La composta perfezione di un arazzo

Recensione di “Il libro dei bambini” di A.S. Byatt

A.S. Byatt, Il libro dei bambini, Einaudi

Cosa potrebbe succedere se si decidesse di forzare qualcosa che, pur essendo inevitabile, giunge senza preavviso? Quali conseguenze può scatenare una sfida lanciata al destino, al caso, alla vita? Quale misterioso peccato si commette nel momento in cui si decide che la bellezza, che prima o poi dovrà comunque attraversare la strada della nostra esistenza, può essere addomesticata, resa mansueta, e condotta obbediente fino alla porta di casa? È forse tracotanza fabbricare le corde che cattureranno lo spirito errabondo della felicità? E se anche fosse così, se anche si trattasse di smisurato orgoglio, se anelare all’assoluto significasse voler prendere il posto di Dio, non sono forse immagine e somiglianza di Dio le creature umane? Non sono, esse, uno dei suoi innumerevoli specchi? Di una felicità costruita ad arte e attraverso l’arte alimentata, di un sogno ininterrotto e vigile fatto di parole, di racconti, di libri, di invenzioni, di sussulti di menti geniali che con identico ardore hanno spiccato balzi verso il Paradiso e si sono lasciati scivolare nei più cupi e atroci abissi infernali, racconta in un romanzo indimenticabile, per il quale non è esagerato usare l’impegnativo termine di capolavoro, la scrittrice inglese Antonia Susan Byatt, autrice del magnifico e lacerante Il libro dei bambini. Continua a leggere La composta perfezione di un arazzo

Delle cose letterarie di Sicilia

Leonardo Sciascia, La corda pazza, Adelphi
Leonardo Sciascia, La corda pazza, Adelphi

“Sulla cultura siciliana hanno corso due opposte tesi: una di Giovanni Gentile, largamente accreditata, che partendo dal pregiudizio di una Sicilia ‘sequestrata’, cioè tagliata fuori dal movimento della cultura europea, ovviamente deduceva una ‘forma di cultura indigena, e tutta schiettamente siciliana, che dopo l’unificazione era fiorita in Sicilia, ma che s’era venuta spogliando del suo carattere regionale sulla fine del secolo’; l’altra opposta, e insorta in opposizione al Gentile da parte di eruditi e giornalisti locali […], di una Sicilia aperta e comunicante, di una cultura vivacemente italiana ed europea […]. La verità, come al solito, sta tra le due tesi […]. Certo è, comunque, che la cultura siciliana ha avuto sempre come materia e come oggetto la Sicilia: non senza particolarismo e grettezza, qualche volta; ma più spesso studiando e rappresentando la realtà siciliana e la ‘sicilianità’ […] con una forza, un vigore, una compiutezza che arrivano all’intelligenza e al destino dell’umanità tutta. E bastino i nomi di Michele Amari e di Giovanni Verga; di Isidoro La Lumia, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Alessio Di Giovanni; di Luigi Pirandello; di Francesco Lanza, Nino Savarese, Elio Vittorini, Giuseppe Tomasi; di Salvatore Quasimodo, nella cui poesia il tema dell’esilio […] si lega amaro e dolente, ma splendido nella memoria dei luoghi perduti, a quello del poeta arabo Ibn Hamdis, siciliano di Noto. E questa può anche essere una chiave per capire la Sicilia: che alla distanza di più di otto secoli un poeta di lingua araba e un poeta di lingua italiana hanno cantato la loro pena d’esilio con gli stessi accenti. ‘vuote le mani – dice Ibn Hamdis – ma pieni gli occhi del ricordo di lei’”. Nei saggi come nei romanzi, la prosa di Leonardo Sciascia risplende per raffinatezza e profondità, conquista per erudizione, e affascina, coinvolge, emoziona; nelle pagine che il grande scrittore siciliano dedica alla critica letteraria, e in special modo nella raccolta di scritti contenuta nel volume intitolato La corda pazza, pubblicato nel 1970, sembra di cogliere, nel rapporto che viene istituito tra la letteratura, la storia e gli studi a esse dedicati, una suggestiva eco della riflessione aristotelica su retorica e dialettica. Queste due discipline, ci dice Aristotele nella Retorica, sono analoghe, o meglio sono elementi complementari di quell’arte, o tecnica, che ha a proprio oggetto un generico conoscere, patrimonio comune di ogni uomo, e dunque si completano l’un l’altra, nello stesso modo in cui in un’ode lirica strofe e antistrofe riproducono la medesima struttura metrica senza per questo essere identiche. Ora, se proviamo a immergerci nello splendido, illuminante “viaggio in Sicilia” che Sciascia ci regala con La corda pazza sostituendo a retorica e dialettica i termini letteratura e critica, ci sarà chiaro che la qualità prima dell’opera non si deve tanto al talento narrativo di Sciascia, alla sua particolare capacità di “prestare” il respiro proprio dell’intreccio, della storia raccontata, al ritmo regolare e fin troppo precisamente scandito dell’analisi, quanto a un approccio (che è insieme filosofico e letterario) che vede queste due materie (la scrittura e il riflettere su di essa) come intrinsecamente legate, l’una antistrofe dell’altra. Il piacere estetico, la puntualità della ricerca storica, la precisione e l’incisività dell’analisi sugli autori e le loro opere (impossibile non citare, a questo proposito, l’articolato saggio intitolato Note pirandelliane), il robusto bagaglio documentale, in una parola i pregi letterari e “metaletterari” di questo volume si impongono tutti assieme, per così dire spontaneamente, all’attenzione del lettore; non c’è artificio nel procedere di Sciascia, non c’è necessità di alcun aggiustamento, di nessuna calibrazione, perché non c’è soluzione di continuità tra lo scrittore e il saggista, non c’è frattura tra il romanziere e lo studioso; come ben scrive Claude Ambroise, “se il luogo della verità è la relazione di un soggetto con il suo testo, la letteratura sarà, in modo privilegiato, la possibilità di far avvenire il disvelarsi della verità, purché non vadano contrapposte l’una all’altra con taglio netto letteratura e scrittura”.

