissimo protagonista del racconto, la cui zia era emigrata negli Stati Uniti, “o mi appizzava a stento che parevo un Cristo o dentro ci nuotavo, manco male quella in cui ci nuotavo, ché mia madre poteva adattarmela; mia zia non riusciva a farsi un’idea di me, della mia statura e della mia magrezza, comprava per me alla cieca. Mi andavano bene certe magliette su cui era stampato topolino, e bluse a spicchi blu e gialli che non ci fu verso di farmi indossare. Il paese era pieno di ragazzi con bluse a spicchi e magliette con topolino; vestiti di inequivocabile taglio americano portavano i grandi […]. ‘L’America ci veste’ diceva mia madre”. Dalla Sicilia e dalle sue condizioni, l’orizzonte si allarga alla storia (La morte di Stalin), non più maestra di vita ma tessitrice d’inganni: qui il protagonista, convinto antifascista che idolatra Stalin, vive nei suoi sogni, visitati proprio dal dittatore, quell’ordine del mondo e quella nobiltà della politica che la realtà, giorno dopo giorno, crudelmente disattende. Né le cose sono diverse, ci dice Sciascia, se proviamo a cambiare prospettiva e ci rivolgiamo a un periodo glorioso della nostra storia patria qual è il Risorgimento (argomento de Il Quarantotto, che non a caso si apre con la definizione del termine “quarantotto” citata dal Dizionario siculo-italiano di Gaetano Peruzzo: disordine, confusione. Degli avvenimenti del 1848 in Sicilia: fari lu quarantottu, finiri a quarantottu, approfittari di lu quarantottu, figurativo, vale: fare confusione, finire in confusione, profittare della confusione). Chiude il volume il lungo racconto L’antimonio (aggiunto in un’edizione successiva a quella del 1958), storia di un minatore che, scampato a un’esplosione di grisou, decide di andare a combattere in Spagna. Ignaro di tutto, si arruola nelle truppe di Franco: “Fino all’arrivo in Spagna non capivo niente del fascismo, per me era come se non ci fosse […] leggevo il giornale, l’Italia era grande e rispettata, aveva conquistato l’impero, Mussolini faceva discorsi che era un piacere sentirli. Avevo i preti in antipatia, per quel che nelle storie avevo letto e per il fatto delle confessioni […]. Anche i galantuomini mi davano fastidio, quelli che vivevano della rendita delle terre e delle miniere; e quando la domenica li vedevo in divisa mi pareva che il fascio facesse una sorta di giustizia, costringendoli a vestirsi in modo buffo e a marciare nella piazza del castello. Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio”. Poco alla volta, e a sue spese, l’uomo scoprirà il vero volto del regime franchista.

Narrativamente magnifici, i racconti che compongono Gli zii di Sicilia sono quadri di vita di dolorosa bellezza; sono storie che hanno il fascino irresistibile di un canto di sirena. Impossibili da ignorare e da dimenticare.
Eccovi l’incipit del primo racconto. Buona lettura.
Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio. Mi affacciai alla finestra. Gridò “arrivano”. Di corsa infilai le scale, mia madre mi gridò dietro qualcosa. Nella strada che abbagliava di sole non c’era un cane. Filippo stava mezzo nascosto nel portone della casa di fronte. Mi raccontò che in piazza stavano il podestà l’arciprete e il maresciallo, aspettavano gli americani, un contadino aveva portato la notizia che arrivavano, erano al ponte di Canalotto.

Il vile patto d’affari tra mafia e politica

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi
Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi

