Molto più di un secolo

Recensione di “L’Italia nel Novecento” di Miguel Gotor

Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi

Una storia d’Italia. Un quadro politico, economico, sociale e di costume che prende le mosse dagli ultimi anni del XIX secolo – per la precisione dal momento più buio e terribile della guerra d’Abissinia, la battaglia di Adua, che segnò una cocente sconfitta per l’esercito italiano, che fu “non una pugna, ma un macello” – e giunge fino alla rivoluzione tecnologico-digitale nella quale siamo immersi, che ancora una volta, come già tante volte accaduto nel passato di questo Paese, registra vincitori e vinti: i grandi colossi del web da una parte, lo sterminato esercito di “consumatori” della Rete, in grande maggioranza ignari della tragica marginalità del loro ruolo dall’altra. Vincitori e vinti che, ciascuno per la propria parte, continuano a decidere il destino di una terra e di un popolo che sembrano strutturalmente incapaci di farlo da sé. Una storia d’Italia cronologicamente breve eppure ricchissima, densa, nella quale ogni cosa sembra fondersi con tutte le altre, un racconto che è quasi un filo d’Arianna da seguire passo dopo passo nel tentativo di districare un intreccio tanto complesso da somigliare a un problema per il quale non esiste soluzione, a un paradosso il cui solo compito è mostrare la fallacia che distrugge dalle fondamenta un intero sistema e contro il quale nessuna misura risulta efficace. Tutto questo è L’Italia nel Novecento di Miguel Gotor – il cui illuminante sottotitolo, che è anche il filo rosso della narrazione, recita Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon – lettura appassionante, impreziosita da uno stile allo stesso tempo asciutto e di grande eleganza, che a una prima parte in qualche misura limitata ai confini della ricerca storiografica pura e della ricostruzione puntuale (la caduta dell’esecutivo Crispi, le luci e le ombre dell’Italia liberale giolittiana, la controversa stagione del trasformismo) fa seguire, superata la tragica parentesi del primo conflitto mondiale, un’analisi politico-sociale di un’Italia vittoriosa e nonostante ciò in ginocchio, prossima a scivolare nell’abbraccio ideologico del fascismo. Scrive a questo proposito l’autore: “Nonostante la vittoria [nella Grande Guerra] l’Italia non evitò le conseguenze della crisi economica a causa dell’arretratezza del sistema politico e del perdurare degli scompensi di ordine sociale. Le dure condizioni di vita del dopoguerra si saldarono con le tensioni rimaste irrisolte tanto da rendere la situazione incandescente: il ceto medio soffriva a causa dell’inflazione che aveva diminuito il potere d’acquisto degli stipendi e si sentiva incalzato dal nuovo protagonismo operaio, temendo lo spettro del declassamento sociale; i contadini, reduci dal fronte, pretendevano il rispetto delle promesse fatte per indurli a combattere, ossia una riforma agraria che distribuisse loro le terre; gli operai, rimasti impressionati dalla rivoluzione bolscevica, avevano radicalizzato le proprie rivendicazioni, chiedendo una partecipazione diretta alla gestione delle imprese sul modello dei soviet. Nel loro complesso le classi dirigenti liberali non riuscirono ad assecondare il processo di democratizzazione in atto favorendo l’allargamento della base sociale e politica dello Stato. Anzi: soffocarono sul nascere il tentativo di passare da un regime liberale a uno compiutamente democratico e, con l’avvento del fascismo, si realizzò una chiusura reazionaria che – come spesso sarebbe accaduto nella storia d’Italia – assunse le sembianze retoriche della rottura rivoluzionaria” . 
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