E sempre, a dar corpo alle parole, la maestosità tragica di una Sicilia visceralmente vissuta e amata, e descritta in ogni possibile verso, da tutti i punti di vista, disegnata dettaglio per dettaglio, come in un mosaico, come nella poetica, struggente “relazione geografica” del Rapporto sulle coste siciliane, con le cui prime righe chiudo questa recensione, augurandovi, come sempre, buona lettura.

1039 chilometri di coste – 440 sul mare Tirreno, 312 sul mare d’Africa, 287 sullo Ionio: ma questa grande isola del Mediterraneo, nel suo modo di essere, nella sua vita, sembra tutta rivolta all’interno, aggrappata agli altipiani e alle montagne, intenta a sottrarsi al mare e ad escluderlo dietro un sipario di alture o di mura, per darsi l’illusione quanto più è possibile completa che il mare non esista (se non come idea calata in metafora nelle messi di ogni anno), che la Sicilia non è un’isola. Che è come nascondere la testa nella sabbia: a non vedere il mare, e che così il mare non ci veda. Ma il mare ci vede. E sulle sue onde porta alle nostre spiagge invasori d’ogni parte e d’ogni razza. E porta, continuo flagello per secoli, i pirati algerini che devastano, depredano, rapiscono. Il mare è la perpetua insicurezza della Sicilia, l’infido destino; e perciò anche quando è intrinsecamente parte della sua realtà, vita e ricchezza quotidiana, il popolo raramente lo canta e lo assume in un proverbio, in un simbolo; e le rare volte sempre con un fondo di spavento più che di stupore. “Lu mari è amaru” (Il mare è amaro). “Loda lu mari, e afferrati a li giummarri” (Loda il mare, ma afferrati alle corde). “Cui pò jiri pri terra, nun vaja pri mari” (Chi può andare per terra non vada per mare).

Harry, il mago

J.K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani Editore
J.K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani Editore

La consapevole, studiata leggerezza della prosa, l’attenzione, puntuale e gioiosa, nei confronti dei limiti e delle possibilità del linguaggio, le acrobatiche peripezie espressive che hanno il volto semplice del gioco di parole ma nascondono una ricerca rigorosa, l’enorme ricchezza del materiale narrativo, vagliata con puntiglio, selezionata accuratamente e sistematizzata con maestria indiscussa. E la scelta e il disegno dei personaggi, nuovi e originali e allo stesso tempo figli di una lunga tradizione letteraria; e poi l’ambientazione, felicissima, che senza sforzo apparente sposa la normalità, l’ordinarietà, a tutto ciò che le nega alla radice: il magico, l’impossibile, il sogno, il desiderio; in una parola, il sublime, inviolato reame cui solo la fantasia ha diritto d’accesso. Racchiuso in tutti i sette romanzi che compongono la saga di Harry Potter, con ogni probabilità l’opera per ragazzi più famosa al mondo, questo tesoro di stile e contenuto soltanto in parte si deve al talento dell’autrice, J.K. Rowling; alla sua esuberanza, all’irresistibile eleganza del suo raccontare il lettore deve il piacere puro della scoperta della storia, l’incanto sincero dell’ascolto, ma il mondo nel quale le vicende accadono (la Londra che tutti conosciamo e che pure sa riservare deliziose sorprese, e soprattutto la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts e ciò che la definisce e la circonda), coloro che lo abitano (i protagonisti come le comparse), ciò che vi si svolge, i segreti che nasconde, le verità che poco alla volta svela, le battaglie che vi si combattono – che altro non sono se non il parziale riflesso dell’eterno conflitto tra bene e male – insomma, intera l’impalcatura che regge tanto ogni singolo romanzo quanto il lavoro considerato nel suo complesso, è un richiamo intelligente e nobile alla storia delle “belle lettere”, un omaggio allo splendore del passato, la colta citazione di un appassionato. Si respira, nei romanzi della Rowling, a partire dal primo, Harry Potter e la pietra filosofale, un sincero amore per l’atto stesso dello scrivere, per il processo creativo che ne è una parte fondamentale e insieme per il doveroso studio (che sempre andrebbe fatto) di quel che precede ogni opera nuova.