Elemento cardine di ogni intreccio giallo, la morte, nei romanzi di Leonardo Sciascia, proprio nel momento in cui compare cessa di essere un semplice (ancorché fondamentale) espediente letterario per assumere la ben più significativa valenza di simbolo, di trasparente metafora, di strumento di denuncia. Per il grande scrittore siciliano, infatti, l’omicidio è l’ultimo atto di un dramma che ha origini lontane, il precario epilogo di una storia innominabile e sordida, tragica e grottesca che in qualche modo riguarda un intero Paese, il suo impianto etico, politico e sociale. Nella circolarità d’intreccio cui il fatto di sangue, suo malgrado, dà inizio (l’assassinio, commesso nel tentativo di nascondere una volta per tutte una verità scomoda, innesca un’indagine il cui scopo è fare luce sul perché del delitto, e dunque scoprire proprio quella verità che si è cercato di occultare) la vicenda ha modo di svilupparsi, complicandosi all’inizio per poi, poco alla volta, indizio dopo indizio, chiarirsi del tutto; in ciascuno di questi passaggi, nelle varie fasi dell’investigazione, Sciascia lavora su un doppio binario; la sua prosa squisitamente nitida, di rara eleganza ed eccezionale spessore, riesce nel medesimo tempo a dare pieno risalto all’architettura narrativa e alle conturbanti atmosfere del mystery e a radicare il racconto nella buia realtà di un’Italia malata, il cui ulcerato corpo sociale, prigioniero nelle sabbie mobili di un eterno presente, soffoca nel malaffare, nella corruzione, nel vile patto d’affari stretto tra politica e criminalità organizzata. I gialli di Leonardo Sciascia non sono soltanto gioielli letterari, libri di assoluta perfezione stilistica e di notevolissima profondità; sono testimonianze, j’accuse puntuali e ineludibili. Lo è il suo riconosciuto capolavoro, Il giorno della civetta (di cui ho già scritto in questo blog), che resta ancora oggi il più illuminante romanzo sulla mafia (sulla cultura mafiosa e sulla sua stupefacente, e allarmante, capacità di penetrazione) mai scritto in Italia, così come lo è il bellissimo A ciascuno il suo, anche se in questo caso l’attenzione dell’autore si sposta maggiormente sul versante della politica. Tutto parte da un duplice omicidio: in un paesino della Sicilia il farmacista Manno e il medico, il dottor Roscio, vengono uccisi al termine di una giornata che i due hanno trascorso cacciando. Il caso si rivela fin dal principio difficile, e anche imbarazzante, spinoso, considerata l’importanza sociale delle vittime; un movente tuttavia sembra esserci; il farmacista, infatti, poco prima di morire aveva ricevuto una minacciosa lettera anonima: “Questa lettera è la tua condanna a morte”, era scritto, “per quello che hai fatto morirai”.

Ad avere la giusta intuizione, però, non è la polizia, ma un docente, Paolo Laurana, insegnante di italiano e storia nel liceo classico del capoluogo; egli ricostruisce l’intera vicenda partendo da un dettaglio (una parola latina, unicuique, presente sul rovescio del foglio contenente la lettera minatoria) e comprende che l’assassinio di Manno è stato un astuto depistaggio, che non era lui il bersaglio ma l’amico Roscio; partendo da questa nuova prospettiva concentra i suoi sospetti su una persona, l’avvocato Rosello, cugino della moglie di Roscio e soprattutto figura politica di spicco, un notabile “che corrompe, che intrallazza, che ruba”. È nel personaggio di Rosello, nel disegno del suo carattere, nel ritratto amaro, grottesco ma autentico (e tragicamente attuale) che Sciascia mette in bocca al parroco del paese che il romanzo tocca il suo punto più alto; perché è per proteggere gli innominabili affari di quest’uomo (gestiti insieme a potenti amici romani) che in un anonimo borgo della Sicilia – terra lontana eppure vicinissima al corrotto potere capitolino – è stato versato sangue innocente.
“Lei ha un’idea precisa”, chiede il parroco a Laurana, “di quel che Rosello è? Dico nei suoi intrallazzi, nei suoi redditi, nella sua pubblica e occulta potenza?” E all’ingenua ignoranza del professore, così replica: “Rosello fa parte del consiglio di amministrazione della Furaris, cinquecentomila lire al mese, e consulente tecnico della stessa Furaris, un paio di milioni all’anno; consigliere della banca Trinacria, un altro paio di milioni; membro del comitato esecutivo della Vesceris, cinquecentomila al mese; presidente di una società per l’estrazione di marmi pregiati, finanziata dalla Furaris e dalla Trinacria, che opera, come tutti sanno, in una zona dove un pezzo di marmo pregiato non si troverebbe nemmeno se ce lo portassero apposta, perché subito scomparirebbe nella sabbia; consigliere provinciale, e questa è una carica che assolve, dal lato finanziario, in pura perdita, i gettoni di presenza bastandogli appena per le mance agli uscieri; ma dal lato del prestigio… Lei sa che è stato lui, in consiglio provinciale, a spostare i consiglieri del suo partito dall’alleanza coi fascisti a quella coi socialisti: una delle prima operazioni che in questo senso siano state fatte in Italia… Gode perciò della stima dei socialisti; ed avrà anche quella dei comunisti se, profilandosi un altro spostamento a sinistra del suo partito, riuscirà anche stavolta ad anticipare i tempi… Posso dirle, anzi, che i comunisti della provincia già occhieggiano verso di lui con timida speranza… E veniamo ora ai suoi affari privati, che io conosco solo in parte: aree edificabili, nel capoluogo e, si dice, anche a Palermo; un paio di società edilizie in mano; una tipografia che costantemente lavora per uffici ed enti pubblici; una società di trasporti… Poi ci sono più oscuri affari: e qui è pericoloso, anche per pura e disinteressata curiosità, tentare di annusare… Le dico soltanto questo: se mi confidassero che passa dalle sue mani anche la tratta delle bianche, ci crederei senza che me lo giurassero”.
Nei raffinati toni di un giallo che a tratti cerca rifugio dalla propria disperazione in un umorismo sottile e tanto arguto quanto amaro, Sciascia racconta la miseria materiale e l’inferno etico del nostro Paese; e la sua analisi è lucida, spietata, inconfutabile.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.
“Questa lettera non mi piace” disse il postino.
Il farmacista levò gli occhi dal giornale, si tolse gli occhiali; domandò “Che c’è?” seccato e incuriosito.
“Dico che questa lettera non mi piace.” Sul marmo del banco la spinse con l’indice, lentamente, verso il farmacista. Senza toccarla il farmacista si chinò a guardarla; poi si sollevò, si rimise gli occhiali, tornò a guardarla.
“Perché non ti piace?”
“È stata impostata qui, stanotte o stamattina presto; e l’indirizzo è ritagliato da un foglio intestato della farmacia.”
“Già” constatò il farmacista: e fissò il postino, imbarazzato e inquieto, come aspettando una spiegazione o una decisione.
“È una lettera anonima” disse il postino.
“Una lettera anonima fece eco il farmacista. Non l’aveva ancora toccata, ma già la lettera squarciava la sua vita domestica, calava come un lampo ad incenerire una donna non bella, un po’ sfiorita, un po’ sciatta, che in cucina stava preparando il capretto da mettere in forno per la cena.

Perché i poveri è del pane che mancano

 

Leonardo Sciascia, Le parrocchia di Regalpetra, Adelphi
Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Adelphi