Se è senza dubbio gratificante ritrovare nei libri di questa scrittrice sensibile e raffinata le suggestioni del mito e delle leggende popolari di ogni parte del mondo, unite all’epica eroica propria dei romanzi del genere fantasy, al chiaro indirizzo etico che è alla base dei racconti di formazione, al vertiginoso respiro delle storie avventurose e all’ingenua esaltazione del divertimento puro propria della letteratura per ragazzi, quello che sorprende è il modo in cui tutto questo viene proposto: con un trasparente senso di gratitudine, con contagiosa felicità. J.K Rowling, pur con una sua preziosa originalità, rivendica orgogliosa un’appartenenza, non si preoccupa di nascondere o negare i propri debiti; il suo raccontare procede lungo un sentiero già tracciato, e la sua voce spicca tanto più limpida quanto meno lei si preoccupa di distinguerla dalle altre. A mio avviso, è questa la caratteristica più preziosa dei romanzi della scrittrice britannica: quella di essere, o meglio di voler essere, parte di una storia di più grande.

Sul giovane e predestinato mago Harry Potter, sul suo antagonista Lord Voldemort, sui suoi amici e i suoi avversari, in primo luogo il tormentato Draco Malfoy, e non ultimo sulla sua strampalata famiglia londinese che nulla vuole avere a che fare con la magia ma che proprio per questa ragione è costretta a subirla, non vale la pena soffermarsi. I romanzi di J.K. Rowling hanno avuto un così grande successo che non c’è chi non conosca, anche soltanto per sommi capi, la storia di questo eroe armato di bacchetta. Tuttavia, proprio come la magia (che a ben guardare può essere ovunque, persino nelle nostre più che anonime case) ci suggerisce che spesso le cose sono ben diverse da quel che sembrano, così la saga di Harry Potter è molto più di una serie di godibilissimi libri per ragazzi. È un capitolo di storia della letteratura, un capitolo ottimamente scritto, avvincente, spassoso, drammatico, scintillante. È una storia nuova che in molte sue parti è già stata narrata, ma che non per questo ha perduto il suo fascino.

Eccovi l’inizio di Harry Potter e la pietra filosofale. La traduzione, per Salani, è di Marina Astrologo, le illustrazioni sono di Serena Righetti.

Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante. Erano le ultime persone al mondo da cui aspettarsi che avessero a che fare con cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano. Il signor Dursley era direttore di una ditta di nome Grunnings, che fabbricava trapani. Era un uomo corpulento, nerboruto, quasi senza collo e con un grosso paio di baffi. La signora Dursley era magra, bionda e con un collo quasi due volte più lungo del normale, il che le tornava assai utile, dato che passava gran parte del tempo ad allungarlo oltre la siepe del giardino per spiare i vicini. I Dursley avevano un figlioletto di nome Dudley e secondo loro non esisteva al mondo un bambino più bello.

Il fatiscente palazzo delle belle lettere

 

Angus Wilson, La cicuta e dopo, Garzanti
Angus Wilson, La cicuta e dopo, Garzanti