Regalpetra, realtà inesistente di una Sicilia (e di un’Italia) autentica, è il simbolo del legame indissolubile tra letteratura e verità che ha caratterizzato l’intera opera di Leonardo Sciascia. Commosso ricordo del proprio paese natale (Racalmuto), spietato j’accuse di un tempo (quello del Ventennio, ma anche quello della democrazia immatura e disonesta del post-fascismo) e di una condizione umana spenta, derubata di moralità e coscienza, e infine omaggio a Nino Savarese, autore dei Fatti di Petra, la Regalpetra presentata ne Le parrocchie di Regalpetra, splendido romanzo-saggio pubblicato da Laterza nel 1956, è un luogo della coscienza, è il tormento di un’anima incorrotta, è il rovello esistenziale di un uomo e di uno scrittore che, non potendo fare a meno di osservare, non rinuncia a denunciare. La prosa di Sciascia è pulita e forte, rigorosa ed elegante, ma soprattutto talmente preziosa da divenire indispensabile nella misura in cui è sincera; dalle sue pagine di cronaca storica e sociale quel che emerge con prepotenza è il bisogno di raccontare, l’urgenza febbrile di testimoniare, di dare un senso, una ragione al mestiere di scrivere. Egli dipinge con passione la Sicilia rurale, arretrata, ingiusta che ha vissuto e respirato, amato e odiato. La ritrae con attenzione, con cura, con magistrale misura e nel farlo si preoccupa di non chiudere la porta ai sentimenti, pur non permettendogli mai di prendere il sopravvento e di pregiudicare la sua obiettività. Non si fatica a percepire il dolore nelle pagine de Le parrocchie di Regalpetra, né alcun altro moto dell’animo l’autore si premura di celare; scrivendo, Sciascia in qualche modo si confessa e si sfoga, ma a ogni speranza perduta, a ogni delusione provata egli, invece di arrendersi, testardamente oppone la propria cristallina dignità di persona mettendo la propria voce a disposizione di chi affoga nella palude della miseria e del malaffare, facendogli alzare, forse per la prima volta nella vita, la testa. “Tremilacentotrentacinque poveri sono troppi per un paese di circa dodicimila abitanti; ma sono poveri, come si dice, ritirati, non rovesciano nelle strade lo spettacolo della loro miseria; in silenzio la soffrono, solo tre o quattro mendicanti tessono le strade, e forse sono quelli che meno hanno bisogno, il mendicare è come un vizio. Al presidente dell’ECA [Ente Comunale di Assistenza, ndr] domando che cosa mangino questi poveri, mi risponde – in media, mezzo chilo di pane, un pugno di minuzzaglia (minuzzaglia è il residuo dei pacchi di pasta, e i bottegai la vendono a prezzo ridotto), cinquanta grammi di verdure di campo. Accade che se la Pontificia Commissione distribuisce del burro o se l’ECA dà scatole americane di carne, i poveri queste cose subito vendono, dicono che a mangiarle ci vuol pane a volontà, e loro è il pane che non hanno; qualche povero che sa di lettere dice che a mangiare carne e burro rischierebbe di fare la fine di Bertoldo, che come è noto morì per non aver più potuto, alla corte di Alboino, nutrirsi di rape e fagioli”.

Il narrare timido e potente insieme de Le parrocchie di Regalpetra nasce dal resoconto di uno Sciascia maestro di scuola, ma fin da subito erompe dai propri argini e si fa disincantata riflessione di un finissimo conoscitore d’uomini. Il volgare blaterar d’imbonitori degli esponenti politici nell’Italia liberata, sorta di grottesco, miserevole controcanto della marziale retorica mussoliniana; la fede vestita della devozione ignorante e ingenua del popolo che imbastisce feste e processioni per celebrare ogni sorta miracoli ma anche dei lucidi abiti neri dei preti nuovi “attivi e trafelati come se gestissero imprese commerciali, pipistrelli che svolazzano negli uffici regionali e nelle anticamere degli uomini politici, le tasche piene di lettere intestate ‘Camera dei Deputati’ ‘Senato della Repubblica’ ‘Assemblea Regionale’”; la condizione terribile di salinari e zolfatari, prigionieri di un lavoro (l’unico possibile) che è la loro condanna a morte, e quella altrettanto tragica dei giovanissimi, gli scolari di Sciascia, ragazzi nei cui volti e modi ed espressioni lo scrittore vede incisi il duro passato dei padri e l’assenza pressoché totale di prospettive del loro futuro: tutto questo e tanto altro ancora Leonardo Sciascia affida alla punta affilatissima e carezzevole della propria penna, regalando al lettore un’opera bellissima e straziante. Un libro che, come tutto ciò che è vero, non ha età.
Eccovi, invece dell’incipit, la meravigliosa conclusione dell’introduzione, scritta dallo stesso Sciascia. Buona lettura.
La Sicilia è ancora una terra amara. Si fanno strade e case, anche Regalpetra conosce l’asfalto e le nuove case, ma in fondo la situazione dell’uomo non si può dire molto diversa da quella che era nell’anno in cui Filippo II firmava un privilegio che dava titolo di conti ai del Carretto e Regalpetra elevava a contea. Giorni addietro un mio parente mi diceva – ho saputo che hai scritto delle castronerie sui ragazzi che vanno a servizio, davvero castronerie sono, io sto cercando per terra e per mare un ragazzo per i servizi di casa, manco a pagarlo a peso d’oro lo trovi. Dico – bene, è segno che si sta meglio. Bestemmiando mi investe – bene un c…; io non posso trovare un ragazzo e tu mi dici bene, capisci che senza un ragazzo non posso andare in campagna?; e poi non credere che sia impossibile trovarlo perché ora si sta meglio; meglio un c… si sta; è che non vogliono venire a servizio per orgoglio, si contentano morire di fame. Involontariamente dico ancora – bene. Per fortuna non sente, continua – sai che mi disse una mamma che voleva allogare il figlio da me? mi disse che era delicato e almeno un uovo al giorno avrei dovuto dargli; così sono fatti oggi i poveri, e tu scrivi…

Questo c’è di nuovo; l’orgoglio; e l’orgoglio maschera la miseria, le ragazze figlie di braccianti e di salinari passeggiano la domenica vestite da non sfigurare accanto alle figlie dei galantuomini, e i galantuomini commentano – guardate come vestono, il pane di bocca si levano per vestire così -; e io penso – bene, questo è forse un principio, comunque si cominci l’importante è cominciare. Ma è un greve cominciare, è come se la meridiana della Matrice segnasse un’ora del 13 luglio 1789, domani passerà sulla meridiana l’ombra della Rivoluzione francese, poi Napoleone il Risorgimento la rivoluzione russa la Resistenza, chissà quando la meridiana segnerà l’ora di oggi, quella che è per tanti altri uomini nel mondo l’ora giusta. 

La cultura tradita e la parodia di un crimine

 

Dicembre 1782. Il vascello su cui viaggia Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco alla corte di Napoli di ritorno al proprio Paese natale, naufraga a causa di una tempesta poco lontano dalle coste siciliane; il diplomatico, incolume, si ritrova a Palermo. Un’occasione da non perdere per le gerarchie ecclesiastiche locali, in possesso da oltre un secolo di un codice arabo che nessuno è in grado di leggere. Può trattarsi di un autentico tesoro, o di un documento di scarsa importanza, ora finalmente è possibile saperlo senza ombra di dubbio. Ma c’è un ostacolo non di poco conto da risolvere: sua eccellenza Abdallah non parla né francese né napoletano, e nessuno, né all’interno della chiesa né al palazzo del vicerè conosce larabo. Per buona sorte di tutte le parti in causa, in città bighellona, dividendosi nella duplice incombenza di fracappellano dell’Ordine di Malta e “numerista” del lotto, Don Giuseppe Vella, figura di poco o nessun conto che, pur senza passarsela male, non è soddisfatto della propria condizione; costretto a vivere in casa della nipote, “con mezza dozzina di bambini che parevano sortiti dalla bocca dell’inferno e un capo di casa, marito della nipote e padre di quei bambini, ozioso e ubriacone”, Vella sogna ben altri agi, e abbondanti ricchezze, utili, anzi indispensabili, per cavarsi qualsiasi voglia gli venga in mente. Convocato dal vicerè in virtù della sua scarsa (ma comunque preziosissima in quel frangente) conoscenza dell’arabo, il fracappellano viene incaricato di prendersi cura dell’ambasciatore per tutto il tempo della sua permanenza siciliana, e così, al seguito di quell’uomo, tocca con mano la vita che avrebbe sempre voluto vivere: “sere che dolcemente trascorrevano tra bellissime donne, incanti di luci, di sete, di specchi, toccante musica, soavissimo canto; e le delicatezze della tavola, l’illustre compagnia”. È nella delizia della sua nuova condizione, offuscata dal timore, o meglio dalla certezza, di perdere ogni cosa non appena l’illustre ben Olman avesse lasciato Palermo per riprendere il viaggio verso casa, che Vella mette a punto il proprio inganno: al momento di tradurre le impressioni dell’ambasciatore sul codice (che in realtà non è che una comunissima vita del profeta Maometto, “una vita del profeta […] niente di siciliano: una vita del profeta, ce ne sono tante), decide di mentire e di trasformarlo in una testimonianza documentale di valore immenso: “Sua eccellenza dice che si tratta di un prezioso codice: non ne esistono di simili nemmeno nei suoi paesi. Vi si racconta la conquista della Sicilia, i fatti della dominazione…”. Il piano di Giuseppe Vella è semplice: offrirsi come traduttore del testo fingendo di mantenere una fitta corrispondenza con l’ambasciatore (ripartito per il Marocco circa un mese dopo il suo fortunoso arrivo), e in tal modo garantirsi i privilegi toccati con mano accanto a quell’uomo così importante.