A partire dal titolo (La cicuta e dopo, in originale Hemlock and after), l’opera prima di Angus Wilson, scritta in sole quattro settimane nel corso di una vacanza, gioca la carta della seduzione squisitamente intellettuale, di un linguaggio brillante e in qualche misura “iniziatico”, oscuro e promettente insieme, pronto, come il “gran libro della natura” di galileiana memoria, a svelare i propri tesori, e tuttavia protetto dall’affamata volgarità dei più dalla propria esuberanza stilistica, dalla compiaciuta messe di citazioni colte e soprattutto dal tema scelto, la letteratura nel suo pieno rigoglio e i suoi padri nobili. Romanzo, curioso, seducente e tortuoso, La cicuta e dopo è specchio della personalità dell’autore (eminente uomo di lettere che fu bibliotecario al British Museum e in seguito professore universitario) e soprattutto strumento della sua dissacrante ironia; così, lo scrittore amato e ammirato nella vita vera si diverte a disegnare un se stesso invecchiato e compromesso in Bernard Sands, il personaggio principale del suo lavoro, un uomo di successo che alla soglia dei sessant’anni sta per raccogliere il frutto più prezioso della sua fatica artistica ed esistenziale, l’istituzione di un centro (Vardon Hall) destinato a ospitare scrittori e poeti. Nella concretezza di questo innegabile trionfo, tuttavia, non si riflette che la minima parte di Sands, in realtà fallito nel suo ruolo di padre (di due figli, dai quali è ignorato quando non apertamente detestato) e di marito (di Ella, donna fedele e irrimediabilmente malata di nervi), e alla disperata ricerca di una nuova primavera (o di una nuova ispirazione) nelle illusorie lusinghe dell’attrazione omosessuale verso affascinanti giovanotti. Intorno a questa personalità contorta e fondamentalmente falsa (falsità di cui è lo stesso Bernard la prima vittima), Wilson costruisce un piccolo, sordido mondo di menzogne, finzioni, ricatti e frustrazioni nel quale ciascuno si distingue più per ciò che si sforza di nascondere che per quello che può permettersi di mostrare. Così, la melliflua signora Curry, la principale avversaria di Sands nell’affare Vardon Hall (che lei avrebbe voluto trasformare in un albergo), è in realtà una mezzana priva di scrupoli, Bill, il fratello di Ella, uno scrittore incapace di scrivere (o se si vuole incapace di scrivere cose che abbiano un qualche interesse per il pubblico) che sperpera alle corse denaro che non guadagna, James, il figlio di Bernard, un borghese senza spina dorsale preoccupato solo di non perdere la propria vuota rispettabilità di facciata, e sua sorella Isabella una donna sola, rancorosa e infelice cui neppure il lavoro (al quale si dedica con tutta se stessa) offre un minimo di conforto.

Inevitabile, in questo folle girotondo nel quale la verità può assumere solo la grigia veste penitenziale della confessione (quella personale, liberatoria di Bernard alla moglie nella parte conclusiva del romanzo, o quella interessata di Ron, una delle tante pedine della signora Curry, all’autorità giudiziaria), che ogni cosa sia l’opposto di quel che sembra, che la più innocente delle schermaglie dialettiche nasconda sanguinose rese dei conti e che sugli uomini come sulle cose soffi senza sosta un vento di distruzione. Come scrive Guido Fink nell’introduzione all’edizione italiana del romanzo edita da Garzanti (collana Gli Elefanti) e magistralmente tradotta da Eugenio Montale, “di qui le frustrazioni comuni a personaggi e lettori, che a tratti si illudono di vedere e di essere visti come in fondo, istintivamente, preferirebbero; ma prima o poi si rendono conto – grazie a un inciso, a un imprevisto mutamento di prospettive, a una smagliatura – che in realtà le cose non stanno affatto come le avevano previste. Al di sotto del testo – di per sé sfaccettato e intrigante – scorre costante un subtext segreto, di cui gli stessi personaggi appaiono consapevoli, e le cui parole sottintese potrebbero, volendo, essere recuperate e portate alla superficie […]. ‘Una buona parte dei personaggi dei miei libri sono estremamente consapevoli di sé’, dice Wilson […]. ‘Esprimono dei giudizi intorno a loro stessi, quasi quasi prima ancora che riesca a farlo io… Lo considero una malattia, ma una malattia necessaria, di tutte le persone civili’”.

Opera squisita, amaramente divertente e quietamente tragica, romanzo allo stesso tempo metaletterario e antiletterario, La cicuta e dopo è un lavoro difficile da dimenticare; nella sua prosa raffinatissima brillano tanto la lucida testardaggine dell’autocoscienza quanto la deliberata infantile sconfessione di ogni responsabilità. Al pubblico, sembra dire il burattinaio Wilson, alla sua insindacabile sensibilità, l’onere di scegliere come leggere e cosa cogliere. E di accettare le conseguenze della decisione presa.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Di tutte le comunicazioni che Bernard Sands ricevette nel giorno del suo trionfo, quella che gli diede maggior soddisfazione fu la conferma definitiva, da parte del Ministero delle Finanze, dell’appoggio finanziario ufficiale. Egli riandò ai lunghi anni di lotta vittoriosa contro le varie mascherature che assume nel mondo letterario il principio del potere – editori, direttori, critici, comitati culturali, pubblico – e notò con una certa sorpresa che la sua ultima vittoria non era quasi più stata una sorpresa per lui.