Questo, a grandi linee, l’intreccio de Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia, romanzo storico mirabile per eleganza stilistica e insieme apologo gustosissimo e amaro sulla verità e il suo opposto, sull’uomo e le sue brame. Sciascia si cala nel passato con il rigore di uno studioso; restituisce al lettore la realtà di molte figure, a partire da quella dello stesso Vella, l’esattezza del contesto e dell’ambientazione del romanzo, ne evoca i colori, i profumi, le atmosfere, dà alla sua scrittura un ritmo spedito, quasi incalzante, e nello stesso tempo ne stempera le tensioni con puntuti inserti di fine, raffinata ironia. La Sicilia al tramonto del secolo dei lumi, magmatica, confusa, oscura, corrotta, vitale, opulenta e misera, nella magistrale prosa di Sciascia diviene specchio della realtà in cui versa oggi non solo la regione che ha dato i natali a uno dei massimi scrittori del Novecento (il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1963, ma risulta ancora di estrema attualità), bensì l’Italia intera. E Vella, che ordisce la propria truffa spinto “[…] dall’ansia di perdere certe gioie appena gustate, dall’innata avarizia, dall’oscuro disprezzo per i propri simili”, furbo al punto da concepire qualcosa di infinitamente più grande di lui ma non abbastanza intelligente da riuscire a controllare la propria colossale bugia, l’immortale archetipo della miseria della condizione umana.
Acutamente consapevole della sostanziale verità insita nella distinzione pirandelliana tra “scrittori di cose” e “scrittori di parole”, Sciascia affida a uno dei protagonisti del suo splendido romanzo, l’avvocato Di Blasi, nobile animato da un autentico spirito riformista e da un potente slancio rivoluzionario (che pagherà carissimo) l’illustrazione delle proprie convinzioni etiche, della sua idea di cultura e del compito che è chiamata ad assolvere, dimostrandosi una volta di più insuperabile maestro della parola, ma soprattutto autentico scrittore di cose. Probabilmente il più grande scrittore di cose nella storia della letteratura italiana. “[…] questo non è un volgarissimo crimine. Questo è uno di quei fatti che servono a definire una società, un momento storico. In realtà, se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se non fosse strumento in mano al potere baronale, e quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà, della storia… Ebbene, io vi dico che l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile… Dico di più: l’abate Vella non ha commesso un crimine, ha soltanto messo su la parodia di un crimine, rovesciandone i termini… Di un crimine che in Sicilia si consuma da secoli”.
Ora l’incipit del romanzo. Buona lettura
Il benedettino passò un mazzetto di penne variopinte sul taglio del libro, dal faccione tondo soffiò come il dio dei venti delle carte nautiche a disperdere la nera polvere, lo aprì con un ribrezzo che nella circostanza apparve delicatezza, trepidazione. Per la luce che cadeva obliqua dall’alta finestra, sul foglio color sabbia i caratteri presero rilievo: un grottesco drappello di formiche nere spiaccicato, secco. Sua eccellenza Abdallah Mohammed ben Olman si chinò su quei segni, il suo occhio abitualmente languido, stracco, annoiato era diventato vivo ed acuto. Si rialzò un momento dopo, a frugarsi con la destra sotto la giamberga: tirò fuori una lente montata, oro e pietre verdi, a fingerla fiore o frutto su esile tralcio.
“Ruscello congelato” disse mostrandola. Sorrideva: ché aveva citato Ibn Hamdis, poeta siciliano, per omaggio agli ospiti. Ma, tranne don Giuseppe Vella, nessuno sapeva di arabo: e don Giuseppe non era in grado di cogliere il gentile significato che sua eccellenza aveva voluto dare alla citazione, né di capire che si trattava di una citazione. Tradusse perciò, invece che le parola, il gesto “La lente, ha bisogno della lente”; il che monsignor Airoldi, che con emozione aspettava il responso di sua eccellenza su quel codice, aveva capito da sé.